E parliamone possibilmente in maniera non ideologica.
Archiviata la richiesta di reintrodurre la versione originaria dell’articolo 18 per l’evidente tentativo di estenderne l’applicazione, la Corte costituzionale ha correttamente ammesso gli altri due quesiti referendari promossi dalla CGIL, dei quali il più sentito dalla pubblica opinione è certamente quello che riguarda i voucher.
Cosa sono i voucher ? Buoni lavoro rilasciati dall’INPS acquistabili in modo molto semplice e utilizzabili per retribuire lavori accessori effettuati con prestazioni saltuarie per prestazioni che non superino l’importo massimo di 7.000 euro l’anno; per contrastare alcuni possibili abusi nel 2016 il governo Renzi ha introdotto obblighi più rigorosi per i datori di lavoro che se ne servono (nome del beneficiario, giorno e orario dell’utilizzo).
Essi sono stati introdotti per la prima volta dal governo Prodi nel 2008 per rendere più elastiche rispetto ai contratti di categoria le tante prestazioni occasionali che si rendono necessarie in una moderna società di servizi (soprattutto nel commercio ma anche in altri settori del terziario) cercando così di fare emergere e di contrastare il lavoro nero ampiamente diffuso nel lavoro occasionale.
Sono serviti ? Sicuramente sì, come affermano a gran voce commercianti e organizzazioni di servizi (a cominciare dai sindacati che oggi ne propongono la soppressione; soltanto CGIL e CISL li hanno utilizzati per un ammontare complessivo di 2.250.000 euro nel 2016).
Se ne è fatto un abuso utilizzandoli anche dove avrebbero potuto essere sostituiti da forme contrattuali più regolamentate ? Forse in alcuni casi sì, come sembra dimostrare il loro aumento vertiginoso anche in settori “ambigui” come l’agricoltura e soprattutto l’edilizia.
Hanno fatto emergere il lavoro nero ? Questo è forse l’aspetto più controverso del dibattito in corso. Secondo i sindacati non soltanto la risposta è no, ma addirittura lo avrebbero incentivato col trucco del “voucher a metà” (parte del lavoro in voucher, parte in contanti e in nero, in modo da vanificare eventuali controlli). Secondo i commercianti l’emersione del nero c’è stata riducendo lo svantaggio fiscale degli esercizi che rispettano la legge; gli abusi sarebbero marginali e facilmente eliminabili senza sopprimere uno strumento che ha ridato fiato alle imprese. Secondo l’INPS (Tito Boeri) i voucher sono uno strumento utile anche se spesso è stato utilizzato in settori per i quali non era stato immaginato e il lavoro nero è rimasto elevato proprio là dove si voleva contrastarlo (collaboratori domestici e agricoltura). Si possono riformare (per esempio stabilendo tetti mensili e con una vigilanza più attenta) ma sarebbe un errore sopprimerli.

In conclusione:

  1. Dietro tanta agitazione c’è la legittima aspirazione dei disoccupati di accedere a un lavoro stabile; da qui il rifiuto di ogni forma di “precariato”. Ma la mancanza di lavoro stabile non dipende da leggi e contratti piuttosto invece dalla scarsa attrattività del sistema-Paese per nuovi investimenti produttivi. Le cause sono molte e spesso ripetute, ma si tratta di un discorso che i sindacati fingono di non capire perché molte rigidità che ostacolano gli investimenti dipendono anche da loro.
  2. Il dilemma tra più lavoro e meno diritti è deviante. L’attenuazione delle garanzie è il risultato di una crisi prodotta dalla globalizzazione nei cui confronti l’Europa e in particolare l’Italia non hanno saputo attrezzarsi in tempo; chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati non serve a nulla e si finisce per cadere nella trappola autarchica e isolazionista dei movimenti populisti.
  3. Il referendum probabilmente non si farà perché la stessa CGIL che lo ha promosso preferirà concordare alcune modifiche che le consentano di salvare la faccia chiudendo una vicenda che comincia ad essere imbarazzante. Oltre tutto essendo impossibile dimostrare che la soppressione dei voucher incrementi posti stabili di lavoro, mentre è certo che farebbe di nuovo aumentare il lavoro nero, non metterei la mano sul fuoco sull’esito referendario.
  4. Ringraziamo Dio (e il popolo italiano) che non siano passate le riforme costituzionali di Renzi che, tra le altre cose, prevedevano l’introduzione di referendum popolari propositivi; vi immaginate quali e quanti danni all’economia avrebbe prodotto le reintroduzione e l’allargamento dell’art. 18 ? Fuga all’estero delle imprese, chiusura di piccoli esercizi (al di sotto di 18 dipendenti) che non vogliono essere condannati a mantenere a vita i propri collaboratori, aumento esponenziale di lunghissime e costose controversie giudiziarie per dimostrare l’esistenza di una “giusta causa”, ecc.

Personalmente non sarei contrario a una disciplina anche severa sui licenziamenti perché sono contrario ai licenziamenti arbitrari. Prima però rivediamo seriamente i motivi di “giusta causa” e stabiliamo procedure giudiziarie rapide e inappellabili. Per come stanno oggi le cose pretendere che il rapporto di lavoro si trasformi in un matrimonio indissolubile finché pensione non sopraggiunga, mi sembra dannoso e controproducente ai fini di un aumento dell’occupazione. Introducendo un congruo indennizzo economico per i licenziamenti immotivati il “job act”rappresenta un giusto compromesso tra i diritti del lavoratore e quelli, altrettanto importanti, della responsabilità di chi dirige l’impresa anche nella scelta dei collaboratori.
A proposito: “job act” si pronuncia “giob act”. Ma quand’è che la smetteremo di usare termini inglesi anche quando non sarebbero necessari ?

 

Franco Chiarenza
12 gennaio 2017

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.