Ucraina e dintorni. Parliamoci chiaro

Continua incessante, sempre meno sotterraneo, il tentativo di delegittimare l’alleanza di fatto che si è venuta a creare tra le democrazie occidentali e la resistenza ucraina. Il modo più subdolo di farlo è confrontare i misfatti di Putin con quelli di cui si sarebbe resa responsabile in passato la NATO, quasi che ciò possa in qualche modo giustificare l’intervento russo.
Tra quanti si esercitano in queste dubbie argomentazioni ci sono alcuni liberali, ed è ad essi che mi rivolgo perché la nostra cultura mette insieme ragioni e preoccupazioni geo-politiche (che comportano inevitabilmente contatti e relazioni anche con paesi diversi da noi) e coerenza con i principi che sono alla base delle nostre convinzioni.
In sintesi:

  • credo sia innegabile che in passato, assumendosi compiti di vigilanza democratica che non rientravano nelle finalità difensive originarie, la NATO abbia compiuto degli errori; in particolare l’intervento armato in Serbia nel 1999 per consentire alla minoranza albanese concentrata nel Kossovo di rendersi indipendente, e successivamente l’occupazione dell’Afghanistan dopo gli attentati terroristici di New York del 2011. L’invasione dell’Iraq nel 2009 invece non fu effettuata dalla NATO ma da una coalizione guidata dagli Stati Uniti (di cui non facevano parte né la Francia né la Germania e in cui l’Italia dette un contributo molto marginale nell’ambito di una collaborazione militare con la Gran Bretagna). Si trattò di operazioni militari diverse anche nelle motivazioni (nel caso del Kossovo la tutela di una minoranza perseguitata, in Afghanistan per distruggere le basi del terrorismo islamico, in Iraq senza alcuna giustificazione ragionevole) e che sollevarono dubbi e perplessità nelle opinioni pubbliche europee.
  • è altrettanto innegabile che dopo il crollo dell’Unione Sovietica l’Alleanza atlantica aveva perso la sua principale ragione di essere; se guerra (fredda) c’era stata gli Stati Uniti coi loro alleati europei l’avevano vinta e quindi veniva meno la necessità di un’alleanza difensiva. Avrebbe avuto un senso mantenerla in vita trasformandola in una struttura multilaterale militare da utilizzare per stabilizzare le possibili aree conflittuali ancora presenti in Europa e in Medio Oriente in collaborazione con la Russia e non contro di essa; in questa direzione andavano l’accordo che il governo italiano promosse nell’incontro di Pratica di Mare tra la NATO e la Russia nel 2002, e, ancor prima, l’inserimento della Russia nel G7 (gruppo degli stati economicamente più avanzati, di fatto le maggiori potenze occidentali). Non si andò avanti in questo orientamento per tre ragioni: il prevalere in Russia di partiti nazionalisti e nostalgici contrari alla trasformazione del paese in una democrazia liberale; il timore dei paesi dell’Europa dell’Est di dovere fronteggiare le mire egemoniche e revansciste della Russia; l’interesse degli Stati Uniti di mantenere – attraverso il controllo della NATO – un potere di dissuasione militare che avrebbe impedito all’Unione Europea di crescere politicamente e militarmente.
  • Non è vero invece che la NATO allargandosi ad est ai paesi che avevano chiesto di farne parte abbia rappresentato un pericolo per la sicurezza della Russia, non soltanto per il carattere difensivo dell’Alleanza, ma soprattutto perché le basi militari e missilistiche presenti in Europa non erano quantitativamente comparabili con quelle russe.

Resta da capire – così stando le cose – perché Putin abbia deciso di intervenire militarmente in Ucraina, posto che un’adesione di quel paese alla NATO era ormai da escludersi e poteva facilmente essere formalizzata in un accordo complessivo insieme alla concessione di maggiori tutele alle minoranze russofone del Donbas e all’accettazione del fatto compiuto in Crimea.
L’unica spiegazione possibile è che Putin abbia deciso di scatenare una guerra preventiva per stabilire una zona di influenza russa nell’Europa dell’Est consolidando un’egemonia che a sud attraverso il controllo del mar Nero arrivasse al Medio Oriente e a nord dalla base di Kaliningrad controllasse il Baltico e gli stati neutrali che vi si affacciano (Svezia e Finlandia).
Ammetto che si tratta di una spiegazione debole a fronte dei rischi che un intervento armato avrebbe comportato e che il leader russo non poteva ignorare: isolamento internazionale (Cina esclusa), ricompattamento dell’Europa occidentale (con la pericolosa appendice di un riarmo tedesco), rafforzamento della NATO (proprio quando molti la davano per spacciata, almeno nel format attuale), danni economici rilevanti per un paese che per la maggior parte esporta gas e materie prime e importa manifattura e tecnologia. Evidentemente alcune conseguenze erano state sottovalutate a cominciare dalla resistenza accanita degli ucraini (anche russofoni anti-Putin) per continuare con la capacità americana di fornire assistenza militare e coperture tecnologiche in quantità e qualità tali da mettere in difficoltà un esercito più tradizionale come quello russo. A ciò si è aggiunta la parallela guerra della comunicazione, fondamentale nel mondo odierno, che ha visto Zelensky in netto vantaggio evidenziando l’arretratezza culturale del regime di Mosca e il suo isolamento auto-referenziale.

E allora? Se di guerra preventiva si è trattato, contro chi o che cosa?
Contro l’egemonia americana. Putin pensa a se stesso come l’angelo vendicatore della sconfitta dell’Unione Sovietica; non del comunismo, si badi bene, (di cui non ha alcuna nostalgia) ma di quella ricomposizione dell’impero zarista che, più o meno consapevolmente, l’Unione Sovietica aveva realizzato. E con le stesse mire egemoniche: Baltico, Polonia, Balcani, Medio Oriente.
Chi ostacola questo disegno? L’America. Da quando nel 1945 ha abbandonato il suo isolazionismo ed è corsa a salvare l’Europa dal nazifascismo stabilendo con essa un legame profondo derivato da origini comuni, valori ideologici condivisi, interessi economici in gran parte complementari, l’America coi suoi alleati in Oriente (Giappone, Corea, ex colonie britanniche) ha realizzato un’area di influenza socio-economica e culturale senza precedenti, all’interno della quale le regole politiche liberal-democratiche erano dominanti.
Putin ha capito che l’unico sistema realmente alternativo potenzialmente in grado di competere con l’egemonia americana è quello cinese, soprattutto da quando ha abbandonato le utopie egualitarie del marxismo rimodellando la propria economia per renderla capace di inserirsi con successo nei processi di globalizzazione capitalistica. Il presidente russo ha deciso quindi di anticipare i tempi costringendo la Cina di Xi Jinpeng a schierarsi con lui nel comune intento di ridimensionare la presenza euro-americana; ma in realtà le convergenze economiche e politiche dei due regimi sono molto limitate. La Cina difende l’autoritarismo perché lo ritiene necessario per modernizzare il paese ancora segnato da ataviche arretratezze di cui è cosparso il suo immenso territorio, Putin lo utilizza per realizzare un impossibile ritorno al passato, alle tradizioni religiose, al rifiuto della decadenza dei costumi importata dall’Occidente, per creare in sostanza un neo-zarismo paternalistico e chiuso ad influenze culturali che ritiene devianti.

Se le cose stanno così (ma la mia è soltanto un’ipotesi) tra i tanti errori che Putin ha compiuto c’è anche quello, coerente con una concezione ottocentesca dei rapporti di forza, di non aver compreso la rivoluzione comunicativa (e quindi informativa) del secolo XXI la quale – piaccia o no – offre alle popolazioni nelle loro diverse articolazioni (religiose, sociali, economiche, culturali) una capacità di intervento nella determinazione dei propri interessi che era sconosciuta in passato: contro questa rete che tutto avvolge in un’infinità di connessioni è impossibile combattere con i carri armati e i missili.

Franco Chiarenza
20 aprile 2022

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