Smettiamola di chiamarci liberali

Smettiamola di chiamarci liberali”. Comincia con un paradosso questa nuova conversazione con il liberale qualunque Franco Chiarenza. L’animatore di un blog che porta la parola liberale nel titolo spiega che essere liberali è una questione di approccio ai problemi, non di ideologia o di appartenenze. La priorità dei nostri tempi non è quella di sventolare bandiere o di costruire steccati. È piuttosto quella di declinare un certo metodo alla luce dei problemi della contemporaneità – anche attraverso i mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione – senza dare troppa importanza ai nominalismi e alle etichette. Quello che stiamo vivendo è un periodo di grandi cambiamenti, da molti punti di vista. E chi vuole proporre idee liberali dovrebbe essere in grado di interpretare questo mondo in trasformazione. “Siamo in un periodo di transizione. C’è la rete, ma ci sono ancora i sistemi tradizionali di informazione. È, insomma, una realtà in movimento. Mi piacerebbe che quelli che dicono di essere liberali si inserissero in questo movimento e cercassero di proporre degli strumenti nuovi invece di starsene alla finestra a brontolare. La cultura del brontolio non dovrebbe essere la cultura dei liberali.”

Tu sei un liberale storico che però è sempre interessato alle novità, sia sul piano politico che su quello della comunicazione. Si dice spesso: il liberalismo è più un metodo che un’ideologia. Che cosa suggerisce il metodo liberale, per dare una risposta ai problemi di oggi?

Inizierei con un paradosso: smettiamola di chiamarci liberali. Non ne posso più di quelli che dicono di essere liberali e poi però sono tutt’altra cosa. Il liberalismo è una concezione della società che vede al centro l’individuo, con le sue libertà e le sue possibilità di scelta: questa concezione è oggi accettata, almeno in linea di principio, dalla stragrande maggioranza delle persone. Il problema non è inventarsi delle ricette liberali, che poi non esistono. Anzi, il liberalismo è tale perché non ha ricette predefinite da proporre. Come tu dicevi – e come io sostengo da tempo – il liberalismo è un metodo: un metodo con il quale si affrontano i problemi politici. È un metodo caratterizzato dalla massima flessibilità e dalla massima tolleranza nei confronti delle opinioni diverse. È basato sul confronto, ma ha alcuni valori non negoziabili: la salvaguardia dei diritti individuali e dello stato di diritto.

Quali sono oggi le priorità a cui bisogna far fronte?

I nuovi problemi sono l’ecologia, il clima, la sanità, le migrazioni, le disuguaglianze che spingono milioni di persone a muoversi da un continente all’altro; una globalizzazione che rischia, se non è governata, di divorare se stessa. Questi problemi non si possono affrontare con le vecchie etichette ottocentesche: né quella del liberalismo, né quella del socialismo, né tantomeno quella delle tradizioni cristiane. In questi nuovi grandi scenari i paesi liberaldemocratici devono confrontarsi necessariamente anche con quelli che non lo sono. È finito il tempo della colonizzazione culturale, per cui noi occidentali eravamo in grado di imporre i confini entro i quali il dialogo era possibile. Oggi non è più così. Ma questa è una buona ragione per rinsaldare la nostra alleanza, per metterla in grado di dialogare meglio con quelli che ne sono fuori. Il dialogo è la chiave che i liberali devono usare per cercare delle soluzioni condivise.

Che ruolo possono avere gli Stati Uniti all’interno di questi scenari?

La vittoria di Biden ha significato questo: non arrendersi a una deriva nella quale ognuno finisce per chiudersi dentro le proprie mura, convinto che gli altri siano più deboli e abbiano tutto da perdere (questa era invece la filosofia di Trump). Oggi i problemi sono tali che nessun paese da solo può risolverli, e quindi bisogna convincere gli altri. Draghi ha detto delle cose molto belle al G20, proprio in questa chiave: non aspettiamoci che da questi vertici escano soluzioni miracolose; deve piuttosto emergere un metodo, il metodo del confronto. Anche in questa circostanza Draghi ha dato la dimostrazione di essere un leader a livello mondiale, come probabilmente il nostro paese non vedeva da tempo.

La rete ha cambiato il modo di fare politica. Come si può utilizzarla nel modo migliore per rendere il dibattito pubblico più partecipato e approfondito?

Spesso le persone della mia generazione tendono a sottovalutare la rete, o peggio a disprezzarla. Naturalmente è vero che attraverso la rete circola un mare di banalità, fake news, cialtronerie, faziosità, e commettiamo il classico errore di darne la colpa allo strumento come si faceva in passato anche con la televisione. Ma le cialtronerie ci sono sempre state anche se non riuscivano a diffondersi con la facilità oggi consentita dalla rete. Aver aperto la pentola di quella che era la grande massa muta di chi non aveva la possibilità di esprimere – anche rozzamente – i propri sentimenti e il proprio modo di pensare non è un problema. Anzi, è stato un fatto positivo, perché adesso sappiamo di dover fare i conti con questa realtà che in passato non preoccupava perchè era costretta a contenersi nei limiti imposti da tanti strumenti di mediazione e di filtraggio che oggi non ci sono più. Quindi non bisogna criminalizzare la rete. Bisogna invece adottare un atteggiamento propositivo.

In che modo?

È necessario ricostruire tramite internet degli strumenti che servano da affidabili punti di riferimento. Quel rapporto di fiducia che una volta legava i cittadini alla rappresentanza attraverso i partiti, i sindacati, la stampa, la radio, va riformulato all’interno della rete attraverso processi che sono ancora in fase di definizione ma che già si cominciano a intravedere. Il liberalismo non ha nulla da perdere nella ricerca di nuovi luoghi di confronto (anche digitali), dove si discuta delle cose, dei problemi, cercando di individuarli per suggerire delle soluzioni in chiave liberale. Non serve oggi elaborare nuove teorie di aggiornamento del liberalismo, compito peraltro che le università umanistiche svolgono perfettamente, svolgendo in tal modo una funzione preziosa per le èlites intellettuali. Il problema è trasmettere dalle élites ai grandi movimenti di massa sentimenti, emozioni, metodi di confronto, senso di responsabilità che sono indispensabili in una democrazia moderna. Io credo che su questo sia necessario fare una profonda riflessione. L’Italia può essere un buon laboratorio di sperimentazione, da questo punto di vista.

Perché proprio l’Italia?

Perché gli altri paesi europei – e anche non europei – hanno delle strutture politiche funzionanti e meccanismi di trasmissione tra ceti sociali che da noi non esistono più. Per questo, paradossalmente, siamo il luogo ideale – tra le democrazie avanzate – dove è possibile sperimentare modi nuovi di governare, anche utilizzando in maniera positiva le opportunità offerte dalla rete. La rete deve essere interpretata come uno strumento flessibile, aperto e coinvolgente, in grado di allargare le maglie del dibattito pubblico. Oggi, al contrario, i social portano spesso all’atomizzazione, per cui ad esempio il militante di un partito guarda solo contenuti riferibili alla propria parte politica. Sembra di essere tornati ai tempi lontani quando i comunisti leggevano soltanto l’Unità e ogni partito chiudeva i recinti delle rispettive basi elettorali per impedire che il confronto uscisse dai corridoi impenetrabili dove i vertici gestivano i necessari compromessi. Io credo che la potenzialità della rete sia quella del confronto aperto e senza pregiudizi. Se non riesce ad essere questo, si ritorna alle contrapposizioni frontali in cui maturavano gli estremismi fondamentalisti.

C’è spesso l’impressione che i partiti siano oggi semplicemente la proiezione delle ambizioni dei loro leader: tra l’altro, quasi sempre, personalità molto modeste quando non palesemente inadeguate. Non c’è un dibattito interno, non si confrontano orientamenti generali o progetti contrapposti. C’è un declino delle classi dirigenti oppure è un problema connesso con i nuovi metodi di selezione del personale politico?

È cambiato tutto con la seconda repubblica. I partiti della prima repubblica, con tutti i loro difetti, garantivano una certa selezione. Sono stati sostituiti da leadership personali spesso impersonate da dilettanti. Berlusconi per esempio è un dilettante della politica perché è arrivato al governo senza aver fatto nessuna delle esperienze di governo (enti locali, partiti, parlamento) che dovrebbe fare chi vuole dedicarsi agli affari pubblici. Molto spesso anche altrove i leader populisti sono dei dilettanti della politica; valga per tutti l’esempio di Trump. Il populismo infatti si nutre dell’anti-politica, cioè di un sentimento di sfiducia nei confronti dei decisori politici, qualunque sia il loro colore. L’esperienza politica in tale contesto diventa un dis-valore.

Esiste un sistema per rinnovare la forma partito in modo tale da avere una classe dirigente all’altezza delle necessità del paese?

Si parla spesso di modello tedesco. Ma io penso che la situazione in Italia sia molto diversa. I partiti tedeschi – non da oggi – dispongono di valide strutture per formare la loro classe dirigente. Lì sarebbe impossibile un fenomeno dilettantesco come quello dei Cinque Stelle i quali del proprio dilettantismo hanno menato vanto, in contrapposizione alle degenerazioni del professionismo politico da loro definito “casta. E certamente la casta non va bene. Ma una classe dirigente ben formata è indispensabile per il buon funzionamento di una democrazia. Dove, come in Germania o in Inghilterra, ci sono partiti solidi, con una classe dirigente formata in maniera adeguata, c’è anche la legittimazione reciproca tra idee diverse, che noi ignoriamo. In questi ultimi vertici internazionali, la Merkel è andata assieme a quello che probabilmente sarà il prossimo cancelliere, che non è neanche del suo partito: è un segno di continuità istituzionale. Te la immagini una cosa simile da noi?
Non è un caso che nei momenti di crisi, quando si tratta di mettere i piedi in terra e risolvere problemi concreti, la maggioranza silenziosa del nostro Paese si rivolga a figure affidabili e prestigiose, talvolta travestite da tecnici, in grado di aggirare le fragilità strutturali dei partiti: l’ha fatto con Ciampi, poi con Monti, oggi con Draghi. Governatori di banche centrali o rettori di università che diventano capi del governo per investitura sovrana (anche quando il sovrano è la pubblica opinione) e vengano acclamati da parti politiche fino al giorno prima ferocemente contrapposte non ne conosco né in Francia, né in Germania, né in Gran Bretagna. Ma l’Italia è la patria della commedia dell’arte dove le parti si scambiano e gli spettatori non se ne scandalizzano.

 

Intervista a cura di Saro Freni

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