Giulio Giorello rivendicava la libertà del laico, in un paese di finti laici e laici pentiti. È una libertà difficile da esercitare, perché non si affida all’autorità di alcuna chiesa, fosse pure un’ipotetica chiesa dei laici. Di nessuna chiesa. La libertà del laico (Raffaello Cortina Editore, 2005) è certamente un manifesto, ma non è un sermone; è un libro colto senza essere pedante. Giorello scriveva in modo limpido e comprensibile, come tutti quelli che hanno le idee chiare. Rifuggiva dalle filosofie arcane e criptiche che si baloccano con giochi di parole e funambolismi verbali, allusioni e rimandi. Era anche – e così i suoi libri – un uomo ironico, come lo sono in genere le persone serie.

Il suo non era un laicismo da mangiapreti, ma la riaffermazione continua di un metodo, fatto di apertura alle ragioni dell’altro e di accettazione della possibilità dell’errore. Riteneva che ogni discussione dovesse avere una base razionale, e che andasse difesa con argomenti confutabili. Scriveva infatti che “la questione non riguarda tanto l’abusata contrapposizione tra fides e ratio, quanto quella tra fallibilismo e infallibilismo, tra una verità che non pretende di salvare neanche se stessa e una verità che promette salvezza a chiunque si sottometta, tra una ragione che misura la propria gratuità e finitezza senza aver nostalgia di un fondamento e una ragione che nell’imposizione del fondamento trova il proprio sostegno e la propria giustificazione.” Esaltava il confronto e la discussione come modo per selezionare gli argomenti migliori e farli prevalere. E soprattutto criticava i molti che, in nome di più o meno precisati valori, pretendevano di imporli anche a coloro che non li riconoscevano come tali. Difendeva le conquiste del progresso scientifico da chi ne metteva in luce i potenziali pericoli, come la distruzione dei legami sociali e lo sgretolamento delle vecchie certezze. “Tali certezze non sono che idoli, cui spesso si sacrificano i destini di esseri viventi che quelle certezze non nutrono. Quanto a una società che non si riveli robusta rispetto alle perturbazioni prodotte dalla crescita della conoscenza tecnico-scientifica, è davvero responsabile difenderla?”. In questo pamphlet, Giorello si richiama a Bertrand Russell, Karl Popper, John Stuart Mill, e anche a quel Luigi Einaudi che esaltava la bellezza della lotta, contro ogni forma di paternalismo e di unanimismo. Eppure si accorge che queste idee suonano spesso inattuali, “perché l’indifferenza e la tolleranza di cui ci parlano sembrano agli antipodi degli stereotipi e modelli correnti.”

Per concludere, è opportuno spendere qualche parola sul tema dell’identità, oggi al centro di parecchie contese. Giorello osserva acutamente che si tratta di un approccio profondamente erroneo, nel modo in cui viene generalmente impostato. “Non ritengo che i rischi legati a una possibile degenerazione della società aperta e libera (o il riconoscimento del suo carattere contingente e storico) siano motivi sufficienti per ripiegare sulla clausura. Sappiamo tutti che la vita finisce con la morte: questa non è una ragione per non vivere.” Per di più, è dubbio che queste identità siano davvero definite come realtà solide e cristallizzate, se non applicando schemi semplicistici e a volte mistificatori. Senza contare che – replica ai paladini dei valori immutabili – “ben da poco sarebbero quei valori se non fossero capaci di resistere non solo a un attacco dall’esterno, ma anche e soprattutto alla critica dall’interno. E se mediante l’esercizio della critica ne troviamo di migliori, ben vengano.”

In un altro brillante volumetto – Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo (Longanesi, 2010) – Giorello spiega molto eloquentemente il suo punto di vista in tema di tolleranza e anticonformismo, di autonomia individuale nei confronti della società. L’ateo è per lui “colui che non aderisce: colui per il quale ogni comunità è al più una locanda dove sostare e non una dimora per tutta l’esistenza; una collettività di cui si impegna a rispettare le norme di coesistenza, ma di cui non necessariamente vuole o deve introiettare i valori profondi – perché ha uno stile diverso, o venera altri dei o nessun dio, o non ritiene che alcun valore sia così profondo da imporgli il sacrificio della propria autonomia o indipendenza di giudizio.” Oggi come ieri, sono molti i censori e gli oscurantisti che pretendono – senza averne alcun titolo – di essere i padroni della locanda, trasformandola nella loro bettola o peggio nella loro caserma. E invece clienti come Giorello – che ci ha lasciato il 15 giugno, a settantacinque anni – avremmo voluto si fermassero di più.

 

Saro Freni
25 giugno 2020

Leader storico della destra liberale, Alfredo Biondi fu tra i tanti convinti che l’avventura berlusconiana potesse trasformarsi in una proiezione di liberalismo popolare, facendolo uscire dalla condizione di minorità in cui era stato relegato dopo la seconda guerra mondiale. Una grande illusione che si infranse davanti all’evidenza che il culto della personalità e il populismo sono irrimediabilmente antitetici alla cultura liberale di qualsivoglia orientamento.
Per un biennio fu nel primo governo Berlusconi ministro della giustizia dove svolse il suo compito in un momento difficile quando le inchieste del pool di “mani pulite” stavano dissolvendo l’intera classe politica della prima repubblica aprendo la strada a una pericolosa deriva giustizialista; il suo tentativo di restaurare lo stato di diritto riportando il problema del finanziamento illecito ai partiti nell’ambito della rappresentanza parlamentare (seguendo peraltro la traccia già indicata dal guardasigilli che lo aveva preceduto, Giovanni Conso) fu bloccato da una protesta pubblica dei magistrati milanesi che costituì un pericoloso precedente di intrusione nei poteri che la Costituzione attribuisce esclusivamente al Parlamento.

Ho conosciuto Biondi nel breve periodo in cui ho fatto parte della Direzione Centrale del PLI (1988/89) dove, malgrado il mio stretto legame con la maggioranza che sosteneva la segreteria Altissimo (mentre ovviamente lui capeggiava l’opposizione interna), ci trovammo talvolta d’accordo nel criticare la politica sostanzialmente immobilista che il partito svolgeva in quegli anni. Conservo ancora i biglietti che mi passava in quelle occasioni. Era una persona corretta, animata da una profonda buona fede anche nelle sue scelte più discutibili, quando ancora la politica si basava sul confronto delle idee e non sulla contrapposizione di slogan dietro i quali c’è spesso il vuoto.
Altri tempi; non so se migliori o peggiori, certamente diversi.

Franco Chiarenza
24 giugno 2020

FCA (controllata dalla famiglia Agnelli) e Autostrade per l’Italia (controllata dalla famiglia Benetton) hanno chiesto di usufruire della garanzia statale prevista dalla recente legge di rilancio dopovirus per accedere a finanziamenti bancari straordinari (7 miliardi per FCA, 1 e mezzo per Autostrade). Si sono levate proteste sdegnate contro chi paga le tasse all’estero e vuole soldi dallo Stato italiano (sarebbe il caso di FCA) e chi specula su concessioni capestro di cui hanno fatto le spese le vittime del crollo del viadotto di Genova. In entrambi i casi emergono una preoccupante superficialità demagogica (e probabilmente una sostanziale ignoranza della realtà) e un atteggiamento moralistico incompatibile con chi pensa che l’economia di mercato abbia una funzione sociale quando ottimizza i fattori di produzione e rispetta le regole fissate dallo Stato per garantire la concorrenza.

FCA
L’ex Fiat non ha semplicemente cambiato nome. E’ diventata, per merito di quel grande dirigente d’azienda che fu Sergio Marchionne, una multinazionale che incorpora l’americana Chrysler (con i suoi marchi tra cui la famosa Jeep) e i marchi italiani Ferrari, Maserati, Lancia, Alfa Romeo. Ha 100 stabilimenti in tutto il mondo (Brasile, Stati Uniti, Polonia, Turchia, Serbia) di cui 9 in Italia (basti ricordare Pomigliano, Cassino, Melfi). E’ controllata dal gruppo Exor quotato in borsa (come d’altronde la stessa FCA) che fa capo alla famiglia Agnelli. E’ quotata in borsa: ai risparmiatori e agli investitori (compresi i fondi sovrani e i fondi pensione) che ne consentono la necessaria capitalizzazione deve garantire un’adeguata remunerazione. E’ in procinto di realizzare una fusione col gruppo francese PSA (Peugeot Citroen) per raggiungere le dimensioni necessarie per affrontare la grande sfida mondiale che comporterà la riconversione del parco automobilistico mondiale verso la trazione elettrica. Se chiude gli stabilimenti italiani (che sono tra i più onerosi) chi ci rimetterà saranno i lavoratori (86.000 circa).
Si rimprovera a FCA di non pagare le tasse in Italia. In realtà le sedi di produzione di FCA nel nostro paese fanno capo a FCA Italy (con sede a Torino), una società ovviamente controllata da FCA group ma che ha un proprio bilancio e in base ad esso paga le tasse in Italia. Non vengono pagate invece le tasse sui profitti della holding perchè ha trasferito la sua sede legale ad Amsterdam (quella fiscale è a Londra). Tuttavia le ragioni riguardano più il diritto civile olandese (che consente assetti societari più agili e convenienti per la controllante) che non il tornaconto fiscale. Fino a quando le norme del diritto societario non saranno unificate in Europa (ma ho forti dubbi che ciò possa avvenire per la forte differenza tra le diverse tradizioni giuridiche) le imprese (soprattutto se multinazionali) cercheranno sempre di mettere la sede legale dove le tasse sui profitti sono più basse. Forse un modo di fare pagare le tasse in Italia ci sarebbe: diminuirle allo stesso livello degli altri paesi concorrenti e semplificare le procedure giudiziarie e burocratiche che complicano la vita agli imprenditori.

Autostrade
Se esistono responsabilità penali per il crollo del ponte Morandi di Genova lo accerterà la magistratura; le nostre leggi sono in proposito tra le più severe del mondo. Il problema del rinnovo delle concessioni è invece una questione politica ed economica (per le eventuali penali che lo Stato dovrebbe pagare in caso di rescissione anticipata). Il governo deve decidere se mantenere il sistema delle concessioni o nazionalizzare tutte le autostrade affidandole all’ANSA; in entrambi i casi la pubblica amministrazione deve dimostrare di essere affidabile per i controlli nel primo caso o per la gestione diretta nel secondo. Quello che non si può fare in uno stato di diritto è escludere dalle gare una ditta per ragioni che la magistratura deve ancora accertare.
Entrando nel merito della scelta che bisogna fare osservo soltanto che un confronto è possibile: da una parte la storia infinita e tormentata della Salerno-Reggio Calabria (a gestione diretta dell’ANSA) dall’altra il funzionamento delle autostrade private come la Milano – Napoli, autentica dorsale strategica del Paese, che insieme ad altre affidate in concessione a società diverse dall’ASI costituisce la maggior parte della rete autostradale. Ombre e luci in entrambi i casi ma il bilancio complessivo non lascia adito a dubbi sulla convenienza di un sistema di concessioni. Esso tuttavia non consentendo alcuna concorrenza richiede un controllo molto severo da parte dello Stato ed è questo il vero punto debole del sistema italiano. Il problema dunque non è di sostituirsi ai privati nella gestione (quando lo ha fatto i risultati non sono mai stati soddisfacenti) ma impiegare risorse umane ed economiche competenti in grado di esercitare in maniera efficiente i controlli previsti dalla legge, fino alla revoca delle concessioni quando si accertino violazioni significative.
Va aggiunto che la famiglia Benetton, controllante di Autostrade, è anch’essa una multinazionale che gestisce autostrade in altri paesi e che attraverso la Aeroporti di Roma ha consentito al “Leonardo da Vici” di Fiumicino di pervenire a un livello di efficienza che finalmente lo colloca nel novero dei migliori in Europa.
Resta la macchia tragica del crollo del ponte di Genova che poteva e doveva essere evitato. Ma, anche in questo caso, dov’era lo Stato nella sua funzione di controllo? E perché Grillo ha rimosso un vecchio post sul suo blog in cui nel ribadire la sua contrarietà alla costruzione della bretella autostradale della Gronda (che avrebbe liberato Genova dall’intenso traffico di transito che premeva sul viadotto crollato) affermava che il ponte Morandi sarebbe durato ancora cent’anni? Domande a cui nessuno dà risposte se non nella ricerca di un facile capro espiatorio che ha certamente le sue colpe ma rappresenta anche un’eccellenza dell’imprenditoria italiana a cui migliaia di risparmiatori hanno dato fiducia.

Giuseppe Conte batta un colpo. Non sempre e non tutto si può mediare: viene il momento che bisogna decidere sapendo che qualunque essa sarà verrà sepolto da insulti e grossolane semplificazioni. Il popolo dei social non ragiona, sentenzia.

Franco Chiarenza
7 giugno 2020

La pandemia da coronavirus Covid-19 è in evidente fase di stallo o di regressione, avendo superato, almeno in Italia, il suo picco di letalità. Quanto abbiano contribuito a questo esito le misure di isolamento adottate da molti paesi (tra cui il nostro) e quanto invece si debba a una naturale evoluzione del virus sarà motivo di discussione quando tutto sarà finito. Non sono un epidemiologo ma di storia un po’ me ne intendo e ricordo che in passato altre pandemie non sono cessate certamente per misure di contenimento e nemmeno per l’intercessione di santi e madonne.
Quel che è sicuro è che più dall’epidemia i danni maggiori provengono in epoca contemporanea dal lockdown che l’accompagna i quali in tempi di globalizzazione dei fattori produttivi non sono paragonabili a quelli delle epidemie di un tempo. Adesso dobbiamo preoccuparci quindi di due priorità: come uscire dal blackout economico che si è venuto a creare e come prepararci ad analoghe emergenze (non necessariamente sanitarie) quando si riproporranno.

Come uscirne
Sulla exit strategy da adottare le opinioni sono tutt’altro che condivise. Nella maggioranza parlamentare che sostiene il governo una inedita alleanza tra l’estrema sinistra e i “cinque stelle” non nasconde l’intenzione di approfittare dell’occasione per insistere in una politica di sovvenzioni e aiuti a pioggia che compensi tutti coloro che sono stati danneggiati dall’epidemia; se poi un po’ di pioggia cade anche al di fuori del limite, pazienza! Naturalmente impiegare la maggior parte delle risorse disponibili a fini sostanzialmente assistenziali comporta una riduzione del sostegno alle imprese e l’avvio di un diffuso intervento pubblico che potrebbe portare al superamento dell’economia di mercato e a un rafforzamento del dirigismo paternalistico. La parte più moderata del partito democratico non condivide certamente questa direzione di marcia ma appare molto timida nelle contromosse, forse per il timore di non apparire abbastanza “di sinistra” e non lasciare ai Cinque Stelle uno spazio elettorale fondato sul voto di scambio assistenziale.
Il presidente Conte, ormai collaudato mediatore, forte di un imprevedibile consenso, procede col solito sistema delle addizioni per accontentare tutti: cinquecento pagine di provvedimenti che faranno a pugni tra loro per assicurarsi le risorse di copertura.
L’opposizione, dopo qualche esitazione dovuta al richiamo irresistibile del populismo demagogico, sembra avere imboccato la strada delle priorità imprenditoriali come presupposto del rilancio economico. Ma anche questa scelta urta con le tentazioni anti-europeiste sempre affioranti e con una visione autarchica che, soprattutto nel partito di Giorgia Meloni, continua a esercitare una forte attrazione. Salvini, per la sua formazione politica, sarebbe in perfetta sintonia con Fratelli d’Italia ma deve fare i conti con Zaia, Giorgetti e quanti nella Lega difendono prospettive più legate agli interessi dei ceti produttivi.
Berlusconi fa storia a sé. Ha finalmente capito l’importanza di restare al centro e in qualche modo proporsi come ago della bilancia in un confronto elettorale che potrebbe risolversi in un pareggio tra l’attuale maggioranza di governo e l’opposizione di destra. Di conseguenza contesta il governo proprio sul terreno delle prospettive dirigistiche e dello scarso sostegno alle imprese, avendo però cura di condividerne sostanzialmente la politica europeista (anche per quanto riguarda il MES che è l’unico strumento che possa farci avere i soldi subito e non in un futuro tutto ancora da definire come gli eurobond o il recovery fund).
Nel frattempo il mondo imprenditoriale si accinge a dar battaglia non appena il nuovo presidente di Confindustria diverrà operativo e sarà interessante vedere in quale misura egli riuscirà a rappresentare la protesta e le preoccupazioni di tutti i ceti produttivi (non soltanto industria ma anche commercio, artigianato, servizi, ecc.) proponendo alternative effettivamente praticabili. In autunno le elezioni regionali rappresenteranno uno step inevitabile e l’attuale governo si troverà comunque al capolinea: per essere sostituito da un altro con la stessa maggioranza oppure per accelerare lo showdown di elezioni anticipate. Non vedo politicamente realizzabile l’ipotesi di cui tanto si parla di mettere in piedi un nuovo governo tecnico che metta tutti d’accordo affidato a Draghi come avvenne in passato col governo Monti. Ma mai come adesso i tempi dell’economia non coincidono con quelli della politica: i mesi che ci separano dall’autunno saranno cruciali per le scelte che dovranno essere fatte.
Per i liberali la strada da percorrere è obbligata: alleggerire il peso fiscale sulle imprese (in particolare l’IRAP), sostenere con garanzie pubbliche l’indebitamento finalizzato alle attività produttive (come in parte si è fatto con i più recenti provvedimenti) ma soprattutto cogliere l’occasione in un momento in cui le resistenze corporative sono più deboli per realizzare quelle riforme di struttura che si invocano da sempre: introduzione nelle scuole di conoscenze sul funzionamento delle istituzioni democratiche e sui principi dell’economia di mercato, riforme per accelerare le cause civili e per semplificare le procedure degli appalti, liberalizzazione del commercio e dei servizi superando il sistema corporativo e corruttivo delle licenze (sostituendolo con accertamenti ex-post del rispetto delle regole), superamento del reddito di cittadinanza come attualmente erogato convertendolo in misure di sostegno all’occupazione per i giovani e in aumenti significativi delle pensioni sociali per gli anziani. Servirebbe anche istituire un servizio civile obbligatorio per giovani di entrambi i sessi al compimento del diciottesimo anno di età ma forse è chiedere troppo.

Le future emergenze
La seconda priorità, meno urgente ma di fondamentale importanza, proviene dall’esperienza del Covid 19, affrontata a colpi di decreti del presidente del consiglio, uno strumento amministrativo che mal si concilia coi suoi contenuti quando incidono sulle libertà costituzionalmente garantite.
Dobbiamo aggiornare le norme di legge, anche eventualmente ritoccando la Costituzione, per affrontare tempestivamente le emergenze che si riproporranno e che potrebbero essere non soltanto sanitarie (terremoti, eventi climatici, terrorismo, ecc.). Occorre concordare tra maggioranza e opposizione procedure chiare, garanzie per il mantenimento del controllo parlamentare, principi inderogabili sulla transitorietà delle misure da adottare. Un utile esercizio per accordarsi in modo diverso dal passato anche su altre modifiche costituzionali cercando intese su singole questioni e rinunciando a palingenetiche riforme complessive che allarmano l’opinione pubblica e favoriscono convergenze negative. Proprio l’esperienza del Covid-19 per esempio ripropone la revisione dell’ordinamento regionale e il riordino delle competenze sanitarie. E con la stessa procedura si potrebbero affrontare altri nodi che appesantiscono la governabilità (ben più importanti della riduzione del numero dei parlamentari su cui andremo a votare entro l’anno) come per esempio il superamento del bicameralismo perfetto.
Si potrebbe, volendo.

Franco Chiarenza
26 maggio 2020

 

P,S. Invito i miei lettori a vedere su You Tube la “War Room” di Enrico Cisnetto del 25 maggio con gli interventi di Paolo Mieli, Massimo Cacciari e Giuseppe De Rita. Uno scenario cupo e pessimistico: speriamo che sbaglino. All’insegna di “Io speriamo che me la cavo”.

Caro Direttore, la recessione senza precedenti causata dalla pandemia da coronavirus rende indispensabile l’intervento dello Stato, adeguatamente supportato – si auspica- dall’Unione europea.
Uno Stato impegnato a sostegno delle famiglie e delle imprese, con l’obiettivo di scongiurarne gli esiziali esiti.
Questo intervento ha comprensibilmente assunto, fin qui, la forma di una terapia palliativa, prevalentemente fatta di sussidi e sovvenzioni e dettata dall’urgenza di dare sollievo alle sofferenze e di attenuare le ansie più immediate e gravi della popolazione . Ma ha il limite di non incidere in alcun modo sulle cause della crisi recessiva che ci affligge e comporta il rischio di dare avvio nel Paese a un’economia sovvenzionata che perduri oltre l’emergenza in atto e degradi – il caveat viene da uno studioso dell’autorevolezza di Giuseppe De Rita – in un’economia sovvenzionata ad personam.

Anche perciò, credo che lo Stato, debba, nel prosieguo, focalizzare il suo impegno sul rilancio degli investimenti,
pubblici e privati, nella scuola, nella ricerca, nelle infrastrutture, materiali e immateriali – la cui carenza e obsolescenza penalizza il nostro sviluppo – e nelle iniziative imprenditoriali.

Mi soffermo sull’intervento – che viene qui sollecitato e che credo sia lecito attendersi, per il superamento della crisi – dello Stato imprenditore, non solo perché è un tema importante, ma anche perché è culturalmente e politicamente controverso.

Angelo Panebianco, in un fondo sul Corriere della Sera del 15 aprile, ha sostenuto che la tentazione dello statalismo
sarebbe di grave impedimento alla ripresa della nostra economia in recessione mentre io ritengo che una exit strategy di successo dalla crisi non possa prescindere dall’iniziativa imprenditoriale dello Stato.

Da quando, nel 1933, Alberto Beneduce, per rimettere in piedi l’industria e la finanza italiane dissestate dalla Grande depressione della fine degli anni ’20, fondò l’Iri – Istituto per la Ricostruzione Industriale – l’Italia ha un’economia mista, nel senso che l’anzidetta iniziativa pubblica si affianca a quella degli operatori privati.

Le conseguenze della pandemia che stiamo sperimentando sono ancora più gravi di quelle provocate da quella terribile recessione d’antan, ma l’Iri, che per decenni ebbe riconosciute benemerenze nell’ammodernamento
e nello sviluppo del nostro paese, non c’è più.

Il suo smantellamento, negli anni tra il 1993 e il 2000, coincise con la crisi politica che determinò la scomparsa di tutti i partiti storici dell’Italia repubblicana e fu motivato – malgrado le obiezioni sollevate e le lungimiranti soluzioni alternative prospettate da Giuseppe Guarino, allora ministro delle Partecipazioni statali e di recente scomparso – con le indubbie disfunzioni e devianze che l’Istituto aveva manifestato, ma che avrebbero potuto e dovuto essere corrette, senza privare il Paese di uno strumento di politica economica così utile ed efficace.

Questa cupio dissolvi fu attuata con la privatizzazione delle grandi società delle quali l’Istituto deteneva il controllo e che per lo più presidiavano settori chiave dell’economia nazionale. Ma, purtroppo, gli operatori privati ai quali furono cedute, risultarono in molti casi inadeguati a questo passaggio di testimone e andarono in crisi e perciò o cessarono le attività o alienarono le imprese loro cedute a operatori internazionali o ne chiesero e ottennero il ritorno
in mano pubblica.

Al tirar delle somme, oggi il nostro sistema-Paese non dispone più della forza e della capacità strategica che il colosso Iri le conferiva, ha visto ridursi numero e dimensione delle sue maggiori imprese e non ha più il presidio (visto che non vi operano più imprenditori italiani) di settori chiave dell’economia nazionale (ad esempio le Tlc e la siderurgia dei prodotti piani e degli acciai speciali): in breve, ha visto notevolmente ridursi la sua competitività internazionale.

Tuttavia, nonostante questa grave menomazione, l’Italia ha ancora un’economia mista perché agli imprenditori
privati si affiancano imprese (Eni, Enel, Fs, Leonardo, Fincantieri), efficaci e competitive anche a livello internazionale. È la dimostrazione del fatto che lo Stato, se si dota di adeguati presidi manageriali, può e sa fare l’imprenditore.

C’è, inoltre nel Paese, un’elevata e non latente domanda di presenza pubblica nel mondo dell’impresa e cioè, fuor di metafora, c’è una gran voglia di Iri, perché si avverte il bisogno di quella sua funzione di supporto e supplenza all’imprenditoria privata che ne giustificò la nascita e che, nella sua lunga vita l’Istituto seppe assolvere.

L’imprenditoria privata italiana ha grandi valenze positive e meriti indubbi (è diffusa capillarmente su tutto il territorio nazionale, ha fatto dell’Italia la seconda manifattura d’Europa ed esporta in tutto il mondo), ma ha anche limiti tipologici, dimensionali, finanziarie di vocazione (essendo fatta, in larghissima prevalenza, di imprese familiari, di piccole e piccolissime dimensioni, poco capitalizzate e poco orientate a impegnarsi nei settori più innovativi e dinamici dell’economia globale), che postulano le ricordate funzioni (di supporto e supplenza)
dello Stato imprenditore.

Per quanto ho ricordato a proposito della nostra storia industriale, questa figura, non può essere considerata in Italia un misterioso e minaccioso Ircocervo e tuttavia è fuor di dubbio che esistano nei suol confronti forti pregiudizi negativi, di natura sia culturale che politica, che credo vadano ragionevolmente superati.

Anche per evitare che il nostro governo debba rinunciare – in questo, difficilissimo frangente della nostra vita, ma anche in prospettiva – ad avvalersi di questo validissimo strumento di politica economica o sia costretto a utilizzarlo solo dopo averlo mimetizzato, quasi che la sua scelta non avesse valenza strategica e piena legittimazione.

 

Mario Lupo

(Articolo pubblicato il 30 aprile 2020 su Il Sole 24 ore)

Si torna a parlare di “Stato imprenditore” per il dopo “coronavirus”. Ne ha scritto, tra gli altri, Mario Lupo sul “Sole 24 ore” e il suo intervento merita particolare attenzione non soltanto perché essendo ospitato dal quotidiano della Confindustria può apparire un segnale di disponibilità a discuterne da parte degli imprenditori, ma anche perché proviene da una persona nota per il suo impegno nell’impresa pubblica e privata e di chiaro orientamento liberale avendo anche presieduto la Fondazione Einaudi di Roma prima di prendere le distanze dalla sua attuale gestione.
Parliamone dunque serenamente e senza pregiudizi e tenendo conto della situazione di emergenza in cui si trova dopo la pandemia Covid-19 l’Europa e in particolare il nostro Paese.

In passato
Come è ben noto l’Italia ha una lunga tradizione di interventismo pubblico nell’economia che risale alle sue stesse origini industriali e che aveva trovato negli anni’30 una sistemazione giuridica con la creazione dell’IRI dopo la crisi mondiale del 1929. Non a caso a una nuova IRI tutti pensano quando si parla di intervento dello Stato. Hanno torto quanti lo ricordano semplicemente come un “carrozzone” costoso che salvava in perdita aziende decotte e serviva soprattutto a sistemare i tanti “clientes” dell’apparato politico (prima fascista, poi democristiano). Esso fu anche questo ma non possiamo negare la meritoria funzione di sostegno che svolse prima della guerra salvando importanti settori del credito e dell’imprenditoria, come pure dobbiamo riconoscere quanto dobbiamo all’IRI per la rapida realizzazione negli anni ’50 di quelle infrastrutture senza le quali la ripresa economica del Paese non sarebbe partita. Hanno però torto anche quanti ritengono che sopprimerlo sia stato un errore: in realtà alla fine del secolo scorso l’intervento pubblico non aveva più ragione di essere in settori non più strategici che con l’abbattimento delle barriere doganali dovevano confrontarsi con la concorrenza europea e, in parte, anche mondiale. Dove ancora la presenza dello Stato aveva senso, nell’approvvigionamento energetico per esempio, essa è stata mantenuta (seppure con partecipazioni di minoranza) rispettando le logiche di mercato e affidandola a un management che quasi sempre si è dimostrato efficiente (e quando non lo è stato ciò si deve a interferenze politiche le quali, anche con le migliori intenzioni, costituiscono sempre il vero rischio di degenerazione implicito nelle partecipazioni pubbliche).

Nel presente
Oggi lo Stato è ancora molto attivo, non soltanto nelle infrastrutture e nell’approvvigionamento energetico, ma anche in settori produttivi di grande importanza: basti pensare a Fincantieri e a Leonardo (ex-Finmeccanica) che, governate con criteri di efficienza imprenditoriale, rappresentano punte di eccellenza in Italia e nel mondo. Il problema non è dunque se possa esistere uno “stato imprenditore”: c’è già, come anche in Francia (è il caso di Renault) e altrove. E neanche se sia opportuno un suo ampliamento per fare ripartire l’economia dopo il Coronavirus; laddove se ne riscontri la convenienza nulla lo impedisce, anche in un contesto liberale, però ad alcune precise condizioni.
La prima è che si tratti di un intervento emergenziale dovuto alla necessità di ristabilire le condizioni di mercato preesistenti alla crisi. Nessun salvataggio dunque di aziende che erano già decotte e fuori mercato, e limitazione nel tempo dell’intervento pubblico che deve cessare appena l’impresa è in grado di affrontare il mercato (anche per non distorcere la concorrenza la cui tutela resta un punto fondamentale dell’economia liberale).
La seconda condizione è che la partecipazione pubblica sia di regola minoritaria, in modo da garantire un management qualificato non condizionato da logiche politiche. Quando ciò non sia possibile (vedi Alitalia) occorre procedere alla nomina dei vertici con procedure trasparenti soggette al controllo parlamentare (come avviene negli Stati Uniti quando il Senato verifica le competenze e i curricula dei candidati a incarichi pubblici di rilievo).
La terza condizione è che non vi siano privilegi sindacali rispetto alla normativa comune.

Per fare questo è necessario ricostituire l’IRI o qualcosa che gli somigli? Non credo. Se le intenzioni sono quelle di superare l’emergenza e tornare al più presto alle logiche di mercato una struttura centrale è inutile e rischia di trasformarsi in un carrozzone burocratico dominato da esigenze clientelari. Esiste già Fintecna che può perfettamente adempiere allo scopo.
Mi permetto però di suggerire, arrivati a questo punto, due altre priorità che mi paiono anche più urgenti di quella di una partecipazione pubblica nelle imprese.

Lavori pubblici
Con i soldi che verranno (dall’Europa o altrove) occorre fare ripartire le tante opere pubbliche impantanate nelle paralizzanti procedure burocratiche. Le regole stabilite per la ricostruzione del ponte di Genova (che, a quel che pare, hanno funzionato bene) vengano estese ad altre che abbiano una valenza strategica riconosciuta.
Forse è venuto anche il momento di riprendere il progetto per il ponte sullo stretto di Messina: un’opera imponente la cui costruzione darebbe fiato per alcuni anni all’economia e all’occupazione e apporterebbe indubbi benefici alla Calabria e alla Sicilia, e per la quale è certamente possibile ottenere un co-finanziamento dell’Unione Europea. Infiltrazioni mafiose? Se non sappiamo difendercene da soli non faremo più nessuna opera pubblica nel sud mentre nulla garantisce che le infiltrazioni emigrino al nord (come è già avvenuto).

Debiti della pubblica amministrazione
Basterebbe che la pubblica amministrazione (Stato, Regioni, enti territoriali) pagassero i debiti arretrati con le imprese che hanno vinto ed eseguito da tempo gli appalti perché molte aziende possano ricapitalizzarsi, diminuire i costi finanziari e ripartire senza altri sostegni pubblici. Non lo dico soltanto io, lo affermano coralmente tutti gli imprenditori, piccoli e grandi. Non si tratta infatti, come molti pensano, soltanto di liberare risorse per le grandi imprese ma soprattutto per quelle medie e piccole, più esposte ai condizionamenti bancari. Ditte, fornitori locali, aziende che maledicono il giorno in cui hanno partecipato a un appalto pubblico.

Sono cose che si possono fare subito. Purtroppo invece molti preferiscono un’ambigua politica di sussidi, sostegni, finanziamenti pubblici politicamente condizionati che appaiono finalizzati al superamento delle stringenti logiche di mercato, in una parola l’anticipazione di una pianificazione industriale dettata dallo Stato approfittando del Covid-19 per voltare le spalle all’economia liberale (che è cosa diversa dal liberismo senza regole). Per conseguire tale obiettivo (che non è soltanto di alcuni settori della destra sopranista) serve davvero un nuovo IRI e anche bello grosso; un serbatoio gigantesco dove piazzare amici e sostenitori incompetenti e spesso invadenti. Le smentite pioveranno da ogni parte ma diceva l’infido e diffidente Andreotti che a pensar male si fa peccato ma qualche volta ci si azzecca.

Franco Chiarenza
19 maggio 2020

Ai sovranisti di ogni latitudine la risposta più convincente è venuta dal Coronavirus. Sprezzante dei divieti di Erdogan e di Putin ha superato ogni confine e si è diffuso senza chiedere il permesso ai governi nazionali, come d’altronde avevano fatto in passato i suoi antenati Sars, Asiatica, Spagnola, Aviaria, e via enumerando. Come sempre i tentativi di isolamento sono falliti, la condivisione di ricerche su farmaci e vaccini è stata invece risolutiva. Il Covid 19 non rappresenta la condanna della globalizzazione come qualcuno ha sostenuto ma, al contrario, la conferma della sua validità.
Chiudere di nuovo i popoli dentro angusti confini non è soltanto poco conveniente è semplicemente inutile. Tutte le cose che contano viaggiano oggi al di sopra delle frontiere: malattie infettive ma anche ricerca di contrasto, capitali finanziari ma anche regole per garantirne un utilizzo virtuoso, scambi e mercati ma anche norme per assicurare una concorrenza imparziale, multinazionali prepotenti ma anche adeguate imposizioni fiscali, riscaldamento globale ma anche comportamenti efficaci per limitarlo, reti di comunicazione ma anche strumenti per contrastarne un uso scorretto, flussi migratori ma anche misure per regolamentarli . Non c’è oggi un solo problema, tra quelli che contano davvero per il nostro futuro, che non passi attraverso soluzioni globali perché ogni provvedimento a livello nazionale si rivela impotente. Chi può negare che le cose stiano così?

Eppure sono in tanti in America, in Europa e altrove a pensare che, avendo raggiunto un elevato tenore di vita, l’unico modo di mantenerlo salvandolo da incursioni predatorie esterne sia quello del “fai da te”, tornando alle politiche protezioniste del “tutti contro tutti”. Si tratta di un’idea miope e controproducente anche per i grandi paesi che per le loro dimensioni e ricchezza possono illudersi di non avere bisogno degli altri, ma semplicemente suicida per piccoli stati come il nostro, con un mercato interno limitato e un indebitamento drammatico, e che si è permesso il lusso di utilizzare le poche risorse disponibili per distribuzioni assistenziali. Il nostro interesse quindi è il contrario di quanto sostengono i “sovranisti”: occorre battersi in ogni sede perchè regole globali consentano il libero gioco della concorrenza competitiva. Anche per questo partecipare all’Unione Europea e rafforzare la sua capacità rappresentativa è per noi molto importante. Tornare ai bracci di ferro e alle guerre commerciali può inizialmente soddisfare un po’ di amor proprio ma quando il virus del nazionalismo autarchico (ben più dannoso di quelli influenzali) avrà drammaticamente dimostrato ai consumatori che a pagare il prezzo di queste esibizioni muscolari alla fine sono loro, si tornerà a invocare il fairplay delle organizzazioni internazionali e a chiedere regole comuni. Perché le regole, da che mondo è mondo, servono a proteggere i più deboli; i più forti ne hanno ugualmente bisogno ma possono più facilmente illudersi di poterne fare a meno perché mettono sulla bilancia il peso della loro superiorità (economica, politica, militare, tecnologica).

Essere convinti che processi globali vadano regolati con accordi multinazionali e significative cessioni di sovranità non significa però che non si possano mettere in atto alcuni strumenti di garanzia per proteggersi da pratiche distorsive che producono danni irreversibili all’economia nazionale; ma essi servono soltanto da tampone e hanno una scarsa efficacia nei tempi lunghi. Più è grande la dimensione politica in cui ci si colloca e meglio si potranno garantire gli interessi strategici; per questo l’unità europea non è un’opzione ma una strada obbligata. Il futuro sarà dominato da grandi blocchi che graviteranno non soltanto intorno agli Stati Uniti d’America ma anche alla Cina e probabilmente all’India e alla Russia. L’Europa potrà svolgere in tale contesto un ruolo importante soltanto se sarà unita e avrà titolo e forza per tutelare i propri interessi; e sarà meglio per tutti se ciò avverrà nell’ambito di strumenti multilaterali a livello globale in grado di difenderci dalla prepotenza dei mercati finanziari, dall’inquinamento globale, dalla minaccia che proviene da un uso scorretto delle nuove tecnologie informatiche, dalle emigrazioni indiscriminate di milioni di esseri umani spinti dalle guerre e dalla fame, ecc. Occorre mettersi insieme, potenziare le strutture sovranazionali che esistono e, se necessario, costruirne delle altre.
Certo, esiste, e non da oggi, la necessità di mettere all’ordine del giorno la riforma di alcuni degli organismi già esistenti, non soltanto in Europa ma anche a livello globale. A cominciare dall’ONU, che, per esercitare un ruolo più incisivo deve essere sottratta dal ricatto dell’”uno vale uno” che rischia sempre di paralizzare ogni decisione. Perchè se, per esempio, il voto di Malta (400,000 abitanti) può paralizzare l’Europa (446, milioni di abitanti) oppure il voto del Togo (6 milioni di abitanti) bloccare le Nazioni Unite (che rappresentano circa sette miliardi di esseri umani) c’è qualcosa che non va. Non bastano le soluzioni empiriche, spesso poco trasparenti, che hanno consentito fino ad oggi di andare avanti, occorre affrontare il problema in maniera chiara e in base a principi innovativi che non siano soltanto improntati all’uguaglianza giuridica e formale delle nazioni. Sono stati studiati per esempio sistemi istituzionali ponderati in cui il principio di nazionalità viene bilanciato da altri criteri di valutazione (popolazione, pil,ed eventualmente altri purché oggettivamente misurabili). L’importante è dare nuovo vigore alle istituzioni sovranazionali più significative realizzate nel secolo scorso dopo gli orrori della seconda guerra mondiale le quali, malgrado i loro limiti, hanno comunque ottenuto in molti casi risultati positivi.

Quando nel 1945 l’America era in grado di imporre a tutto il mondo occidentale, all’Africa decolonizzata e a una parte rilevante dell’Oriente (a cominciare dal Giappone) il suo modello politico ed economico, i suoi governanti fecero una scelta intelligente. Imposero sì quel modello (che d’altronde si era dimostrato vincente) ma ne proposero una gestione condivisa: una partnership che si concretizzò negli accordi monetari di Bretton Woods, nella creazione del WTO (per regolare gli scambi commerciali), nella Banca Mondiale, nel FMI e in numerose altre organizzazioni, alcune delle quali facenti capo all’ONU e in gran parte finanziate dal governo di Washington (UNESCO, FAO, OMS, ILO, ecc.) con lo scopo di affrontare insieme i problemi posti dai cambiamenti universali e promuovere regole comuni su ogni aspetto della vita umana. Persino nella difesa militare durante la guerra fredda gli USA preferirono coinvolgere i partner in un trattato (NATO) che, per molti aspetti, ha caratteristiche multinazionali. Questo grandioso progetto, riuscito solo in parte, era comunque nuovo nella storia più recente e dimostrava la consapevolezza della potenza egemone che i problemi dell’umanità si risolvono tutti insieme o non si risolvono. Quest’epoca, tra alti e bassi durata settant’anni, sembra finita con la presidenza Obama. Con l’avvento di Trump, al di là della volgarità del personaggio, l’America pare avere voltato le spalle a questa mirabile costruzione e preferire richiudersi in se stessa, come già aveva fatto negli anni dell’isolazionismo tra le due guerre mondiali. Eleggendo Trump (sia pure con i limiti di una votazione poco convincente) gli americani hanno inteso chiudere l’epoca del multilateralismo che essi stessi avevano promosso, convinti forse di non avere bisogno di nessuno e comunque certi che ciò che occorre si può comprare senza cedere una briciola del proprio potere. Speriamo si tratti soltanto di una parentesi, non mancano indizi di resipiscenza e il sistema americano dei contrappesi sembra funzionare ancora, ma il segnale “sovranista” e autarchico si è diffuso ovunque e minaccia la stabilità più seriamente del “coronavirus”. Perché, come diceva Bastiat, dove non passano le merci, prima o poi, passano i cannoni.

 

Franco Chiarenza
4 maggio 2020

E’ passato, quasi in silenzio, accanto a quello della Liberazione, un altro anniversario, quello dell’uccisione di Benito Mussolini avvenuta tre giorni dopo. Lo ricordo perché sulle circostanze che portarono alla sua frettolosa soppressione non c’è mai stata chiarezza e molti sono gli interrogativi che ancora oggi possiamo porci.
Mussolini e la sua storica amante Claretta Petacci erano stati catturati dalle brigate partigiane mentre tentavano la fuga nascosti in una carovana militare tedesca che, secondo gli accordi presi con gli alleati, stava abbandonando il Paese ormai quasi completamente occupato dalle truppe anglo-americane. Sulla loro morte le testimonianze furono contraddittorie e parziali, le ambiguità imbarazzanti, i dettagli stessi dell’improvvisata esecuzione poco credibili.

Mussolini aveva governato l’Italia come dittatore per circa vent’anni. Le sue responsabilità erano indiscutibili. Ne ricordo tre che mi paiono le più gravi: l’eliminazione di ogni forma di democrazia pluralista col suo seguito di persecuzioni violente nei confronti degli oppositori, l’alleanza con il nazismo di Hitler e la conseguente vergogna delle leggi razziali, la cinica e dilettantesca entrata in guerra in condizioni di impreparazione che è costata al popolo italiano centinaia di migliaia di morti e distruzioni immense materiali e morali. Ce n’è abbastanza per una condanna esemplare, perché preoccuparsi di come realmente è stata eseguita? Per almeno due ragioni: perché per un liberale, soprattutto in casi esemplari come quello di cui trattiamo, la forma è importante quanto la sostanza, e soprattutto perché è stata un’occasione mancata per fare i conti non con uomo ma con un’ideologia.
Un vero processo a Mussolini fatto da una Corte italiana (senza delegarlo a tribunali costituiti dalle potenze vincitrici, come fu quello di Norimberga) avrebbe consentito di esprimere solennemente un giudizio sulle responsabilità storiche del fascismo e sulla sua natura illiberale e anti-democratica ottenendo due importanti risultati: un coinvolgimento popolare che avrebbe rappresentato il fondamento della nuova nazione, e, non meno rilevante, la dimostrazione davanti al mondo che il nostro Paese era in grado di fare da solo il proprio esame di coscienza e punire i responsabili della soppressione della libertà. Perché non si volle fare? Quali interessi spingevano ad eliminare rapidamente e silenziosamente il maggiore responsabile della nostra tragedia nazionale e i suoi complici? E poi: perché uccidere Claretta Petacci, la quale non aveva avuto alcun ruolo politico nelle vicende del fascismo?

Se è vero che l’uccisione immediata di Mussolini fu autorizzata dal CLNAI (ma una documentazione convincente in proposito, non creata ex-post, in realtà non esiste) si trattò di un errore gravissimo. C’era forse un pericolo di fuga o che l’ex-dittatore potesse essere messo in salvo da formazioni militari fasciste? Non risulta.
Si è detto che si voleva impedire che Mussolini cadesse nelle mani degli anglo-americani perché ciò avrebbe comportato un processo intentato dai vincitori come quello che fu poi imbastito a Norimberga nei confronti dei criminali di guerra nazisti. Ma la spiegazione non regge a un’analisi attenta dei fatti. Cosa impediva al CLN di prendere in consegna il prigioniero e chiedere che fosse giudicato in Italia da un tribunale speciale dato che, a differenza di ciò che avverrà in Germania, un governo legittimo riconosciuto dagli alleati esisteva e, a quell’epoca, era già espressione del CLN (governo Bonomi)? Perché quell’esecuzione frettolosa davanti al cancello di una casa semi-abbandonata in una strada secondaria?
Si è detto che un processo pubblico avrebbe fatto emergere le corresponsabilità dell’intero popolo italiano; e allora? Ragione di più per farlo, distinguendo le responsabilità di chi impose un regime di violenza anche psicologica e di chi lo subì più o meno passivamente. Se quindi questa è stata la ragione dell’esecuzione sommaria si trattò di una valutazione cinica ed errata che inevitabilmente si rifletteva sul futuro creando le condizioni per un ritorno alla normalità pieno di ambiguità, come di fatto avvenne.
Si è detto che Mussolini portava con sé documenti che provavano la simpatia di Churchill per il fascismo. Vero o no si tratta di questione irrilevante. Tali simpatie erano ampiamente note come pure i tentativi di Roosevelt e Churchill per mantenere l’Italia estranea al conflitto (anche chiudendo un occhio sul regime totalitario che la governava). E poi sembra francamente difficile che Audisio (che secondo la versione ufficiale avrebbe da solo effettuato l’esecuzione), esponente di primo piano del PCI e più tardi deputato comunista, agisse per proteggere gli interessi degli inglesi.
Si è detto che conveniva alla Corona fare scomparire un testimone scomodo delle connivenze tra la dinastia sabauda e il fascismo. Ma, anche in questo caso, nulla di più di ciò che era stato evidente a tutti si poteva rivelare e, in ogni caso, non si vede la convenienza dei comunisti ad assecondare un tale disegno.
Le perplessità aumentano se si pensa a quel che avvenne dopo l’uccisione di Mussolini e che si sarebbe potuto evitare con un regolare processo, qualunque ne fosse l’esito, anche la condanna a morte. Chi autorizzò la macabra esposizione dei cadaveri appesi con un gancio a testa in giù, sotto lo sguardo ironico dei cineoperatori americani che ne diffondevano le immagini in tutto il mondo e che non giovarono certo al nostro prestigio internazionale?
Quando la soppressione dei dittatori avviene con modalità poco trasparenti, più simili a un linciaggio che a una regolare esecuzione, la ragione è sempre la volontà di evitare un processo pubblico: come avvenne, tanto per fare esempi più recenti, nel caso di Ceasescu in Romania nel 1989 e di Gheddafi in Libia nel 2011.

In conclusione le domande sono tante e non hanno mai ricevuto risposte convincenti neanche da parte dei protagonisti dell’epoca. Non so se ci sono ancora archivi sconosciuti da aprire: ma se ci sono vanno cercati nell’ex PCI o in quelli dei suoi principali dirigenti di allora, a cominciare da Luigi Longo che nella vicenda dell’esecuzione di Mussolini svolse – a quanto pare – un ruolo decisivo.

 

Franco Chiarenza
28 aprile 2020

La gente comune, in maggioranza priva di una laurea in economia, non ci capisce più nulla: MES no, eurobond sì, BEI bòh, fondi speciali non si sa. Poi c’è la BCE col QI, il SAFE. Tutti si improvvisano economisti e aumentano la confusione. Si litiga tanto ma non si comprende bene su che cosa. Certo si tratta di soldi, questo almeno è chiaro; soldi nostri che l’Europa non vuole restituirci (secondo Salvini e Meloni) e di cui sdegnosamente potremmo anche fare a meno chiedendoli a Cina, Giappone, (e perchè no alla Corea?); soldi europei di cui abbiamo bisogno (secondo Conte e Gualtieri) e che non possiamo ottenere da nessuno al di fuori dell’Europa. Allora, come stanno realmente le cose?
Secondo il Liberale Qualunque stanno semplicemente così.

Cosa intendiamo per Europa
L’Europa non è quella che gli europeisti vorrebbero e nemmeno quella che i sovranisti (meglio chiamarli nazionalisti) immaginano. Si tratta, oggi come oggi, di un club di stati nazionali che si sono associati per convenienze economiche e a tal fine hanno messo insieme alcune risorse finanziarie creando strumenti adatti per amministrarle: alcuni di essi hanno addirittura rinunciato a battere moneta in favore di una moneta unica in grado di fronteggiare l’egemonia del dollaro americano sui mercati internazionali. Tutto il resto è fumo negli occhi: parlamento europeo, corte di giustizia, burocrazia di Bruxelles. Certo, molti di noi, i liberali più di tutti, vorrebbero che fosse molto di più, ma dobbiamo essere realisti: oggi l’Unione Europea è sostanzialmente quella che abbiamo descritto e quindi, come in qualsiasi club che si rispetti, bisogna fare i conti con tutti i suoi soci ognuno dei quali ha un voto e le decisioni quasi sempre vanno prese all’unanimità. Ma come accade in tutti i club, i soci sembrano tutti uguali ma qualcuno di loro conta di più (per ricchezza, prestigio, origini familiari, ecc.). E’ il caso di Francia e Germania, ma pure l’Italia, per varie ragioni che qui sarebbe troppo lungo elencare, fa parte del gruppo di soci più autorevoli anche se la sua immagine si è molto incrinata negli ultimi anni.
Quando uno dei soci si trova in difficoltà ha il diritto di chiedere l’aiuto degli altri ma chi deve garantire i prestiti necessari ha anche il diritto di chiedere adeguate garanzie; funziona così ovunque, nelle famiglie, nelle collettività, nei mercati. Se uno dei soci bara e dichiara situazioni che non corrispondono alla realtà i casi sono due: o viene espulso dal club oppure i soci gli danno l’aiuto necessario a precise condizioni e con vincoli molto stringenti. E’ quello che è avvenuto con la Grecia e tra i soci che chiedevano garanzie per aiutarla c’eravamo anche noi. Piaccia o meno così ha funzionato l’Unione Europea fino ad oggi; chi non ci sta può sempre andarsene (come ha deciso di fare la Gran Bretagna).

Coronavirus
Con l’arrivo micidiale della pandemia Covid 19 le regole esistenti sono sembrate insufficienti a tutti i soci; non è di questo che si discute. Per fare ripartire l’economia dopo la batosta occorrono misure straordinarie e ciò vale per l’Italia ma anche per gli altri paesi. La Banca Centrale Europea si è attivata (dopo qualche esitazione) e acquisterà titoli (anche italiani) per centinaia di miliardi. Quali sono allora i problemi? Sono due: la quantità di risorse da immettere nel sistema per impedire strozzature finanziarie (che potrebbero venire anche dai mercati extra-europei) ma che non possono superare certi limiti senza il rischio di innescare processi inflattivi incontrollabili, e come distribuire i fondi cash immediatamente disponibili. Ed è qui che casca l’asino, o meglio si fa sentire il pregiudizio dei nostri partner nei confronti della capacità dei nostri governi di utilizzare correttamente risorse che provengono dalla cassa dell’intero circolo, e cioè di tutti i suoi componenti. Hanno torto?
Bisogna essere onesti: in passato l’Italia si era impegnata a ridurre il debito pubblico almeno della metà per allinearlo a quello degli altri soci e non lo ha fatto. Ha chiesto tempo e deroghe per sistemare alcune condizioni strutturali che strozzavano l’economia e non lo ha fatto; al contrario ha disperso le risorse disponibili in misure assistenziali di dubbia efficacia. Ha ottenuto l’assegnazione di fondi europei destinati alle aree meno sviluppate (in cui rientrava il nostro Mezzogiorno) e non li ha utilizzati, tanto che per la maggior parte sono finiti dirottati in altri paesi (come Spagna e Portogallo). Cosa pensereste se foste tedeschi o olandesi qualunque? Uno dei “difetti” della democrazia è che bisogna tenere conto non soltanto dei governi ma anche delle opinioni pubbliche, e queste si formano anche su pregiudizi amplificati dai mass-media; non sempre i governi, soprattutto se dispongono di maggioranze deboli, riescono a mediare tra la “pancia” delle credenze populiste e i veri interessi del loro paese. E’ sempre stato così, figurarsi in tempi di social-network.
Detto questo resta il fatto che il “club Europa” – piaccia o no – si fonda su un’economia di mercato regolata in cui i problemi del disagio e dell’emarginazione si risolvono aumentando l’efficienza produttiva e con essa i posti di lavoro, riservando le misure di assistenza sociale a quanti si trovano realmente in condizioni di povertà; il che, almeno nella percezione delle pubbliche opinioni dei paesi settentrionali, il nostro paese non ha fatto. In sostanza, per non farla troppo lunga, i nostri partner non si fidano di come spenderemo le risorse che il club potrebbe metterci a disposizione e vorrebbero essere certi che i soldi vadano realmente alle persone e alle strutture produttive danneggiate dal coronavirus e non vengano dispersi in altre direzioni. L’opposizione (Salvini e Meloni) indignata invoca l’orgoglio nazionale, la maggioranza si batte sui tavoli europei per strumenti flessibili che non implichino controlli e supervisioni; ma l’Italia col suo deficit da record mondiale si trova in difficoltà e rischia l’isolamento. Ecco in cosa consiste la partita che si sta giocando a Bruxelles.

Italexit?
Inutile girarci troppo intorno: nel club o ci si sta con le regole che noi stessi abbiamo contribuito a scrivere o se ne esce. Cambiare le regole si può ma è un lavoro lungo e difficile che certo non si risolve in poche settimane, e anche l’ipotesi di creare un altro club più esclusivo con i soci disposti a trasformarlo in una vera comunità politica fondata su valori condivisi richiede tempi lunghi. Adesso non ci sono alternative: cercare aiuti fuori dall’Unione significa fare un passo verso l’uscita come appunto vorrebbero le minoranze nazionaliste (non soltanto in Italia).
Ma poi: chi ci dovrebbe aiutare e a quale prezzo? Perchè gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone o chiunque altro (a prescindere dal fatto che sono anch’essi duramente colpiti dalla pandemia) dovrebbero darci consistenti aiuti senza adeguate garanzie? Certo, il “piano Marshall” – spesso evocato – era un aiuto a fondo perduto ma era stato concepito per aiutare un paese distrutto dalla guerra e che non aveva risorse sufficienti per superare l’emergenza; l’Italia di oggi, malgrado tutto, non è nelle stesse condizioni. E poi dove va a finire la “dignità nazionale” sempre evocata dalla coppia Salvini-Meloni?
“Faremo da soli” è la sdegnata risposta di Salvini, e non è una minaccia da prendere alla leggera perchè in realtà fare da soli si può. Basta uscire dall’euro, deprezzare la moneta che lo sostituisce, rapinare il risparmio privato trasformandolo forzosamente in titoli di credito garantiti dallo Stato, difendere la produzione nazionale creando barriere doganali, evitare i fallimenti attraverso indiscriminate nazionalizzazioni; ma il prezzo che pagherebbero gli italiani sarebbe altissimo.
Buona parte delle esportazioni non troverebbe sbocchi adeguati, merci e servizi esteri dovrebbero essere pagati in dollari (il cui cambio sui mercati finanziari ci penalizzerebbe), il potere d’acquisto reale diminuirebbe e con esso i consumi interni; insomma un avvitamento all’indietro che ci riporterebbe agli anni ’30 del secolo scorso. E magari, passo dopo passo, dopo avere riesumato dal fascismo autarchia e corporativismo, anche il modello politico potrebbe modificarsi per passare da una democrazia liberale a una democrazia illiberale (come propongono gli esempi di Putin e di Orban).
Prima di buttare alle ortiche quello che abbiamo costruito negli ultimi settant’anni stateve accorte.

Franco Chiarenza
16 aprile 2020

Se esiste un Aldilà Luciano Pellicani sorriderà di questa sua postuma iscrizione al liberalismo; lui, socialista doc, consigliere e amico di Craxi e di Martelli. Eppure raramente, anche tra i liberali che credono di essere tali, ho conosciuto una persona che meglio di Pellicani sollecitasse la mia curiosità intellettuale ed esercitasse con le sue teorie sociologiche e politiche un’attrazione del tutto compatibile col mio essere liberale.
Ho collaborato con Pellicani alla scuola di giornalismo della LUISS e in seguito ho avuto occasione di incontrarlo alla Fondazione Einaudi di Roma e a “Mondo Operaio” quando si cercava di immaginare qualche soluzione all’annoso problema del servizio pubblico radio-televisivo.
Colto, intelligente, chiaro nelle sue esposizioni, aperto anche alle contestazioni non pretestuose, era molto apprezzato dai suoi studenti alla LUISS.
Prima che la Fondazione Einaudi sprofondasse avevo cercato di costituire una sorta di “accademia” liberal-democratica (Consulta Liberale) col compito di adeguare concettualmente il liberalismo alle nuove esigenze che scaturivano dai processi che esso stesso aveva innescato nel secolo scorso; gli chiesi di farne parte insieme ad altri esponenti della cultura politica di quegli anni che ritenevo culturalmente contigui ai più recenti sviluppi del pensiero liberale. Accettò senza riserve e si rammaricò quando il progetto fallì per il venir meno della Fondazione stessa, passata poi in mano ad altri meno interessati ad approfondire tali tematiche.

Si deve a Pellicani se il partito socialista, superando l’impasse marxiana e riscoprendo antiche matrici umanitarie e libertarie, riuscì ad approdare con la leadership di Craxi a una concezione democratica socialista molto contigua a quella liberal-democratica. La sua avversione al leninismo, documentata in molti suoi scritti, si traduceva non soltanto in un rifiuto del comunismo come si era storicamente realizzato ma anche dei maldestri tentativi riformisti di quanti dopo il crollo del 1989 si ostinavano a mantenere forma e sostanza superati dalla storia accontentandosi di una sommaria riverniciatura che rendesse accettabile l’alternativa di sinistra in un contesto irreversibilmente pluralista. Fu l’ispiratore della fase migliore del “craxismo”, quando la leadership socialista si propose come soggetto di una profonda riforma istituzionale, politica e sociale, in grado di allineare l’Italia ai paesi più avanzati dell’Occidente. La sua speranza di realizzare anche in Italia un bipolarismo costruttivo fondato su un’alternanza che si riconoscesse in alcuni principi fondamentali dello stato di diritto non si è mai realizzata. Dall’egemonia monopartitica della DC il Paese è scivolato in un’alternanza di maggioranze populiste e ambigue, caratterizzate da leadership personalizzate che si delegittimano reciprocamente; un esito che Pellicani non aveva previsto, come d’altronde nessuno di noi.

Franco Chiarenza