Si torna a parlare di “Stato imprenditore” per il dopo “coronavirus”. Ne ha scritto, tra gli altri, Mario Lupo sul “Sole 24 ore” e il suo intervento merita particolare attenzione non soltanto perché essendo ospitato dal quotidiano della Confindustria può apparire un segnale di disponibilità a discuterne da parte degli imprenditori, ma anche perché proviene da una persona nota per il suo impegno nell’impresa pubblica e privata e di chiaro orientamento liberale avendo anche presieduto la Fondazione Einaudi di Roma prima di prendere le distanze dalla sua attuale gestione.
Parliamone dunque serenamente e senza pregiudizi e tenendo conto della situazione di emergenza in cui si trova dopo la pandemia Covid-19 l’Europa e in particolare il nostro Paese.

In passato
Come è ben noto l’Italia ha una lunga tradizione di interventismo pubblico nell’economia che risale alle sue stesse origini industriali e che aveva trovato negli anni’30 una sistemazione giuridica con la creazione dell’IRI dopo la crisi mondiale del 1929. Non a caso a una nuova IRI tutti pensano quando si parla di intervento dello Stato. Hanno torto quanti lo ricordano semplicemente come un “carrozzone” costoso che salvava in perdita aziende decotte e serviva soprattutto a sistemare i tanti “clientes” dell’apparato politico (prima fascista, poi democristiano). Esso fu anche questo ma non possiamo negare la meritoria funzione di sostegno che svolse prima della guerra salvando importanti settori del credito e dell’imprenditoria, come pure dobbiamo riconoscere quanto dobbiamo all’IRI per la rapida realizzazione negli anni ’50 di quelle infrastrutture senza le quali la ripresa economica del Paese non sarebbe partita. Hanno però torto anche quanti ritengono che sopprimerlo sia stato un errore: in realtà alla fine del secolo scorso l’intervento pubblico non aveva più ragione di essere in settori non più strategici che con l’abbattimento delle barriere doganali dovevano confrontarsi con la concorrenza europea e, in parte, anche mondiale. Dove ancora la presenza dello Stato aveva senso, nell’approvvigionamento energetico per esempio, essa è stata mantenuta (seppure con partecipazioni di minoranza) rispettando le logiche di mercato e affidandola a un management che quasi sempre si è dimostrato efficiente (e quando non lo è stato ciò si deve a interferenze politiche le quali, anche con le migliori intenzioni, costituiscono sempre il vero rischio di degenerazione implicito nelle partecipazioni pubbliche).

Nel presente
Oggi lo Stato è ancora molto attivo, non soltanto nelle infrastrutture e nell’approvvigionamento energetico, ma anche in settori produttivi di grande importanza: basti pensare a Fincantieri e a Leonardo (ex-Finmeccanica) che, governate con criteri di efficienza imprenditoriale, rappresentano punte di eccellenza in Italia e nel mondo. Il problema non è dunque se possa esistere uno “stato imprenditore”: c’è già, come anche in Francia (è il caso di Renault) e altrove. E neanche se sia opportuno un suo ampliamento per fare ripartire l’economia dopo il Coronavirus; laddove se ne riscontri la convenienza nulla lo impedisce, anche in un contesto liberale, però ad alcune precise condizioni.
La prima è che si tratti di un intervento emergenziale dovuto alla necessità di ristabilire le condizioni di mercato preesistenti alla crisi. Nessun salvataggio dunque di aziende che erano già decotte e fuori mercato, e limitazione nel tempo dell’intervento pubblico che deve cessare appena l’impresa è in grado di affrontare il mercato (anche per non distorcere la concorrenza la cui tutela resta un punto fondamentale dell’economia liberale).
La seconda condizione è che la partecipazione pubblica sia di regola minoritaria, in modo da garantire un management qualificato non condizionato da logiche politiche. Quando ciò non sia possibile (vedi Alitalia) occorre procedere alla nomina dei vertici con procedure trasparenti soggette al controllo parlamentare (come avviene negli Stati Uniti quando il Senato verifica le competenze e i curricula dei candidati a incarichi pubblici di rilievo).
La terza condizione è che non vi siano privilegi sindacali rispetto alla normativa comune.

Per fare questo è necessario ricostituire l’IRI o qualcosa che gli somigli? Non credo. Se le intenzioni sono quelle di superare l’emergenza e tornare al più presto alle logiche di mercato una struttura centrale è inutile e rischia di trasformarsi in un carrozzone burocratico dominato da esigenze clientelari. Esiste già Fintecna che può perfettamente adempiere allo scopo.
Mi permetto però di suggerire, arrivati a questo punto, due altre priorità che mi paiono anche più urgenti di quella di una partecipazione pubblica nelle imprese.

Lavori pubblici
Con i soldi che verranno (dall’Europa o altrove) occorre fare ripartire le tante opere pubbliche impantanate nelle paralizzanti procedure burocratiche. Le regole stabilite per la ricostruzione del ponte di Genova (che, a quel che pare, hanno funzionato bene) vengano estese ad altre che abbiano una valenza strategica riconosciuta.
Forse è venuto anche il momento di riprendere il progetto per il ponte sullo stretto di Messina: un’opera imponente la cui costruzione darebbe fiato per alcuni anni all’economia e all’occupazione e apporterebbe indubbi benefici alla Calabria e alla Sicilia, e per la quale è certamente possibile ottenere un co-finanziamento dell’Unione Europea. Infiltrazioni mafiose? Se non sappiamo difendercene da soli non faremo più nessuna opera pubblica nel sud mentre nulla garantisce che le infiltrazioni emigrino al nord (come è già avvenuto).

Debiti della pubblica amministrazione
Basterebbe che la pubblica amministrazione (Stato, Regioni, enti territoriali) pagassero i debiti arretrati con le imprese che hanno vinto ed eseguito da tempo gli appalti perché molte aziende possano ricapitalizzarsi, diminuire i costi finanziari e ripartire senza altri sostegni pubblici. Non lo dico soltanto io, lo affermano coralmente tutti gli imprenditori, piccoli e grandi. Non si tratta infatti, come molti pensano, soltanto di liberare risorse per le grandi imprese ma soprattutto per quelle medie e piccole, più esposte ai condizionamenti bancari. Ditte, fornitori locali, aziende che maledicono il giorno in cui hanno partecipato a un appalto pubblico.

Sono cose che si possono fare subito. Purtroppo invece molti preferiscono un’ambigua politica di sussidi, sostegni, finanziamenti pubblici politicamente condizionati che appaiono finalizzati al superamento delle stringenti logiche di mercato, in una parola l’anticipazione di una pianificazione industriale dettata dallo Stato approfittando del Covid-19 per voltare le spalle all’economia liberale (che è cosa diversa dal liberismo senza regole). Per conseguire tale obiettivo (che non è soltanto di alcuni settori della destra sopranista) serve davvero un nuovo IRI e anche bello grosso; un serbatoio gigantesco dove piazzare amici e sostenitori incompetenti e spesso invadenti. Le smentite pioveranno da ogni parte ma diceva l’infido e diffidente Andreotti che a pensar male si fa peccato ma qualche volta ci si azzecca.

Franco Chiarenza
19 maggio 2020

Ai sovranisti di ogni latitudine la risposta più convincente è venuta dal Coronavirus. Sprezzante dei divieti di Erdogan e di Putin ha superato ogni confine e si è diffuso senza chiedere il permesso ai governi nazionali, come d’altronde avevano fatto in passato i suoi antenati Sars, Asiatica, Spagnola, Aviaria, e via enumerando. Come sempre i tentativi di isolamento sono falliti, la condivisione di ricerche su farmaci e vaccini è stata invece risolutiva. Il Covid 19 non rappresenta la condanna della globalizzazione come qualcuno ha sostenuto ma, al contrario, la conferma della sua validità.
Chiudere di nuovo i popoli dentro angusti confini non è soltanto poco conveniente è semplicemente inutile. Tutte le cose che contano viaggiano oggi al di sopra delle frontiere: malattie infettive ma anche ricerca di contrasto, capitali finanziari ma anche regole per garantirne un utilizzo virtuoso, scambi e mercati ma anche norme per assicurare una concorrenza imparziale, multinazionali prepotenti ma anche adeguate imposizioni fiscali, riscaldamento globale ma anche comportamenti efficaci per limitarlo, reti di comunicazione ma anche strumenti per contrastarne un uso scorretto, flussi migratori ma anche misure per regolamentarli . Non c’è oggi un solo problema, tra quelli che contano davvero per il nostro futuro, che non passi attraverso soluzioni globali perché ogni provvedimento a livello nazionale si rivela impotente. Chi può negare che le cose stiano così?

Eppure sono in tanti in America, in Europa e altrove a pensare che, avendo raggiunto un elevato tenore di vita, l’unico modo di mantenerlo salvandolo da incursioni predatorie esterne sia quello del “fai da te”, tornando alle politiche protezioniste del “tutti contro tutti”. Si tratta di un’idea miope e controproducente anche per i grandi paesi che per le loro dimensioni e ricchezza possono illudersi di non avere bisogno degli altri, ma semplicemente suicida per piccoli stati come il nostro, con un mercato interno limitato e un indebitamento drammatico, e che si è permesso il lusso di utilizzare le poche risorse disponibili per distribuzioni assistenziali. Il nostro interesse quindi è il contrario di quanto sostengono i “sovranisti”: occorre battersi in ogni sede perchè regole globali consentano il libero gioco della concorrenza competitiva. Anche per questo partecipare all’Unione Europea e rafforzare la sua capacità rappresentativa è per noi molto importante. Tornare ai bracci di ferro e alle guerre commerciali può inizialmente soddisfare un po’ di amor proprio ma quando il virus del nazionalismo autarchico (ben più dannoso di quelli influenzali) avrà drammaticamente dimostrato ai consumatori che a pagare il prezzo di queste esibizioni muscolari alla fine sono loro, si tornerà a invocare il fairplay delle organizzazioni internazionali e a chiedere regole comuni. Perché le regole, da che mondo è mondo, servono a proteggere i più deboli; i più forti ne hanno ugualmente bisogno ma possono più facilmente illudersi di poterne fare a meno perché mettono sulla bilancia il peso della loro superiorità (economica, politica, militare, tecnologica).

Essere convinti che processi globali vadano regolati con accordi multinazionali e significative cessioni di sovranità non significa però che non si possano mettere in atto alcuni strumenti di garanzia per proteggersi da pratiche distorsive che producono danni irreversibili all’economia nazionale; ma essi servono soltanto da tampone e hanno una scarsa efficacia nei tempi lunghi. Più è grande la dimensione politica in cui ci si colloca e meglio si potranno garantire gli interessi strategici; per questo l’unità europea non è un’opzione ma una strada obbligata. Il futuro sarà dominato da grandi blocchi che graviteranno non soltanto intorno agli Stati Uniti d’America ma anche alla Cina e probabilmente all’India e alla Russia. L’Europa potrà svolgere in tale contesto un ruolo importante soltanto se sarà unita e avrà titolo e forza per tutelare i propri interessi; e sarà meglio per tutti se ciò avverrà nell’ambito di strumenti multilaterali a livello globale in grado di difenderci dalla prepotenza dei mercati finanziari, dall’inquinamento globale, dalla minaccia che proviene da un uso scorretto delle nuove tecnologie informatiche, dalle emigrazioni indiscriminate di milioni di esseri umani spinti dalle guerre e dalla fame, ecc. Occorre mettersi insieme, potenziare le strutture sovranazionali che esistono e, se necessario, costruirne delle altre.
Certo, esiste, e non da oggi, la necessità di mettere all’ordine del giorno la riforma di alcuni degli organismi già esistenti, non soltanto in Europa ma anche a livello globale. A cominciare dall’ONU, che, per esercitare un ruolo più incisivo deve essere sottratta dal ricatto dell’”uno vale uno” che rischia sempre di paralizzare ogni decisione. Perchè se, per esempio, il voto di Malta (400,000 abitanti) può paralizzare l’Europa (446, milioni di abitanti) oppure il voto del Togo (6 milioni di abitanti) bloccare le Nazioni Unite (che rappresentano circa sette miliardi di esseri umani) c’è qualcosa che non va. Non bastano le soluzioni empiriche, spesso poco trasparenti, che hanno consentito fino ad oggi di andare avanti, occorre affrontare il problema in maniera chiara e in base a principi innovativi che non siano soltanto improntati all’uguaglianza giuridica e formale delle nazioni. Sono stati studiati per esempio sistemi istituzionali ponderati in cui il principio di nazionalità viene bilanciato da altri criteri di valutazione (popolazione, pil,ed eventualmente altri purché oggettivamente misurabili). L’importante è dare nuovo vigore alle istituzioni sovranazionali più significative realizzate nel secolo scorso dopo gli orrori della seconda guerra mondiale le quali, malgrado i loro limiti, hanno comunque ottenuto in molti casi risultati positivi.

Quando nel 1945 l’America era in grado di imporre a tutto il mondo occidentale, all’Africa decolonizzata e a una parte rilevante dell’Oriente (a cominciare dal Giappone) il suo modello politico ed economico, i suoi governanti fecero una scelta intelligente. Imposero sì quel modello (che d’altronde si era dimostrato vincente) ma ne proposero una gestione condivisa: una partnership che si concretizzò negli accordi monetari di Bretton Woods, nella creazione del WTO (per regolare gli scambi commerciali), nella Banca Mondiale, nel FMI e in numerose altre organizzazioni, alcune delle quali facenti capo all’ONU e in gran parte finanziate dal governo di Washington (UNESCO, FAO, OMS, ILO, ecc.) con lo scopo di affrontare insieme i problemi posti dai cambiamenti universali e promuovere regole comuni su ogni aspetto della vita umana. Persino nella difesa militare durante la guerra fredda gli USA preferirono coinvolgere i partner in un trattato (NATO) che, per molti aspetti, ha caratteristiche multinazionali. Questo grandioso progetto, riuscito solo in parte, era comunque nuovo nella storia più recente e dimostrava la consapevolezza della potenza egemone che i problemi dell’umanità si risolvono tutti insieme o non si risolvono. Quest’epoca, tra alti e bassi durata settant’anni, sembra finita con la presidenza Obama. Con l’avvento di Trump, al di là della volgarità del personaggio, l’America pare avere voltato le spalle a questa mirabile costruzione e preferire richiudersi in se stessa, come già aveva fatto negli anni dell’isolazionismo tra le due guerre mondiali. Eleggendo Trump (sia pure con i limiti di una votazione poco convincente) gli americani hanno inteso chiudere l’epoca del multilateralismo che essi stessi avevano promosso, convinti forse di non avere bisogno di nessuno e comunque certi che ciò che occorre si può comprare senza cedere una briciola del proprio potere. Speriamo si tratti soltanto di una parentesi, non mancano indizi di resipiscenza e il sistema americano dei contrappesi sembra funzionare ancora, ma il segnale “sovranista” e autarchico si è diffuso ovunque e minaccia la stabilità più seriamente del “coronavirus”. Perché, come diceva Bastiat, dove non passano le merci, prima o poi, passano i cannoni.

 

Franco Chiarenza
4 maggio 2020

E’ passato, quasi in silenzio, accanto a quello della Liberazione, un altro anniversario, quello dell’uccisione di Benito Mussolini avvenuta tre giorni dopo. Lo ricordo perché sulle circostanze che portarono alla sua frettolosa soppressione non c’è mai stata chiarezza e molti sono gli interrogativi che ancora oggi possiamo porci.
Mussolini e la sua storica amante Claretta Petacci erano stati catturati dalle brigate partigiane mentre tentavano la fuga nascosti in una carovana militare tedesca che, secondo gli accordi presi con gli alleati, stava abbandonando il Paese ormai quasi completamente occupato dalle truppe anglo-americane. Sulla loro morte le testimonianze furono contraddittorie e parziali, le ambiguità imbarazzanti, i dettagli stessi dell’improvvisata esecuzione poco credibili.

Mussolini aveva governato l’Italia come dittatore per circa vent’anni. Le sue responsabilità erano indiscutibili. Ne ricordo tre che mi paiono le più gravi: l’eliminazione di ogni forma di democrazia pluralista col suo seguito di persecuzioni violente nei confronti degli oppositori, l’alleanza con il nazismo di Hitler e la conseguente vergogna delle leggi razziali, la cinica e dilettantesca entrata in guerra in condizioni di impreparazione che è costata al popolo italiano centinaia di migliaia di morti e distruzioni immense materiali e morali. Ce n’è abbastanza per una condanna esemplare, perché preoccuparsi di come realmente è stata eseguita? Per almeno due ragioni: perché per un liberale, soprattutto in casi esemplari come quello di cui trattiamo, la forma è importante quanto la sostanza, e soprattutto perché è stata un’occasione mancata per fare i conti non con uomo ma con un’ideologia.
Un vero processo a Mussolini fatto da una Corte italiana (senza delegarlo a tribunali costituiti dalle potenze vincitrici, come fu quello di Norimberga) avrebbe consentito di esprimere solennemente un giudizio sulle responsabilità storiche del fascismo e sulla sua natura illiberale e anti-democratica ottenendo due importanti risultati: un coinvolgimento popolare che avrebbe rappresentato il fondamento della nuova nazione, e, non meno rilevante, la dimostrazione davanti al mondo che il nostro Paese era in grado di fare da solo il proprio esame di coscienza e punire i responsabili della soppressione della libertà. Perché non si volle fare? Quali interessi spingevano ad eliminare rapidamente e silenziosamente il maggiore responsabile della nostra tragedia nazionale e i suoi complici? E poi: perché uccidere Claretta Petacci, la quale non aveva avuto alcun ruolo politico nelle vicende del fascismo?

Se è vero che l’uccisione immediata di Mussolini fu autorizzata dal CLNAI (ma una documentazione convincente in proposito, non creata ex-post, in realtà non esiste) si trattò di un errore gravissimo. C’era forse un pericolo di fuga o che l’ex-dittatore potesse essere messo in salvo da formazioni militari fasciste? Non risulta.
Si è detto che si voleva impedire che Mussolini cadesse nelle mani degli anglo-americani perché ciò avrebbe comportato un processo intentato dai vincitori come quello che fu poi imbastito a Norimberga nei confronti dei criminali di guerra nazisti. Ma la spiegazione non regge a un’analisi attenta dei fatti. Cosa impediva al CLN di prendere in consegna il prigioniero e chiedere che fosse giudicato in Italia da un tribunale speciale dato che, a differenza di ciò che avverrà in Germania, un governo legittimo riconosciuto dagli alleati esisteva e, a quell’epoca, era già espressione del CLN (governo Bonomi)? Perché quell’esecuzione frettolosa davanti al cancello di una casa semi-abbandonata in una strada secondaria?
Si è detto che un processo pubblico avrebbe fatto emergere le corresponsabilità dell’intero popolo italiano; e allora? Ragione di più per farlo, distinguendo le responsabilità di chi impose un regime di violenza anche psicologica e di chi lo subì più o meno passivamente. Se quindi questa è stata la ragione dell’esecuzione sommaria si trattò di una valutazione cinica ed errata che inevitabilmente si rifletteva sul futuro creando le condizioni per un ritorno alla normalità pieno di ambiguità, come di fatto avvenne.
Si è detto che Mussolini portava con sé documenti che provavano la simpatia di Churchill per il fascismo. Vero o no si tratta di questione irrilevante. Tali simpatie erano ampiamente note come pure i tentativi di Roosevelt e Churchill per mantenere l’Italia estranea al conflitto (anche chiudendo un occhio sul regime totalitario che la governava). E poi sembra francamente difficile che Audisio (che secondo la versione ufficiale avrebbe da solo effettuato l’esecuzione), esponente di primo piano del PCI e più tardi deputato comunista, agisse per proteggere gli interessi degli inglesi.
Si è detto che conveniva alla Corona fare scomparire un testimone scomodo delle connivenze tra la dinastia sabauda e il fascismo. Ma, anche in questo caso, nulla di più di ciò che era stato evidente a tutti si poteva rivelare e, in ogni caso, non si vede la convenienza dei comunisti ad assecondare un tale disegno.
Le perplessità aumentano se si pensa a quel che avvenne dopo l’uccisione di Mussolini e che si sarebbe potuto evitare con un regolare processo, qualunque ne fosse l’esito, anche la condanna a morte. Chi autorizzò la macabra esposizione dei cadaveri appesi con un gancio a testa in giù, sotto lo sguardo ironico dei cineoperatori americani che ne diffondevano le immagini in tutto il mondo e che non giovarono certo al nostro prestigio internazionale?
Quando la soppressione dei dittatori avviene con modalità poco trasparenti, più simili a un linciaggio che a una regolare esecuzione, la ragione è sempre la volontà di evitare un processo pubblico: come avvenne, tanto per fare esempi più recenti, nel caso di Ceasescu in Romania nel 1989 e di Gheddafi in Libia nel 2011.

In conclusione le domande sono tante e non hanno mai ricevuto risposte convincenti neanche da parte dei protagonisti dell’epoca. Non so se ci sono ancora archivi sconosciuti da aprire: ma se ci sono vanno cercati nell’ex PCI o in quelli dei suoi principali dirigenti di allora, a cominciare da Luigi Longo che nella vicenda dell’esecuzione di Mussolini svolse – a quanto pare – un ruolo decisivo.

 

Franco Chiarenza
28 aprile 2020

La gente comune, in maggioranza priva di una laurea in economia, non ci capisce più nulla: MES no, eurobond sì, BEI bòh, fondi speciali non si sa. Poi c’è la BCE col QI, il SAFE. Tutti si improvvisano economisti e aumentano la confusione. Si litiga tanto ma non si comprende bene su che cosa. Certo si tratta di soldi, questo almeno è chiaro; soldi nostri che l’Europa non vuole restituirci (secondo Salvini e Meloni) e di cui sdegnosamente potremmo anche fare a meno chiedendoli a Cina, Giappone, (e perchè no alla Corea?); soldi europei di cui abbiamo bisogno (secondo Conte e Gualtieri) e che non possiamo ottenere da nessuno al di fuori dell’Europa. Allora, come stanno realmente le cose?
Secondo il Liberale Qualunque stanno semplicemente così.

Cosa intendiamo per Europa
L’Europa non è quella che gli europeisti vorrebbero e nemmeno quella che i sovranisti (meglio chiamarli nazionalisti) immaginano. Si tratta, oggi come oggi, di un club di stati nazionali che si sono associati per convenienze economiche e a tal fine hanno messo insieme alcune risorse finanziarie creando strumenti adatti per amministrarle: alcuni di essi hanno addirittura rinunciato a battere moneta in favore di una moneta unica in grado di fronteggiare l’egemonia del dollaro americano sui mercati internazionali. Tutto il resto è fumo negli occhi: parlamento europeo, corte di giustizia, burocrazia di Bruxelles. Certo, molti di noi, i liberali più di tutti, vorrebbero che fosse molto di più, ma dobbiamo essere realisti: oggi l’Unione Europea è sostanzialmente quella che abbiamo descritto e quindi, come in qualsiasi club che si rispetti, bisogna fare i conti con tutti i suoi soci ognuno dei quali ha un voto e le decisioni quasi sempre vanno prese all’unanimità. Ma come accade in tutti i club, i soci sembrano tutti uguali ma qualcuno di loro conta di più (per ricchezza, prestigio, origini familiari, ecc.). E’ il caso di Francia e Germania, ma pure l’Italia, per varie ragioni che qui sarebbe troppo lungo elencare, fa parte del gruppo di soci più autorevoli anche se la sua immagine si è molto incrinata negli ultimi anni.
Quando uno dei soci si trova in difficoltà ha il diritto di chiedere l’aiuto degli altri ma chi deve garantire i prestiti necessari ha anche il diritto di chiedere adeguate garanzie; funziona così ovunque, nelle famiglie, nelle collettività, nei mercati. Se uno dei soci bara e dichiara situazioni che non corrispondono alla realtà i casi sono due: o viene espulso dal club oppure i soci gli danno l’aiuto necessario a precise condizioni e con vincoli molto stringenti. E’ quello che è avvenuto con la Grecia e tra i soci che chiedevano garanzie per aiutarla c’eravamo anche noi. Piaccia o meno così ha funzionato l’Unione Europea fino ad oggi; chi non ci sta può sempre andarsene (come ha deciso di fare la Gran Bretagna).

Coronavirus
Con l’arrivo micidiale della pandemia Covid 19 le regole esistenti sono sembrate insufficienti a tutti i soci; non è di questo che si discute. Per fare ripartire l’economia dopo la batosta occorrono misure straordinarie e ciò vale per l’Italia ma anche per gli altri paesi. La Banca Centrale Europea si è attivata (dopo qualche esitazione) e acquisterà titoli (anche italiani) per centinaia di miliardi. Quali sono allora i problemi? Sono due: la quantità di risorse da immettere nel sistema per impedire strozzature finanziarie (che potrebbero venire anche dai mercati extra-europei) ma che non possono superare certi limiti senza il rischio di innescare processi inflattivi incontrollabili, e come distribuire i fondi cash immediatamente disponibili. Ed è qui che casca l’asino, o meglio si fa sentire il pregiudizio dei nostri partner nei confronti della capacità dei nostri governi di utilizzare correttamente risorse che provengono dalla cassa dell’intero circolo, e cioè di tutti i suoi componenti. Hanno torto?
Bisogna essere onesti: in passato l’Italia si era impegnata a ridurre il debito pubblico almeno della metà per allinearlo a quello degli altri soci e non lo ha fatto. Ha chiesto tempo e deroghe per sistemare alcune condizioni strutturali che strozzavano l’economia e non lo ha fatto; al contrario ha disperso le risorse disponibili in misure assistenziali di dubbia efficacia. Ha ottenuto l’assegnazione di fondi europei destinati alle aree meno sviluppate (in cui rientrava il nostro Mezzogiorno) e non li ha utilizzati, tanto che per la maggior parte sono finiti dirottati in altri paesi (come Spagna e Portogallo). Cosa pensereste se foste tedeschi o olandesi qualunque? Uno dei “difetti” della democrazia è che bisogna tenere conto non soltanto dei governi ma anche delle opinioni pubbliche, e queste si formano anche su pregiudizi amplificati dai mass-media; non sempre i governi, soprattutto se dispongono di maggioranze deboli, riescono a mediare tra la “pancia” delle credenze populiste e i veri interessi del loro paese. E’ sempre stato così, figurarsi in tempi di social-network.
Detto questo resta il fatto che il “club Europa” – piaccia o no – si fonda su un’economia di mercato regolata in cui i problemi del disagio e dell’emarginazione si risolvono aumentando l’efficienza produttiva e con essa i posti di lavoro, riservando le misure di assistenza sociale a quanti si trovano realmente in condizioni di povertà; il che, almeno nella percezione delle pubbliche opinioni dei paesi settentrionali, il nostro paese non ha fatto. In sostanza, per non farla troppo lunga, i nostri partner non si fidano di come spenderemo le risorse che il club potrebbe metterci a disposizione e vorrebbero essere certi che i soldi vadano realmente alle persone e alle strutture produttive danneggiate dal coronavirus e non vengano dispersi in altre direzioni. L’opposizione (Salvini e Meloni) indignata invoca l’orgoglio nazionale, la maggioranza si batte sui tavoli europei per strumenti flessibili che non implichino controlli e supervisioni; ma l’Italia col suo deficit da record mondiale si trova in difficoltà e rischia l’isolamento. Ecco in cosa consiste la partita che si sta giocando a Bruxelles.

Italexit?
Inutile girarci troppo intorno: nel club o ci si sta con le regole che noi stessi abbiamo contribuito a scrivere o se ne esce. Cambiare le regole si può ma è un lavoro lungo e difficile che certo non si risolve in poche settimane, e anche l’ipotesi di creare un altro club più esclusivo con i soci disposti a trasformarlo in una vera comunità politica fondata su valori condivisi richiede tempi lunghi. Adesso non ci sono alternative: cercare aiuti fuori dall’Unione significa fare un passo verso l’uscita come appunto vorrebbero le minoranze nazionaliste (non soltanto in Italia).
Ma poi: chi ci dovrebbe aiutare e a quale prezzo? Perchè gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone o chiunque altro (a prescindere dal fatto che sono anch’essi duramente colpiti dalla pandemia) dovrebbero darci consistenti aiuti senza adeguate garanzie? Certo, il “piano Marshall” – spesso evocato – era un aiuto a fondo perduto ma era stato concepito per aiutare un paese distrutto dalla guerra e che non aveva risorse sufficienti per superare l’emergenza; l’Italia di oggi, malgrado tutto, non è nelle stesse condizioni. E poi dove va a finire la “dignità nazionale” sempre evocata dalla coppia Salvini-Meloni?
“Faremo da soli” è la sdegnata risposta di Salvini, e non è una minaccia da prendere alla leggera perchè in realtà fare da soli si può. Basta uscire dall’euro, deprezzare la moneta che lo sostituisce, rapinare il risparmio privato trasformandolo forzosamente in titoli di credito garantiti dallo Stato, difendere la produzione nazionale creando barriere doganali, evitare i fallimenti attraverso indiscriminate nazionalizzazioni; ma il prezzo che pagherebbero gli italiani sarebbe altissimo.
Buona parte delle esportazioni non troverebbe sbocchi adeguati, merci e servizi esteri dovrebbero essere pagati in dollari (il cui cambio sui mercati finanziari ci penalizzerebbe), il potere d’acquisto reale diminuirebbe e con esso i consumi interni; insomma un avvitamento all’indietro che ci riporterebbe agli anni ’30 del secolo scorso. E magari, passo dopo passo, dopo avere riesumato dal fascismo autarchia e corporativismo, anche il modello politico potrebbe modificarsi per passare da una democrazia liberale a una democrazia illiberale (come propongono gli esempi di Putin e di Orban).
Prima di buttare alle ortiche quello che abbiamo costruito negli ultimi settant’anni stateve accorte.

Franco Chiarenza
16 aprile 2020

Quanto questo virus sia straordinariamente pericoloso è innegabile. Se ne è detto e scritto da ogni parte e resterà oggetto di discussione se le misure prese per contenerlo siano proporzionate alle conseguenze economiche che ne deriveranno e soprattutto se fosse necessario sospendere alcuni diritti fondamentali in nome dell’emergenza. Quando Covid 19 allenterà la sua presa i sostenitori delle misure draconiane diranno che è merito loro, gli avversari (pochi, per la verità) sosterranno che il virus ha esaurito la sua carica mortale per ragioni naturali; e probabilmente avranno ragione entrambi nel senso che la riduzione della circolazione di uomini e cose avrà certamente favorito il contenimento dei contagi ma probabilmente la sconfitta del virus dipenderà essenzialmente da ragioni naturali, come è stato in passato per analoghe infezioni.
Non di questo però si dovrebbe discutere, ma delle conseguenze politiche ed economiche che potranno derivare da questa emergenza.

Conseguenze politiche
Il sistema politico italiano si è rivelato impreparato alla gestione delle emergenze. Se si fa eccezione per la legge che ha istituito la Protezione Civile, non esistono – a quanto ne so – altri strumenti giuridici che la regolano; non a caso l’emergenza Coronavirus è stata governata da decreti del presidente del consiglio di dubbia costituzionalità trattandosi della sospensione di diritti costituzionalmente garantiti. E poiché le emergenze continueranno ad esserci e per loro natura sono imprevedibili si tratta di una falla che – appena sarà possibile – occorre riempire di nuovi contenuti. Non ho dubbi che nuove regole in proposito debbano avere carattere costituzionale e comprendere oltre a una precisa definizione delle emergenze le procedure corrette per farvi fronte. Sarebbe opportuno attribuire al Capo dello Stato (in quanto “super partes”) il potere di proclamare lo stato di emergenza e affiancare al governo un ristretto comitato parlamentare in caso di sospensione dei lavori delle Camere. Non a caso anche in questa occasione si sono levate voci autorevoli che richiedevano un intervento del presidente della Repubblica, il quale peraltro nell’attuale ordinamento poco può fare al di là di una “moral suasion” che comunque ha puntualmente esercitato.
Un altro punto da sottolineare è che le misure emergenziali devono avere sempre un carattere transitorio e non possono costituire il pretesto per cambiamenti sostanziali degli equilibri politici e istituzionali, come forse qualcuno vorrebbe; altro che “nulla sarà come prima”! Al contrario, almeno dal punto di vista delle istituzioni politiche e dei diritti civili che ne discendono, tutto deve tornare come prima. E se cambiamenti saranno necessari non sarà l’emergenza a dettarli.

Conseguenze economiche
Il nostro Paese rischia – secondo le previsioni di Confindustria – di perdere diversi punti di prodotto interno lordo, il che, in una situazione già difficile come quella esistente prima della pandemia, costituisce un rischio di crisi irreversibile. L’immissione di liquidità nel sistema economico per impedirne la paralisi è quindi certamente necessaria ma tutto dipende da tre condizioni: come, quanto e fino a quando.
Come: ci sono molti modi di immettere liquidità. Si possono favorire i consumi attraverso forme di sostegno familiare soprattutto per coloro che sono stati economicamente danneggiati dall’epidemia: ma come accertarli e come impedire che misure generalizzate si trasformino in un assalto alla diligenza (cosa in cui noi italiani siamo bravissimi)? Si possono aiutare soprattutto le imprese a riprendere la produzione; il che peraltro non sarà facile per un’industria e un’agricoltura come le nostre che vivono in gran parte di esportazioni e per le quali i mercati tedesco e americano costituiscono sbocchi importanti. Si può agire sulla leva del credito facilitando le garanzie sui prestiti finalizzati alle attività produttive, ma per far questo non bisogna penalizzare le banche. Naturalmente si possono fare tutte queste cose ed altre ancora ma è anche necessario non disperdere le risorse in una distribuzione a pioggia (altra cosa in cui siamo bravissimi) perché non si tratta di risorse illimitate.
Quanto: esiste un limite all’immissione di liquidità? Credo di sì. Non sono un economista ma mi pare di ricordare che un eccesso di liquidità monetaria, soprattutto se concentrato sui consumatori finali, può produrre inflazione, definita da Luigi Einaudi una tassa occulta tanto più iniqua in quanto pesa proporzionalmente sulle classi sociali meno abbienti. E inoltre: finché restiamo nell’euro sarà la BCE a stabilire il “quantitative easing” ed essa non potrà non tenere conto delle preoccupazioni dei paesi del nord Europa che temono un’inflazione incontrollata come una sciagura (anche per le esperienze storiche che hanno vissuto).
Quando: tempestività, equità ed efficienza sono qualità che dovrebbero sempre caratterizzare gli interventi pubblici se si vuole ottenere una rapida ripresa dell’economia. La burocrazia nostrana non ha mai brillato per tali caratteristiche, anzi è sempre stata vista come un logorante percorso a ostacoli in cui (se non si cade prima) si ottengono risultati solo dopo molto tempo. D’altra parte è la stessa farraginosità delle norme che spesso intralcia qualsiasi buona volontà e non è facile di colpo cambiare abitudini senza il rischio di cadere nell’arbitrio discrezionale. Anche perché le misure di sostegno non possono essere a tempo indeterminato senza produrre effetti devastanti; prima o poi un termine dovrà essere stabilito.

Infine un liberale qualunque non può non essere preoccupato di un pericolo non ancora evidente ma che sente aleggiare nello slogan “nulla sarà come prima”: l’idea che nazionalizzando imprese e servizi e rifiutando la competizione che premia l’efficienza si risolva ogni problema superando finalmente quei vincoli di compatibilità economica che tanto infastidiscono gli avversari del liberalismo, spicciativamente liquidato come “liberismo selvaggio”, egoista e incurante del benessere delle famiglia. Ovviamente si dimentica quanto è costata in passato l’assistenza generalizzata alle imprese decotte, responsabile in gran parte dell’eredità del debito pubblico più elevato d’Europa.
Naturalmente si può fare tutto: uscire dall’Europa, tornare alle “svalutazioni competitive” pagate dai consumatori, evitare il confronto coi mercati globali, rifugiarsi nell’autarchia. Basta sapere che il prezzo da pagare è la decrescita; quanto sia felice resta da dimostrare.

 

Franco Chiarenza
2 aprile 2020

Del corona virus parlano e scrivono tutti e c’è poco da aggiungere: è un’epidemia influenzale come altre ce ne sono state e per contrastarla, al di là di ciò che già si fa, c’è poco altro da fare. Passerà, lascerà una scia di morti, si troverà un vaccino (che probabilmente non sarà sufficiente per eventuali futuri virus influenzali), e amen. Ma qualche considerazione al “Liberale qualunque” viene in mente.

Ieri
Il corona virus non è il primo e non sarà l’ultimo. A partire dalla cosiddetta “spagnola” che tra il 1918 e il 1920 infettò in tutto il mondo almeno mezzo miliardo di persone con un altissimo numero di decessi, basti ricordare l’”asiatica” del 1957 e le molte altre epidemie influenzali che si sono succedute fino all’attuale insorgere del “corona virus”. Questo vuol dire che non si tratta più di fenomeni eccezionali in qualche modo imprevedibili ma invece di epidemie ricorrenti, seppure in forme diverse, che vanno affrontate tempestivamente con strutture già predisposte pronte a intervenire appena compaiono i primi sintomi del loro apparire. Un po’ come per i terremoti si tratta di emergenze frequenti che non si possono ogni volta trattare come eventi straordinari e irripetibili ma richiedono sistemi di contrasto in grado di mobilitare in tempi rapidi i soccorsi; una sorta di “Protezione Civile” sanitaria. Si eviterebbero i ritardi che anche in questa occasione certamente si sono verificati.

Oggi
Non siamo ancora in grado di capire quali dimensioni assumerà l’epidemia e quando comincerà la fase discendente dell’infezione. Governi e popolazioni si trovano di fronte al classico dilemma: misure troppo restrittive rischiano di strangolare l’economia e di innestare reazioni di panico anche maggiori di quanto giustificherebbe la situazione reale, toni e decisioni più contenuti potrebbero limitare l’allarmismo ma anche favorire la diffusione del virus (caso tipico: le partite di calcio). I pensionati possono restare a casa ma le attività produttive non possono fermarsi paralizzando il Paese.

Domani
I danni prodotti dal corona-virus non sono ovviamente ancora calcolabili, però sono già molto ingenti. Ma nei prossimi mesi potrebbero assumere dimensioni senza precedenti perchè i sistemi di produzione e di distribuzione innovati dalla globalizzazione sono fondati su catene multinazionali in cui basta il venir meno di una componente per bloccare l’intero processo che porta al prodotto finito.
Questo significa che si dovranno correggere i modelli operativi per adeguarli ad emergenze che tali più non sono e che vanno previste nei procedimenti su cui si fonda l’economia globalizzata: il che potrebbe portare a un aumento dei costi di produzione (penso, per esempio, agli stock di magazzino che tornerebbero ad essere necessari).
In Italia dovremmo interrogarci se il nostro sistema-Paese sarebbe in grado di sostenere emergenze ricorrenti senza rafforzare i suoi punti di debolezza: insufficiente produttività, scarsa innovazione, fragilità finanziaria, sistema formativo inadeguato, bassa natalità. Il “Liberale Qualunque” non vede nei programmi dei partiti e nelle loro azioni quotidiane nulla che tenga conto di tali esigenze: trova soltanto superficialità, populismo demagogico, misure tampone (necessarie ma non strategiche), e uno sfruttamento indecente delle paure collettive attraverso un uso spregiudicato dei social-media. Da destra a sinistra, passando per un centro inesistente, poche differenze.

 

Franco Chiarenza
5 marzo 2020

Al centro del panorama politico italiano dell’anno appena trascorso c’è lui: Giuseppe Conte.
Chi l’avrebbe detto; quando comparve sulla scena dopo il faticoso accordo tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega di Salvini nessuno lo conosceva. Era un avvocato con una cattedra universitaria a contratto come ce ne sono tanti e pareva una delle molte figure scialbe e sprovvedute che la piattaforma Rousseau candidava ai vertici del potere in nome del principio “uno vale uno”.
Tutti i commentatori (me compreso) lo descrivevano come un Arlecchino servo di due padroni, intento a comporre i dissidi tra gli alleati ma privo di iniziativa politica. Però ci si dimenticava che la maschera goldoniana rappresentava sì un “servo” ma sveglio e furbo.

Conte Uno
Ci volle poco al nuovo presidente per capire che la coalizione di maggioranza era intrinsecamente fragile e che il compromesso raggiunto nelle segrete stanze della Casaleggio§C consisteva in una sommatoria di promesse elettorali disorganica e destinata a esplodere in tempi brevi. Lasciando a Salvini e Di Maio tutto lo spazio necessario per le loro velleitarie riforme da sventolare dal balcone (quello d’angolo di palazzo Chigi è anche un po’ più grande di quello storico di palazzo Venezia) il presidente Conte si è dedicato ai rapporti con l’Europa, individuando in essi la vera chiave di volta per la sopravvivenza del governo. Insieme al ministro dell’economia Giovanni Tria ha messo in atto una strategia di contenimento dei colpi che a fasi alterne venivano sparati contro le istituzioni comunitarie da Salvini e Di Maio i quali pensavano così di cavalcare un’ondata populista e sovranista che avrebbe dovuto travolgere con le elezioni europee del 2019 le tradizionali maggioranze del parlamento di Strasburgo. Tria si occupava di ammorbidire le preoccupazioni create dagli sbandamenti del bilancio (poco compatibili con gli impegni che l’Italia aveva preso un anno prima), ma la parte più importante, quella di smussare le ripicche politiche e di garantire ai principali partner europei quell’affidabilità che i leader della maggioranza non davano, la svolgeva Conte. La sua faccia sorridente, le sue dichiarazioni fintamente ingenue, i suoi colloqui riservati (di cui ovviamente non conosciamo i contenuti), contribuivano a spegnere gli incendi che i suoi “padroni” avrebbero invece voluto alimentare. A cominciare dalle scabrose vicende dell’immigrazione clandestina che costituisce la prima ragione del consenso politico della Lega. La tranquilla sicurezza che il premier ostentava lascia pensare che tra l’avvocato pugliese e Beppe Grillo qualche intesa già ci fosse, anche alle spalle di Di Maio.

Conte Due
La vera svolta – del tutto imprevedibile – è avvenuta nel parlamento europeo eletto in maggio col voto di fiducia a Ursula von der Leyen, dove l’inatteso voto favorevole dei Cinque Stelle è stato determinante. Soltanto allora Salvini ha capito che la partita era finita, che non c’erano più le condizioni per proseguire un’alleanza di governo sempre più incomprensibile per la sua base, e, da quel giocatore d’azzardo che è, ha rovesciato il tavolo. Probabilmente hanno contribuito a una decisione così improvvisa e traumatica (per i modi e i tempi in cui si è prodotta) anche altre ragioni: la difficoltà di arrivare a fine anno con un bilancio condiviso, la vicenda poco chiara dei rapporti con la Russia (la quale, oltre che all’Europa, non era piaciuta affatto neanche agli americani), i segni di nervosismo che provenivano dai piccoli imprenditori, l’ostilità crescente della Chiesa (malgrado l’ostensione continua di simboli religiosi). Ma il punto fondamentale era l’Europa e a Bruxelles Conte aveva giocato bene la partita.
Certo, Salvini sperava che i Cinque Stelle non si alleassero con il partito democratico e conseguentemente il Quirinale fosse obbligato a sciogliere le Camere, ma aveva puntato sul cavallo sbagliato. Di Maio, di cui conosceva la radicata ostilità nei confronti della vecchia “casta” democratica, non aveva nel suo movimento una posizione paragonabile alla propria nella Lega (malgrado il pomposo titolo di “capo politico”); c’era sempre dietro le quinte il capo vero, il fondatore Beppe Grillo, il quale con Salvini non ha mai avuto un rapporto di empatia.
A questo punto Giuseppe Conte, dopo una requisitoria contro Salvini al Senato che ricordava ai pochi cultori di storia le “catilinarie” di Cicerone (si parva licet componere magnis), ha rapidamente cambiato cappello avviando un rapido confronto con il partito democratico e andando a presiedere un nuovo governo con i nemici di un tempo. Ha pensato Grillo a spegnere i sussulti e le prese di distanza che si manifestavano nel movimento, mentre Prodi e Veltroni non facevano fatica a convincere un Zingaretti riluttante. Renzi da parte sua, per non restare schiacciato in una tenaglia che lo avrebbe distrutto, ha anticipato i tempi per far credere che la nuova intesa fosse merito suo (il che ovviamente non è stato).
E’ nato così e vivacchia tuttora il governo giallo-rosso (che i tifosi della Roma lo perdonino!). Conte Due ha ricominciato a fare i conti con l’Europa (trovando ovviamente un terreno più favorevole) mentre Di Maio blindato nel faraonico palazzo della Farnesina si occupa del resto del mondo con minori possibilità di fare danni.

Conte Tre?
Adesso la figura di Conte giganteggia come quella di un “salvatore della Patria”. Zingaretti gli riconosce grandi doti politiche, Renzi cerca di non contraddirlo, Di Maio appena si azzarda a uscire dal seminato viene bacchettato da Grillo, lo stesso Salvini, facendone il suo nemico numero uno, ne accredita l’importanza.
Quanto durerà il suo secondo governo è impossibile prevedere; ci sono troppe variabili che emergeranno nei prossimi mesi, a cominciare dal cruciale processo di chiarimento all’interno del movimento Cinque Stelle. In ogni caso la sua sorprendente performance ne fa una risorsa politica anche per il futuro. Non c’è due senza tre, recita un famoso proverbio.

 

Franco Chiarenza
22 dicembre 2019

 

P.S. Dopo avere ascoltato la tradizionale conferenza stampa di fine d’anno confermo il mio giudizio: ho sentito un presidente del consiglio sicuro di sé, non banale nell’esposizione e nelle risposte, dotato di un suo stile, usare un linguaggio finalmente diverso dagli slogan e dai twitter utilizzati fastidiosamente, tanto per imitare Trump, dalla nuova classe politica per diffondere slogan semplicistici e talvolta ingannevoli. Anche il modo rapido e intelligente con cui è stata risolta la vicenda delle dimissioni del ministro Fioravanti è condivisibile: nominare nuovo ministro l’attuale sottosegretaria in quota Cinque Stelle (Lucia Azzolina) e nel contempo sciogliere l’innaturale matrimonio tra pubblica istruzione e università/ricerca collocando al vertice del nuovo ministero Gaetano Manfredi, rettore dell’università Federico II di Napoli, in quota PD. Me ne faccio una ragione: Conte funziona, anche se la prova del nove deve ancora arrivare con i molti ostacoli che lo attendono già nei primi mesi dell’anno entrante. Fch.

Era il titolo di una canzone quando nel 1911 gli italiani iniziarono la guerra per conquistare la Libia, considerata necessaria da Giolitti nella disgregazione dell’impero turco per salvaguardare gli equilibri geo-politici nel Mediterraneo, soprattutto dopo che la Francia si era impadronita del Marocco, dell’Algeria e soprattutto della Tunisia dove viveva una numerosa e attiva minoranza italiana. La Libia in realtà non esisteva: c’erano, assai diverse tra loro, la Tripolitania, la Cirenaica e il Fezzan che la colonizzazione italiana unificò dandogli l’antico nome romano. Un’annessione contrastata, segnata anche da repressioni violente (soprattutto nel periodo fascista), cessata dopo la seconda guerra mondiale quando la Libia ottenne l’indipendenza sotto lo scettro del senusso di Cirenaica Idris. Cose da ricordare oggi che la Libia è di nuovo al centro di una crisi che rischia di esplodere alle soglie di casa nostra.

Il dopo-Gheddafi
La Libia, considerata uno “scatolone di sabbia” utile soltanto come valvola di sfogo per l’emigrazione contadina italiana, scoprì dopo la guerra sotto la sabbia rilevanti giacimenti petroliferi, molto importanti sia dal punto di vista quantitativo che per la qualità del prodotto. L’Italia, cacciata dalla porta, rientrò così dalla finestra attraverso importanti concessioni estrattive all’ENI. La politica del dittatore Gheddafi, subentrato al vecchio re Idris nel 1969, fu sempre ambigua nei confronti dell’Italia: alla violenza verbale contro le responsabilità coloniali seguita da un’indiscriminata espulsione di migliaia di italiani, facevano riscontro comportamenti più accomodanti come appunto le concessioni petrolifere, gli investimenti in Italia del fondo sovrano libico, una politica di contenimento dei flussi migratori che dal centro dell’Africa puntavano all’Europa passando dall’Italia.
Dopo l’uccisione di Gheddafi nel 2011, probabilmente organizzata dai paesi occidentali (Francia e Gran Bretagna soprattutto) perchè considerato fonte di instabilità e protettore dei terroristi islamici (ma forse anche per malcelati interessi petroliferi), è comincita una guerra civile tuttora in corso e di cui soprattutto noi italiani rischiamo di pagare le conseguenze non soltanto per il rischio che corrono le concessioni petrolifere ma soprattutto per la rottura di ogni argine ai flussi migratori verso il nostro Paese, causa non ultima del successo dell’estrema destra nel contesto politico italiano. Tanto basta per capire perchè quel che succede a Tripoli ci riguarda da vicino.

Guerra per procura
Da otto anni la Libia è in balia di una guerra tribale in cui si era inserita anche l’ISIS. Le potenze occidentali si sono comportate come chi dopo avere innescato un incendio si volta dall’altra parte e finge di non vederlo; finchè si sono finalmente rese conto del pericolo e hanno fatto la cosa sbagliata. Invece di accordarsi per spegnere l’incendio e poi creare le condizioni di un nuovo assetto politico necessariamente federale, si sono mosse ciascuna per proprio conto appoggiando e armando le diverse fazioni; lo stesso hanno fatto i paesi medio-orientali e i loro protettori, Russia e Stati Uniti.
Oggi la situazione è drammatica ma abbastanza chiara. Khalifa Haftar, un generale libico della vecchia generazione, è riuscito a mettere insieme un esercito nazionale, legittimato dal governo cirenaico, finanziato e armato dall’Egitto e dagli Emirati Arabi, protetto politicamente dalla Russia e dalla Francia, che ha ridotto il governo legittimo di Tripoli a difendersi in una parte sempre più ridotta del paese. Il presidente del governo riconosciuto dall’ONU Fayez Sarraj è appoggiato dall’Italia e gode del sostegno della Turchia (che minaccia un intervento armato). Gli Stati Uniti, che potrebbero essere determinanti (anche per l’appoggio militare e logistico) oscillano incerti sul da farsi; per Trump il mondo musulmano è un rebus incomprensibile e l’unica cosa che gli preme è l’alleanza con l’Arabia Saudita (con cui fa ottimi affari) e con il governo israeliano di Netanyahu per garantirsi l’appoggio della lobby ebraica americana, tanto più importante in quanto si avvicinano le elezioni presidenziali.
Di Maio, e con lui tutto il governo italiano, tenta la via dell’accordo a tutti i costi. Ma la domanda è: qualora la situazione dovesse precipitare che fare? Se prevale Haftar ci troveremo un interlocutore a Tripoli poco disposto nei nostri confronti, se Serraj viene salvato dalla Turchia il nostro “patronato” su Tripoli verrebbe meno. Un intervento militare, proprio per la nostra condizione di ex-potenza coloniale, è da escludere, salvo non avvenga nell’ambito di una forza di interposizione europea o promossa dalle Nazioni Unite. Non resta che attendere Berlino, dove dovrebbe svolgersi ai primi di gennaio una conferenza internazionale per cercare una soluzione. Ma mentre tutti discutono e si scambiano telefonate intorno a Tripoli si scambiano colpi d’arma da fuoco in quantità e Haftar guadagna posizioni.

 

Franco Chiarenza
28 dicembre 2019

L’agenda politica italiana segnala una singolare continuità: i problemi non si risolvono, si rinviano.
L’Alitalia è tecnicamente fallita e, dopo il rifiuto di possibili acquirenti privati, continua a perdere soldi ripianati dal governo con “prestiti-ponte” che naturalmente non verranno mai restituiti. Ponte verso cosa se tutti gli interlocutori possibili si sono tirati indietro? Il gruppo Atlantia (Benetton) sembrava disposto a tenerla in piedi anche perdendoci un po’ di soldi ma l’evidente contropartita era il rinnovo delle concessioni autostradali; un prezzo che ovviamente il movimento Cinque Stelle, molto esposto in una concezione “punitiva” della concessionaria ritenuta responsabile del crollo del ponte Morandi, non poteva pagare.
Ma anche il nodo delle concessioni verrà al pettine e non potrà essere risolto con la demagogia. Il fatto è che la galassia delle concessioni Atlantia (con al centro “Autostrade per l’Italia”) ha acquisito nel tempo un’esperienza e una capacità di gestione che non sono sostituibili in tempi brevi; il problema evidenziato dalla sciagura di Genova e dallo stato di crisi di molte strutture autostradali non consiste soltanto nella colpevole incuria della concessionaria ma anche nell’assoluta mancanza di controlli da parte del concedente (cioè lo Stato). La soluzione più razionale sarebbe quella di rinnovare la concessione ad Atlantia, ponendo a suo carico le ingenti spese di ristrutturazione della rete oltre al completamento della “Gronda” di Genova, indispensabile a prescindere dalla ricostruzione del ponte Morandi, e al contempo rendendo i controlli più incisivi. Le responsabilità penali e civili del crollo del ponte Morandi verranno accertate dalla magistratura e dovrebbero restare separate dalle ragioni di convenienza che determinano la scelta del concessionario. Ma spesso la politica deve fare i conti con i sentimenti più che con la ragione, e l’indignazione per quanto è avvenuto a Genova e continua a succedere in altri tratti autostradali è troppo forte per consentire una scelta che poteva salvare contemporaneamente la continuità di gestione delle autostrade (con nuove condizioni più stringenti) e Alitalia.
Anche a Taranto la situazione dell’ex-ILVA è in stallo dopo il clamoroso gesto di Arcelor Mittal di denunciare un contratto firmato soltanto un anno fa. Naturalmente le accuse si rimpallano: da una parte si denuncia la mancata attuazione dello scudo penale nei confronti di reati commessi dalle gestioni precedenti, a cui si aggiunge un atteggiamento pregiudizialmente ostile della magistratura che impedirebbe di fatto la realizzazione del piano industriale. D’altra parte si sostiene che la decisione di Arcelor sia in realtà dovuta alla crisi mondiale della produzione di acciaio e forse all’intenzione di fare fallire Taranto per concentrare altrove gli impianti del produttore franco-indiano. Come che sia i sindacati assistono terrorizzati al precipitare della situazione verso una chiusura che aprirebbe una crisi occupazionale ed economica di ampie dimensioni.

Ma il problema è più ampio e profondo. Gli investimenti stranieri se ne vanno dall’Italia e non ne arrivano di nuovi, né i capitali italiani imboscati nei depositi bancari si sognano di emergere. Il nostro paese è considerato ostile alla cultura industriale e non bastano i fattori vantaggiosi che il sistema-Paese può vantare (manovalanza qualitativamente eccellente, centri di ricerca scarsi ma di buon livello, infrastrutture insufficienti ma decorose). Essi non compensano gli aspetti negativi (energia più cara, costi della mano d’opera aggravati da contributi sociali molto elevati, formazione professionale scadente e non corrispondente alla domanda delle imprese, burocrazia invadente, numero eccessivo di livelli di competenza della pubblica amministrazione). E soprattutto la sensazione che non funzioni con la rapidità e l’imparzialità necessarie il sistema giudiziario il quale non appare in grado di garantire un corretto “rule of law”. Questa percezione è aggravata da una situazione politica condizionata da un movimento come i Cinque Stelle apertamente ostile all’economia di mercato che si è manifestata nel precedente governo con un sostanziale blocco di quei pochi adeguamenti infrastrutturali già in cantiere (emblematici i casi della Val di Susa, del terzo valico tra Liguria e Lombardia, della “Gronda” di Genova, e molti altri).
Tutto ciò dovrebbe preoccupare molto di più del debito pubblico, malgrado le dimensioni assurde che esso ha raggiunto. Se un debitore è dinamico e produttivo nessuno spinge perchè riduca la sua posizione debitoria, se è statico e resta chiuso in casa a curare il suo giardinetto, la fiducia dei creditori viene meno e le sollecitazioni speculative diventano incontenibili; non siamo ancora a questo punto ma il rischio comincia ad essere percepibile

In queste condizioni logica vorrebbe che l’attuale esperienza di governo non vada oltre l’approvazione del bilancio e che ci si avvii fatalmente a nuove elezioni. Ma non tutti sono d’accordo; non tanto (o non soltanto) perchè in primavera scadono i consigli d’amministrazione di molte aziende pubbliche o partecipate dallo Stato (anche se il sospetto è lecito), quanto per consentire ai Cinque Stelle di fare definitivamente i conti con se stessi prima di una verifica elettorale. Il movimento infatti sembra spaccato tra due linee di tendenza che la leadership di Di Maio non è riuscita a comporre: da una parte Grillo, tornato prepotentemente sulla scena, favorevole a un’alleanza permanente con la sinistra democratica (accentuando le caratteristiche ambientalistiche delle sue origini), dall’altra i moralisti “puri e duri”, ostili pregiudizialmente a qualsiasi collegamento col passato, fautori di uno “splendido” isolamento in Parlamento e nel Paese. Dalla soluzione di questo conflitto, assai più che da un’improbabile nuova forza centrista, dipendono probabilmente le future maggioranze di governo.

Franco Chiarenza
7 dicembre 2019

Chi, come me, sperava che il presidente Trump sarebbe stato per necessità e condizionamenti provenienti dal soft power dell’establishment di Washington persona diversa dal candidato alle presidenziali del 2016, deve ricredersi. Ogni volta che ha potuto Trump ha cercato di realizzare il suo modello di isolazionismo rivendicato nella campagna elettorale preferendo, anche nella scelta dei mezzi di comunicazione, le rozze semplificazioni e gli slogan di twitter a interventi più ragionati. Alla fine la sua idea di un’America militarmente potente, in grado di bastare a se stessa e quindi non legata a impegni multilaterali, arrogante e paternalistica nei rapporti con gli altri paesi (anche quelli europei più legati alla sua storia), forse non si è pienamente realizzata ma comunque ha sconvolto tutte le tradizionali alleanze che dopo la seconda guerra mondiale facevano perno su un’ idea diversa di America, fondata sull’accoglienza, sugli accordi multilaterali, sulla responsabilità di guidare tutto il mondo occidentale nella difficile sfida della globalizzazione.

Gli errori del presidente
Trump è però inciampato in due punti fondamentali: i rapporti con la Russia (al cui appoggio doveva in parte la sua elezione) e il potere di un’informazione indipendente che in America è ancora molto forte.
La sua idea di un accordo con la Russia che in sostanza lasciasse mano libera a Putin (al quale andava tutta la sua personale simpatia come si conviene tra convinti populisti) si è infranta su una resistenza dell’opinione pubblica che aveva sottovalutato; lo scandalo delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali lo ha costretto a giocare in difesa accantonando ogni velleità di alleanza organica con Mosca. In questa ritirata la stampa e i mezzi di informazione indipendenti hanno giocato un ruolo fondamentale mentre il Congresso, dopo la vittoria democratica nelle elezioni mid term del 2018, tornava a farsi sentire avviando una procedura di impeachment basata su accuse più dimostrabili di quelle precedenti: le pressioni di Trump sul governo ucraino per ottenere rivelazioni sulle attività economiche del figlio di Joe Biden (ex vice presidente di Obama e possibile candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2020), fino al punto di condizionare gli aiuti necessari a quel paese al soddifacimento delle sue richieste. La rimozione del presidente sarà ovviamente impossibile per la resistenza del Senato, ancora a maggioranza repubblicana, ma il colpo alla credibilità di Trump lascerà le sua tracce.
Un altro grave errore è stato la pagliacciata delle relazioni con la Corea del Nord che si è risolta con un nulla di fatto consentendo però al dittatore comunista Kim-Jong Un un successo di immagine che ne ha rafforzato il potere e soprattutto dimostrando il crescente potere di interdizione della Cina. Anche l’inasprimento delle sanzioni all’Iran (capovolgendo la politica di appeasement portata avanti da Obama) ha rafforzato la posizione dei “falchi” all’interno del regime islamico senza arrecare alcun vantaggio agli Stati Uniti. Non c’è partita di politica estera in cui Trump si sia impegnato che non sia stata fallimentare: dalla Cina al Medio Oriente. Il suo agitarsi menando fendenti a destra e manca fa pensare alle marionette di un tempo; ma purtroppo si tratta del capo della più grande potenza del mondo.

Le guerre commerciali
Un capitolo a parte riguarda i rapporti con l’Europa e il Giappone, paesi alleati che con gli Stati Uniti hanno condiviso la gestione di tutti gli strumenti multilaterali che ruotavano intorno all’egemonia americana: la NATO, il WTO, l’OCDE, il FMI, la Banca Mondiale, ecc. Una ragnatela che ha consentito in qualche misura di governare i processi di globalizzazione, una rete che ha protetto certamente i paesi europei da “invasioni di campo” destabilizzanti ma ha pure consentito agli Stati Uniti di mantenere una posizione centrale negli sviluppi dell’economia mondiale. Il prezzo da pagare era l’apertura del mercato americano alle importazioni dai paesi europei e dal Giappone che in effetti ha prodotto nel tempo un forte squilibrio della bilancia commerciale. Ad esso Trump ha attribuito la responsabilità dei processi di de-industrializzazione in atto da tempo e su tale convinzione ha avviato una politica di autarchia protezionistica che comporta la rottura di tutte le strutture e le alleanze costruite dagli Stati Uniti nel dopoguerra.
Ma le guerre commerciali provocano, prima o poi, le ritorsioni degli altri paesi, e quanto più estesi saranno i mercati e il potere d’acquisto che essi rappresentano tanto maggiore sarà il danno per gli Stati Uniti. Per questo Trump boicotta l’Unione Europea e preferisce trattare con i singoli paesi del Vecchio Continente; se infatti l’Unione si dotasse di strumenti politici adeguati rappresenterebbe un mercato equivalente a quello americano e quindi potenzialmente in grado di danneggiarne gli interessi in molti settori.
Trump non ha perso tempo: prima che l’Europa si riprendesse da questo brusco cambio di politica economica e cominciasse a reagire coi suoi tempi lunghi il governo americano ha avviato dazi protettivi che colpiscono soprattutto le esportazioni tedesche (ma anche francesi e italiane) riportando indietro l’orologio della storia. Se verrà rieletto l’anno prossimo è certo che le reazioni europee diverranno più consistenti soprattutto se si avvierà finalmente quel processo di unificazione politica (che non a caso Trump teme come il fumo negli occhi) e si procederà alla creazione di nuovi soggetti europei nel campo della comunicazione interattiva e delle nuove tecnologie in generale dove oggi le aziende americane sono egemoni. La decisione della Francia e di altri paesi europei di tassare le grandi imprese americane (Google, Amazon, ecc.) per i profitti realizzati nei loro territori costituisce un segnale che il presidente americano ha colto in tutta la sua gravità (minacciando ulteriori sanzioni). In pratica la politica di Trump, i cui effetti si vedranno tra qualche anno, finirebbe per favorire la creazione di nuovi poli di aggregazione potenzialmente in grado di arginare la supremazia americana: l’Europa unita innanzi tutto, ma anche la Cina (che potrebbe rappresentare un nuovo punto di riferimento per paesi come la Corea del Sud e lo stesso Giappone), la galassia dell’Asia sud orientale attraverso nuove forme di aggregazione (di cui l’ASEAN già rappresenta in qualche misura una prima struttura portante) e naturalmente la Russia che tornerebbe ad essere protagonista non soltanto in Europa ma anche in Medio ed Estremo Oriente. Con buona pace dell’idea infantile (ma elettoralmente accattivante) di un’America forte e priva di vincoli in grado di condizionare tutti gli interlocutori come un elefante può fare con creature infinitamente più modeste. Perchè prima o poi anche le formiche nel loro piccolo si incazzano, come un famoso libro ci ha rivelato.

 

Franco Chiarenza
4 dicembre 2019