Non si era visto mai, almeno negli ultimi tempi, un governo così conflittuale al suo interno. Lega e Cinque Stelle in realtà condividono poche cose ma sono obbligati a stare insieme come fratelli siamesi perché a nessuno dei due conviene rompere la coalizione. Di conseguenza assistiamo su ogni questione a un “avant’indrè” che sarebbe anche divertente se non si traducesse in un continuo logoramento dell’immagine del nostro Paese, già molto compromessa. L’effetto annuncio fa premio su ogni altra considerazione, l’occhio è fisso ai vari barometri che segnalano l’aumento o la perdita di qualche punto di consenso (ivi compresi i “social” che dovrebbero indicare la temperatura delle rispettive basi militanti). Una fibrillazione in parte spiegabile con l’imminenza delle elezioni europee, ma anche probabilmente con l’incertezza per il futuro del governo il quale, partito con l’intento condivisibile di superare la crisi con una manovra espansiva in grado di rilanciare la produzione e l’occupazione, ha finito per arroccarsi su misure assistenziali costose e di difficile realizzazione.

Cinque Stelle
Il movimento guidato da Di Maio punta tutte le sue carte sul cosiddetto “reddito di cittadinanza”, molto atteso – soprattutto al sud – ma che incontra, al di là dei costi, due ostacoli difficilmente superabili nei tempi brevi richiesti dall’emergenza politica prodotta dal calo dei consensi: l’identificazione di una piattaforma dei “bisognosi” realmente corrispondente a condizioni di povertà, e la creazione di centri per l’impiego efficienti in grado di utilizzare le nuove tecnologie per incrociare con esiti positivi la domanda e l’offerta di lavoro (a cui si aggiunge, secondo la proposta, il compito di guidare quei processi di formazione professionale che fino ad oggi hanno contribuito alla crisi occupazionale). Due condizioni essenziali, in assenza delle quali si rischia di favorire e incrementare l’economia sommersa già tanto consistente (soprattutto al sud). L’altro “cavallo di battaglia” dei Cinque Stelle – il blocco delle grandi opere infrastrutturali, considerate inutili e fonte primaria di corruzione – sta incontrando crescenti difficoltà vuoi per gli impegni già assunti dai governi precedenti ma anche per il manifestarsi di un’opinione pubblica ostile alla visione “recessiva” della filosofia grillina. Restano le solite “pensioni d’oro” da falcidiare ma è ormai chiaro a tutti che si tratta soprattutto di un’operazione di immagine (di dubbia costituzionalità) che apporta un contributo trascurabile al reperimento delle risorse necessarie.

Lega
Matteo Salvini gode oggi di un consenso quasi doppio rispetto ai voti conseguiti alle elezioni del 4 marzo, ma ciò non significa che la situazione in cui si trova sia facile e possa comunque indurlo a “passare all’incasso” con elezioni anticipate, come un po’ frettolosamente si era detto. In realtà anche in un nuovo parlamento che riflettesse le percentuali oggi indicate dai sondaggi la Lega si troverebbe obbligata all’unica alleanza possibile – quella con i Cinque Stelle – stante l’impossibilità per Berlusconi di raggiungere il numero di seggi che sarebbe necessario per costituire una maggioranza alternativa. Salvini quindi non ha alcun interesse a rompere l’alleanza – anche personale – con Di Maio, non soltanto per le ragioni dette ma pure perché se l’attuale leader dei Cinque Stelle venisse sostituito aumenterebbero le incognite sulla tenuta di una maggioranza già tanto eterogenea. Il problema della Lega peraltro è soprattutto un altro: archiviata la questione degli immigrati, altre sono le preoccupazioni che si fanno sentire nel suo elettorato. Le manifestazioni spontanee contro il blocco delle grandi opere, la richiesta di aumentare le risorse per il rilancio delle attività produttive (a svantaggio ovviamente di quelle pretese dai Cinque Stelle per le sue misure assistenziali) portata avanti da tutto il mondo imprenditoriale senza eccezioni (grande e piccola industria, artigianato, commercio), suonano all’orecchio di Salvini come altrettanti campanelli d’allarme. Se, come qualcuno ipotizza, questo malcontento prendesse la forma di un nuovo partito (che non faccia riferimento né a Renzi né a Berlusconi) una parte dei consensi acquisiti nel semestre di governo potrebbe scivolare via.

Istantanea
Per queste ragioni, se si dovesse fotografare la situazione di oggi, credo che i due protagonisti della scena politica siano condannati a stare insieme e che quindi l’attività di governo proseguirà non soltanto a vista ma anche a sbalzi, dovendo entrambi rassicurare i rispettivi elettorati su questioni che li vedono divisi. E’ difficile capire per quanto tempo ciò potrà durare e se l’asse di mediazione che Conte, Tria e Mattarella hanno di fatto costituito riuscirà a reggere. Molto dipenderà non tanto dalle elezioni europee ma da quanto avverrà fuori dall’area di governo: se e come nascerà una forza centrista di orientamento liberale, e l’assetto definitivo che uscirà dalle convulsioni che hanno attraversato il partito democratico.
In politica come nella vita le istantanee fissano un momento di passaggio.

 

Franco Chiarenza
16 dicembre 2018

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