I referendum celebrati in Veneto e in Lombardia per chiedere maggiore autonomia non hanno evidentemente nulla a che fare con quello organizzato dagli indipendentisti catalani; li avvicina soltanto la coincidenza temporale e il fatto che sembrano entrambi segnalare un diffuso malcontento nei confronti degli stati nazionali.
C’è anche un altro aspetto che li accomuna: si tratta di regioni “ricche” che chiedono di separarsi da quelle più povere, e non è questione secondaria.

Gli “statuti speciali”
Ciò che in realtà chiedono veneti e lombardi (in parte) non è una indipendenza che sarebbe difficile e costosa da gestire e può essere pretesa soltanto sulla base di ragioni sentimentali, storiche, linguistiche che in Catalogna convivono con la convenienza economica, mentre non hanno serie motivazioni né in Lombardia né in Veneto, ma piuttosto il riconoscimento dello “status” di regioni a statuto speciale per i vantaggi economici che comporterebbe. La vicinanza con Regioni e Province a statuto speciale come il Friuli-Venezia Giulia e il Trentino hanno giocato in questo senso un ruolo fondamentale. Perché a Trento tanti vantaggi economici e nell’adiacente provincia di Belluno no?
In effetti gli “statuti speciali” rappresentano nel nostro ordinamento una componente irrazionale di differente origine e diversissime motivazioni: il primo risale al 1945 e fu concesso alla Sicilia allora percorsa da un fremito indipendentista in cui confluivano velleità culturali, interessi poco limpidi, sentimenti autonomistici, nostalgie storiche variamente colorite e persino connivenze col brigantaggio. Al Trentino il riconoscimento “speciale” è arrivato come conseguenza di quello alto-atesino quando la minoranza di lingua tedesca ottenne a favore della Provincia lo svuotamento dei poteri della Regione Trentino/Alto Adige (che De Gasperi aveva voluto per mantenere la prevalenza italiana). L’autonomia sarda non poteva mancare in presenza di quella siciliana e aveva alle sue origini motivazioni culturali, storiche e linguistiche molto forti. Anche la Valle d’Aosta rappresentò un tributo pagato alla Francia a protezione della sua minoranza linguistica, mentre il Friuli/Venezia Giulia fu il frutto di una politica di convivenza nei confronti della Slovenia e della Croazia dopo la dolorosa amputazione dell’Istria e venne costruita a tavolino mettendo insieme realtà storiche e culturali assai diverse come Trieste e Gorizia da una parte e Udine dall’altra con Pordenone. Anche in questo caso la domanda dei veneti è: cosa c’è di diverso tra Conegliano e Pordenone che distano tra loro 30 km in un contesto sociale e culturale identico?
Un quesito che pongono naturalmente le Regioni più ricche perché si fa loro credere che la possibilità di disporre di tutte o quasi le risorse che producono le favorirebbe evitando di dovere in qualche misura “soccorrere” quelle del sud bisognose di assistenza. Atteggiamento immorale, egoistico, e, oltretutto, fondamentalmente sbagliato (se non altro perché al sud, alle sue risorse umane, al risparmio ivi raccolto, ai suoi mercati, lo sviluppo delle regioni settentrionali deve molto).
Ma, giusto o sbagliato che sia, il problema si pone.

La riforma regionale
Messo in imbarazzo dalla convivenza con la Lega, Berlusconi ha fondamentalmente colto nel segno quando ha detto “facciamo tutte le Regioni a statuto speciale”. Un paradosso che contiene tuttavia l’unica soluzione del problema (già posto, ma in maniera confusa e grossolana, nella fallita riforma costituzionale di Renzi). Tutti “speciali”, nessuno speciale. Rivediamo le competenze, attribuiamo a tutte le Regioni una parziale autonomia fiscale, istituiamo una cassa comune di compensazione per finanziare i progetti infrastrutturali nel Mezzogiorno (che rappresentano una convenienza per l’intero Paese), diamo al Senato una visibilità regionale, possibilmente senza ricorrere ai consiglieri regionali itineranti partoriti dalla fervida fantasia di Renzi, e aboliamo di conseguenza i privilegi che oggi sono concessi alle Regioni a statuto speciale, compreso l’Alto Adige. Per la pace etnica e linguistica abbiamo già dato e molto; adesso la massima autonomia deve restare garantita per quanto attiene questioni culturali, linguistiche, organizzative, ma basta con vantaggi fiscali diversi da quelli di ogni altra Regione. Sono sicuro che una riforma siffatta, proposta senza altre aggiunte, chiaramente motivata e illustrata, troverebbe ampio consenso, soprattutto se nascesse da un’intesa trasversale per evitare che un partito o una maggioranza se l’attribuisca.

Franco Chiarenza
30 ottobre 2017

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