Con la morte di Piero Ostellino scompare un liberale vero, protagonista della stagione della prima repubblica almeno negli anni in cui diresse il Corriere della Sera (1984-1987). Aveva una cultura impregnata di liberalismo (assai più nella versione anglosassone che in quella idealistica crociana), un carattere deciso fino, talvolta, all’ostinazione, capacità anche organizzative che mise in luce non soltanto a via Solferino ma anche nella realizzazione di iniziative ancora oggi punti di riferimento del liberalismo italiano. Il Centro Einaudi di Torino e la rivista “Biblioteca della libertà”.
Negli ultimi tempi viveva più nel suo rifugio in Provenza che adorava che non a Milano, sempre più amareggiato dalle questioni politiche italiane e afflitto da vicende personali molto dolorose.

Con Ostellino ho avuto molte occasioni di incontro, e ogni volta ne uscivo arricchito non soltanto per il confronto di idee che ne scaturiva ma anche per la determinazione e la decisione con cui le portava avanti, anche quando le sue ragioni erano discutibili. Ricordo uno scontro epistolare che ebbi con lui quando, nella strenua (e condivisibile) difesa del diritto di Israele a esistere, mi parve esagerasse nel giustificare certi eccessi assai poco “liberali” del governo di Tel Aviv. Non contestò i miei argomenti e corresse il tiro.

Era molto amico di Valerio Zanone del quale condivideva una concezione di liberalismo aperto e temperato, la convinzione che esso potesse (e dovesse) conciliarsi con i problemi sociali che andavano acuendosi con uno sviluppo capitalistico che, accanto ai grandi vantaggi, minacciava di accrescere le diseguaglianze e impoverire la classe media, da sempre pilastro portante delle democrazie liberali. L’ultima volta che lo vidi a Milano – aveva lasciato polemicamente ogni sua collaborazione col Corriere – discutemmo del mio libro “Il liberale qualunque”. Accettò la mia richiesta di presentarlo a Milano, ma poi per circostanze che non avevano nulla a che fare con lui la presentazione non ci fu.

Di lui, della sua vita, delle sue idee scriveranno in tanti. Di mio aggiungo soltanto il rammarico di non averlo frequentato di più, di non avere colto tutte le occasioni che pur ci sarebbero state per approfondire le nostre idee soprattutto per quanto riguarda il futuro della comunicazione, argomento preferito dei nostri brevi e rari incontri. Mi aveva invitato in Provenza ma non ci andai, vinse la mia eterna pigrizia, e ora è tardi.

 

Franco Chiarenza
11 marzo 2018

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