Era il titolo di una canzone quando nel 1911 gli italiani iniziarono la guerra per conquistare la Libia, considerata necessaria da Giolitti nella disgregazione dell’impero turco per salvaguardare gli equilibri geo-politici nel Mediterraneo, soprattutto dopo che la Francia si era impadronita del Marocco, dell’Algeria e soprattutto della Tunisia dove viveva una numerosa e attiva minoranza italiana. La Libia in realtà non esisteva: c’erano, assai diverse tra loro, la Tripolitania, la Cirenaica e il Fezzan che la colonizzazione italiana unificò dandogli l’antico nome romano. Un’annessione contrastata, segnata anche da repressioni violente (soprattutto nel periodo fascista), cessata dopo la seconda guerra mondiale quando la Libia ottenne l’indipendenza sotto lo scettro del senusso di Cirenaica Idris. Cose da ricordare oggi che la Libia è di nuovo al centro di una crisi che rischia di esplodere alle soglie di casa nostra.

Il dopo-Gheddafi
La Libia, considerata uno “scatolone di sabbia” utile soltanto come valvola di sfogo per l’emigrazione contadina italiana, scoprì dopo la guerra sotto la sabbia rilevanti giacimenti petroliferi, molto importanti sia dal punto di vista quantitativo che per la qualità del prodotto. L’Italia, cacciata dalla porta, rientrò così dalla finestra attraverso importanti concessioni estrattive all’ENI. La politica del dittatore Gheddafi, subentrato al vecchio re Idris nel 1969, fu sempre ambigua nei confronti dell’Italia: alla violenza verbale contro le responsabilità coloniali seguita da un’indiscriminata espulsione di migliaia di italiani, facevano riscontro comportamenti più accomodanti come appunto le concessioni petrolifere, gli investimenti in Italia del fondo sovrano libico, una politica di contenimento dei flussi migratori che dal centro dell’Africa puntavano all’Europa passando dall’Italia.
Dopo l’uccisione di Gheddafi nel 2011, probabilmente organizzata dai paesi occidentali (Francia e Gran Bretagna soprattutto) perchè considerato fonte di instabilità e protettore dei terroristi islamici (ma forse anche per malcelati interessi petroliferi), è comincita una guerra civile tuttora in corso e di cui soprattutto noi italiani rischiamo di pagare le conseguenze non soltanto per il rischio che corrono le concessioni petrolifere ma soprattutto per la rottura di ogni argine ai flussi migratori verso il nostro Paese, causa non ultima del successo dell’estrema destra nel contesto politico italiano. Tanto basta per capire perchè quel che succede a Tripoli ci riguarda da vicino.

Guerra per procura
Da otto anni la Libia è in balia di una guerra tribale in cui si era inserita anche l’ISIS. Le potenze occidentali si sono comportate come chi dopo avere innescato un incendio si volta dall’altra parte e finge di non vederlo; finchè si sono finalmente rese conto del pericolo e hanno fatto la cosa sbagliata. Invece di accordarsi per spegnere l’incendio e poi creare le condizioni di un nuovo assetto politico necessariamente federale, si sono mosse ciascuna per proprio conto appoggiando e armando le diverse fazioni; lo stesso hanno fatto i paesi medio-orientali e i loro protettori, Russia e Stati Uniti.
Oggi la situazione è drammatica ma abbastanza chiara. Khalifa Haftar, un generale libico della vecchia generazione, è riuscito a mettere insieme un esercito nazionale, legittimato dal governo cirenaico, finanziato e armato dall’Egitto e dagli Emirati Arabi, protetto politicamente dalla Russia e dalla Francia, che ha ridotto il governo legittimo di Tripoli a difendersi in una parte sempre più ridotta del paese. Il presidente del governo riconosciuto dall’ONU Fayez Sarraj è appoggiato dall’Italia e gode del sostegno della Turchia (che minaccia un intervento armato). Gli Stati Uniti, che potrebbero essere determinanti (anche per l’appoggio militare e logistico) oscillano incerti sul da farsi; per Trump il mondo musulmano è un rebus incomprensibile e l’unica cosa che gli preme è l’alleanza con l’Arabia Saudita (con cui fa ottimi affari) e con il governo israeliano di Netanyahu per garantirsi l’appoggio della lobby ebraica americana, tanto più importante in quanto si avvicinano le elezioni presidenziali.
Di Maio, e con lui tutto il governo italiano, tenta la via dell’accordo a tutti i costi. Ma la domanda è: qualora la situazione dovesse precipitare che fare? Se prevale Haftar ci troveremo un interlocutore a Tripoli poco disposto nei nostri confronti, se Serraj viene salvato dalla Turchia il nostro “patronato” su Tripoli verrebbe meno. Un intervento militare, proprio per la nostra condizione di ex-potenza coloniale, è da escludere, salvo non avvenga nell’ambito di una forza di interposizione europea o promossa dalle Nazioni Unite. Non resta che attendere Berlino, dove dovrebbe svolgersi ai primi di gennaio una conferenza internazionale per cercare una soluzione. Ma mentre tutti discutono e si scambiano telefonate intorno a Tripoli si scambiano colpi d’arma da fuoco in quantità e Haftar guadagna posizioni.

 

Franco Chiarenza
28 dicembre 2019

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