Bisogna dare atto a Stefano De Luca di avere saputo mantenere in questi anni viva e sventolante (anche se talvolta un po’ strapazzata) l’antica bandiera del PLI, lo storico partito di Croce, Einaudi, Malagodi, Zanone, che nella prima repubblica ha svolto un ruolo limitato ma non marginale.
Il PLI, anche nei suoi tempi migliori, non è mai stato il raccoglitore esclusivo di quanto la cultura politica liberal-democratica aveva prodotto in Italia; al contrario, ne ha sempre rappresentato soltanto una parte, quella più moderata e conservatrice, erede legittima peraltro del riformismo giolittiano del primo ventennio del secolo scorso. La tradizione liberal-radicale ha trovato altri sbocchi soprattutto nel partito radicale di Pannella, mentre la variante azionista-repubblicana si esprimeva con Ugo La Malfa nel PRI.

Trentesimo congresso
Nei giorni scorsi il vecchio PLI (o quanto ne è rimasto dopo le vicissitudini berlusconiane) ha quindi celebrato il suo XXX congresso riunendo i suoi fedeli seguaci, ma con una marcia in più: la convinzione che il rimescolamento delle carte in atto nello scenario politico potrebbe fornire al partito un’occasione per tornare in parlamento, seppure con numeri limitati. Da qui l’appello alla diaspora liberale perché torni sotto la vecchia bandiera e contribuisca alla rinascita e al rilancio di una presenza dichiaratamente liberale; il successo elettorale di Macron in Francia e di Rutte in Olanda, entrambi espressioni della cultura liberale, ha certamente contribuito ad alimentare questa speranza.
Il sottoscritto, che partecipa sempre alle riunioni liberali (quando viene invitato), un po’ per rivedere vecchi amici un po’ per spiare se qualcosa di nuovo e di diverso si muove nel liberalismo italiano, è andato all’hotel Pamphilj di Roma e ne ha ricavato queste impressioni: troppe contraddizioni, poche specificità, alleanze discutibili.

Troppe contraddizioni
Il liberalismo può essere declinato in modi diversi. Non è una religione (per quanto anch’esse possano essere interpretate in maniere differenti), non presuppone testi sacri frutto di rivelazioni ultraterrene (pur disponendo di testi di riferimento collaudati), si propone soltanto di garantire la libertà di ciascuno nella misura compatibile con quella degli altri. A tal fine ha elaborato alcuni principi etici (solidarietà), economici (mercato regolato), e politici (costituzionalismo) che rappresentano i paletti di un campo assai ampio in cui si possono sviluppare competizioni di vario genere. Per questo un “partito” liberale rappresenta una contraddizione in termini (come già aveva evidenziato Benedetto Croce) che si giustifica soltanto in momenti di particolare difficoltà per la libertà dei cittadini (come fu dopo le due guerre mondiali) oppure se si fa portatore di contenuti specifici che dell’ampio schermo liberale metta in rilievo alcuni aspetti piuttosto che altri. Non a caso la storia del PLI è densa di scissioni e divisioni, non scandalose perché implicite in modi differenti di stabilire le priorità. Così i radicali misero l’accento sui diritti civili e sulla laicità dello Stato, Malagodi puntò a condizionare la politica economica in senso liberista, Zanone e Altissimo si attennero a un liberalismo democratico più attento al principio di solidarietà, e così via. Le contraddizioni sono quindi lecite ma se si esprimono all’interno di uno stesso partito generano risse e confusione, tanto più gravi se il contenitore è di modeste dimensioni, come nel caso dell’attuale PLI.

Poche specificità
Un piccolo partito non può pretendere di rappresentare tutti gli aspetti di una ideologia complessa come il liberalismo; né può affidarsi ai simboli (nome, bandiera, richiamo alla tradizione) per reclamare una sorta di “denominazione di origine controllata”. Anche perché sotto la generica denominazione di “liberale” convivono oggi in Europa formazioni il cui tasso di liberalismo è assai dubbio, pur in un ambito di genere tanto largo. Si chiama “partito per la libertà” quello guidato dal populista razzista Wilders in Olanda, si richiama a principi liberali il partito di estrema destra che governa la Polonia (“Diritto e Giustizia”), è stato sospettato di simpatie naziste il “partito della libertà” austriaco, ecc. Ma anche restando nell’ambito dei partiti liberali più accreditati (per esempio quelli di Gran Bretagna e Germania) le differenze sono molte e ciascuno di essi ha assunto specificità che, in un quadro istituzionale liberale generalmente accettato, li rendono molto diversi. Una cacofonia positiva che però rende sempre difficili decisioni comuni, come ben sanno quanti frequentano il gruppo parlamentare liberale all’Assemblea di Strasburgo o le periodiche riunioni dell’Internazionale Liberale.
Un piccolo partito come quello diretto da De Luca e Morandi deve fare delle scelte, specificare “quale” liberalismo intende privilegiare nel contesto italiano, e su di esso concentrare le proprie risorse umane e organizzative. Altrimenti è destinato al folklore.
Nella bella relazione introduttiva di Giancarlo Morandi ho sentito una visione ampia e al tempo stesso mirata sugli aspetti di compatibilità tra liberalismo e ricadute della globalizzazione, e in qualche intervento ho colto il tentativo di dissociarsi dalla prevalente retorica “reducistica” e di individuare alcuni, pochi temi su cui stabilire le priorità; ma mi sono sembrati in minoranza.

Alleanze discutibili
Dice un vecchio proverbio sempre valido “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”; tanto più valido nella politica italiana dove tutti dicono le stesse cose (abbastanza generiche per essere puntualmente disattese) e l’unico modo per orizzontarsi è quello di vedere con chi ci si allea per realizzarle.
Il PLI alle elezioni amministrative di Roma si è alleato con “Fratelli d’Italia” e la Lega di Salvini; una scelta obiettivamente sconcertante che ha fornito a due partiti illiberali per definizione una copertura di rispettabilità liberale che – a mio avviso – non meritavano. Però, trattandosi di elezioni amministrative, si può sostenere che ciò che conta è il programma, e che sui problemi complessi di Roma convergenze irrituali e paradossali possono anche essere tollerate.
Ma la standing ovation tributata a Giorgia Meloni dopo il suo “saluto” va ben oltre. Anche perché la leader di “Fratelli d’Italia” ha svolto un vero e proprio intervento su temi di attualità politica nazionale prefigurando intese che superano i confini amministrativi. Allora delle due l’una: o i delegati non hanno colto la stridente contraddizione tra la relazione del segretario Morandi e l’intervento di Giorgia Meloni, o è vero che il loro cuore batte in direzione di un nazionalismo protezionista anti-europeo che con il liberalismo ha francamente poco a che vedere.
Basti pensare che Morandi ha aperto la sua relazione ricordando l’emigrazione italiana del passato, un’emigrazione che non era certamente di “profughi” ma di gente che fuggiva dalla fame e dalla miseria, per capire quanto diversa sia la sua concezione – liberale – di accoglienza regolamentata, dalla distinzione tra “profughi” (poche migliaia) da accogliere, e “Immigrati” da respingere (non si sa come), sostenuta tra applausi scroscianti dalla Meloni.

Conclusioni
Un piccolo partito non può essere “né carne né pesce”; non può raccogliere le firme per la separazione delle carriere in magistratura facendo proprie preoccupazioni garantiste che appartengono alla cultura liberale, e contemporaneamente inneggiare a visioni “sovraniste” e stataliste come quelle che provengono dalla storia e dalla cultura politica di Giorgia Meloni.
“Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.

 

Franco Chiarenza
14 maggio 2017

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