L’intesa per una legge elettorale proporzionale “alla tedesca” sembra essere stata raggiunta tra i principali partiti; l’accordo è stato trovato sacrificando la governabilità alla rappresentatività.
Allo stato attuale delle cose è in effetti l’unica soluzione possibile.

Perché il proporzionale
La presenza di un partito indecifrabile come i “Cinque Stelle” è stata la ragione principale della riesumazione del sistema proporzionale. Anche Renzi si è reso conto che a fronte di un populismo “liquido” e fondato su un astratta domanda di moralità politica più che su progetti di governo, e proprio per questo capace di raccogliere consensi su generiche proposte demagogiche, ogni forma di ballottaggio presenta gravi rischi (come ha dimostrato il referendum). I sistemi maggioritari potrebbero infatti favorire movimenti come i Cinque Stelle, che, non dimentichiamo, mantengono un consenso tra il 25% e il 30%, nonostante le pessime prove di governo nelle amministrazioni locali, a cominciare da Roma. L’esperienza ha dimostrato che soltanto un sistema proporzionale impedisce a formazioni populiste tendenzialmente anti-sistema di arrivare al potere: le elezioni olandesi e quelle spagnole lo dimostrano. Se Wilders e i Podemos sono stati fermati ciò è dovuto alla loro allergia a qualsiasi alleanza; può conseguirne (come è avvenuto) una instabilità di governo, ma si tratta comunque di un rischio minore rispetto a quello rappresentato da un sistema maggioritario che avrebbe potuto consegnare il potere a movimenti non integrati nelle istituzioni. Il caso francese è diverso perché il semi-presidenzialismo della quinta repubblica responsabilizza maggiormente l’elettorato, fa accantonare nel secondo turno differenze anche sostanziali, non consente mai al voto di protesta di trasformarsi in un programma eversivo.

Cinque Stelle
Poiché queste considerazioni sono ovvie e alla portata di tutti, è lecito chiedersi come mai Grillo abbia promosso un accordo che di fatto esclude il suo movimento dal governo, almeno se mantiene la promessa sempre ribadita di non fare alleanze organiche di maggioranza.
Le ipotesi sono tre: la prima è quella che la maggior parte degli osservatori condivide. Con un terzo dei deputati che rifiutano alleanze il movimento costringe il partito democratico ad allearsi con la destra in una sorta di union sacrée in un momento difficilissimo e alla vigilia di scelte fondamentali (come quella europea); gridando all’inciucio potrebbe così raccogliere ulteriori consensi e conseguire in successive elezioni quel 51% che gli permetterebbe di governare da solo. La seconda ipotesi è più maliziosa, ma forse più realistica: Grillo e la ditta Casaleggio si rendono conto di avere creato un movimento di massa ingestibile perché fondato su tanti malesseri intrinsecamente contraddittori; il loro problema è quindi di non far parte di nessuna maggioranza e di mantenere nei confronti di chi governa un potere di ricatto che non li esponga mai all’assunzione di responsabilità dirette. L’esperimento Raggi a Roma, dove Grillo si è trovato completamente spiazzato, potrebbe avvalorare tale ipotesi.
C’è una terza interpretazione, improbabile ma possibile: che Grillo cerchi di uscire dall’impasse cercando di costruire gradualmente un’alleanza organica con il partito democratico. Una strategia che troverebbe nella sinistra importanti appoggi e adeguate “sistemazioni” per i suoi colonnelli; basterebbe inserire il “reddito di cittadinanza” (che sembra l’unica proposta programmatica caratterizzante) nel programma del PD e il gioco sarebbe fatto. Certo, una parte della base pentastellare non gradirebbe. Ma c’è un altro dato di fatto: Grillo è stanco, ha messo in piedi una macchina che senza di lui andrebbe subito a sbattere, ma forse non sa in quale direzione guidarla.

La variabile “Mattarella”
Ma anche se l’accordo sulla legge elettorale sembra raggiunto, non è detto che le elezioni si facciano subito. Da un lato c’è l’esigenza di uscire dal clima di provvisorietà che caratterizza l’attuale governo, anche in vista di una situazione europea che nei prossimi mesi subirà probabilmente accelerazioni imprevedibili. D’altra parte c’è un bilancio da approvare con una manovra correttiva molto pesante che Renzi farebbe volentieri a meno di sottoscrivere ma che il presidente della Repubblica ritiene imprescindibile portare a compimento prima dello scioglimento delle Camere. La tentazione di lasciare la “patata bollente” nelle mani di Gentiloni e Padoan potrebbe essere irresistibile; in tal caso si arriverebbe alla scadenza naturale di febbraio.
C’è poi da registrare l’”effetto Macron”. Negli ambienti imprenditoriali e tra gli orfani del centrismo di Monti e di Oscar Giannino si cerca disperatamente un personaggio che possa rappresentare un punto di riferimento liberale. Non certo per ripetere il miracolo francese che, nelle condizioni date (e soprattutto col sistema proporzionale), non sarebbe possibile; ma con la speranza di portare in parlamento un gruppo abbastanza numeroso da condizionare le scelte di governo. Il riferimento a Calenda e a Parisi è d’obbligo.

Franco Chiarenza
25 maggio 2017

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