Quando mi è stato chiesto di chiudere il corso di Napoli della Scuola di liberalismo l’Europa sembrava scivolare pericolosamente verso un populismo nazionalista diffuso, variamente motivato ma comunque tale da indicare una chiara linea di tendenza ostile non soltanto al disegno di unificazione del Vecchio Continente ma anche connotata dal rifiuto del liberalismo. Lo scetticismo sembrava d’obbligo.
Ma da allora molte cose imprevedibili sono avvenute e tra tutte la vittoria dei liberali in Olanda e quella di Macron in Francia. L’ondata populista pare arginata e un vento nuovo sembra soffiare in Europa.

A fare la differenza è stato il voto giovanile. Quando è mancato le elezioni hanno prodotto la Brexit, la presidenza Trump, regimi conservatori nazionalisti in Ungheria e in Polonia; quando si è mobilitato ha mostrato il vero volto dell’Europa di domani, quello di chi non ha paura dei cambiamenti, delle generazioni che hanno vissuto l’esperienza Erasmus e non vogliono tornare indietro, di quanti pensano che l’immigrazione è una sfida che può essere affrontata e vinta con vantaggio per tutti e non una sciagura da criminalizzare. Per questi giovani l’Europa non è un problema ma la soluzione dei problemi.

Occorre andare avanti dunque non tornare indietro ripercorrendo una strada che troppi europei percorsero nella prima metà del secolo scorso e che è costata milioni di morti, distruzioni spaventose e si è conclusa con la perdita dell’egemonia mondiale che le nazioni europee avevano esercitato fino ad allora. L’Europa, culla del liberalismo e della democrazia, ha generato in quegli anni il totalitarismo, antitesi radicale del pensiero liberale e del socialismo democratico nelle loro diverse accezioni. Come è stato possibile?

E’ stato possibile perché l’insicurezza genera i mostri dell’intolleranza. La paura delle differenze culturali di razza, religione, e quant’altro, è stata usata dai nemici della democrazia liberale come arma psicologica per chiudere i cancelli e, all’ombra di rassicuranti muri di cinta, giustificare la creazione di regimi autoritari. Da questa schiavitù che ci ha portato ad obbedire a chi ci conduceva ad aggredire altri popoli ed etnie differenti siamo stati liberati dai figli d’Europa che alcuni secoli prima erano emigrati in un continente sconosciuto e là avevano gradualmente costruito sistemi politici e sociali che mettevano al centro i diritti e i doveri dei cittadini; è agli americani che dobbiamo la libertà di scelta di cui oggi disponiamo.

Insieme agli americani, al sicuro sotto il loro scudo militare, abbiamo costruito un nuovo ordine mondiale fondato su tre pilastri: i diritti individuali, il “rule of law” (cioè il primato della legge), e la libertà di scambio di persone e merci (cioè l’economia di mercato). Da questo asse atlantico euro-americano abbiamo affrontato e vinto la grande sfida contro l’unico sistema alternativo che possedeva la dignità e la grandezza dei grandi ideali ma che era segnato irrimediabilmente dall’utopia paternalistica dello “stato buono” e che puntualmente conduce a trasformare i cittadini in sudditi.

Dopo il crollo dell’alternativa comunista Stati Uniti ed Europa con un articolato sistema di trattati multilaterali hanno guidato la globalizzazione e per vent’anni hanno assicurato – pur tra tanti errori – un lungo periodo di pace e prosperità, riducendo la fame nel mondo, favorendo lo sviluppo dei paesi orientali e africani meno sviluppati. Certo, non sono mancate guerre locali, non si è riusciti ad impedire che il Medio Oriente si trasformasse in un perpetuo incendio destabilizzante, ma nel complesso bisogna ammettere che il rischio di una terza guerra mondiale è stato evitato e che è poco probabile che si avveri la profezia di Einstein (“non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale; so che quella successiva si farà con archi e frecce”).

Ma adesso siamo giunti a una svolta: nuovi soggetti si candidano alla guida dei processi di globalizzazione e le carte del “grande gioco” non le daranno più soltanto gli Stati Uniti e l’Europa. Lo stesso asse atlantico appare irrimediabilmente incrinato – a prescindere da Trump – e, come dice Angela Merkel, l’Europa, se vuole restare tra i decisori mondiali, deve unirsi e fare da sé.
Può farlo soltanto se: 1) elimina le resistenze nazionalistiche e corporative che ancora vi sono radicate, 2) riesce a comporre le culture politiche e sociali mediterranee con quelle dell’Europa del nord, 3) riesce ad assorbire le inevitabili immigrazioni attraverso un progetto unitario, 4) crea le condizioni per essere competitiva, e non soltanto dal punto di vista produttivo.

Non si tratta di annegare le identità nazionali in un coacervo burocratico indifferenziato (come per alcuni aspetti è avvenuto nell’Unione) ma di prendere atto che vi è una convenienza comune a stare insieme, a procedere uniti per contare di più, ed essere quindi disposti a mettere da parte le differenze che provengono dal passato.
Il nostro continente ha caratteristiche comuni che lo rendono riconoscibile: il liberalismo dei diritti (allargato ai diritti sociali), l’economia di mercato regolata (lontana tanto dagli eccessi dello spontaneismo liberista quanto dal dirigismo statalista), una grande varietà di modelli sociali ereditati dalla storia, una cultura linguisticamente differenziata ma omogenea nelle manifestazioni e nelle interrelazioni artistiche, nella filosofia, nella scienza, e infine nell’assenza di una qualsivoglia egemonia religiosa che possa mettere in pericolo il principio di laicità.

Il passo successivo da compiere è quello di creare una federazione in cui le distinzioni tra competenze nazionali e federali siano chiare e senza ambiguità e nella quale gli “stati che ci stanno” mettano insieme: – la politica estera.
– la moneta e la politica economica.
– la politica di difesa militare.
Esiste già oggi probabilmente un nucleo ristretto di paesi disposti a compiere queste rinunce alla propria sovranità. Se l’esperimento riesce “l’intendence suivrà”, gli altri, prima o poi, si accoderanno.

C’è però un problema di legittimità democratica senza la cui soluzione ogni costruzione istituzionale mostrerebbe le stesse debolezze dell’Unione Europea come la conosciamo. Il processo di legittimazione democratica deve partire dai cittadini, non a colpi di referendum – spesso emotivi, divisivi e distorsivi – ma avendo il coraggio di eleggere un’assemblea costituente europea a suffragio universale diretto.
Il trattato costituzionale elaborato faticosamente nel 2005 e poi affondato dai referendum in Francia e in Olanda, si apriva nel preambolo con la formula: “Noi, Capi di Stato di ……(segue l’elenco dei paesi aderenti) promulghiamo ecc.” ripetendo lo schema delle costituzioni europee ottocentesche octroyés (cioè concesse dai sovrani). La costituzione europea che bisogna disegnare dovrebbe invece aprirsi con la stessa dizione di quella americana del 1787: “Noi, popoli europei, promulghiamo la seguente Costituzione ….”

 

Franco Chiarenza
16 giugno 2017

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.