Come sono andate le cose, più o meno, lo sappiamo: ne sono pieni giornali, telegiornali, talk show, col solito contorno di dilettanti allo sbaraglio sui social.
Ma come valuta un “liberale qualunque” l’accordo raggiunto?
I termini quantitativi del “recovery fund” costituiscono la parte meno importante dell’intesa (anche se la più enfatizzata dai media), anche perché i fondi saranno disponibili nella migliore delle ipotesi tra molti mesi, ci sono dei passaggi parlamentari a Strasburgo e nelle capitali nazionali non del tutto scontati e, per quanto riguarda l’Italia – che esce comunque dalla lunga maratona come una “sorvegliata speciale”, la trasformazione di generiche buone intenzioni in specifici progetti di spesa destinati alle infrastrutture materiali (porti, strade, ferrovie, e soprattutto potenziamento delle connessioni in rete) e immateriali (riforma della giustizia, rinnovamento della burocrazia, adeguamento delle normative commerciali e amministrative, scuola, università, ricerca) è tutta da verificare.
Anche per questo sarà necessario ricorrere al MES che rende immediatamente disponibili risorse da utilizzare per riformare e potenziare in via prioritaria il delicato settore della sanità che molte carenze ha mostrato in occasione del “coronavirus”.
Tutto ciò premesso: qual’è la valutazione complessiva?

Il “liberale qualunque” ritiene che:

  1. Esce comunque rafforzato il ruolo della Commissione alla quale spetterà gestire i nuovi fondi disponibili nell’ambito di un bilancio comunitario maggiorato; il che non può che essere gradito a chi, come i liberali, considera la Commissione come il governo “in nuce” di una futura unione politica.
  2. Il Consiglio (composto dai Capi di Stato e di governo) mantiene il suo ruolo di vigilante di ultima istanza; viene meno l’unanimità (e quindi il diritto di veto) ma viene introdotto il “freno di emergenza” che ciascun paese può attivare se ritiene che i soldi dati “a fondo perduto” non vengono utilizzati correttamente; una cautela necessaria per superare le diffidenze dei cosiddetti “paesi frugali” (Olanda, Danimarca, Austria, Finlandia, Svezia e paesi baltici). I liberali italiani non dovrebbero scandalizzarsi ma anzi considerare giustificata tanta cautela dopo le pessime prove della politica assistenziale promossa dalla Lega e dai Cinque Stelle quando erano insieme al governo.
  3. L’asse franco-tedesco che, dopo tre giorni di aspre discussioni, sembrava indebolito ha finito invece per imporre il proprio compromesso e riconfermare quindi la propria supremazia. Hanno giocato come il gatto col topo: hanno lasciato che i due schieramenti contrapposti (“frugali” da una parte, “mediterranei” dall’altra), si scannassero a oltranza per poi imporre con una vigorosa zampata la soluzione che tra loro avevano già concordato. I liberali ne prendono atto ma sono delusi: ben altro si aspettavano dall’asse Merkel Macron.
  4. L’Italia ha giocato la partita con determinazione ed è riuscita a portare a casa un buon risultato che, oltretutto, rafforza quelle componenti della maggioranza (una parte dei democratici e Renzi) che sono consapevoli che su questa partita si gioca la credibilità del Paese in Europa e sono pronte quindi a respingere le tentazioni assistenzialiste che puntualmente si presenteranno nei Cinque Stelle.
    Giuseppe Conte, tutto sommato, ne esce bene anche considerando che si è trovato per quattro lunghi giorni nella scomoda posizione di imputato alle prese con un pubblico ministero come Rutte, intransigente anche per ragioni di politica interna, dovendo far fronte all’ondata sovranista che nel suo paese minaccia di travolgere storici equilibri politici di una delle democrazie più antiche e tolleranti d’Europa.
  5. Cos’è dunque che è andato male, almeno da un punto di vista liberale? Presto detto:
    a) la necessità di raggiungere un compromesso sulle somme disponibili “a fondo perduto” (che non sono, come molti pensano, “regalati” ma soltanto prelevati da un fondo comune finanziato anche dall’Italia) ha portato a ridimensionare il coraggioso piano per la transizione a un’economia ambientalmente sostenibile su cui la presidente Von der Leyen aveva impostato le linee programmatiche della nuova Commissione; un fatto questo che comporterà anche qualche difficoltà nel passaggio parlamentare all’assemblea di Strasburgo dove i Verdi e i loro alleati sono determinanti.
    b) il fatto che nessuno abbia avuto il coraggio di “rovesciare il tavolo”, abbandonando il “piccolo cabotaggio” (qualche miliardo in più o in meno) e pretendendo riforme strutturali per l’Unione: a cominciare dalle fiscalità di vantaggio per continuare con gli esuberi commerciali della Germania, per finire con un piano coordinato di interventi in Africa. Come dire: volete che facciamo i “compiti a casa”? D’accordo, ma allora rivediamo il programma e trasformiamo l’Europa in un ambizioso progetto geo-politico. Chi ci sta?
    c) e infine che sia stato sostanzialmente accantonata l’idea che il “recovery fund” sia accessibile soltanto ai paesi che rispettano i diritti umani e civili che caratterizzano le democrazie liberali (con esclusione quindi dei paesi del cosiddetto “gruppo di Visegrad – Ungheria, Polonia, Cechia, Slovacchia). Per la verità i liberali sostengono in proposito un punto di vista più drastico: i diritti non si barattono con gli aiuti economici, chi non si riconosce nei principi della democrazia liberale (che vanno ben oltre l’esistenza di libere elezioni), non possono far parte di un’unione fondata appunto su di essi (trattato di Nizza). E anche questo poteva far parte del “rovesciamento del tavolo”.

Per un primo bilancio può bastare: il secondo lo faremo quando capiremo come il governo Conte in concreto intende spendere questi soldi. “Il liberale qualunque” resta in trepida attesa. Ma, affacciati al balcone ci sono anche non soltanto Rutte ma pure Macron e Merkel, nessuno si illuda che si sono ritirati in cucina.

Franco Chiarenza
23 luglio 2020

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