Abbiamo intervistato per I Liberali Franco Chiarenza, giornalista ed esperto di comunicazione, fondatore del blog Il Liberale Qualunque. È stato un colloquio molto interessante, in cui sono stati toccati tanti aspetti della sua esperienza politica e professionale ma anche temi di attualità, come la crisi del giornalismo tradizionale e il mutamento delle forme del dibattito pubblico.

Come si presenterebbe Franco Chiarenza ad un lettore del nostro sito, specialmente se giovane?

Intanto mi presenterei come uno che non è più giovane; come una persona che, avendo passato ormai ottantasei anni di vita, si ritiene un buon testimone di ciò che è avvenuto nella seconda metà del secolo passato e nel primo ventennio di questo secolo.

Hai intitolato il tuo libro, che in seguito ha ispirato il blog, Il Liberale Qualunque. Come mai questo nome, che a una prima lettura potrebbe evocare Guglielmo Giannini e l’Uomo Qualunque?

Come ho scritto nella prefazione, il qualunquismo con il mio liberalismo non ha nulla a che fare. L’espressione “liberale qualunque” nasce dal fatto che del liberalismo si parla sempre come di un concetto astratto: una teoria complicata, che alla fine riguarda pochi intellettuali o comunque un numero ristretto di persone con una particolare cultura. Secondo me, al contrario, il liberalismo riguarda tutti. E tutti noi – senza esserne coscienti – siamo o non siamo liberali non tanto in base alla conoscenza delle teorie ma ai comportamenti di tutti i giorni. E il liberale qualunque – che spesso non sa di esserlo – si contrappone a quanti dicono di esserlo e invece dimostrano il contrario.

Oggi ce ne sono molti, a tuo avviso?

Credo proprio di sì. Nel nostro paese, c’è stato un momento in cui tutti si dicevano liberali. Erano cadute le grandi ideologie nelle quali intere generazioni si erano riconosciute. Non crollò solo il muro di Berlino, ma anche l’illusione che si potesse fare a meno dell’economia di mercato. Improvvisamente tutti si sono sentiti orfani di ideologie di riferimento e sono diventati liberali. Ma il liberalismo, pur essendo estremamente elastico e aperto a molteplici interpretazioni, ha alcuni pilastri; alcuni punti che non consentono deroghe.

Che cosa pensa il liberale qualunque Franco Chiarenza delle tante iniziative di (vera o presunta) ispirazione liberale – associazioni, circoli, pagine Facebook – che oggi sembrano proliferare?

C’è un po’ di tutto. Alcuni di questi sono realmente dei liberali; altri non lo sono. Da certi scritti di presunti liberali emergono convinzioni intolleranti, nazionaliste, talvolta addirittura razziste che con il liberalismo non hanno nulla a che vedere. Altri, invece, sono effettivamente liberali: anche se, com’è ovvio, ci sono quelli che interpretano il liberalismo in modo più liberista e quelli che lo interpretano in modo più liberalsocialista. Però, al di là delle singole ispirazioni, ci sono alcune cose sulle quali tutti i liberali non possono non concordare: la tolleranza per le idee degli altri, la preferenza per un tipo di confronto che non deve mai essere sopraffazione. Se non si accettano questi principi, non ci si può dire liberali.

Da dove nascono tutti questi fraintendimenti intorno al termine liberale?

C’è un equivoco di fondo. Molti confondono il liberalismo con il moderatismo. Dicono di essere liberali perché si sentono moderati rispetto a una certa sinistra e a una certa destra, più o meno immaginarie. Si pensa di essere liberali perché si sta al centro. Questo è un modo sbagliato di concepire il liberalismo.

A proposito di tolleranza per le idee degli altri, mi sembra che questa idea sia anche evocata dal logo del Liberale Qualunque, presente anche nella copertina del libro. Sono raffigurate alcune persone sedute attorno a un tavolo. Che cosa vuole rappresentare quel disegno?

Esattamente quello che tu dici: rappresenta l’idea del dialogo. Questa composizione risale agli anni della mia prima gioventù, quando io e un gruppo di altri ragazzi decidemmo di fare un circolo per discutere di politica. Era un tempo – quello degli anni cinquanta – in cui la politica era molto radicata fra i giovani: si usciva da una guerra mondiale, si apriva una stagione di grandi speranze, tutti erano coinvolti nella politica, c’era molta partecipazione. Avevamo costituito questo piccolo gruppo, del tutto dilettantesco; e uno dei componenti, che era un bravissimo disegnatore, concepì il logo. Quando poi anni dopo abbiamo fatto una rivista, che si chiamava “Democrazia liberale”, lo abbiamo riutilizzato. È un disegno a cui sono anche sentimentalmente legato, tanto che poi ho voluto metterlo nella copertina del libro.

Come racconteresti ad un ragazzo di oggi l’esperienza della politica giovanile del tempo?

È un tema – quello della politica universitaria fra gli anni cinquanta e il 1968, quando poi questa esperienza venne meno – di cui si parla pochissimo. Ebbe una grandissima importanza, se si pensa che almeno la metà della classe politica che ha poi diretto il paese sino alla fine del secolo proviene da lì. Si trattava di una palestra politica degli studenti universitari più impegnati: una minoranza degli studenti, che già erano una minoranza della società, visto che allora l’università era molto più ristretta e più selettiva di oggi.

Ad un certo punto hai intrapreso la carriera di giornalista, anche ad alti livelli, sia in radio che nella carta stampata. Hai lavorato in Rai, e alla storia della Rai hai dedicato un libro importante, “Il cavallo morente”. Però non hai mai avuto il mito della televisione pubblica. Oggi si parla spesso – talvolta con accenti nostalgici, soprattutto alla luce del degrado televisivo di oggi – della vecchia tv pedagogica. Che cosa pensi di quel modello? Era una tv conformista, con tratti di paternalismo, oppure era il modo migliore per offrire, nelle condizioni di allora, un prodotto di alta qualità professionale?

Come sempre, la risposta non può mai essere o bianco o nero. Alla metà degli anni cinquanta, la tv in Italia fu una grande novità. E non tutte le forze politiche ne compresero subito le capacità di condizionamento. Le capì la Chiesa, che aveva visto ciò che stava accadendo in America. Ed era facile prevedere che ciò che era successo lì sarebbe accaduto anche da noi: nel giro di pochi anni, la televisione divenne una delle cose più condizionanti del panorama sociale del nostro paese. A cavalcare questo cavallo si trovò la Dc. La Chiesa temeva che ci sarebbe stata una secolarizzazione di un paese tradizionalmente cattolico, legato ad antiche consuetudini, prevalentemente agricolo, quasi del tutto estraneo – salvo che nelle sue élite – ai grandi movimenti culturali laici che avevano influenzato la storia d’Europa.

L’Italia stava cambiando, nel frattempo.

Sì, questo modello di paese si stava sgretolando, per una serie di ragioni di natura sociale ed economica. In tutto questo, la televisione doveva rappresentare, agli occhi della Chiesa, uno strumento di freno: si voleva che il cambiamento in corso avvenisse mantenendo fermi quei principi cattolici che consentivano alla Chiesa di esercitare un notevole potere di condizionamento sulle masse. Naturalmente, c’era anche una coincidenza di interessi con la Dc: nei primi anni, la Rai fu uno strumento politico, sociale, morale nelle sue mani. Quindi – come hai detto giustamente – rappresentava un modello paternalistico: era una televisione nella quale non si poteva pronunciare la parola divorzio, una tv su cui poi si è giustamente molto ironizzato negli anni successivi. Ma la Rai non è stata solo questo.

Ha avuto anche un ruolo educativo…

La televisione è entrata in tutte le case, anche quelle dove non era mai entrata alcuna forma di cultura che non fosse quella della tradizione popolare. Malgrado il suo paternalismo, la tv fu una finestra spalancata sul mondo. E, in questo senso, cambiò profondamente la natura degli italiani, i quali scoprirono una realtà diversa da quella delle tradizioni familiari. Questo ha avuto degli effetti sconvolgenti, perché ha spinto molte persone a far studiare i propri figli. Gli italiani impararono l’italiano. Quindi la tv di quel tempo – pur perseguendo scopi politici non condivisibili per un liberale – ha avuto degli effetti estremamente positivi, al di là delle intenzioni di chi la governava.

Un’informazione libera è fondamentale per una democrazia liberale. In questo momento storico sono in corso numerose trasformazioni: i politici aggirano spesso la mediazione giornalistica rivolgendosi direttamente ai loro seguaci tramite i social network, spesso trattandoli più come fan che come cittadini elettori; i giornali sono in crisi di vendite e non hanno più la centralità di un tempo; l’informazione televisiva è schiava dei talk show a basso costo, che spesso informano in modo superficiale e sensazionalistico. Come interpreti questi fenomeni? Che ruolo potrà giocare il giornalismo in questo nuovo scenario?

È una domanda molto impegnativa. La tua descrizione della realtà è perfetta: la condivido totalmente. Abbiamo tutto un sistema di mezzi di comunicazioni di massa – attraverso cui si veicola l’informazione – che è in crisi, che non ha più il rilievo che aveva un tempo (benché non sia completamente scomparso, come invece preconizzavano alcuni profeti di sventura). Certamente l’arrivo dei social ha rivoluzionato il vecchio panorama e ha costretto gli operatori dell’informazione tradizionale a misurarsi con un’informazione diffusa. Questo è un fenomeno che, di per sé, un liberale deve considerare positivo, perché allarga i confini dello scambio di informazioni. Questo è l’aspetto apprezzabile del fenomeno.

Quali sono, invece, gli aspetti negativi?

L’aspetto negativo è che attraverso questo allargamento passa di tutto. Innanzitutto, passano cose inaccettabili sul piano della volgarità e della maleducazione; ma su questo si potrebbe anche sorvolare, perché si tratta di sfoghi che ci sono sempre stati e che ora trovano uno strumento di amplificazione. Il punto fondamentale è che passano delle informazioni sbagliate e non verificate. Questo è un punto fondamentale per un liberale. I liberali hanno fatto sempre una battaglia in favore della corretta informazione.

Che cosa dobbiamo intendere per corretta informazione?

Esistono delle regole di correttezza che garantiscono chi legge: citare le fonti, mettere sempre a confronto le diverse opinioni e possibilmente distinguere le proprie opinioni dalla descrizione dei fatti. Questo meccanismo aveva avuto un notevole successo, soprattutto nel mondo anglosassone, tanto da dare alla stampa una credibilità e un prestigio tali da controllare il potere politico per conto dell’opinione pubblica. Questa funzione di mediazione è stata travolta dai nuovi mezzi elettronici. Meccanismi di controllo e di garanzia che erano stati studiati e imposti con molta difficoltà ai mediatori dell’epoca – i giornalisti – oggi sono saltati. Il risultato è che passa una valanga di cattiva informazione, nei cui confronti i fruitori sono completamente indifesi, perché non conoscono neanche il modo per verificare le informazioni che ricevono.

Stai delineando un quadro molto fosco. Il giornalista non ha più alcun ruolo, in questa nuova realtà?

Ovviamente non bisogna buttar via il bambino con l’acqua sporca: i social restano un fatto importante e utile ai fini della crescita politica, liberale e democratica, del paese. C’è però il problema di cui parlavo. Non so come si potrà risolvere, ma vedo qualche schiarita. I giornalisti – persa la loro funzione di mediatori esclusivi – ne stanno acquistando un’altra, quando sono bravi: quella di verificare la correttezza dell’informazione. Questo forse può limitare il fenomeno gravissimo delle fake news, che come abbiamo visto arriva ad incidere sui risultati delle elezioni politiche.

Ti riferisci all’elezione di Trump?

Sì. Gli Stati Uniti hanno passato un momento estremamente sgradevole della loro storia. Poi c’è stata una reazione. Il problema delle fake news, che oggi è al centro della discussione in America, dovrebbe diventare centrale anche in Europa. Da questo passa il futuro delle istituzioni liberali, delle istituzioni garantiste: che garantiscono cioè il cittadino affinché non venga imbrogliato.

Sei sbarcato su internet a più di ottant’anni. Che cosa ti ha spinto ad aprire il blog?

Internet è la più grande invenzione della storia della comunicazione dopo l’invenzione della stampa. Condizionerà fortemente il nostro futuro. E quindi ho sentito il bisogno di starci dentro, naturalmente con le forze di cui potevo disporre, che erano ben poche. Però internet ha questo vantaggio: consente a tutti, anche a coloro che non posseggono grandi mezzi, di essere presenti in qualche modo nel dibattito pubblico. Una volta non era così: se non avevi il denaro necessario per fare un giornale o mettere su una televisione, ne eri praticamente escluso, se non per piccole nicchie. Internet dà la possibilità di allargare enormemente le possibilità di espressione e cambierà completamente il modo di comunicare delle prossime generazioni. E l’umanità progredisce o regredisce in funzione della sua capacità di comunicare: esperienze, informazioni, sentimenti, tutto ciò che ogni persona ha dentro di sé. Internet è all’inizio di una lunga storia, che durerà per qualche secolo.

A cura di Saro Freni

Conoscevo Ernesto da molto tempo. Molto attivo, ambizioso, appassionato cultore del pensiero di Benedetto Croce, scrittore fertile, il professor Paolozzi era un assiduo frequentatore dei bei saloni di palazzo Serra di Cassano dove l’Istituto di studi filosofici creato da Gerardo Marotta svolgeva un’intensa attività di studio e di divulgazione delle conoscenze storiche e filosofiche. Lo incontravo nei miei saltuari soggiorni napoletani e le nostre discussioni erano sempre stimolanti.
I nostri liberalismi non erano coincidenti: più crociano il suo, piuttosto einaudiano il mio, giusto per riprendere il famoso dibattito tra don Benedetto e il futuro Presidente della Repubblica che ha animato negli anni il ristretto ma vivace mondo dei liberali. Ernesto Paolozzi era soprattutto un filosofo morale e in quanto tale tendenzialmente ostile al liberalismo di matrice anglosassone che vedeva nell’economia di mercato – sia pure regolamentata e corretta nei suoi eccessi – una condizione inderogabile per ogni sviluppo liberale della società, e tale avversione lo portava ad assumere atteggiamenti molto critici nella valutazione dei modelli culturali che arrivavano dall’America.
Ernesto però non era un pensatore astratto isolato dalla realtà; al contrario aveva ambizioni politiche e non nascondeva questa propensione. Come me militò per un certo periodo nel partito liberale, riconoscendoci entrambi nell’ascendenza zanoniana e nella maggioranza che governò il PLI intorno all’asse Zanone-Altissimo. Nel 1992 fu eletto consigliere comunale; ebbe successivamente esperienze meno fortunate presentandosi in altre liste (di alcune delle quali è legittimo porsi qualche domanda sulla compatibilità con il liberalismo) ma mantenne sempre attiva la sua presenza collaborando con giornali, riviste, e attraverso l’insegnamento nell’università Suor Orsola Benincasa. Da lui raccolsi nel 1995 il testimone della direzione scientifica della Fondazione Einaudi di Roma quando diventò per lui evidente la difficoltà di conciliare i suoi impegni politici e professionali con la gestione di un’istituzione che svolgeva la sua prevalente attività in una città diversa da quella che era al centro dei suoi interessi.

Ernesto Paolozzi ha pubblicato molti libri, diversi saggi su Benedetto Croce e numerosi interventi su temi di attualità politica. Tra tanti vorrei ricordarne due che ben si attagliano alla sua complessa personalità: “Il liberalismo come metodo” scritto trent’anni fa ma assolutamente fondamentale per una concezione dinamica del pensiero liberale che non conosce l’usura dell’età, e uno degli ultimi “Diseguali, il lato oscuro della vita” (scritto in collaborazione con Luigi Vicinanza) nel quale si avverte una contaminazione tra un liberalismo riletto in chiave laburista e conclusioni molto vicine a un marxismo rivisitato che tuttavia – a mio avviso – resta difficilmente compatibile con le stesse radici liberali dell’autore. Una svolta discutibile, confermata da un conseguente impegno elettorale, che testimonia tuttavia quanto Ernesto restasse “metodologicamente” liberale nel rimettere sempre in discussione ogni presunta certezza, cominciando da quelle del suo stesso passato.
Con lui se ne va un interlocutore dialettico che percepiva con sofferenza la difficoltà di realizzare un’etica liberale in un mondo in veloce trasformazione; ne sentiremo la mancanza.

Franco Chiarenza
14 aprile 2021

 

PS. Chi voglia approfondire il pensiero e l’opera di Ernesto Paolozzi nella loro evoluzione può trovare un appassionato e lucido approfondimento di Costanza Pera pubblicato sul sito della “Scuola di Liberalismo” http://www.scuoladiliberalismo.it

E’ presto per fare un primo credibile bilancio? Forse sì, ma considerati i tempi stretti di una politica che deve fare i conti con tante emergenze si può tentare una prima riflessione soprattutto per capire cosa è cambiato rispetto al governo precedente.

Emerge innanzi tutto una diversa modalità di esercitare la funzione di capo del Governo. Mario Draghi ascolta tutti rispettosamente ma poi decide sulle cose essenziali assumendosene la responsabilità e soprattutto facendo attenzione che le inevitabili discrasie connesse alla natura stessa di un governo tanto composito vengano rapidamente ricomposte. Per ora il metodo ha funzionato abbastanza bene e le insofferenze di una parte della maggioranza (soprattutto Salvini) sono state tenute fuori dalla porta. La prova del nove si avrà quando si conoscerà in dettaglio il Recovery plan da sottoporre a Bruxelles; il presidente ha concentrato il potere reale di scelta in poche mani di tecnici di sua fiducia estromettendone di fatto i partiti, ma in sede parlamentare le tentazioni assistenziali pre-elettorali potrebbero riemergere. Draghi si è mostrato però molto duttile sul condono fiscale, ed è quello probabilmente il terreno su cui sarà possibile negoziare con i partiti ulteriori margini di flessibilità.
Sul contrasto alla pandemia la svolta impressa da Draghi è stata netta: superare le dispute sulle precedenze nella somministrazione dei vaccini e concentrare gli sforzi nelle forniture, entrando anche in polemica con la Commissione dell’UE per come è stata gestita la campagna acquisti. Tanti vaccini da distribuire e somministrare ovunque e comunque coinvolgendo soggetti privati (farmacie, ambulatori, studi dentistici, ecc.) inspiegabilmente rimasti esclusi dai piani precedenti. Anche i rapporti con le Regioni hanno subito una svolta; Draghi ha rivendicato allo Stato ogni potere decisionale che vada oltre l’ordinaria amministrazione.
Sui problemi della giustizia che laceravano il governo Conte la scelta di Marta Cartabia al ministero di via Arenula si è dimostrata appropriata e si va verso una soluzione “europea” che di fatto supera i contrasti sulla prescrizione che agitavano da tempo i rapporti tra PD e Cinque Stelle. Si spera adesso che si possa andare oltre mettendo a fuoco l’indispensabile riforma del CSM che, dopo le rivelazioni di Palamara, ha perso ogni credibilità. Servirebbe di più, soprattutto nella velocizzazione della giustizia civile, ma intanto bisogna partire da una radicale riforma nella composizione del CSM facendo entrare aria fresca nel palazzo dei Marescialli.
Novità importanti vanno registrate nella politica estera la cui direzione, come era prevedibile, è rimasta nelle mani di palazzo Chigi, almeno per le questioni essenziali. Draghi ha imposto una linea fortemente filo-atlantica, facilitato anche dalla svolta impressa da Biden alla politica estera americana. In Europa, in attesa degli esiti elettorali in Germania e in Francia, Draghi ha intanto rafforzato una stretta cooperazione con la Francia in modo da trasformare, almeno in prospettiva, l’asse Parigi – Berlino in un triangolo che comprenda anche Roma. Non è una strada facile per il contenzioso che si è accumulato con la Francia dal respingimento degli immigrati in poi, ma è l’unica che al momento si può percorrere. E che si tratti della giusta direzione lo dimostra il deciso sostegno al nuovo governo libico che Draghi ha voluto condividere con Francia e Germania superando la logica conflittuale che in passato ha contribuito a rendere instabile la situazione politica in Libia; un monito anche per Turchia ed Egitto perchè non contino in futuro sulle divisioni europee. Il duro attacco di Draghi ad Erdogan si muove nel solco di quello sferrato da Biden a Putin: sui diritti umani non si fanno sconti, anche se le convenienze economiche interverranno inevitabilmente a raffreddare i toni.
E, a proposito di immigrati clandestini, qualcuno ha notato come l’opera silenziosa ed efficace della ministra Lamorgese abbia dato risultati migliori delle roboanti declamazioni di Salvini quando dal Viminale brandiva in una mano la spada e nell’altra il rosario?

Tutto bene, dunque?
Le ombre ci sono e se ne vedono le tracce. Cominciando proprio dalle inquietudini di Salvini che disperatamente cerca visibilità in un contesto che non è nelle sue corde. Il leader della Lega deve affrontare due pericoli: quello interno al suo partito dove l’asse Giorgetti – Zaia sembra configurarsi sempre più come un’alternativa moderata, e quello esterno della Meloni, la quale, forte anche della sua posizione di “opposizione costruttiva” che Draghi abilmente incoraggia, mostra ancora una volta capacità tattiche che il suo concorrente di destra non possiede. Del suo disagio è prova evidente il goffo tentativo di creare un comune fronte anti-europeo con i leader di Ungheria e Polonia, destinato a infrangersi con interessi molto divergenti e con il nodo dei rapporti con la Russia di Putin, il cui legame con Salvini non è visto di buon occhio nell’Europa orientale.
Il punto di svolta per capire quanto potrà durare Draghi è rappresentato dalle elezioni amministrative di ottobre, soprattutto a Roma dove la destra gioca la sua carta decisiva. E’ qui che Letta dovrà dimostrare le sue capacità politiche costringendo Zingaretti a presentare la sua candidatura. Soltanto così sarà possibile fare ritirare dalla corsa la sindaca uscente Virginia Raggi e il suo accanito oppositore Carlo Calenda, e avere quindi qualche speranza di vincere al ballottaggio con il candidato della destra.

Franco Chiarenza
12 aprile 2021

Con l’arrivo di Biden alla Casa Bianca il “grande gioco” planetario ha assunto un nuovo aspetto. Alla strategia ambigua di Trump fondata sulla supremazia degli interessi americani declinata soprattutto in termini di vantaggi a breve termine (non propriamente isolazionista perché non escludeva interventi e alleanze bilaterali), è subentrata una diversa visione degli equilibri mondiali che in certa misura si rifà alle concezioni di Obama (del quale – non si dimentichi – Biden è stato vice-presidente per otto anni).
Di questo cambiamento hanno dovuto prendere atto i leader delle principali potenze globali, in particolare la Russia e la Cina che avevano “tarato” la loro politica estera sulla possibilità di trattare con gli Stati Uniti in termini di scambi ed equilibri puramente commerciali. Ciò che ha colto di contropiede è stata la rapidità della svolta, che ha contraddetto le previsioni di tutti i commentatori politici i quali avevano immaginato una sostanziale continuità di politica estera almeno per i primi mesi.
Non è stato così: la nuova presidenza ha voluto subito mettere alla prova i grandi players mondiali rovesciando i tavoli delle intese di basso profilo (fondate su scambi bilanciati in una dimensione prevalentemente  bilaterale) e riprendendo il concetto della superiorità morale delle democrazie liberali come bussola obbligata di un nuovo multilateralismo entro il quale ricondurre tutte le diversità nazionali e culturali: una strategia che un po’ forzatamente definirei neo-kennediana. Il messaggio è chiaro: Mosca e Pechino dovranno misurarsi con obiettivi che vanno ben oltre la dimensione economica. La sfida torna ad essere ideologica, un terreno su cui i democratici americani si trovano più a loro agio.

Biden
Cosa sta facendo in sostanza Biden (affiancato dal segretario di Stato Blinken)? Sta cancellando l’immagine trumpiana di una potenza attenta soltanto ai propri interessi economici e quindi disponibile a ignorare ogni altra considerazione di carattere politico e ideologico, per sostituirla con quella vecchia e collaudata di paese guida non soltanto per la sua superiorità economica e militare ma soprattutto simbolo di una concezione neo-liberale fondata sui diritti umani fondamentali, naturalmente aggiornati alle sensibilità delle nuove generazioni (parità di genere, ambientalismo, rifiuto delle discriminazioni etniche). Puro ideologismo strumentale, rozzo tentativo ormai logoro di contrabbandare gli interessi per valori universali? Forse; ma anche consapevolezza che i veri interessi americani a lungo termine passano attraverso la proposizione di un modello più rispondente alle esigenze del futuro dell’umanità, vincendo la sfida sul piano dei valori oltre che dei rapporti di forza, come è avvenuto nel secolo passato prima nei confronti del totalitarismo nazifascista poi di quello comunista sovietico. Una contrapposizione che in realtà non è mai venuta meno anche dopo il crollo del muro di Berlino per la scarsa affidabilità del regime russo che era succeduto a quello comunista e, per quanto riguarda la Cina, dopo la tragedia di Tien An Men che segnava limiti invalicabili alla liberalizzazione del sistema maoista.
Perché questa strategia di Biden abbia successo occorrono però due condizioni: la prima è la credibilità di chi la propone che si misura sulla capacità del nuovo gruppo dirigente di rassicurare il ceto medio americano della sostenibilità di tale politica anche nei tempi brevi; ci sono soltanto due anni di tempo perché le elezioni di metà mandato nel 2022 potrebbero cambiare le maggioranze alla Camera e al Senato. La seconda è di produrre in tempi brevi alcuni effetti di politica estera non soltanto confermando le tradizionali alleanze (come la NATO) e i rapporti con le nazioni amiche in Oriente (a cominciare dal Giappone e dalla Corea del Sud) ma anche rinnovandone i principi ispiratori, superando la dimensione del contenimento politico e militare nei confronti della Russia e della Cina e approfondendone la caratterizzazione ideologica, anche a costo di mettere in evidenza certe palesi contraddizioni di alcuni paesi come la Turchia di Erdogan, la Polonia di Kazinski e l’Ungheria di Orban che nell’assoluta indifferenza di Trump hanno continuato a scivolare verso una trasformazione autoritaria e illiberale delle loro nazioni in aperto contrasto con i valori che furono alla base dell’alleanza atlantica (e soprattutto con quelli che dovrebbero caratterizzarla in futuro).

Putin
Tutti gli osservatori diplomatici si sono chiesti quanto ci fosse di incidentale o di premeditato nell’accusa lanciata da Biden contro Putin di essere “un assassino”. Resta il fatto che nulla ha fatto l’amministrazione americana per ridurre la portata dell’incidente mentre sorprendente è stata la reazione molto contenuta del presidente russo che si è limitato al “richiamo” dell’ambasciatore a Washington mentre nella replica veniva inserito l’invito a un incontro tra i due presidenti. Putin si trova evidentemente in imbarazzo di fronte al rovesciamento della politica estera americana: il ritorno in primo piano della questione ideologica, in un momento in cui la credibilità democratica del presidente russo è seriamente messa in discussione dal caso Navalny mentre il conflitto con l’Ucraina sembra lontano da una composizione, non lascia molti margini al governo di Mosca. Per di più la pressione americana rischia di destabilizzare i rapporti tra Russia e Germania (gasdotto Nordstream) e crea inquietudine nei paesi scandinavi (facendo riaffacciare la possibilità di un’entrata della Svezia nella NATO). Anche in Medio Oriente e in Libia il ritorno sulla scena degli Stati Uniti cambia la situazione rimettendo in difficoltà il regime siriano mentre mutano radicalmente i rapporti con l’Arabia Saudita, segnata dall’incredibile scandalo dell’omicidio dell’oppositore Kashoggi.
Naturalmente Putin sa bene che le vere difficoltà per Biden vengono da Israele, abituato a ricevere da Trump un appoggio incondizionato, e dai rapporti con l’Iran da cui dipende in larga misura la stabilizzazione di tutta l’area, e in questo nuovo scenario la Russia ha ancora molte carte da giocare. E’ probabile che sarà proprio questo il terreno d’incontro per una parziale intesa tra le due grandi potenze quando ricominceranno a parlarsi.

Xi Jinping
La Cina non è abituata ai cambiamenti rapidi che talvolta caratterizzano le democrazie occidentali. I suoi rapporti con gli Stati Uniti erano già deteriorati nell’ultimo biennio della presidenza di Trump ma probabilmente Xi contava su una sostanziale continuità che avrebbe consentito di trovare un soddisfacente compromesso bilaterale fondato su un maggiore equilibrio della bilancia commerciale. L’indifferenza di Trump per le intese multilaterali aveva consentito al governo cinese di mettere a segno un ottimo colpo nel 2020 con l’accordo di libero scambio tra quindici paesi orientali, ivi compresi alcuni tradizionalmente legati alle alleanze occidentali come il Giappone, l’Australia e la Nuova Zelanda. La nuova politica americana inaugurata nel vertice cino-americano di Anchorage in Alaska poche settimane fa ha mostrato chiaramente l’intenzione di Biden di confrontarsi a muso duro, ma ciò che preoccupa maggiormente la dirigenza comunista di Pechino è il capovolgimento dei parametri del confronto con gli Stati Uniti decisi a ripercorrere la strada della contrapposizione ideologica, facendo tornare al centro della scena mondiale i diritti umani violati a Hong Kong, nel Xinjiang e soprattutto rimettendo in discussione lo “status” di Taiwan, che la Cina continua a considerare parte integrante del suo territorio. Un ritorno al passato, reso ancor più drammatico dalla repressione militare in Birmania (notoriamente legata alla Cina), che inquieta i cinesi i quali ovviamente avrebbero preferito tenere separate le ragioni della finanza e dell’economia da quelle politiche e ideologiche. La possibilità che si ricostituisca quella catena di contenimento della Cina che partendo dalla Corea arriva all’Indonesia, non può che preoccupare il regime comunista di Pechino. Naturalmente, pure in questo caso, Biden andrà incontro a molte difficoltà anche perchè – proprio per il fatto di essere politicamente condizionato – il portafoglio cinese è molto più generoso di quello americano. Ma in ogni caso i giochi sono di nuovo aperti e la nuova dirigenza di Washington tenta di stabilirne le nuove regole: che, per diversi motivi, non sono quelle che Putin e Xi avrebbero preferito.

E l’Europa?
Chiamata, non risponde, come già lamentava Kissinger negli anni ’70. E Biden pazientemente la richiama alla coerenza delle alleanze mentre si accinge a sottolinearne tutta la fragilità concedendo qualche migliaia di vaccini anti-Covid non utilizzati in America e promettendo la riapertura dei mercati che Trump aveva parzialmente chiusi nell’illusione di riequilibrare la bilancia commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. Perché Biden e Janet Yellen (responsabile della politica economica nella nuova amministrazione) sanno bene che il deficit americano è un prezzo politico che, entro certi limiti, gli Stati Uniti devono accettare per mantenere stabile l’Europa, in attesa che l’Europa faccia da sé. Anche in questo caso back to the past!

Franco Chiarenza
28 marzo 2021

 

Franco Chiarenza, giornalista, già docente di scienza della comunicazione all’Università la Sapienza di Roma e alla Luiss, è autore di uno dei saggi del libro “Praecurrit Fatum – arrivare prima del destino“, a cura di Marcantonio Lucidi e Alessandro Orlandi , La Lepre Edizioni. In questa intervista Franco Chiarenza riassume alcuni dei temi trattati nel suo saggio dal titolo: “Da Roma a Bruxelles, breve storia dell’Europa disunita e del suo unico futuro”.

Come era prevedibile il terremoto suscitato dalla creazione del governo Draghi continua a investire le forze politiche costringendole a cambiamenti traumatici: dopo il “commissariamento” dei Cinque Stelle con la probabile ascesa al vertice di Giuseppe Conte anche il partito democratico si affida a un cavaliere bianco richiamando dal suo esilio parigino Enrico Letta. A destra la situazione sembra più tranquilla dopo che i settori più moderati e “nordisti” della Lega sono stati accontentati con la collocazione di Giorgetti al governo in una posizione di rilievo; ma il fuoco cova sotto la cenere soprattutto nei gruppi parlamentari (italiani ed europei) e il nervosismo di Salvini appare evidente nel tentativo di riportare al centro della scena un problema, come quello dell’immigrazione clandestina, oggi assai meno sentito. La Meloni gioca invece (anche in Europa) la carta dell’opposizione “ragionevole” e trova in Draghi un interlocutore attento e disponibile.

Non è difficile scorgere dietro queste scelte la regia occulta di Mattarella, sempre attento a non farsi coinvolgere in dispute che comprometterebbero il suo ruolo istituzionale, ma anche consapevole del suo potere tanto più ampio quanto più le altre istituzioni appaiono impaurite e lesionate (a cominciare dal parlamento e dalla magistratura), in attesa che il “semestre bianco” congeli il panorama politico e la pandemia cessi di condizionare le fondamentali libertà dei cittadini.
Fa riflettere il fatto che i protagonisti di questa nuova stagione abbiano lontane origini abbastanza comuni, più vicine alla cultura cattolica di sinistra che non alle tecnocrazie liberali (Andreatta piuttosto che Carli, tanto per intenderci). Non fa eccezione Enrico Letta ed è curioso che il salvatore del poco che resta del post-comunismo italiano sia un cattolico; Berlinguer (ma soprattutto alcuni suoi ispiratori come Franco Rodano) sarebbero contenti.
Ma al di là di Mattarella (e forse suo tramite) si intravedono anche le preoccupazioni dei partner europei di blindare la politica estera europeistica e atlantica in attesa che in novembre la nuova leadership tedesca che scaturirà dalle elezioni succedendo al lungo regno della Merkel riveli le sue intenzioni.

Il problema di fondo però, al di là dell’emergenza Covid e della gestione del Recovery Fund, resta per noi quello della riforma istituzionale senza la quale i meccanismi decisionali e operativi resteranno bloccati dalla prassi devastante dei veti incrociati e delle convenienze elettorali a breve termine.
Sappiamo di cosa si tratta: non di riscrivere la Costituzione (per cui mancano le condizioni politiche e temporali) ma di concentrarsi su quattro punti essenziali sui quali è possibile trovare subito soluzioni concordate tra le principali forze politiche.

  1. una nuova legge elettorale chiara, comprensibile a tutti, che consenta a ogni elettore di capire quali saranno le conseguenze del suo voto. I partiti la vorrebbero proporzionale per essere tutti partecipi delle scelte di governo ma gli elettori devono sapere che più è ampio lo spettro della rappresentanza meno si riesce a concretizzare un progetto di governo a medio e lungo termine che vada oltre l’ordinaria amministrazione. Siamo l’unico paese tra le democrazie occidentali che cambia governo e maggioranze ogni anno e in cui la principale attività di ogni nuovo governo consiste nell’annullare ciò che aveva intrapreso il precedente. Il sistema ideale per assicurare la governabilità è l’uninominale che, tra l’altro, ha il vantaggio di ristabilire un legame diretto tra elettori e deputati che li rappresentano, come dimostrano le felici esperienze dei paesi che lo adottano (e che, non a caso, ha assicurato stabilità anche ai nostri enti locali). I partiti non lo vogliono perché temono di perdere il controllo sui gruppi parlamentari? Si possono trovare soluzioni intermedie purché siano condivise e tradotte in norma costituzionale per evitare che ogni maggioranza si faccia una legge elettorale su misura delle proprie (vere o presunte) convenienze.
  2. una riforma del Senato che lo riconduca a quel ruolo di “seconda Camera” che storicamente ha sempre avuto (e che mantiene in molte costituzioni europee). I senatori potrebbero essere eletti dai consigli regionali (non al loro interno) e decadere in occasione di ogni elezione regionale (come avviene per il Bundesrat tedesco). Il loro numero dovrebbe essere molto contenuto (uno per mezzo milione di abitanti?) e i loro poteri limitati alle modifiche costituzionali, al controllo delle leggi che incidono sulle competenze regionali e degli enti locali, alla seconda lettura di leggi già approvate dalla Camera per suggerire eventuali modifiche, e poco altro. Insieme ai deputati i senatori continuerebbero ad esercitare i poteri che la Costituzione attribuisce loro congiuntamente: elezione del presidente della Repubblica, dei giudici della Corte Costituzionale, dei componenti laici del CSM, delle Autorità indipendenti.
  3. la riforma del titolo V della Costituzione per ridisegnare i poteri delle Regioni, distinguendo nettamente quelli che esse possono esercitare in via esclusiva da quelli che devono restare all’amministrazione centrale dello Stato, evitando il più possibile le cosiddette “competenze concorrenti” che hanno rappresentato in questi anni la “via crucis” di ogni governo e di ogni Regione, ingolfando la Corte Costituzionale di ricorsi che rendono ancor più difficile il rispetto della certezza del diritto.
  4. la regolamentazione costituzionale degli stati di emergenza in modo da evitare che alcuni diritti fondamentali vengano sospesi con semplici decreti del presidente del Consiglio, rischiando un contenzioso che si prolungherà negli anni. Le soluzioni possono essere diverse e contemperare le esigenze di rapidità negli interventi con la necessità che i diritti civili trovino la loro salvaguardia non soltanto nelle variabili maggioranze parlamentari ma anche in alcuni organi di garanzia già presenti nel nostro ordinamento (presidente della Repubblica, Corte costituzionale, ecc.).

Difficile? Sì. Possibile? Sì, se si coglie l’occasione di un governo in cui quasi tutti sono intorno allo stesso tavolo e anche l’opposizione pare disponibile al dialogo.

Franco Chiarenza
13 marzo 2021

Fioriscono ovunque (oggi necessariamente sul web) le “scuole di liberalismo” e corsi di lezioni variamente denominati per promuovere la conoscenza delle teorie liberali. Non si può che esserne contenti, più si parla di liberalismo meglio è, anche se qualche volta lo si fa a sproposito.
C’è la “scuola” della Fondazione Einaudi di Roma, quella della Fondazione Scoppa di Catanzaro, ci sono i corsi dell’Istituto Bruno Leoni di Milano, a cui si aggiungono contributi anche di rilievo accademico cosparsi in tutta la rete; ma c’è soprattutto – antica e prestigiosa – la “scuola di liberalismo” organizzata dall’omonima associazione presieduta dall’infaticabile Enrico Morbelli alla quale ho dato in passato il mio contributo didattico e che coi suoi cinquant’anni di storia merita se non altro il riconoscimento di essere stata fondata in anni in cui essere liberali non era facile e la cultura politica prevalente era ispirata dalle teorie marxiste e da quelle del cattolicesimo sociale, le quali consideravano il liberalismo un vecchio arnese ideologico non più utilizzabile. E’ abbastanza soddisfacente per noi – liberali da sempre – constatare che nel novero dei reperti ideologici siano finiti proprio il marxismo e il cattolicesimo sociale e che il problema sia diventato quello di difendere il liberalismo dai suoi falsi sostenitori. Oggi, come è noto, tutti sostengono di essere i “veri” liberali, a cominciare da Salvini e Meloni fino a Zingaretti e Bersani. I Cinque Stelle tacciono prudentemente perché devono ancora informarsi di cosa si tratti.

Tante scuole, tanti corsi di approfondimento vanno dunque benissimo e servono ad aumentare le conoscenze – soprattutto dei giovani – su questo oggetto misterioso di cui tutti vorrebbero appropriarsi e che si presenta certamente più abbordabile di teorie rigide e prevalentemente socio-economiche come furono il socialismo (con la sua variante leninista) e il cristianesimo sociale nelle sue diverse articolazioni. Inoltre il liberalismo è bello perché è vario e conflittuale: ci sono i liberisti, attenti soprattutto al funzionamento dell’economia di mercato (e giudicati sprezzantemente come neo-capitalisti dai “veri” liberali), i liberal-democratici (che ritengono complementari la democrazia e il liberalismo), i liberali di sinistra (pericolosamente attigui ai socialisti democratici e quindi considerati sovversivi dai liberal-liberisti) e persino gli “anarco-capitalisti” che vorrebbero sopprimere tout court lo Stato (e chi si è visto si è visto!). Si tratta sempre di idee rispettabili finché condividono una sola certezza: che non vi sono certezze e ogni opinione espressa in buona fede merita di essere discussa e confrontata.
Ma se il liberalismo è variamente definibile e, grazie a Dio, non esiste né un Sommo Pontefice né un Politburo a dettarne l’ortodossia, ci sono diversi modi di riconoscere i liberali (a prescindere dal modello di liberalismo che prediligono). Ne suggerisco alcuni ai frequentanti delle “scuole di liberalismo” anche per operare le necessarie distinzioni tra colleghi e tra gli stessi docenti (che talvolta liberali non sono).

  1. Per essere liberali bisogna conoscere la storia, almeno nelle sue linee essenziali. La sua ignoranza impedisce di comprendere i fondamenti del liberalismo. Se qualcuno per questo vi accusa di “storicismo” non è un liberale e passate oltre.
  2. Ne consegue che i liberali affrontano i problemi considerandoli sempre nel contesto storico e culturale in cui si collocano. Non vi sono quindi verità assolute ma tentativi di comprendere e di comporre anche le “verità” altrui. Se qualcuno per questo vi accusa di “relativismo” non si tratta di un liberale e passate oltre.
  3. I liberali sono tolleranti nei confronti di ogni fede religiosa perché la considerano una scelta individuale di chi crede nella trascendenza e non – come alcuni vorrebbero – una dimostrazione di identità etnica o culturale su cui fondare strutture di potere inevitabilmente intolleranti e aggressive. I liberali riconoscono a vista ed evitano accuratamente i portatori di “verità” spesso tanto assolute da ritenere legittimo imporle anche a chi non le accetta. I credenti di ogni religione quindi possono essere liberali se non hanno rinunciato alla propria libertà di giudizio rispondendone soltanto alla propria coscienza. Se qualcuno per questo vi accusa di “indifferenza valoriale” non si tratta di un liberale e passate oltre.
  4. I liberali ritengono utile e necessaria la libertà di intraprendere attività economiche e produttive di ogni genere col solo limite di non ostacolare con mezzi illeciti le imprese che si misurano sul mercato. Se qualcuno per questo vi accusa di “liberismo selvaggio”, non si tratta di un liberale e passate oltre.
  5. I liberali affermano che bisogna garantire il più possibile un’eguaglianza almeno relativa dei punti di partenza di ciascun essere umano, almeno per quanto attiene le opportunità di esprimere le proprie capacità; se per ottenerla si rende necessario un intervento di sostegno dello Stato si tratta di misure perfettamente compatibili con il liberalismo purché non assumano forme e dimensioni invasive che incidono sulla libertà di insegnamento e sul pluralismo scolastico. Se qualcuno per questo vi accusa di essere “statalisti”, non si tratta di un liberale e passate oltre.
  6. I liberali si identificano con lo stato di diritto, cioè una pubblica amministrazione retta da leggi promulgate da un parlamento eletto liberamente, in grado di garantire la trasparenza dei propri atti, di tutelare i diritti individuali e di assicurare il compimento dei doveri connessi all’appartenenza di una comunità. Se qualcuno per questo vi accusa di essere “democratici ma non liberali” non sa di cosa parla e passate oltre.
  7. I liberali moderni infatti non possono che essere democratici, nel senso che riconoscono a tutto il popolo senza discriminazioni di genere, di ceto sociale, di etnia, di religione, ecc. il diritto di rappresentare la legittimità del potere politico. Come articolare tale potere, come garantire i corpi organizzati intermedi che ne costituiscono il naturale sviluppo, come assicurare il funzionamento di un adeguato “ascensore sociale”, sono questioni che possono essere diversamente risolte in un sistema pluralistico che garantisce le libertà fondamentali e in particolare quella di associarsi e quella di comunicare senza vincoli stabiliti dallo Stato (seguendo il modello del primo emendamento della Costituzione americana). Se qualcuno per questo vi accusa di essere eccessivamente “filoamericani”, rispondete che semmai siete “filoinglesi” e passate oltre.
  8. I liberali infine si riconoscono nel principio di responsabilità per il quale ogni cittadino risponde alla propria coscienza dei propri comportamenti. I quali non devono improntarsi ai divieti e alle prescrizioni (e al timore delle conseguenti sanzioni) ma alla consapevolezza della loro utilità sociale e al rispetto dei diritti umani. Si chiama “senso civico” e in Italia ne siamo purtroppo molto carenti. Ma senza di esso non si può essere liberali. E se qualcuno non lo capisce, passate oltre.

Certo: a forza di “passare oltre” vi accorgerete che siete rimasti in pochi e molti di quelli che vi circondavano del loro entusiasmo pseudo liberale si sono dileguati. Oppure, se sono disinvolti (una dote abbondante nel nostro Paese) diranno che loro per “liberalismo” intendono cose diverse. Appunto, basta intendersi.

 

Franco Chiarenza
10 marzo 2021

Per un liberale sognare di mettere all’indice un libro è assurdo. Eppure è questa l’insana voglia che mi è venuta leggendo questo libro. Forse perché un contrasto razionale a quello che afferma non è facile. Non ho mai letto un libro più radicalmente e assolutamente materialista di questo.
Me lo consigliò anni fa uno psicologo italo-argentino con il quale ebbi una interessante conversazione, una di quelle conversazioni in treno che rimangono in genere senza seguito. Tra le altre cose si parlò della libertà dell’uomo e lui affermava che non esisteva. Ero d’accordo sul forte condizionamento che ha l’uomo, ma ovviamente non ero d’accordo sulla radicalità della sua posizione, ma prima di lasciarci gli chiesi un libro che parlasse delle sue tesi. Me lo consigliò e lo lessi anni fa; forse non come l’ho riletto ultimamente.
È sconcertante.
L’autore considera che se nel campo della scienza l’evoluzione dai tempi della Grecia è stata enorme al punto che nessuno ora ricorrerebbe alle conoscenze di allora se non per curiosità storica, nel campo della conoscenza umana siamo ancora dove eravamo. Uno scienziato di allora non capirebbe nulla della scienza moderna mentre un filosofo di quei tempi si troverebbe perfettamente a suo agio anche in questi tempi. E la ragione sta nel fatto che nei tempi antichi dietro o dentro ogni cosa, essere o fenomeno si vedeva un dio o un demone o uno spirito che la muoveva o animava, e la scienza cominciò a progredire quando si cominciò a studiarla rinunciando a vedere e cercare nelle cose demoni o dei. Ma questo non è avvenuto per l’uomo: nell’uomo esterno si va ancora in cerca di un uomo interno, di un ego o un super ego o in id che lo muove ed anima. E finché si va a caccia di quest’uomo interno non si approderà mai nulla. Per capire e conoscere l’uomo è necessario considerarne il comportamento in relazione all’ambiente naturale e sociale nel quale si è evoluto e che lo ha quindi formato dotandolo di tutto ciò che ha ed è. Darwin non vale solo per gli organismi ma anche per quello che noi erroneamente chiamiamo mente e che non esiste come entità a sé stante. È l’ambiente che punisce e premia, e quindi educa e forma: la natura punisce chi fa un salto senza guardare prima dove andrà a mettere i piedi, così come punisce chi mette le mani nei rovi spinosi senza cautela.
Finora il comportamento dell’uomo è stato visto come segno e conseguenza dei suoi sentimenti, “il mondo della mente ha rubato la scena, il comportamento non viene studiato come fatto a se stante” e le variabili che lo determinano sono state trascurate. Questo perché è difficile individuare l’influenza dell’ambiente esterno sull’uomo: questa influenza è continua e incessante ma lenta e invisibile. Diciamo che l’uomo è autonomo e indipendente solo perché non sapremmo spiegare altrimenti i suoi comportamenti. L’esistenza di questo tipo di uomo dipende dalla nostra ignoranza, ma egli perde via via il suo status di uomo autonomo e indipendente man mano che si conoscono le cause del suo comportamento. E man mano che la scienza progredisce si ha un trasferimento dei “meriti” e delle “colpe” dall’uomo all’ambiente nel quale si è sviluppato e vive. Scopo dell’analisi scientifica è di capire come la condotta di una persona sia legata alle condizioni sotto cui la specie umana si è evoluta e le condizioni sotto cui si è sviluppata la sua vita individuale.
L’ambiente esterno è stato sempre visto come oggetto di modifica da parte dell’uomo ma non come influente sul suo comportamento. E se il comportamento dell’uomo dipende dall’ambiente esterno, se vogliamo modificare l’uomo dobbiamo modificare l’ambiente nel quale si sviluppa e vive. E a questo punto sorge il problema del chi dovrebbe cambiare l’uomo, del perché e a quale fine. E quindi il problema dei valori. Cosa sono e come nascono? Come dovrebbe essere modificato “l’uomo”? Che dovrebbe però essere modificato non per avere un uomo “buono” ma per avere un uomo che si comporti bene.
E cosa sono i valori? Il bene e il male, e i loro corrispondenti, il giusto e l’ingiusto, il corretto e l’errato, il leale e l’illegale, il peccaminoso e il virtuoso sono così caratterizzati dalle conseguenze della cosa o del fatto; dal se essi nel tempo hanno corroborato (rinforzato) o danneggiato l’uomo.
E chi cerca e combatte per la libertà semplicemente combatte i limiti e i controlli intenzionali della libertà degli uomini, ma l’uomo è sempre controllato da qualcosa che gli è esterno. Eliminare un tipo di controllo significa semplicemente lasciare spazio a un altro.
Sembra che la conclusione di queste tesi sia la morte dell’uomo così come noi lo intendiamo. Dal “conosci te stesso” rivolto al singolo uomo si è passati al conosci l’uomo come specie evoluta dalla notte dei tempi, al conoscerlo senza più misteri, al sezionarlo e trattarlo come i bambini trattano i giocattoli che si muovono per vedere cosa c’è dentro distruggendoli.
La conclusione sembra sia il determinismo assoluto. Ma è un libro da leggere e dal quale c’è molto da imparare e molto su cui riflettere. Anche rifiutandolo e sognando di metterlo all’indice.

Guido Di Massimo
02/03/2021

 

Beyond Freedom & Dignity di B. F. Skinner (Hackett Publishing Company – € 24)

Non sempre le elezioni sciolgono i nodi della politica; spesso il problema non è se votare o meno ma come farlo, con quale legge elettorale, con quali obiettivi, se privilegiando la governabilità oppure rispettando integralmente la rappresentanza del pluralismo delle opinioni. Nè vale l’obiezione, spesso ripetuta, che si possano trovare soluzioni intermedie che salvino capra e cavoli perchè, nonostante i marchingegni dell’ingegneria costituzionale, si arriva sempre al punto di dovere privilegiare uno dei due corni del dilemma. Le soluzioni contorte provocano talvolta esiti paradossali perchè studiate in base ad aspettative che poi si dimostrano infondate. L’esperienza dimostra che ogni cambiamento della legge elettorale produce variazioni nelle intenzioni di voto, dando luogo a un avvitamento indecoroso al quale sarebbe bene mettere fine attraverso una seria riflessione che coinvolga non solo le principali forze politiche (tese a privilegiare le proprie presunte convenienze elettorali) ma anche l’opinione pubblica la quale da tempo reclama regole che garantiscano la governabilità del Paese una volta per sempre. Occorre in sostanza compiere quel passo che l’assemblea costituente settant’anni fa non volle fare: costituzionalizzare la legge elettorale, almeno nei suoi principi fondamentali.

Per procedere in questa direzione sottraendo il dibattito ai conciliaboli degli specialisti di ingegneria costituzionale sarebbe opportuno innanzi tutto ricordare che le leggi elettorali possono grosso modo dividersi in due sistemi: proporzionale oppure uninominale.
Quelle ispirate al principio proporzionale cercano di rispettare principalmente il criterio della rappresentanza per il quale ogni formazione, anche di modeste dimensioni, abbia accesso in parlamento. Corrisponde a un ideale di democrazia partecipata e dialogante in cui il ricorso alla contrapposizione tra maggioranza e opposizione costituisca un fatto increscioso, anche se talvolta inevitabile. In realtà però i sistemi proporzionali – anche con i possibili correttivi – generano sempre instabilità e quindi non sono mai stati in grado di garantire la governabilità, a meno che l’elettorato non sia fondamentalmente costante e concentrato su pochi partiti alternativi, determinando di fatto una sorta di bipolarismo, come accadeva da noi nella prima repubblica (DC vs/PCI) o in Germania (CDU/CSU vs/ SPD). In quest’ultimo paese, per evitare i rischi della frammentazione e garantire la governabilità sono previste una soglia elettorale del 5% (al di sotto della quale non scatta il diritto di rappresentanza) e la “sfiducia costruttiva” (cioè l’obbligo di costituire una maggioranza alternativa prima di mandare a casa quella esistente). Un altro correttivo per limitare i danni di una eccessiva frammentazione è il cosiddetto “premio di maggioranza”, cioè un certo numero di seggi parlamentari da attribuire alle liste o coalizioni vincenti; che però non impedisce la creazione di alleanze fittizie che si dissolvono subito dopo avere conseguito il “premio”.
Ma al di là della difficile governabilità (resa ancor più complicata dal bicameralismo perfetto esistente in Italia) i sistemi proporzionali, rimettendo ai partiti il potere di formare le liste, privilegiano il legame degli eletti con il partito di appartenenza a scapito del rapporto con il territorio che dovrebbe rappresentare il fulcro di ogni democrazia che sia tale nella sostanza e non soltanto nelle forme. Il che non è questione da poco in un momento in cui la democrazia attraversa una fase di crisi di legittimità per la sua (vera o presunta) incapacità di interpretare il “paese reale”.

L’ unica alternativa che garantisce stabilità e credibilità al parlamento è costituita dai sistemi ispirati al principio uninominale (anche in questo caso con numerose variabili che sono state “inventate” per limitarne alcuni aspetti negativi). Il Paese viene diviso in tanti collegi elettorali quanti sono i seggi in palio ed essi sono attribuiti al candidato che prende più voti (talvolta con l’obbligo di ballottaggio quando nessuno di essi supera una soglia determinata). I sistemi uninominali privilegiano il legame tra il candidato e il territorio, consentono agli elettori di conoscere meglio i loro deputati e di controllarne l’operato, spingono a un tendenziale bipolarismo e quindi a una più sicura governabilità; dove sono stati adottati infatti sono rarissime le crisi di governo tra un’elezione e l’altra. Il principio uninominale è generalmente applicato nei paesi anglosassoni dove può accadere – senza che nessuno ne meni scandalo – che le maggioranze parlamentari non coincidano col numero complessivo dei voti riportati dai partiti (come è spesso avvenuto in Gran Bretagna). D’altronde si tratta di un sistema che conosciamo bene per essere stato adottato nel 2000 anche da noi, con generale soddisfazione, nelle elezioni amministrative. I punti di debolezza sono: il rischio di un voto di scambio (peraltro presente anche in altri sistemi), la prevalenza dell’elettorato periferico (spesso arretrato su posizioni più conservatrici) rispetto a quello urbano (maggiormente sensibile ai processi di trasformazione sociale) ma ciò dipende naturalmente da come vengono disegnati i collegi elettorali.

La domanda che sorge spontanea è: se tutto ciò è vero perchè il sistema proporzionale è sostenuto da quasi tutti i partiti? La risposta è semplice: perchè dà più potere ai partiti, non perchè rappresenta un vantaggio per la governabilità del Paese.

 

Franco Chiarenza

 

Questo articolo è tratto da Paradoxa Forum che lo ha pubblicato l’11 febbraio 2021.
Lo storico e politologo Dino Cofrancesco lo ha commentato dicendosi pienamente d’accordo.

Cosa pensa il liberale qualunque del nuovo governo presieduto da Mario Draghi?
Poche cose, ma fondamentali.

I) – Il governo, per come è costituito e per come ci si è arrivati, non rappresenta la “salvezza della democrazia” ma, al contrario, un momento buio e drammatico che ha messo in luce i problemi strutturali del nostro sistema politico. Quando bisogna affidarsi a un chirurgo, per bravo che sia, vuol dire che gli anticorpi non sono riusciti a impedire alla malattia di diffondersi; per tornare in buona salute l’operazione non basta, occorre rimuovere le cause che hanno prodotto la malattia.

II) – Proprio per questo il governo Draghi, mettendo insieme, volenti o nolenti, tutti i partiti con la sola esclusione di Fratelli d’Italia, costituisce un’occasione forse unica per mettere mano ad alcune riforme strutturali che, per essere efficaci, richiedono un consenso molto ampio che le sottragga alla tentazione di speculazioni elettorali. Si tratta di cose di non poco conto: una riforma della magistratura che restituisca credibilità e prestigio alla funzione giudiziaria (gravemente compromessi da quanto è emerso clamorosamente col “caso Palamara”), una riforma della scuola in senso meritocratico che consenta alle nuove generazioni di confrontarsi a parità di conoscenze e competenze con quelle che emergono dagli altri paesi, una riforma del Senato che differenzi i suoi compiti rispetto a quelli primari della Camera dei deputati realizzando quel monocameralismo di fatto che caratterizza tutte le democrazie parlamentari del mondo, una legge elettorale che (almeno per la Camera) garantisca la governabilità e trovi definitiva sistemazione (per lo meno nei suoi principi generali) nella Costituzione, una riforma del titolo V della Carta che chiarisca definitivamente poteri e limiti delle Regioni eliminando le incongruenze e i difetti che la sciagurata riforma del 2001 ha introdotto (con evidenti ripercussioni anche nella gestione dell’epidemia Covid 19).

III) – La scelta dell’ex-presidente della BCE per guidare un governo d’emergenza è ovviamente dovuta alla priorità dei problemi economici. Si tratta in sostanza di condurre in porto il piano italiano per il “Recovery fund” in maniera efficiente e funzionale rispetto agli obiettivi fissati dal progetto “Next generation” di Ursula von der Leyen, secondo le compatibilità fissate dal Consiglio Europeo (e quindi anche dal nostro governo) e le indicazioni operative approvate dal Parlamento Europeo. Che Draghi voglia gestire questo compito fondamentale senza eccessivi condizionamenti esterni appare evidente dalla composizione del ministero dove gli incarichi strategici sono stati assegnati a Daniele Franco (Banca d’Italia), Roberto Cingolani (fisico responsabile dell’innovazione tecnologica di “Leonardo”, ex Finmeccanica) al quale spetterà coordinare quella transizione ecologica (probabilmente assorbendo qualche delega dal ministero dello Sviluppo economico e da quello delle infrastrutture) che sta tanto a cuore a Grillo e che non è incompatibile con gli obiettivi di Draghi, Vittorio Colao (ex dirigente di diverse aziende attive nella comunicazione) all’innovazione tecnologica, Enrico Giovannini (economista, ex presidente dell’Istituto centrale di statistica, già ministro nel governo Letta) alle infrastrutture. E’ questa infatti la squadra che compilerà nel dettaglio il piano italiano del “Recovery fund”.

IV) – La conferma di Speranza al ministero della sanità indica che sulla questione della lotta contro la pandemia il nuovo governo intende muoversi in sostanziale continuità con quello precedente. L’attribuzione dell’importante dicastero dello Sviluppo economico a Giancarlo Giorgetti (anche se privato probabilmente di qualche competenza a favore della transizione ecologica) indica non soltanto l’ampiezza della svolta impressa alla Lega ma anche l’intenzione di Draghi di privilegiare una nuova intesa tra i soggetti della produzione (imprese e sindacati) che consenta all’iniziativa privata, sorretta da investimenti infrastrutturali pubblici, di rilanciare l’occupazione. La nomina di Andrea Orlando, infaticabile mediatore del partito democratico, al ministero del lavoro potrebbe facilitare tale strategia.

V) – La scelta di un giurista indipendente come Roberto Garofoli nell’incarico cruciale di sottosegretario alla presidenza indica l’intenzione di Draghi di mantenersi al di sopra delle parti anche nella quotidianità dei rapporti intergovernativi (spesso affidata al suo “braccio destro”).

VI) – La discesa in campo di Draghi ha “sparigliato” i tradizionali schieramenti politici: se questo era davvero l’obiettivo di Renzi è perfettamente riuscito. A destra la clamorosa “conversione” della Lega da una linea nazionalistica e sovranista a un’altra più moderata, filo-europea e certamente più consona agli interessi imprenditoriali della Lega nelle regioni settentrionali, segna il ritorno alla tradizione nordista di quel partito e probabilmente l’attenuazione dei toni populistici anti-immigrati che hanno caratterizzato la leadership di Salvini. I primi riflessi si sono avuti a Strasburgo dove i deputati della Lega hanno votato a favore del “Recovery plan” in discontinuità col passato. Al centro Grillo, malgrado il prestigio di cui gode all’interno del suo movimento, ha dovuto faticare molto per portare la maggioranza del gruppo parlamentare ad appoggiare Draghi, fino al referendum sulla piattaforma Rousseau che, malgrado il quesito già incorporasse la risposta, non ha superato il 60% dei consensi, mettendo in evidenza una fronda (guidata da Di Battista e Casaleggio) che potrebbe presto trasformarsi in scissione; un fatto importante in grado di accelerare la trasformazione del movimento in un partito ecologista compatibile con i partiti “verdi” che in Europa hanno assunto un peso elettorale rilevante. E che tale sia la tendenza lo dimostra l’insistenza di Grillo per i temi della “transizione ecologica” mentre passano in secondo piano i moralismi giustizialisti su cui i “Cinque Stelle” avevano in gran parte fondato il loro consenso (e non a caso Bonafede è rimasto escluso dal governo).
Non è poco. Resta l’incognita di Giuseppe Conte; se prenderà la guida del movimento oppure vorrà lanciarsi “in proprio” nella competizione elettorale, forte di quel 15% che tuttora i sondaggi gli attribuiscono.

VII) – Il governo Draghi ha un anno di tempo, non di più. Dovrà gestire le elezioni amministrative (che sarebbe opportuno rinviare a settembre) con i risvolti politici che ne deriveranno ma non potrà andare oltre la scadenza del mandato di Mattarella (febbraio 2022). A quel punto, chiunque sia il futuro presidente della Repubblica, nuove elezioni politiche saranno inevitabili. Il compito di Draghi è di arrivarci non soltanto avendo varato il Recovery fund ma anche, almeno in parte, riattivato gli anticorpi demandati al salvataggio della nostra fragile democrazia.

Così la pensa il liberale qualunque che sono io.

 

Franco Chiarenza
16 febbraio 2021