Trump comincia a zoppicare

Prima la magistratura gli si mette di traverso sul decreto che blocca gli ingressi agli immigrati di alcuni paesi musulmani, poi lo convincono a nominare ambasciatore in Cina Branstad, molto amico dei cinesi (dopo le dichiarazioni roboanti di sfida di pochi giorni fà), poi deve precipitosamente rassicurare il premier giapponese Abe e il primo ministro canadese Trudeau che nulla cambierà, infine le turbolenze sui rapporti con la Russia di Putin e le conseguenti dimissioni del consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn. Sono passati poco più di venti giorni dall’insediamento e Trump è molto arrabbiato; la sua presidenza ondeggia pericolosamente e il partito repubblicano non può che esserne preoccupato mentre i democratici lo attendono al varco delle prossime scadenze: G8, G20, NATO, Ucraina. La monarchia comunista nord-coreana intanto continua a giocare pericolosamente con i missili e Trump è stato forse informato che senza l’aiuto della Cina sarà difficile fermare Kim Jong-un. Insomma governare la più grande potenza del mondo non è come fare i discorsi alle convention.

Naturalmente siamo soltanto agli esordi e le ingenuità dei primi giorni, l’insicurezza nella successione dei tempi, uno staff che appare inadeguato e confuso, sono tutti elementi che accomunano i dilettanti quando di colpo si trovano proiettati al vertice del potere; per noi italiani il paragone con le vicende di Virginia Raggi al Comune di Roma appare inevitabile.
Ma per l’Europa quanto accade in America dovrebbe servire da lezione; se la precaria alleanza anti-sistema di Le Pen, Salvini, Iglesias dovesse prevalere, trovando sponda negli estremismi di Orban in Ungheria e nella svolta autoritaria in atto in Polonia, tutto il mondo occidentale con i suoi valori e le sue certezze si troverebbe in serio pericolo. Se gli elettori che nei prossimi mesi andranno a votare se ne renderanno conto forse un giorno dovremo ringraziare “The Donald”.

 

Franco Chiarenza
15 febbraio 2017

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