La riunione – molto attesa – della direzione del partito democratico si è conclusa con la convocazione del congresso, sia pure attraverso un passaggio scontato in assemblea nazionale. Un congresso celebrato in queste condizioni, senza un preventivo approfondimento dei motivi della contestazione interna e senza un programma di governo in qualche modo verificato almeno nei punti di convergenza, significa che Renzi non intende dialogare con le correnti di minoranza. Il congresso servirà soltanto a consolidare la sua posizione nel partito e ad aprire le porte a chi vuole uscire: cacciati forse no ma accompagnati alla porta sì. La soluzione scelta da Renzi corrisponde del resto a una sua vecchia convinzione che i diversi pezzi della sinistra del suo partito, anche messi insieme, abbiano una modesta incidenza elettorale. Per questo il leader preferisce correre da solo, sicuro ancora una volta di farcela.
Ma sulla sua strada ci sono ostacoli che non provengono dai nemici dichiarati (D’Alema, Bersani, Cuperlo, Civati, Emiliano) ma piuttosto dagli “amici” che, pur non seguendo la sinistra, sembrano prendere le distanze da lui; e non si tratta di personaggi secondari. Franceschini, Orlando, De Luca, pur molto diversi tra loro, non nascondono la loro insofferenza e cercheranno di impedire a Renzi di divenire, dopo l’eliminazione della sinistra, dominus incontrastato del partito.
Ciò però che è più grave, e si evince da molte reazioni esterne, è che l’opinione pubblica – anche quella orientata a sinistra – non è ancora riuscita a comprendere le ragioni del contendere, a parte quelle evidentissime di carattere personale. Il programma originario di Renzi – quello della “Leopolda” per intenderci – appare piuttosto ammaccato e, per sua stessa ammissione, richiede qualche aggiustamento, ma l’opposizione, se si escludono alcuni generici richiami alle “radici di sinistra” e altri confusi segnali di fumo, non sembra offrire un progetto davvero alternativo. In tali condizioni il P.D. corre diritto verso il disastro elettorale, non per emorragia verso altri ma per un crescente astensionismo che potrebbe minare la sua credibilità.
In questa situazione si inserisce il tentativo di Pisapia di creare una non ben definita “area” di sinistra in cui comprendere tutte le differenze che la agitano. Probabilmente convinto dell’ineluttabilità della scissione l’ex-sindaco di Milano sembra pensare a una sorta di rete di sicurezza, un’”area” appunto, dalla quale far scaturire un minimo comune denominatore in grado di affrontare la campagna elettorale in una convergenza almeno parziale. L’operazione mi pare troppo cerebrale e intellettualistica per riuscire, e comunque resta condizionata da quella che sarà la legge elettorale, ma potrebbe rappresentare l’ultima spiaggia prima che Renzi e i suoi imbocchino la strada di una divaricazione che riporterebbe il leader fiorentino verso quelle posizioni di centro alle quali, pur tra molte ambiguità, ha forse sempre mirato.
E’ davvero curioso che nella riunione della direzione del P.D. non si sia parlato di legge elettorale, e cioè del vero nodo da sciogliere se davvero si vuole andare ad elezioni anticipate (seppure di pochi mesi). A questa stranezza si aggiunge il silenzio di Gentiloni e Padoan che hanno assistito alla riunione senza prendere la parola, creando un precedente; mai era avvenuto che in una direzione di partito il presidente del consiglio e il ministro dell’economia (che di quel partito sono espressione) non parlino delle scadenze che attendono il Paese, a cominciare da tre punti fondamentali che sono quelli che davvero interessano agli italiani: i rapporti con Bruxelles in vista di una possibile procedura di infrazione, il controllo dell’immigrazione (e quindi la questione libica) e la situazione economica (in particolare per quanto riguarda la disoccupazione). L’unico che ha proposto qualcosa di concreto denunciando con accenti drammatici la continua decrescita del Mezzogiorno dimostrando come la disoccupazione stia raggiungendo nelle regioni meridionali dimensioni inaccettabili (compensate di fatto dall’aumento del lavoro nero e dalla preoccupante emigrazione giovanile) è stato De Luca, il contestato governatore della Campania.
Resta da capire se De Luca deve essere considerato un rottamato (era comunista quando Renzi aveva i calzoni corti e faceva lo scout), un rottamando (come vorrebbe la sinistra), o un rottame ancora utilizzabile ma da mettere in disparte alla prima occasione. Non lo so, ma ascoltarlo è per lo meno divertente (per l’ironia sprezzante con cui condisce i suoi discorsi) e istruttivo (per i contenuti concreti che propone). E’ davvero incredibile che per sentire un intervento che esca dall’opprimente atmosfera dei messaggi cifrati, del detto-non detto, delle “convergenze parallele” che furono tipici della prima repubblica, si debba attendere uno che di essa fu attivo testimone!

Franco Chiarenza
14 febbraio 2017

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