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E’ la domanda che molti mi fanno. Come se io possedessi capacità divinatorie in una materia così complicata come la politica italiana (complicata perchè sono complicati gli italiani!).
Posso soltanto fare qualche riflessione che lascia il tempo che trova.

  1. Non credo che l’esito del referendum sul numero dei parlamentari abbia grande importanza. Se vince il sì (come è molto probabile) i Cinque Stelle si sbracceranno per attribuirsene il merito ma il fatto che persino il PD (dopo un po’ di giravolte) si sia orientato per il sì e la sostanziale convergenza delle destre attutiranno la percezione trionfalistica di Grillo e Di Maio. Se vince il no l’immagine dei Cinque Stelle ne resterà incrinata ma le conseguenze per il governo saranno minime. Il problema viene dopo. Per rendere realmente funzionale il nuovo assetto parlamentare occorre non soltanto una appropriata legge elettorale ma anche mettere all’ordine del giorno il superamento del bicameralismo integrale.
  2. Neanche i risultati delle elezioni regionali saranno determinanti per la tenuta della maggioranza a meno che il PD non subisca una sconfitta in Toscana, sua roccaforte storica. Per le altre Regioni in cui si vota ho pochi dubbi sulla vittoria della destra in Puglia (oltre alla conferma in Veneto e Liguria), e di De Luca (sinistra) in Campania. Un’eventuale sconfitta del PD nelle Marche non sarebbe sufficiente a mettere in crisi la maggioranza di governo.
  3. Il vero nodo politico che dovrà essere sciolto in ottobre è la resa dei conti all’interno del movimento Cinque Stelle. Si tratta di misurare (anche nei gruppi parlamentari) i rapporti di forza tra l’ala moderata favorevole a mantenere l’alleanza col PD (che fa capo a Di Maio e può contare sull’appoggio di Grillo) e la parte “movimentista” di cui potrebbe assumere la guida Di Battista (con la benedizione del clan Casaleggio). Ne uscirà probabilmente un compromesso ma bisognerà vedere quali saranno le conseguenze su una base militante che mostra segni crescenti di disagio.
  4. Il problema più importante che dovrà essere risolto entro ottobre non è politico ma piuttosto economico e sociale, quando il governo dovrà presentare alla Commissione dell’Unione Europea il programma di investimenti strutturali per i quali si apre la possibilità di accedere ai finanziamenti del recovery fund faticosamente strappati da Conte al vertice europeo dello scorso luglio. La gravissima situazione economica e sociale che si prospetta, anche per il permanere delle misure restrittive dello stato di emergenza connesse alla pandemia, produrrà pressioni fortissime per l’allargamento di misure assistenziali incompatibili con gli impegni assunti a Bruxelles ma che naturalmente la destra di Salvini e Meloni cavalcheranno senza remore. Senza una maggioranza solida in grado di ridimensionare le preoccupazioni elettorali dei Cinque Stelle sarà impossibile andare avanti e in tal caso lo scenario si complicherebbe. La soluzione più logica sarebbe lo scioglimento anticipato delle Camere e il conseguente ricorso alle urne (come vorrebbero le destre, convinte, in base ai sondaggi, di potersi avvicinare alla maggioranza assoluta). Ma Mattarella potrebbe giocare una carta di riserva prima che il semestre bianco metta fuori gioco il Quirinale: la conosciamo tutti: ha un nome e un cognome Mario Draghi. Ma con quale maggioranza?

 

Franco Chiarenza
13 settembre 2020

Per tre persone su quattro che incontrate per strada se domandate cosa gli ricorda il 20 settembre vi risponderà, forse, che si vota per la riduzione dei deputati e per il rinnovo di alcuni consigli regionali. Pochi ricordano che è il 150° anniversario di Porta Pia, della fine del potere temporale della Chiesa, di Roma capitale dell’Italia unificata, avvenimenti che hanno cambiato la storia d’Italia, della religione cattolica, e quindi, in una certa misura, del mondo.
Certo, ci saranno le solite cerimonie commemorative alimentate soprattutto dai radicali e dalla Massoneria, la sindaca si farà viva in qualche modo di malavoglia, forse il presidente della Repubblica, governo e parlamento, dedicheranno all’avvenimento parole di circostanza, ma mai come in questa occasione mi rendo conto di quanto ci siamo allontanati dai valori risorgimentali che sono anche, nel bene e nel male, il fondamento della società civile in cui operiamo quotidianamente. Persino a Roma, che non sarebbe quella che è senza il 20 settembre 1870, il disinteresse è palpabile.
Molto diverso fu il centenario nel 1970: grande folla a porta Pia, seduta celebrativa congiunta di Camera e Senato, ricevimento al Quirinale, rievocazioni storiche, convegni di studio conditi da inevitabili (e salutari) tentativi di rilettura degli eventi in chiave revisionista. Nulla nemmeno di paragonabile a quanto si è fatto a Torino nel 2011 per i 150 anni della proclamazione del regno d’Italia.

Le ragioni di questa indifferenza (che è peggio della contestazione) sono molte e risalgono certamente al modo stesso in cui l’unità d’Italia si completò con l’occupazione di Roma. Ma i motivi più recenti e forse più pregnanti sono altri:

  1. il Paese non percepisce più la Capitale come punto di riferimento culturale e politico; anche perchè la moltiplicazione dei centri decisionali (le Regioni all’interno e le istituzioni dell’Unione Europea all’esterno) ne ha ridotto l’importanza.
  2. Roma è diventata sinonimo di cattivo funzionamento della pubblica amministrazione, identificato sommariamente con la burocrazia statale, considerata un apparato lento, costoso e inefficiente.
  3. La Capitale è assurta alla ribalta di tutti i media mondiali per vicende giudiziarie inquietanti e anche per il pessimo stato di manutenzione della città: rifiuti, condizioni delle strade, trasporti, ecc..
  4. Roma è considerata una città parassitaria che vive a spese del resto del Paese senza assicurare in modo efficiente i servizi corrispondenti. Al “palazzo” si addebita ogni sorta di nefandezza: intrighi, corruzione, privilegi della classe politica, anche oltre la verità dei fatti, come facile scarico di responsabilità che sono in realtà dell’intero Paese.
  5. Roma è sentita oggi più come sede della Chiesa e proscenio mondiale della sua predicazione apostolica che non la capitale di uno stato laico nella sua dimensione secolare, laica, aperta a tutte le culture.

Ognuno di questi punti richiederebbe un’analisi specifica e ad essi probabilmente altri se ne potrebbero aggiungere. Ma consentite a me, romano come tanti altri di adozione, di esprimere amarezza e sconforto per un anniversario che avrei voluto diverso.

 

Franco Chiarenza
11 settembre 2020

Consenta a un “liberale qualunque” di esprimere nell’ambito di una dialettica rispettosa che tiene conto delle difficoltà in cui si trova il Capo dello Stato in un momento così complicato qualche riserva su alcuni suoi recenti comportamenti.
Lei non è un liberale; non lo è per radici politiche e culturali, se non per quella parte che il cattolicesimo democratico ha ereditato dalla concezione laica dello Stato che ha avuto in Sturzo prima e in De Gasperi poi i propri massimi esponenti. Ma i liberali hanno apprezzato il modo equilibrato con cui ha esercitato il suo mandato e il rispetto che ha sempre dimostrato per i principi fondanti della democrazia liberale. Proprio per questo mi permetto di contestare due momenti in cui la sua voce non si è levata come i liberali si sarebbero attesi.
La prima riguarda l’emergenza Covid: la proroga di uno stato di emergenza, qualunque siano le motivazioni (a mio avviso molto fragili) non può essere autorizzata da una maggioranza parlamentare senza che il Capo dello Stato non rilevi autorevolmente la necessità di regolare diversamente il problema dell’esercizio di poteri che comprendono la soppressione di diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione, anche eventualmente integrando la Carta nei punti mancanti. Al contrario Lei ha affermato il principio che la tutela della libertà non comprende quella di fare ammalare (e quindi di danneggiare) gli altri, stabilendo un principio che potrebbe prestarsi in futuro a interpretazioni molto pericolose. Perchè se è vero che la libertà di ciascuno di noi trova un limite invalicabile nelle libertà altrui, è altrettanto vero che spetta allo Stato attraverso norme di carattere costituzionale stabilire dove si colloca tale confine. Soltanto attraverso la definizione dello “stato di emergenza” e la creazione di adeguati strumenti di controllo della sua gestione che non derivino da una semplice maggioranza parlamentare è possibile stabilire tempi, modi e caratteristiche di provvedimenti lesivi delle libertà individuali compatibili con uno stato di diritto. Tutte cose che lei ben conosce, per cui debbo ritenere che non avere colto l’occasione per ricordare al Parlamento e al Paese ragioni e limiti di una situazione emergenziale che lo sta strangolando, sia stata una scelta politica che rientra nella sua autonomia ma nei cui confronti non posso nascondere una delusione tanto più profonda quanto più elevata è la mia stima per la sua persona.
La seconda questione riguarda lo scandalo, ormai ricorrente, dell’intreccio che si è venuto a creare tra le forze politiche e l’attività della magistratura inquirente. Problema antico che lei ben conosce per essere stato dibattuto anche quando Lei faceva parte della Corte costituzionale, ma che ha assunto dopo lo scandalo Palamara e (perchè no) anche dopo le inquietanti rivelazioni sulle pressioni politiche che avrebbero accompagnato la sentenza definitiva di condanna di Silvio Berlusconi in Cassazione nel 2013, un rilievo che poteva giustificare da parte del Capo dello Stato, che è anche presidente del CSM, un intervento più significativo di quanto non sia stato nelle prudenti dichiarazioni che ho potuto leggere.
L’imparzialità dei giudici penali (imparzialità, non neutralità perchè, come mi ricordava Valerio Zanone quando ne discutevamo, la neutralità potrebbe intendersi nei confronti dei valori fondamentali della Repubblica), è vitale per la credibilità e il prestigio dell’ordine giudiziario, pilastri ineludibili della certezza del diritto. Non si può aspettare che la magistratura si riformi da sola; la sua autonomia non va confusa con un’autoreferenzialità corporativa.
Non sta a me, naturalmente, suggerire al presidente della Repubblica cosa fare, ma da cittadino e da liberale mi sarei aspettato un segnale forte, un messaggio al Parlamento per richiamarlo alle sue responsabilità, la dimostrazione di una preoccupazione che vada oltre la formulazione di qualche espressione di circostanza.

Cordiali saluti,  Franco Chiarenza.

17 agosto 2020

Come era prevedibile la proroga dello stato di emergenza , annunciata in sordina dal governo nella speranza che passasse inosservata nell’orgia trionfalistica della “vittoria” di Bruxelles, è stata colta al volo dalle opposizioni in cerca di un nuovo cavallo di battaglia su cui smarcarsi dall’indubbio vantaggio (almeno mediatico) che Conte ha ricavato dall’esito del Consiglio Europeo.
L’enfasi di Salvini e la sua esibizione nel convegno organizzato al Senato fanno però un po’ ridere. E’ piuttosto difficile per un liberale qualunque scorgere in lui e nel suo partito un difensore dello stato di diritto, e lui stesso, che non è un cittadino qualsiasi ma il capo dell’opposizione, presentandosi senza mascherina e incitando implicitamente alla disobbedienza civile, mostra di ignorare che la prima regola dello stato di diritto è che le leggi si possono contestare ma finché ci sono vanno rispettate.

Covid e libertà individuali

Tuttavia il problema esiste e i primi a sollevarlo non sono stati Salvini e Meloni ma giuristi, commentatori, economisti e politici assai distanti dalle posizioni politiche della destra. Cerchiamo quindi di capire i reali termini della questione che, con la consueta lucidità, Sabino Cassese, ex presidente della Corte costituzionale, ha sintetizzato in una battuta: lo stato di emergenza è legittimo se è in atto un’emergenza, non è legittimo se viene deciso in base a previsioni di pericoli futuri perché l’indeterminatezza di tali previsioni lo rende incompatibile con lo stato di diritto.
Quindi la prima domanda da porci è: il virus circola ancora, e quanto è pericoloso? La risposta più ragionevole è che sì, circola ancora e probabilmente dovremo conviverci a lungo; ma, almeno in Europa, esso è sempre meno “virulento”, i suoi tassi di mortalità sono drasticamente diminuiti, i reparti di terapia intensiva sono deserti, e gli esperti clinici (non i virologi) sono unanimi nell’affermare che, per come si presenta oggi, il coronavirus è facilmente controllabile e non suscita particolare allarme. Perché allora il governo e i virologi che lo assediano continuano a diffondere messaggi allarmistici? Probabilmente per un eccesso di prudenza; si teme in sostanza che il virus possa riaffacciarsi in forme violente o perché importato da paesi in cui la fase acuta è tutt’altro che conclusa, o anche per effetto di un allentamento del lockdown. Si giustifica quindi la sospensione delle libertà civili non per la realtà del momento ma per un pericolo futuro (non dimostrato e non dimostrabile). Ma Cassese ci ha spiegato che l’emergenza per un pericolo futuro è non soltanto illegittima ma anche pericolosa per le applicazioni che potrebbe avere nei più diversi contesti; l’”emergenza “prudenziale” inventata da Conte e Speranza non è costituzionalmente corretta, anche perché di rinvio in rinvio a colpi di maggioranza può durare all’infinito.

La seconda domanda è: quanto è vero che le drastiche misure adottate in Italia sono state determinanti per il miglioramento della situazione? La domanda è importante perché se la risposta è sì l’allungamento delle misure emergenziali si giustifica maggiormente. Tuttavia il liberale qualunque che legge dati e cifre e non si fida degli ingannevoli titoli dei giornali, può facilmente constatare che la risposta è no per diverse ragioni che non sto qui a ripetere (per averle già esposte). Sta di fatto che persino il numero di morti di coronavirus degli Stati Uniti (150.000) se rapportati alla popolazione non è superiore al nostro e che il numero dei contagiati, sempre evidenziato dai fautori del lockdown, non è significativo perché dipende dalla quantità di tamponi effettuati e dalla gravità dei sintomi (molti infatti vengono rimandati a casa, sia pure in quarantena).

Se questa è la situazione si può quindi tranquillamente affermare: a) che la chiusura totale del territorio attuata in Italia per tre mesi non era necessaria e poteva essere sostituita da misure più mirate sia dal punto di vista territoriale, individuando le “zone rosse” e attenuando i vincoli nel Mezzogiorno dove, per ragioni che i virologi ancora non hanno saputo spiegare, il virus si è presentato in forme meno gravi, (e non certo per il lockdown!) e accentuando i controlli sull’unico dato certo costituito dal fatto che oltre l’80% dei casi letali ha riguardato anziani ultresettantenni, spesso già colpiti da patologie pregresse. b) che le conseguenze economiche (forse un milione di posti di lavoro perduti) hanno colpito prevalentemente la parte più attiva e produttiva della popolazione (industria, commercio, agricoltura, servizi) lasciando indenni il pubblico impiego e quanti vivono di assistenza pubblica (nelle sue diverse forme: pensioni, sussidi, redditi di cittadinanza, ecc.). c) che il danno è particolarmente rilevante in Italia (anche rispetto agli altri paesi europei) perché il Paese stava già attraversando una fase di recessione prima della pandemia e resta sempre aggravato dal maggior debito pubblico dell’Occidente.
Tutto ciò considerato il prolungamento dello stato di emergenza fino al 15 ottobre (col fondato sospetto che lo si voglia ulteriormente prolungare) non ha senso, aggrava la situazione economica, ostacola un’utilizzazione razionale e convincente degli aiuti europei che, come è stato ripetuto fino alla nausea, non devono servire a finanziare ulteriori misure assistenziali ma a rimuovere gli ostacoli che deprimono la produttività, gli investimenti e le capacità imprenditoriali.

Quanto sono a rischio le nostre libertà?

E’ l’ultima domanda, la più importante.
Il rischio principale è di abituare la gente a farne a meno. Ogni volta che la libertà viene soppressa o limitata è sempre per qualche “buona ragione”: per salvare il popolo dall’ignoranza, come sosteneva il Grande Inquisitore nel famoso dialogo con Gesù reincarnato, raccontato mirabilmente da Dostoevskij, per ovviare alla non consapevolezza del popolo sui suoi reali interessi, come sosteneva Rousseaux (vero Casaleggio?), per “proteggere” il popolo dalle tentazioni mondane (come ha fatto per secoli la Chiesa), per ragioni di equità sociale e realizzare l’uguaglianza, come sosteneva Lenin. Oggi il pericolo proviene da un’estremizzazione dell’ambientalismo, da un salutismo fanatico, dalle forme più estreme di ecologismo, che propongono nuove giustificazioni per imporre dall’alto, con metodi autoritari, limitazioni alle libertà personali.
Qualcuno può obiettare che in Europa siamo lontani da rischi di questo genere e certamente avrebbe ragione. L’Europa democratica si riconosce nei progetti di transizione verde e digitale di Ursula Van der Leyen che nulla hanno a che fare con i fondamentalismi potenzialmente illiberali di certo ambientalismo, ma il pericolo è che una volta introdotto nelle teste dei cittadini il principio che la loro libertà è un accessorio al quale si può facilmente rinunciare per conseguire finalità superiori, il virus che vi si installa è assai più pericoloso del Covid, e può emergere nelle occasioni più disparate soprattutto se non definiamo con adeguate norme anche costituzionali che cosa si intende per stato di emergenza, chi può proclamarlo, quali sono gli strumenti di garanzia che devono accompagnarlo. Cose di cui non vedo traccia nel dibattito di questi giorni.
Il virus delle scorciatoie illiberali è infido, circola per contagio, spesso è asintomatico e non esistono vaccini che possano contrastarlo perché si fonda sulla paura, cioè su uno stato d’animo irrazionale che può essere utilizzato per costringere la gente a chiudersi nelle loro “case” cioè nelle loro certezze, vere o presunte: il coronavirus, la paura degli immigrati, il rifiuto di confrontarsi con chi è diverso da noi, con chi professa religioni apparentemente incomprensibili, quella paura che nei secoli passati ha prodotto persecuzioni, guerre, stermini. Soltanto la cultura liberale, fondata sulla tolleranza, sulla conoscenza delle realtà che ci circondano, ha assicurato al genere umano lunghi periodi di pace e di prosperità, almeno quando è stata rispettata (perché non sempre chi si dice liberale si comporta come tale)

Ma da chi dunque il “liberale qualunque” deve guardarsi, visto che non siamo né in Ungheria, né in Polonia, né tantomeno in Russia o in Turchia?
Domanda insidiosa che costringe i liberali a guardare oltre le apparenze per scorgere i sintomi di un virus non facilmente riconoscibile. Il “tampone” da utilizzare è uno solo: quello che mette in evidenza il fanatismo in ogni sua forma. Quando sentite qualcuno che dice “che dopo l’emergenza nulla sarà come prima”, che bisogna passare da un’economia di mercato a uno “sviluppo sostenibile” (chi decide quando lo è?), quando si invitano i ristoratori a cambiare mestiere, quando si immaginano città senza automobili e metropolitane, percorse soltanto da felici famiglie in monopattino o (al massimo) in bicicletta, quando si sostiene che lo smartworking (talvolta inteso come lavoro a domicilio in cui ciascuno fa quel che gli pare) sostituirà completamente le attuali modalità di impiego (chissà chi lavorerà la terra, pulirà le strade, farà funzionare le fabbriche, guiderà i treni?), rizzate le orecchie: dietro certe banalità accattivanti e ingannevoli si nasconde il virus di chi propone una “società diversa”. A quel punto emerge il virus anti-liberale; lo si vede affiorare per esempio nella casareccia “decrescita infelice” che Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno copiato da Serge Latouche, nei residui del fascismo “sociale” ancora presenti nel partito di Giorgia Meloni, ma anche in alcuni settori della sinistra democratica, a cominciare dalla LEU in cui non a caso milita il ministro Speranza, fautore di una chiusura prolungata delle attività economiche.
E’ il momento di vigilare, respingere il terrorismo mediatico, ragionare con la testa, leggere i dati senza mediazioni distorcenti. Questo è il consiglio che può dare il “Liberale Qualunque”, cioè un signor Nessuno che vorrebbe restituiti al più presto i propri diritti di cittadino (che non sono soltanto quelli elettorali).

 

Franco Chiarenza
30 luglio 2020

Come sono andate le cose, più o meno, lo sappiamo: ne sono pieni giornali, telegiornali, talk show, col solito contorno di dilettanti allo sbaraglio sui social.
Ma come valuta un “liberale qualunque” l’accordo raggiunto?
I termini quantitativi del “recovery fund” costituiscono la parte meno importante dell’intesa (anche se la più enfatizzata dai media), anche perché i fondi saranno disponibili nella migliore delle ipotesi tra molti mesi, ci sono dei passaggi parlamentari a Strasburgo e nelle capitali nazionali non del tutto scontati e, per quanto riguarda l’Italia – che esce comunque dalla lunga maratona come una “sorvegliata speciale”, la trasformazione di generiche buone intenzioni in specifici progetti di spesa destinati alle infrastrutture materiali (porti, strade, ferrovie, e soprattutto potenziamento delle connessioni in rete) e immateriali (riforma della giustizia, rinnovamento della burocrazia, adeguamento delle normative commerciali e amministrative, scuola, università, ricerca) è tutta da verificare.
Anche per questo sarà necessario ricorrere al MES che rende immediatamente disponibili risorse da utilizzare per riformare e potenziare in via prioritaria il delicato settore della sanità che molte carenze ha mostrato in occasione del “coronavirus”.
Tutto ciò premesso: qual’è la valutazione complessiva?

Il “liberale qualunque” ritiene che:

  1. Esce comunque rafforzato il ruolo della Commissione alla quale spetterà gestire i nuovi fondi disponibili nell’ambito di un bilancio comunitario maggiorato; il che non può che essere gradito a chi, come i liberali, considera la Commissione come il governo “in nuce” di una futura unione politica.
  2. Il Consiglio (composto dai Capi di Stato e di governo) mantiene il suo ruolo di vigilante di ultima istanza; viene meno l’unanimità (e quindi il diritto di veto) ma viene introdotto il “freno di emergenza” che ciascun paese può attivare se ritiene che i soldi dati “a fondo perduto” non vengono utilizzati correttamente; una cautela necessaria per superare le diffidenze dei cosiddetti “paesi frugali” (Olanda, Danimarca, Austria, Finlandia, Svezia e paesi baltici). I liberali italiani non dovrebbero scandalizzarsi ma anzi considerare giustificata tanta cautela dopo le pessime prove della politica assistenziale promossa dalla Lega e dai Cinque Stelle quando erano insieme al governo.
  3. L’asse franco-tedesco che, dopo tre giorni di aspre discussioni, sembrava indebolito ha finito invece per imporre il proprio compromesso e riconfermare quindi la propria supremazia. Hanno giocato come il gatto col topo: hanno lasciato che i due schieramenti contrapposti (“frugali” da una parte, “mediterranei” dall’altra), si scannassero a oltranza per poi imporre con una vigorosa zampata la soluzione che tra loro avevano già concordato. I liberali ne prendono atto ma sono delusi: ben altro si aspettavano dall’asse Merkel Macron.
  4. L’Italia ha giocato la partita con determinazione ed è riuscita a portare a casa un buon risultato che, oltretutto, rafforza quelle componenti della maggioranza (una parte dei democratici e Renzi) che sono consapevoli che su questa partita si gioca la credibilità del Paese in Europa e sono pronte quindi a respingere le tentazioni assistenzialiste che puntualmente si presenteranno nei Cinque Stelle.
    Giuseppe Conte, tutto sommato, ne esce bene anche considerando che si è trovato per quattro lunghi giorni nella scomoda posizione di imputato alle prese con un pubblico ministero come Rutte, intransigente anche per ragioni di politica interna, dovendo far fronte all’ondata sovranista che nel suo paese minaccia di travolgere storici equilibri politici di una delle democrazie più antiche e tolleranti d’Europa.
  5. Cos’è dunque che è andato male, almeno da un punto di vista liberale? Presto detto:
    a) la necessità di raggiungere un compromesso sulle somme disponibili “a fondo perduto” (che non sono, come molti pensano, “regalati” ma soltanto prelevati da un fondo comune finanziato anche dall’Italia) ha portato a ridimensionare il coraggioso piano per la transizione a un’economia ambientalmente sostenibile su cui la presidente Von der Leyen aveva impostato le linee programmatiche della nuova Commissione; un fatto questo che comporterà anche qualche difficoltà nel passaggio parlamentare all’assemblea di Strasburgo dove i Verdi e i loro alleati sono determinanti.
    b) il fatto che nessuno abbia avuto il coraggio di “rovesciare il tavolo”, abbandonando il “piccolo cabotaggio” (qualche miliardo in più o in meno) e pretendendo riforme strutturali per l’Unione: a cominciare dalle fiscalità di vantaggio per continuare con gli esuberi commerciali della Germania, per finire con un piano coordinato di interventi in Africa. Come dire: volete che facciamo i “compiti a casa”? D’accordo, ma allora rivediamo il programma e trasformiamo l’Europa in un ambizioso progetto geo-politico. Chi ci sta?
    c) e infine che sia stato sostanzialmente accantonata l’idea che il “recovery fund” sia accessibile soltanto ai paesi che rispettano i diritti umani e civili che caratterizzano le democrazie liberali (con esclusione quindi dei paesi del cosiddetto “gruppo di Visegrad – Ungheria, Polonia, Cechia, Slovacchia). Per la verità i liberali sostengono in proposito un punto di vista più drastico: i diritti non si barattono con gli aiuti economici, chi non si riconosce nei principi della democrazia liberale (che vanno ben oltre l’esistenza di libere elezioni), non possono far parte di un’unione fondata appunto su di essi (trattato di Nizza). E anche questo poteva far parte del “rovesciamento del tavolo”.

Per un primo bilancio può bastare: il secondo lo faremo quando capiremo come il governo Conte in concreto intende spendere questi soldi. “Il liberale qualunque” resta in trepida attesa. Ma, affacciati al balcone ci sono anche non soltanto Rutte ma pure Macron e Merkel, nessuno si illuda che si sono ritirati in cucina.

Franco Chiarenza
23 luglio 2020

Scoprire l’acqua calda” significa secondo il dizionario De Mauro “credere o presentare come nuova e originale una cosa già nota o ovvia”. Il liberale qualunque è allibito: gli italiani hanno scoperto che la magistratura viene influenzata dalle convinzioni politiche nella sua azione giudiziaria e che quindi non è, come dovrebbe essere, imparziale e neutrale rispetto ai diversi soggetti politici che si contendono l’esercizio del potere. Ci sono magistrati (molti, pochi?) i quali quando avvistano quello che a proprio insindacabile giudizio può configurarsi come un “pericolo per la democrazia” affondano il piede sull’acceleratore e travolgono i presunti “colpevoli” senza pietà, talvolta eludendo anche le garanzie costituzionali che dovrebbero sempre accompagnarsi all’esercizio della funzione giurisdizionale. E’ avvenuto con “mani pulite”, si scopre oggi che è accaduto anche con Berlusconi.

Il liberale qualunque crede nello stato di diritto e proprio per questo non può simpatizzare con un populista autoreferenziale come Silvio Berlusconi, ma non può nemmeno accettare che la magistratura, priva com’è di legittimazione popolare, si sovrapponga al parlamento dettando, di fatto, le regole del gioco secondo una concezione “polically correct” da essa stessa stabilita. Da tempo infatti quanti ancora si identificano con una cultura liberale denunciano la deriva “politica” della magistratura che, non a caso, si organizza in correnti ideologicamente motivate le quali condizionano le carriere (designazioni, promozioni, distacchi) assicurandosi che nei principali distretti giudiziari vadano procuratori “allineati”, come è stato clamorosamente confermato dallo scandalo Palamara. Naturalmente tutto ciò nulla ha in comune con lo stato di diritto, cardine inalterabile di ogni democrazia liberale. Ma che le cose stiano così si sa da decenni e fa impressione vedere (come nella favola del “re nudo” che improvvisamente tanti scoprano che la magistratura integerrima era un manto di ermellino sotto il quale si nascondevano pulsioni, intenzioni e distorsioni che tutti fingevano di non vedere. Finché, per puro caso, il manto è scivolato via e il “popolo bambino” ha esclamato stupito: “ma è nudo!!!”.

Per risolvere il problema non bastano soluzioni parziali affidate alla corporazione stessa che dovrebbe metterle in atto. Bisogna procedere radicalmente avviando le riforme che da sempre proponiamo: separazione tra magistratura inquirente e giudicante, azione di contrasto alle contaminazioni tra politica e funzioni giudiziarie, e, per rendere più difficile la “dittatura” delle correnti, ricorrere anche, almeno parzialmente, al sorteggio di un certo numero di componenti del CSM. Ma il liberale qualunque non vede all’orizzonte nessuno in grado di farlo e nemmeno di proporlo. Continuammo così, fino al prossimo scandalo.

Franco Chiarenza
17 luglio 2020

Chiamiamolo così: coronavirus. E’ meno freddo di Covid 19, ci accompagna sin dall’inizio della pandemia, gli siamo quasi affezionati. Come si sono comportati gli italiani al suo cospetto? Dividendosi ma dicendosi uniti in un comune sentire, come sempre; con tanta retorica e poca seria informazione, come sempre.

I catastrofisti
Pensano che si tratti di un castigo di Dio, un’occasione di redenzione, un ritorno ai buoni costumi di un tempo. Non evocano santi e madonne perché non sono più di moda ma in cuor loro vorrebbero che l’epidemia durasse a lungo, quanto basta perché tutti si pentano del loro passato, e perciò sono fervidi assertori del lockdown che avrebbero voluto ancora più rigido. Sono convinti che in autunno il virus si ripresenterà ancora più cattivo (e resterebbero delusi se così non fosse). Attendono ansiosamente il momento in cui potranno dire “ve lo avevamo detto!!!” Sono per la maggior parte pensionati o dipendenti della pubblica amministrazione che comunque non hanno subito danni economici. Accusano Giuseppe Conte di essere troppo sensibile agli interessi economici.

Gli irriducibili
Somigliano ai catastrofisti ma se ne differenziano per le motivazioni. Ritengono di avere il “senso dello Stato”, eseguono scrupolosamente le regole complicate e contraddittorie emanate dalla presidenza del consiglio, dai presidenti delle Regioni, dai sindaci, dai carabinieri sotto casa. Quando escono (soltanto dove, quando e come consentito) si portano appresso un metro per rispettare il “distanziamento”. Aggrottano severamente le ciglia se incontrano qualcuno senza mascherina. Si fidano di Giuseppe Conte.

Gli impauriti
Sono rimasti terrorizzati dai messaggi lugubri trasmessi dagli “esperti” e dalle immagini dei camion pieni di bare che uscivano da Bergamo. Si sono chiusi in casa in preda allo spavento ma non riescono a comprendere come vanno letti i dati che giornalmente la Protezione Civile trasmette. Quando hanno capito che il virus stava perdendo forza, che i morti diminuivano e che magari nella loro regione il virus non aveva fatto grandi danni hanno cominciato a uscire fingendo che non fosse successo nulla. Si tratta spesso di giovani che non lavorano. Del presidente Conte non pensano nulla ma sono contenti quando dice che la pandemia è stata sconfitta per merito loro perchè hanno appeso le bandiere ai balconi.

Gli scettici
Pensano che la pandemia sia una realtà (e come negarlo?) ma che non ci sia nulla da fare e che alla fine si porta via un po’ di vecchietti anticipando di qualche mese la loro inevitabile sortita da questo mondo. Buon per l’INPS che risparmia un po’ di pensioni. Il lockdown? Non serve a niente e fa più danni che altro, soprattutto all’economia del Paese. Sono convinti che i virologhi non ne capiscano nulla e si limitino a vietare tutto tanto per non sbagliare. Sono quasi tutti lavoratori autonomi che subiscono perdite consistenti da questo stato di cose. Considerano il presidente Conte un birillo sballottato tra finti esperti e i timori elettorali dei partiti.

Gli indignati
Ritengono che l’emergenza Coronavirus sia servita a “testare” il grado di reattività della popolazione se si creano le condizioni per mandare al macero le garanzie costituzionali. Considerano perciò incostituzionali i decreti del presidente del consiglio e inaccettabili le privazioni obbligatorie a cui sono stati tenuti. Vorrebbero sostituire i vincoli dei decreti con esortazioni volontarie (tipo regina Elisabetta in Gran Bretagna). Sono in prevalenza persone di cultura superiore alla media e appartengono all’esigua minoranza che legge i giornali. Il presidente Conte non vogliono nemmeno sentirlo nominare.

Gli indifferenti
Sono fatalisti: quel che deve accadere succeda, non ci si può far nulla. Si rompono le scatole a restare a casa ma lo fanno se no la moglie, la sorella, la nonna, ecc. si incazzano. Restano tutta la giornata incollati ai video-giochi. Molti di loro appartengono all’ampia categoria di parassiti per i quali il maggior danno dell’epidemia consiste nel non potere prendere il caffè al bar. Ascoltano distrattamente le notizie catastrofiche che gli vengono ammannite e concludono sempre i loro rari interventi con la frase di Eduardo “ha da finì a’ nuttata”. Non sanno che Giuseppe Conte è il presidente del consiglio (o quanto meno lo hanno appreso solo in questa occasione).

I ragionevoli
Leggono con attenzione i dati, non danno per oro colato le variabili considerazioni che provengono dalle conferenze stampa della Protezione Civile, fanno i confronti con gli altri paesi, ritengono il lockdown necessario come misura precauzionale (anche se applicato talvolta con modalità irragionevoli, contraddittorie e talvolta grottesche), escludono che la scomparsa del virus sia merito del “senso civile” dei compatrioti, sorridono benevolmente alle bandiere esposte ai balconi a testimonianza del “martirio”. Sono talmente pochi da essere statisticamente irrilevanti. Sanno perfettamente chi è il presidente Conte e per questo ne diffidano.

Franco Chiarenza
30 giugno 2020

FCA (controllata dalla famiglia Agnelli) e Autostrade per l’Italia (controllata dalla famiglia Benetton) hanno chiesto di usufruire della garanzia statale prevista dalla recente legge di rilancio dopovirus per accedere a finanziamenti bancari straordinari (7 miliardi per FCA, 1 e mezzo per Autostrade). Si sono levate proteste sdegnate contro chi paga le tasse all’estero e vuole soldi dallo Stato italiano (sarebbe il caso di FCA) e chi specula su concessioni capestro di cui hanno fatto le spese le vittime del crollo del viadotto di Genova. In entrambi i casi emergono una preoccupante superficialità demagogica (e probabilmente una sostanziale ignoranza della realtà) e un atteggiamento moralistico incompatibile con chi pensa che l’economia di mercato abbia una funzione sociale quando ottimizza i fattori di produzione e rispetta le regole fissate dallo Stato per garantire la concorrenza.

FCA
L’ex Fiat non ha semplicemente cambiato nome. E’ diventata, per merito di quel grande dirigente d’azienda che fu Sergio Marchionne, una multinazionale che incorpora l’americana Chrysler (con i suoi marchi tra cui la famosa Jeep) e i marchi italiani Ferrari, Maserati, Lancia, Alfa Romeo. Ha 100 stabilimenti in tutto il mondo (Brasile, Stati Uniti, Polonia, Turchia, Serbia) di cui 9 in Italia (basti ricordare Pomigliano, Cassino, Melfi). E’ controllata dal gruppo Exor quotato in borsa (come d’altronde la stessa FCA) che fa capo alla famiglia Agnelli. E’ quotata in borsa: ai risparmiatori e agli investitori (compresi i fondi sovrani e i fondi pensione) che ne consentono la necessaria capitalizzazione deve garantire un’adeguata remunerazione. E’ in procinto di realizzare una fusione col gruppo francese PSA (Peugeot Citroen) per raggiungere le dimensioni necessarie per affrontare la grande sfida mondiale che comporterà la riconversione del parco automobilistico mondiale verso la trazione elettrica. Se chiude gli stabilimenti italiani (che sono tra i più onerosi) chi ci rimetterà saranno i lavoratori (86.000 circa).
Si rimprovera a FCA di non pagare le tasse in Italia. In realtà le sedi di produzione di FCA nel nostro paese fanno capo a FCA Italy (con sede a Torino), una società ovviamente controllata da FCA group ma che ha un proprio bilancio e in base ad esso paga le tasse in Italia. Non vengono pagate invece le tasse sui profitti della holding perchè ha trasferito la sua sede legale ad Amsterdam (quella fiscale è a Londra). Tuttavia le ragioni riguardano più il diritto civile olandese (che consente assetti societari più agili e convenienti per la controllante) che non il tornaconto fiscale. Fino a quando le norme del diritto societario non saranno unificate in Europa (ma ho forti dubbi che ciò possa avvenire per la forte differenza tra le diverse tradizioni giuridiche) le imprese (soprattutto se multinazionali) cercheranno sempre di mettere la sede legale dove le tasse sui profitti sono più basse. Forse un modo di fare pagare le tasse in Italia ci sarebbe: diminuirle allo stesso livello degli altri paesi concorrenti e semplificare le procedure giudiziarie e burocratiche che complicano la vita agli imprenditori.

Autostrade
Se esistono responsabilità penali per il crollo del ponte Morandi di Genova lo accerterà la magistratura; le nostre leggi sono in proposito tra le più severe del mondo. Il problema del rinnovo delle concessioni è invece una questione politica ed economica (per le eventuali penali che lo Stato dovrebbe pagare in caso di rescissione anticipata). Il governo deve decidere se mantenere il sistema delle concessioni o nazionalizzare tutte le autostrade affidandole all’ANSA; in entrambi i casi la pubblica amministrazione deve dimostrare di essere affidabile per i controlli nel primo caso o per la gestione diretta nel secondo. Quello che non si può fare in uno stato di diritto è escludere dalle gare una ditta per ragioni che la magistratura deve ancora accertare.
Entrando nel merito della scelta che bisogna fare osservo soltanto che un confronto è possibile: da una parte la storia infinita e tormentata della Salerno-Reggio Calabria (a gestione diretta dell’ANSA) dall’altra il funzionamento delle autostrade private come la Milano – Napoli, autentica dorsale strategica del Paese, che insieme ad altre affidate in concessione a società diverse dall’ASI costituisce la maggior parte della rete autostradale. Ombre e luci in entrambi i casi ma il bilancio complessivo non lascia adito a dubbi sulla convenienza di un sistema di concessioni. Esso tuttavia non consentendo alcuna concorrenza richiede un controllo molto severo da parte dello Stato ed è questo il vero punto debole del sistema italiano. Il problema dunque non è di sostituirsi ai privati nella gestione (quando lo ha fatto i risultati non sono mai stati soddisfacenti) ma impiegare risorse umane ed economiche competenti in grado di esercitare in maniera efficiente i controlli previsti dalla legge, fino alla revoca delle concessioni quando si accertino violazioni significative.
Va aggiunto che la famiglia Benetton, controllante di Autostrade, è anch’essa una multinazionale che gestisce autostrade in altri paesi e che attraverso la Aeroporti di Roma ha consentito al “Leonardo da Vici” di Fiumicino di pervenire a un livello di efficienza che finalmente lo colloca nel novero dei migliori in Europa.
Resta la macchia tragica del crollo del ponte di Genova che poteva e doveva essere evitato. Ma, anche in questo caso, dov’era lo Stato nella sua funzione di controllo? E perché Grillo ha rimosso un vecchio post sul suo blog in cui nel ribadire la sua contrarietà alla costruzione della bretella autostradale della Gronda (che avrebbe liberato Genova dall’intenso traffico di transito che premeva sul viadotto crollato) affermava che il ponte Morandi sarebbe durato ancora cent’anni? Domande a cui nessuno dà risposte se non nella ricerca di un facile capro espiatorio che ha certamente le sue colpe ma rappresenta anche un’eccellenza dell’imprenditoria italiana a cui migliaia di risparmiatori hanno dato fiducia.

Giuseppe Conte batta un colpo. Non sempre e non tutto si può mediare: viene il momento che bisogna decidere sapendo che qualunque essa sarà verrà sepolto da insulti e grossolane semplificazioni. Il popolo dei social non ragiona, sentenzia.

Franco Chiarenza
7 giugno 2020

La pandemia da coronavirus Covid-19 è in evidente fase di stallo o di regressione, avendo superato, almeno in Italia, il suo picco di letalità. Quanto abbiano contribuito a questo esito le misure di isolamento adottate da molti paesi (tra cui il nostro) e quanto invece si debba a una naturale evoluzione del virus sarà motivo di discussione quando tutto sarà finito. Non sono un epidemiologo ma di storia un po’ me ne intendo e ricordo che in passato altre pandemie non sono cessate certamente per misure di contenimento e nemmeno per l’intercessione di santi e madonne.
Quel che è sicuro è che più dall’epidemia i danni maggiori provengono in epoca contemporanea dal lockdown che l’accompagna i quali in tempi di globalizzazione dei fattori produttivi non sono paragonabili a quelli delle epidemie di un tempo. Adesso dobbiamo preoccuparci quindi di due priorità: come uscire dal blackout economico che si è venuto a creare e come prepararci ad analoghe emergenze (non necessariamente sanitarie) quando si riproporranno.

Come uscirne
Sulla exit strategy da adottare le opinioni sono tutt’altro che condivise. Nella maggioranza parlamentare che sostiene il governo una inedita alleanza tra l’estrema sinistra e i “cinque stelle” non nasconde l’intenzione di approfittare dell’occasione per insistere in una politica di sovvenzioni e aiuti a pioggia che compensi tutti coloro che sono stati danneggiati dall’epidemia; se poi un po’ di pioggia cade anche al di fuori del limite, pazienza! Naturalmente impiegare la maggior parte delle risorse disponibili a fini sostanzialmente assistenziali comporta una riduzione del sostegno alle imprese e l’avvio di un diffuso intervento pubblico che potrebbe portare al superamento dell’economia di mercato e a un rafforzamento del dirigismo paternalistico. La parte più moderata del partito democratico non condivide certamente questa direzione di marcia ma appare molto timida nelle contromosse, forse per il timore di non apparire abbastanza “di sinistra” e non lasciare ai Cinque Stelle uno spazio elettorale fondato sul voto di scambio assistenziale.
Il presidente Conte, ormai collaudato mediatore, forte di un imprevedibile consenso, procede col solito sistema delle addizioni per accontentare tutti: cinquecento pagine di provvedimenti che faranno a pugni tra loro per assicurarsi le risorse di copertura.
L’opposizione, dopo qualche esitazione dovuta al richiamo irresistibile del populismo demagogico, sembra avere imboccato la strada delle priorità imprenditoriali come presupposto del rilancio economico. Ma anche questa scelta urta con le tentazioni anti-europeiste sempre affioranti e con una visione autarchica che, soprattutto nel partito di Giorgia Meloni, continua a esercitare una forte attrazione. Salvini, per la sua formazione politica, sarebbe in perfetta sintonia con Fratelli d’Italia ma deve fare i conti con Zaia, Giorgetti e quanti nella Lega difendono prospettive più legate agli interessi dei ceti produttivi.
Berlusconi fa storia a sé. Ha finalmente capito l’importanza di restare al centro e in qualche modo proporsi come ago della bilancia in un confronto elettorale che potrebbe risolversi in un pareggio tra l’attuale maggioranza di governo e l’opposizione di destra. Di conseguenza contesta il governo proprio sul terreno delle prospettive dirigistiche e dello scarso sostegno alle imprese, avendo però cura di condividerne sostanzialmente la politica europeista (anche per quanto riguarda il MES che è l’unico strumento che possa farci avere i soldi subito e non in un futuro tutto ancora da definire come gli eurobond o il recovery fund).
Nel frattempo il mondo imprenditoriale si accinge a dar battaglia non appena il nuovo presidente di Confindustria diverrà operativo e sarà interessante vedere in quale misura egli riuscirà a rappresentare la protesta e le preoccupazioni di tutti i ceti produttivi (non soltanto industria ma anche commercio, artigianato, servizi, ecc.) proponendo alternative effettivamente praticabili. In autunno le elezioni regionali rappresenteranno uno step inevitabile e l’attuale governo si troverà comunque al capolinea: per essere sostituito da un altro con la stessa maggioranza oppure per accelerare lo showdown di elezioni anticipate. Non vedo politicamente realizzabile l’ipotesi di cui tanto si parla di mettere in piedi un nuovo governo tecnico che metta tutti d’accordo affidato a Draghi come avvenne in passato col governo Monti. Ma mai come adesso i tempi dell’economia non coincidono con quelli della politica: i mesi che ci separano dall’autunno saranno cruciali per le scelte che dovranno essere fatte.
Per i liberali la strada da percorrere è obbligata: alleggerire il peso fiscale sulle imprese (in particolare l’IRAP), sostenere con garanzie pubbliche l’indebitamento finalizzato alle attività produttive (come in parte si è fatto con i più recenti provvedimenti) ma soprattutto cogliere l’occasione in un momento in cui le resistenze corporative sono più deboli per realizzare quelle riforme di struttura che si invocano da sempre: introduzione nelle scuole di conoscenze sul funzionamento delle istituzioni democratiche e sui principi dell’economia di mercato, riforme per accelerare le cause civili e per semplificare le procedure degli appalti, liberalizzazione del commercio e dei servizi superando il sistema corporativo e corruttivo delle licenze (sostituendolo con accertamenti ex-post del rispetto delle regole), superamento del reddito di cittadinanza come attualmente erogato convertendolo in misure di sostegno all’occupazione per i giovani e in aumenti significativi delle pensioni sociali per gli anziani. Servirebbe anche istituire un servizio civile obbligatorio per giovani di entrambi i sessi al compimento del diciottesimo anno di età ma forse è chiedere troppo.

Le future emergenze
La seconda priorità, meno urgente ma di fondamentale importanza, proviene dall’esperienza del Covid 19, affrontata a colpi di decreti del presidente del consiglio, uno strumento amministrativo che mal si concilia coi suoi contenuti quando incidono sulle libertà costituzionalmente garantite.
Dobbiamo aggiornare le norme di legge, anche eventualmente ritoccando la Costituzione, per affrontare tempestivamente le emergenze che si riproporranno e che potrebbero essere non soltanto sanitarie (terremoti, eventi climatici, terrorismo, ecc.). Occorre concordare tra maggioranza e opposizione procedure chiare, garanzie per il mantenimento del controllo parlamentare, principi inderogabili sulla transitorietà delle misure da adottare. Un utile esercizio per accordarsi in modo diverso dal passato anche su altre modifiche costituzionali cercando intese su singole questioni e rinunciando a palingenetiche riforme complessive che allarmano l’opinione pubblica e favoriscono convergenze negative. Proprio l’esperienza del Covid-19 per esempio ripropone la revisione dell’ordinamento regionale e il riordino delle competenze sanitarie. E con la stessa procedura si potrebbero affrontare altri nodi che appesantiscono la governabilità (ben più importanti della riduzione del numero dei parlamentari su cui andremo a votare entro l’anno) come per esempio il superamento del bicameralismo perfetto.
Si potrebbe, volendo.

Franco Chiarenza
26 maggio 2020

 

P,S. Invito i miei lettori a vedere su You Tube la “War Room” di Enrico Cisnetto del 25 maggio con gli interventi di Paolo Mieli, Massimo Cacciari e Giuseppe De Rita. Uno scenario cupo e pessimistico: speriamo che sbaglino. All’insegna di “Io speriamo che me la cavo”.

Si torna a parlare di “Stato imprenditore” per il dopo “coronavirus”. Ne ha scritto, tra gli altri, Mario Lupo sul “Sole 24 ore” e il suo intervento merita particolare attenzione non soltanto perché essendo ospitato dal quotidiano della Confindustria può apparire un segnale di disponibilità a discuterne da parte degli imprenditori, ma anche perché proviene da una persona nota per il suo impegno nell’impresa pubblica e privata e di chiaro orientamento liberale avendo anche presieduto la Fondazione Einaudi di Roma prima di prendere le distanze dalla sua attuale gestione.
Parliamone dunque serenamente e senza pregiudizi e tenendo conto della situazione di emergenza in cui si trova dopo la pandemia Covid-19 l’Europa e in particolare il nostro Paese.

In passato
Come è ben noto l’Italia ha una lunga tradizione di interventismo pubblico nell’economia che risale alle sue stesse origini industriali e che aveva trovato negli anni’30 una sistemazione giuridica con la creazione dell’IRI dopo la crisi mondiale del 1929. Non a caso a una nuova IRI tutti pensano quando si parla di intervento dello Stato. Hanno torto quanti lo ricordano semplicemente come un “carrozzone” costoso che salvava in perdita aziende decotte e serviva soprattutto a sistemare i tanti “clientes” dell’apparato politico (prima fascista, poi democristiano). Esso fu anche questo ma non possiamo negare la meritoria funzione di sostegno che svolse prima della guerra salvando importanti settori del credito e dell’imprenditoria, come pure dobbiamo riconoscere quanto dobbiamo all’IRI per la rapida realizzazione negli anni ’50 di quelle infrastrutture senza le quali la ripresa economica del Paese non sarebbe partita. Hanno però torto anche quanti ritengono che sopprimerlo sia stato un errore: in realtà alla fine del secolo scorso l’intervento pubblico non aveva più ragione di essere in settori non più strategici che con l’abbattimento delle barriere doganali dovevano confrontarsi con la concorrenza europea e, in parte, anche mondiale. Dove ancora la presenza dello Stato aveva senso, nell’approvvigionamento energetico per esempio, essa è stata mantenuta (seppure con partecipazioni di minoranza) rispettando le logiche di mercato e affidandola a un management che quasi sempre si è dimostrato efficiente (e quando non lo è stato ciò si deve a interferenze politiche le quali, anche con le migliori intenzioni, costituiscono sempre il vero rischio di degenerazione implicito nelle partecipazioni pubbliche).

Nel presente
Oggi lo Stato è ancora molto attivo, non soltanto nelle infrastrutture e nell’approvvigionamento energetico, ma anche in settori produttivi di grande importanza: basti pensare a Fincantieri e a Leonardo (ex-Finmeccanica) che, governate con criteri di efficienza imprenditoriale, rappresentano punte di eccellenza in Italia e nel mondo. Il problema non è dunque se possa esistere uno “stato imprenditore”: c’è già, come anche in Francia (è il caso di Renault) e altrove. E neanche se sia opportuno un suo ampliamento per fare ripartire l’economia dopo il Coronavirus; laddove se ne riscontri la convenienza nulla lo impedisce, anche in un contesto liberale, però ad alcune precise condizioni.
La prima è che si tratti di un intervento emergenziale dovuto alla necessità di ristabilire le condizioni di mercato preesistenti alla crisi. Nessun salvataggio dunque di aziende che erano già decotte e fuori mercato, e limitazione nel tempo dell’intervento pubblico che deve cessare appena l’impresa è in grado di affrontare il mercato (anche per non distorcere la concorrenza la cui tutela resta un punto fondamentale dell’economia liberale).
La seconda condizione è che la partecipazione pubblica sia di regola minoritaria, in modo da garantire un management qualificato non condizionato da logiche politiche. Quando ciò non sia possibile (vedi Alitalia) occorre procedere alla nomina dei vertici con procedure trasparenti soggette al controllo parlamentare (come avviene negli Stati Uniti quando il Senato verifica le competenze e i curricula dei candidati a incarichi pubblici di rilievo).
La terza condizione è che non vi siano privilegi sindacali rispetto alla normativa comune.

Per fare questo è necessario ricostituire l’IRI o qualcosa che gli somigli? Non credo. Se le intenzioni sono quelle di superare l’emergenza e tornare al più presto alle logiche di mercato una struttura centrale è inutile e rischia di trasformarsi in un carrozzone burocratico dominato da esigenze clientelari. Esiste già Fintecna che può perfettamente adempiere allo scopo.
Mi permetto però di suggerire, arrivati a questo punto, due altre priorità che mi paiono anche più urgenti di quella di una partecipazione pubblica nelle imprese.

Lavori pubblici
Con i soldi che verranno (dall’Europa o altrove) occorre fare ripartire le tante opere pubbliche impantanate nelle paralizzanti procedure burocratiche. Le regole stabilite per la ricostruzione del ponte di Genova (che, a quel che pare, hanno funzionato bene) vengano estese ad altre che abbiano una valenza strategica riconosciuta.
Forse è venuto anche il momento di riprendere il progetto per il ponte sullo stretto di Messina: un’opera imponente la cui costruzione darebbe fiato per alcuni anni all’economia e all’occupazione e apporterebbe indubbi benefici alla Calabria e alla Sicilia, e per la quale è certamente possibile ottenere un co-finanziamento dell’Unione Europea. Infiltrazioni mafiose? Se non sappiamo difendercene da soli non faremo più nessuna opera pubblica nel sud mentre nulla garantisce che le infiltrazioni emigrino al nord (come è già avvenuto).

Debiti della pubblica amministrazione
Basterebbe che la pubblica amministrazione (Stato, Regioni, enti territoriali) pagassero i debiti arretrati con le imprese che hanno vinto ed eseguito da tempo gli appalti perché molte aziende possano ricapitalizzarsi, diminuire i costi finanziari e ripartire senza altri sostegni pubblici. Non lo dico soltanto io, lo affermano coralmente tutti gli imprenditori, piccoli e grandi. Non si tratta infatti, come molti pensano, soltanto di liberare risorse per le grandi imprese ma soprattutto per quelle medie e piccole, più esposte ai condizionamenti bancari. Ditte, fornitori locali, aziende che maledicono il giorno in cui hanno partecipato a un appalto pubblico.

Sono cose che si possono fare subito. Purtroppo invece molti preferiscono un’ambigua politica di sussidi, sostegni, finanziamenti pubblici politicamente condizionati che appaiono finalizzati al superamento delle stringenti logiche di mercato, in una parola l’anticipazione di una pianificazione industriale dettata dallo Stato approfittando del Covid-19 per voltare le spalle all’economia liberale (che è cosa diversa dal liberismo senza regole). Per conseguire tale obiettivo (che non è soltanto di alcuni settori della destra sopranista) serve davvero un nuovo IRI e anche bello grosso; un serbatoio gigantesco dove piazzare amici e sostenitori incompetenti e spesso invadenti. Le smentite pioveranno da ogni parte ma diceva l’infido e diffidente Andreotti che a pensar male si fa peccato ma qualche volta ci si azzecca.

Franco Chiarenza
19 maggio 2020