Vi ricordate di Gioia Tauro? Almeno i più anziani dovrebbero rammentare la quasi guerra civile che scoppiò in Calabria nel 1971 per lo spostamento del capoluogo regionale a Catanzaro e la pressante richiesta “compensativa” di realizzare nella provincia di Reggio Calabria a Gioia Tauro, al posto degli splendidi e giganteschi ulivi che da secoli erano il vanto di quel territorio, un quinto centro siderurgico sul modello di quello realizzato dall’IRI a Taranto, L’acciaio era considerato fondamentale per lo sviluppo economico e ospitare un’acciaieria era sinonimo di benessere e di piena occupazione. Poi il centro siderurgico non si fece e al suo posto sorse il primo porto attrezzato per i “containers” realizzato in Italia, tuttora esistente.
I tempi cambiano: oggi gli impianti siderurgici sono accolti con ostilità. Prevalgono le preoccupazioni sanitarie ed ambientali, e il fenomeno non riguarda soltanto l’acciaio ma in generale tutta la grande industria non più considerata come un’opportunità ma piuttosto fonte di conseguenze negative soprattutto di carattere ambientale. Si tratta di un fenomeno culturale complesso che non riguarda soltanto l’Italia.

De-industrializzazione. E poi?
Per questo la vicenda di Taranto va oltre Taranto e non si esaurirà nemmeno se, prima o poi, il “mostro” verrà abbattuto e le diecimila famiglie messe sul lastrico saranno impiegate, come ho sentito dire, nella bonifica dei terreni inquinati (che peraltro non potrà essere eterna), nel turismo, in fantomatiche industrie agro-alimentari “leggere”. Perchè la spinta alla destrutturazione della nostra economia industriale è molto forte e rappresenta una delle componenti del successo dei Cinque Stelle. Il primo risultato è già visibile: non soltanto diminuisce ulteriormente l’attrattività del sistema-Italia per gli investimenti esteri ma i capitali nostrani fuggono nelle forme più diverse all’estero. In tale contesto anche la fusione FCA – PSA non promette nulla di buono perchè il suo asse portante sarà in Francia e, nonostante le assicurazioni in contrario, nulla garantisce che nella ristrutturazione che ne seguirà, oppure in caso di crisi, a farne le spese saranno soprattutto gli stabilimenti Fiat in Italia. Non si tratta soltanto di convenienze economiche e fiscali ma di un clima di ostilità alimentato anche da settori consistenti dei mass-media e della magistratura consapevolmente complici.
Si vuole cambiare il modello produttivo del Paese, già in crisi per i limiti evidenti dimostrati dal “nanismo” delle imprese? Bene, ma per sostituirlo con cosa?
Le risposte a questa fondamentale domanda sono confuse: si immagina un futuro “bio” basato su una economia “circolare” (che sta a significare il riuso sistemico di tutti gli scarti), energie alternative a ogni forma di combustione, piste ciclabili, infrastrutture mirate soprattutto ai territori municipali, e, in fin dei conti, una riduzione dei consumi non necessari. Un bellissimo sogno fondato sulla sostenibilità ambientale ispirato alle giuste preoccupazioni delle future generazioni per i cambiamenti climatici che avanzano minacciosamente.
Quel che si dimentica in questa visione del futuro è la compatibilità tra i servizi gratuiti o semi-gratuiti che si vogliono assicurare a tutti e le risorse disponibili per farlo. Le risorse provengono dall’imposizione fiscale sui redditi e sui consumi; riducendo gli uni e gli altri diminuiscono inevitabilmente le possibilità di finanziamento pubblico. Ulteriori indebitamenti sono impossibili non soltanto per il debito gigantesco già accumulato ma anche perchè un indebolimento delle tradizionali fonti di reddito (imprese industriali e commerciali) suscita la diffidenza dei mercati e rende problematico il collocamento dei titoli di debito.

Due certezze
Come uscirne? Nessuno può dirlo, tutti hanno le loro ragioni e il dibattito alle volte si trasforma in un dialogo tra sordi, come appunto avviene a Taranto tra chi difende il suo pane quotidiano e chi invoca le priorità sanitarie e ambientali. Credo però che ci sono due condizioni imprescindibili di cui ogni governo – di destra o di sinistra – dovrebbe tener conto. La prima è la gradualità; certi processi, per giusti che possano sembrare, devono comunque essere realizzati riducendo al massimo i costi sociali che comportano. La seconda è la dimensione globale; certi obiettivi devono essere condivisi e perseguiti insieme agli altri, altrimenti si regalano posizioni di vantaggio alla concorrenza internazionale che aggravano ulteriormente la nostra economia. Serve un grande progetto di riconversione industriale a lungo termine da condividere almeno con gli altri paesi dell’Eurozona, se non vogliamo ridurci a diventare un resort di lusso per turisti americani e cinesi in cui l’unica occupazione possibile sarà quella di camerieri. Ecologicamente soddisfatti.

Franco Chiarenza
18 novembre 2019

L’acqua alta a Venezia non è una novità. Il fatto che quest’anno abbia assunto dimensioni inusuali era prevedibile e infatti era stato previsto sin dall’analogo allagamento del 1966. Che si dovesse perciò trovare un modo per mettere in sicurezza la città lagunare fu oggetto di un dibattito internazionale perchè l’integrità di Venezia è considerata da sempre un valore culturale unico al mondo (al di là dei fin troppo facili riconoscimenti dell’UNESCO). Le “leggi speciali” per Venezia si sono infatti susseguite da quel fatidico 1966 fino ad approdare, dopo lunghi dibattiti che divisero gli ambienti culturali e i veneziani, alla decisione di realizzare il MOSE, un sistema di dighe mobili in grado di sbarrare le inondazioni provocate dall’”acqua alta”. I lavori cominciarono nel 2003 (malgrado la decisione fosse di molti anni prima), sono stati più volte interrotti anche per gli scandali legati alle tangenti, sono costati quasi sei miliardi, e non è ancora in grado di funzionare, come ha dimostrato il disastro di questi giorni. Vi sembra normale?

Opere pubbliche infinite
Non è normale ma non è neanche un’eccezione. In Italia la costruzione delle opere pubbliche, anche quando sono decise e finanziate (il che richiede sempre tempi lunghissimi), procede a singhiozzo con continue interruzioni fino a raggiungere tempi infiniti. Vogliamo ricordare il ponte di Messina la cui costruzione fu deliberata con legge nel 1971 e si dovettero attendere 42 anni perchè un altro governo decidesse di non farlo? Pare che molti vogliano riproporlo, mi vien da ridere, se penso che il ponte sull’Oresund tra la Danimarca e la Svezia è stato costruito in sette anni e la galleria sottomarina che congiunge l’Inghilterra alla Francia in otto anni. O vogliamo parlare dell’alta velocità ferroviaria tra Napoli e Bari, decisa dieci anni fa e i cui cantieri si sono finalmente aperti quest’anno, o della grottesca vicenda del traforo della Val di Susa?
Io non entro nel merito dei progetti; ognuno ha i suoi punti di vista ed è lecito discuterne anche a lungo; quello che non funzione è la mancanza di certezze. In uno stato moderno che si rispetti una decisione presa diventa definitiva perchè chi la realizza deve poterla programmare senza interruzioni, senza impedimenti politici, giudiziari, o di ogni altro genere. Ogni interruzione produce danni gravissimi: aumentano i costi, si licenziano le maestranze fino a nuovo ordine, si compromette l’indotto che si attiva attorno a qualsiasi opera di un certo respiro. Da noi è prassi costante che ogni gara d’appalto venga contestata davanti al TAR, ogni ente locale ponga veti e impedimenti per ottenere adegute compensazioni, ogni comitato di cittadini che si ritengono danneggiati chiedano all’autorità giudiziaria di sospendere i lavori, spesso riuscendoci. In questo modo non si va da nessuna parte, le opere pubbliche restano incompiute per decenni, quando vengono realizzate costano il doppio di quanto dovrebbero, le imprese, se non hanno robusti sostegni finanziari, falliscono, la disoccupazione aumenta.

Che fare?
Occorre coraggiosamente disboscare innanzi tutto i tanti enti che a diverso titolo esercitano poteri di interdizione; dico coraggiosamente perchè dietro di essi si nascondono spesso interessi inconfessabili e, nel migliore dei casi, condizionamenti politici. La filosofia del “not in my courtyard” è sempre elettoralmente vincente. Occorre poi separare le responsabilità personali degli appaltatori dalla normale prosecuzione dei lavori; se un magistrato rileva degli illeciti l’opera non venga sospesa, si nominino dei commissari giudiziari che subentrano nella direzione dei lavori, salvo poi, a giudizio definitivo, stabilire le rispettive responsabilità e i danni che ne sono derivati. Basterebbe questo per fare diminuire i tanti ricorsi e denunce strumentali mirati soltanto alla sospensione delle opere (anche nella speranza di poterle rimettere in discussione).
Non si ha idea quanto pesi nella valutazione del sistema-Paese per gli investimenti privati (dall’estero ma anche italiani) questa incertezza del diritto travestita da giustizia. Insieme ad altre cause (lentezza e incoerenza della giurisdizione, sistema formativo inadeguato e non rispondente alle esigenze delle imprese, ecc.) essa è più importante di una tassazione elevata e del costo della mano d’opera. E, al contrario di esse, si tratta di riforme a costo zero, anzi che producono molti vantaggi. C’è chi rema contro coprendo il proprio interesse al mantenimento delle inefficienze del sistema con il richiamo all’onestà (che, secondo loro, richiede controlli e vincoli burocratici sempre più stringenti). Se vogliamo uscire dal pantano bisogna liberarsi di quei rematori e sostituirli con altri che riportino la barca nella corrente della convenienza collettiva. Altrimenti molti cominceranno a pensare che la democrazia non sia in grado di risolvere i problemi del Paese; è già successo esattamente un secolo fa.

 

Franco Chiarenza
17 novembre 2019

Ne sento parlare da quando ero bambino (ho 85 anni). L’evasione fiscale era sempre il grande fantasma evocato come responsabile di tutti i mali, quella che costringeva lo Stato ad aumentare le tasse, prototipo di ingiustizia sociale, mostro con tante teste che non si riusciva mai ad abbattere, come l’Idra di Lerna della mitologia greca.
Anche i governi Conte (uno e due) non hanno mancato di evocarla e di prevedere una seria lotta per contrastarla. Ma sarebbe ora di chiederci seriamente: chi sono gli “evasori fiscali” e perchè in cinquant’anni non si è mai riusciti a fargli pagare le tasse? Se non rispondiamo a queste domande il resto sono chiacchiere.

Chi sono gli evasori
Tutti pensano ai “grandi evasori”, personaggi della finanza e dell’industria che nascondono i loro profitti e conseguentemente evitano la tassazione che sarebbe dovuta. E in effetti i grandi evasori esistono e nei loro confronti una politica di contrasto è in atto già da tempo anche se non dà i risultati sperati per due fondamentali ragioni: la prima va ricondotta alla libera circolazione di capitali (di per sé fondamentale per gli scambi internazionali) di cui alcuni soggetti approfittano per collocare i profitti nei cosiddetti “paradisi fiscali” (cioè paesi che sfuggono agli accordi internazionali e ai conseguenti obblighi), la seconda alla dimensione multinazionale di grandi imprese (non soltanto industriali) come per esempio Google o Amazon che hanno le loro sedi in paesi fiscalmente convenienti (“concorrenza fiscale”). Nei loro confronti, al di là di ciò che già oggi si fa (come far pagare alcune imposte in base al fatturato in Italia) poco si può senza accordi internazionali più vincolanti. Aumentare le pene carcerarie (che già esistono nella nostra legislazione) come vuole Di Maio è una misura inutile e demagogica: non farà entrare un euro nelle casse dello Stato e non farà fare nemmeno un giorno di galera agli evasori.
Ma la sorpresa è un’altra: i tre quarti dell’evasione fiscale calcolata dalle varie istituzioni che se ne occupano (ministero dell’economia, guardia di finanza, inps, istat, ricerche universitarie) non proviene dai “grandi evasori” ma invece dai medi e piccoli evasori che nel nostro paese sono milioni: dai mancati scontrini ai servizi forniti in nero fino a forme più gravi collegate con l’economia sommersa. E ciò spiega perchè le forze politiche sono sempre riluttanti a contrastarli seriamente per le conseguenze elettorali che possono derivarne.

Perchè non si è fatto tutto ciò che si poteva (e si può) fare
Dunque il balletto intorno al tesoro sommerso dell’evasione fiscale è stato soltanto una grande ipocrisia; il tesoro era in mezzo a noi comuni mortali assai più che nei forzieri dei grandi “paperoni”per la semplice ragione che se venti milioni di persone evadono la trascurabile cifra di 1000 euro l’anno (ma la stima è per difetto) lo Stato perde venti miliardi, molto di più di quanto dovrebbero versare i perfidi paperoni.
Ma cosa si può fare per contrastare questa mini-evasione tanto diffusa? Molto, ed è con piacere che abbiamo notato che il nuovo ministro dell’Economia Gualtieri sembra finalmente muoversi in questa direzione attraverso la tracciabilità di ogni pagamento mediante le carte di credito e quindi la limitazione del contante. Ma non basta: perchè l’evasione venga ridotta soprattutto nel settore dei servizi alle persone occorre aumentare sensibilmente la detraibilità delle spese (inserendo per esempio quelle di manutenzione degli immobili, a partire dagli idraulici, elettricisti, fornitori di servizi, ecc.), e promuovere una seria campagna di informazione (anche sui social) che spinga i cittadini a richiedere sempre regolari ricevute per ragioni di convenienza (detraibilità) e per ragioni di etica politica. Altre cose si potrebbero fare ma si dovrebbe scendere in dettagli tecnici troppo circostanziati per questo spazio.
Una prova che quanto ho detto risponde al vero? Quando Di Maio ha capito che un serio contrasto all’evasione fiscale riguardava anche l’economia sommersa si è affrettato a specificare che la lotta va fatta soltanto ai “grandi evasori”. Altrimenti come fa a rimettere piede a Pomigliano?

 

Franco Chiarenza
5 novembre 2019

Il governo Conte 2 procede il suo accidentato cammino cercando intanto di conseguire il primo obiettivo per cui è nato: fare quadrare i conti del 2019 e soprattutto la previsione di bilancio per il 2020 superando indenne il vaglio della Commissione europea. La manovra di bilancio si presenta ancora una volta confusa, piena di micro-tasse più o meno visibili, con trascurabili misure strutturali, frenata dalle preoccupazioni politiche del movimento Cinque Stelle. Bisogna riconoscere che con questa maggioranza e in così poco tempo non era possibile fare molto di più, ma resta l’impressione di una manovra tappa-buchi priva di un orizzonte che vada oltre la congiuntura.

Fragilità politica
La debolezza politica della compagine governativa è evidente. Il movimento Cinque Stelle è sostanzialmente diviso tra la linea dettata da Grillo (e che Di Maio segue con visibile riluttanza), favorevole a una collaborazione a oltranza con il PD, e quella di chi vorrebbe un “ritorno alle origini” anche a costo di un isolamento politico e di una verifica elettorale probabilmente penalizzante. Ma anche tra i democratici e i renziani il clima non è dei migliori; l’ex presidente del consiglio sembra poco interessato alle sorti del governo, attento piuttosto ad accaparrarsi adesioni tra i democratici più scettici ma anche tra la destra moderata delusa dalla linea politica di appiattimento su Salvini che Berlusconi continua a sostenere. Il futuro di Renzi (come lui lo vede) è chiaro: un blocco centrale che rappresenti l’ago della bilancia in un futuro parlamento eletto con una legge proporzionale pura (con una soglia di sbarramento molto bassa) nella speranza che né la destra di Salvini e Meloni né il partito democratico raggiungano comunque la maggioranza. Ma anche il movimento Cinque Stelle, per ridimensionato che sia, potrebbe trovarsi in una posizione tatticamente analoga.

Fragilità strategica
La grande questione che l’attuale maggioranza non riesce ad affrontare in maniera coerente, in parte per le contraddizioni interne ma anche per mancanza di risorse sufficienti, è quella della ripresa della crescita. Per raggiungere l’obiettivo la ricetta è nota ed è quella chiaramente illustrata da Carlo Bonomi all’assemblea degli industriali lombardi: abbattere il cuneo fiscale che penalizza la produzione, completare le infrastrutture sul territorio (ferrovie, strade, porti, trasporti urbani) e quelle per realizzare reti di comunicazione ad elevata potenzialità; e così facendo rendere attraente il sistema Italia agli investimenti stanando anche i capitali che restano inutilizzati nei canali finanziari. Infine concentrare gli investimenti pubblici disponibili nelle maggiori criticità a partire dalla scuola. Ma una politica siffatta, orientata alla crescita, impone una forte riduzione della spesa assistenziale – comunque mascherata – e una sforbiciata molto sostanziosa agli sprechi della pubblica amministrazione (non soltanto centrale ma anche regionale). Soltanto un governo forte con una prospettiva a lungo termine può affrontare un programma che garantisca tali priorità affrontando anche l’impopolarità che può derivarne. E qui mi fermo.

Franco Chiarenza
4 novembre 2019

Il fatto che i problemi ambientali, in essi comprendendo tutte le tematiche che riguardano il riscaldamento terrestre e l’inquinamento crescente che alterano gli equilibri biologici del nostro pianeta, siano stati portati in primo piano tra le questioni che si dibattono nel mondo costituisce certamente una sensibilizzazione opportuna. Che lo si faccia con toni esagitati e fuori misura, se sono i giovani a manifestarli, è altrettanto comprensibile. Ma il tema è troppo complesso per essere affrontato con disarmanti semplificazioni.
Non credo ci siano dubbi che il riscaldamento terrestre sia una realtà. Non è condiviso da tutti invece che il fattore antropico (cioè le alterazioni prodotte dall’uomo) ne sia la causa determinante. Molti sostengono infatti che si tratta in realtà a un nuovo ciclo di riscaldamento che si alterna nei millenni a fasi di raffreddamento, come attestano testimonianze storiche difficilmente contestabili. In ogni caso però il fenomeno è in corso e non vi è alcuna ragione per peggiorare la situazione con comportamenti umani che certamente hanno il loro peso. Da questo punto di vista quindi ben venga Greta Thunberg come simbolo di mobilitazione giovanile su un tema che ovviamente riguarda più loro che me (che di anni ne ho settanta in più della giovanissima e incazzatissima ragazzina svedese).
Ma, come sempre, il problema non sta nel fatto in sé ma nel come si intende risolverlo.

La questione economica
Tanto per capirci: i paesi che inquinano di più sono quelli a basso reddito pro-capite, a cominciare dalla Cina e dall’India per continuare con quelli dell’Africa sub-sahariana; hanno bisogno di energia a basso costo per sollevare le loro condizioni economiche e l’insistenza sulla sensibilità ambientale sembra loro un pretesto per mantenerli in posizione arretrata. L’Europa e i paesi occidentali hanno invece speso molto per diminuire l’inquinamento e progettano investimenti ancora maggiori per realizzare la cosiddetta “green-economy”. Ma esiste un punto limite oltre il quale si mette a rischio la competitività del sistema produttivo con conseguenze gravi in termini di occupazione e di crescita. Superare questo limite non significa ridurre il tenore di vita dei ricchi (che comunque con qualche piscina in meno se la cavano sempre) ma proprio dei ceti sociali che vivono per lo più di lavoro dipendente. Si può naturalmente discutere quale sia il punto di equilibrio e quanto le nuove tecnologie possano contribuire a fornire energie alternative a costi accettabili, ma comunque di questa esigenza di compatibilità dovrebbero sempre tenere conto quelli che discutono di questo problema. Greta, e coloro che la guidano dietro le quinte, fingono di ritenere la compatibilità economica irrilevante e per essere convincenti agitano un inquietante catastrofismo che ricorda il millenarismo di secoli passati e che può rappresentare il pretesto per proporre soluzioni politiche incompatibili con la nostra concezione liberale della società civile.

La società energetica
La società contemporanea si fonda sull’energia elettrica; non riusciamo nemmeno a immaginare un’esistenza senza elettricità. Per produrla si sono utilizzati fino ad oggi materiali combustibili (carbone, petrolio, gas) che con i nuovi sistemi di estrazione sono quasi inesauribili. Oppure si è fatto ricorso all’energia nucleare ottenuta attraverso gli stessi processi che hanno fatto della bomba atomica l’arma di distruzione più spaventosa della storia; un po’ per questa associazione, un po’ per lo spavento creato da alcuni “incidenti” (Cernobyl nel 1986, Fukushima nel 2011 e altri meno gravi), ma soprattutto per la mancata soluzione dello smaltimento delle scorie radioattive, molti paesi, tra cui il nostro, hanno abbandonato il nucleare. Negli anni tra le due guerre mondiali gli stati privi di materie prima (come il nostro) avevano incrementato la produzione di energia sfruttando le cadute d’acqua (centrali idroelettriche); ma pure questa tecnologia – nella quale gli italiani erano all’avanguardia, insieme a quella che utilizzava i soffioni di gas naturale (centrali geotermiche) mostrava i suoi limiti anche in termini di sicurezza ( le grandi dighe sono pericolose e producono impatti deleteri sull’ambiente circostante). Oggi lo sfruttamento idrico per produrre elettricità viene utilizzato soprattutto dove è possibile costruire bacini in corrispondenza allo sbarramento di fiumi di grande portata (come nel Tennessee, ad Assuan, in Brasile, in Cina, per citarne soltanto alcuni tra i più conosciuti) ma anche in questi casi non sono mancate le polemiche per gli effetti indiretti che le grandi dighe producono sul territorio.
In sostanza man mano che il progresso industriale si estende e la domanda di consumi elettrici aumenta non sembrano esserci alternative nella convenienza di utilizzare i combustibili fossili che infatti ancora oggi sono i più economici e diffusi. Quando l’allarme per le emissioni inquinanti ha raggiunto il suo punto più alto nella seconda metà del secolo scorso ci si è chiesti però come produrre energia in modo non dannoso per l’ambiente e sono comparse all’orizzonte alcune tecnologie alternative: energia solare, energia eolica (prodotta dal vento), altri carburanti ricavati da scarti agricoli). Ognuna di esse tuttavia ha mostrato inconvenienti gravi: il solare richiede superfici di esposizione troppo ampie per alimentare impianti di grandezza significativa, l’eolico (a prescindere dalla bruttezza delle “torri”) provoca danni alla fauna e alla flora delle zone interessate, i biocarburanti presuppongono coltivazioni estensive difficilmente disponibili senza ridurre le scorte alimentari. Vi sono inoltre difficoltà non ancora risolte che riguardano l’accumulazione e la distribuzione dell’energia prodotta, lo smaltimento di un numero crescente di batterie esauste, e altri fattori di inquinamento indiretti per i quali il danno ambientale cacciato dalla porta potrebbe rientrare dalle finestre. Inoltre tutte le nuove tecnologie alternative hanno una comune caratteristica negativa, quella di essere, almeno allo stato attuale, più costose di quelle tradizionali e quindi poco gradite ai paesi in via di sviluppo che proprio sui costi di produzione, tra i quali quelli energetici, giocano la loro partita con l’Occidente.

La questione morale
C’è un aspetto morale che giustamente viene messo in rilievo dai più giovani e che riflette le attese di giustizia che da sempre infiammano i sentimenti delle generazioni che si succedono; un assolutismo ideologico al quale è difficile contrapporre motivazioni economiche senza passare per conservatori egoisti. Ma anche da questo punto di vista la prudenza è d’obbligo; non soltanto perché poi, all’atto pratico, non sono molti coloro che concretamente sono disposti a ridurre il proprio tenore di vita per un futuro migliore, ma soprattutto per il rischio che il loro entusiasmo venga utilizzato per finalità molto diverse.
Dalle visioni apocalittiche al momento successivo di abbandonare il consenso democratico (perchè troppo complicato da ottenere in tempi rapidi) il passo è breve e porta direttamente a soluzioni sostanzialmente autoritarie (anche quando sono legittimate da una democrazia plebiscitaria). Quando si è troppo convinti della propria verità la tentazione di renderla indiscutibile per il bene dell’umanità diventa irresistibile, come dimostrano i tanti fanatismi che hanno attraversato la storia dell’umanità (ivi compresi quelli generati dagli assolutismi religiosi cristiani e islamici). Se l’ambientalismo diventa una religione produrrà forme di intolleranza fondamentalista e ci sarà qualcuno che ne approfitterà per mandare finalmente in soffitta i principi liberali e i diritti individuali e con essi il pluralismo delle idee che erano faticosamente riusciti a dare al mondo occidentale (e ad altre parti importanti del pianeta) due secoli di progresso. Greta sicuramente non ne è consapevole ma sorge legittimamente qualche dubbio sulle vere finalità di chi la spinge ad esibirsi.

E allora non si fa nulla?
Si possono fare molte cose affrontando il problema nei tempi e modi giusti, senza mettere a repentaglio i principi fondamentali della nostra civiltà liberale. E tenendo conto che la sfida globale di sottrarre l’umanità alla fame e a privazioni inaccettabili non è ancora vinta (pur avendo ottenuto innegabili progressi). E’ importante che grandi paesi, determinanti ai fini della riduzione delle emissioni inquinanti e finora recalcitranti – tra gli altri gli Stati Uniti e la Cina – abbiano cominciato a prendere misure di contenimento dell’inquinamento (come le tecnologie di “cattura” dei fumi che consentono di continuare a utilizzare il carbone, la graduale sostituzione del gas al petrolio, ecc.) e soprattutto che nuovi stili di vita vadano gradualmente sostituendo quella cultura dello spreco e dell’esibizionismo diffusi da mezzi di comunicazione involontariamente complici di un imbarbarimento anche culturale che dovrebbe preoccuparci non poco. Occorre procedere nella ricerca, avanzare nelle tecnologie che consentano di diminuire i costi delle fonti energetiche alternative, puntare non soltanto alla riduzione dei consumi inutili ma anche all’espansione delle risorse necessarie per raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi perchè tutti possano usufruire di livelli di civiltà che oggi riteniamo indispensabili. La soluzione del problema è nel progresso (tecnico, culturale, economico) non nel regresso guardando a un passato che non era affatto migliore dei nostri tempi. L’elenco delle cose da fare è lungo; se Greta è un simbolo di attenzione e di priorità per le nostre coscienze ben venga; se invece è soltanto una ragazzina alla ricerca di una visibilità mediatica che altrimenti non avrebbe, sarà meglio che torni sui banchi di scuola che qualcuno l’ha spinta ad abbandonare.

 

Franco Chiarenza
27 settembre 2019

Era un “corpo estraneo”, mi dicevano sempre gli amici del PD. Ma era vero fino a un certo punto: non proveniva dalla tradizionale “ditta” dell’ex-PCI ma faceva parte a pieno titolo di quella componente cattolica che era stata dominante nel nuovo partito disegnato da Veltroni. Da un certo momento in poi (con la prima “Leopolda”) si era convinto che per restare in Europa l’Italia dovesse fare un passo decisivo per superare la tradizione dirigista e tendenzialmente egualitaria della sinistra e adottare una politica più “liberal” (nell’accezione anglosassone del termine). Era un progetto intelligente di modernizzazione del Paese (già delineato da Veltroni nel famoso discorso del Lingotto nel 2007) che aveva sedotto molti liberali e trovato ampi consensi nel mondo delle piccole e medie imprese, e che lo ha portato fino al grande successo elettorale delle europee del 2014. Poi il crollo dovuto a molte ragioni, tutte ampiamente rilevate e discusse dalla pubblicistica politica: eccesso di autoreferenzialità, tentativo di modificare la Costituzione condotto male e affidato all’incompetenza della Boschi, riforme anche incisive ma varate contemporaneamente creando una coalizione di interessi contro il suo governo, pessima strategia di comunicazione, atteggiamenti scostanti. Un disastro.
Da allora Renzi invece di attendere pazientemente costruendosi una nuova immagine e rilanciando il progetto – sempre valido – di Veltroni, ha dato di sé l’immagine di un bambino scontroso e incompreso, dispettoso e pronto a vendicarsi. Un altro disastro.
Infine, dopo avere minacciato una scissione dopo le elezioni del 2018 se il PD avesse accettato di costituire un governo con Grillo, ha cambiato idea l’anno successivo entrando a gamba tesa nel varco che si era creato con la frattura tra Di Maio e Salvini, costringendo Zingaretti a un difficile accordo mal digerito da entrambe le basi (e ottenuto soltanto per l’impuntatura di Grillo).
E adesso che fa? Nel momento meno opportuno, due giorni dopo il giuramento dei nuovi ministri, precipita i tempi di una scissione che era nell’aria già da tempo. Precisando però che la sua adesione alla nuova maggioranza di governo resta intatta. Una frittata.
“Italia viva” si chiamerà la nuova formazione; ricorda un po’ “Italia dei valori” di Di Pietro, speriamo che non faccia la stessa fine, Povera Italia sempre evocata con Forza (FI) circondata da Fratelli (FdI), presente in tutte le sigle, assente nelle azioni concrete di governo.

Perchè?
Tutti se lo domandano e tutti danno risposte diverse. Quella di Renzi è di voler fare chiarezza, ma non è una risposta sui tempi e sui modi. E nemmeno sulle diversità che dividono in maniera così drastica i renziani dai democratici. E allora?
A mio avviso le ragioni principali sono due: la prima è quella di indebolire Zingaretti proponendosi come mediatore indispensabile nella nuova maggioranza. Ma potrebbe rivelarsi un calcolo sbagliato se nella nuova mobilità parlamentare (che investe anche la destra con i malumori di Forza Italia) i voti di Renzi non dovessero più essere determinanti.
La seconda ragione si chiama Calenda. Uscendo dal PD su una chiara posizione contraria all’alleanza con i Cinque Stelle Calenda pone seriamente le premesse per una formazione di centro che taglierebbe l’erba sotto i piedi di Renzi. Ma se si continua di questo passo, con l’ennesimo suicidio del centro-sinistra, finirà che si andrà al voto anticipato nelle peggiori condizioni.
Salvini ringrazia. Non è il solo a fare gli autogol.

Franco Chiarenza
18 settembre 2019

Il governo Conte-bis è partito attraversando indenne il coro di contestazioni che la Lega e il partito di Giorgia Meloni hanno inscenato dentro e fuori il Parlamento. Non mi pare che ci siano dubbi che si tratti di un governo debole partorito da una maggioranza parlamentare consapevole di non rappresentare – almeno in questo momento – la maggioranza dell’elettorato. Un governo nato dall’improvvisazione di un leader, forse sopravalutato, come Salvini il quale ha realizzato in pochi giorni uno degli auto-gol più clamorosi della storia repubblicana, consentendo a tutti coloro che gli si oppongono (ivi comprese le cancellerie europee più influenti) di vincere la partita cogliendo a volo l’occasione che si offriva. Resta da capire se l’auto-gol sia stato volontario (come molti sostengono) per non affrontare le scadenze di fine anno, o se invece si sia trattato semplicemente di un errore di valutazione sulla possibilità che i Cinque Stelle, dopo un anno di alleanza cementata dall’avversione al PD e alle istituzioni europee, potessero davvero ancora utilizzare i “due forni” con la stessa disinvoltura che avevano esibito dopo le elezioni del 2018; il che coincide con un’errata conoscenza della galassia pentastellata e del ruolo determinante che in essa vi svolge ancora Beppe Grillo.
Adesso tutto ciò non ha più alcuna importanza. E’ prevedibile che Lega e Fratelli d’Italia faranno un’opposizione senza sconti in attesa di un possibile inciampo che renda necessarie le elezioni, che Berlusconi invece cerchi di occupare uno spazio di “destra moderata e europeista” (compatibilmente con quanto resta ancora del suo elettorato, minato anche dalla scissione di Toti), che sul versante opposto Calenda cerchi a sua volta di creare una formazione di centro-sinistra in grado di raccogliere un elettorato di centro che non si riconosce nel PD e nelle sue tentazioni dirigistiche (chiaramente avvertibili nel programma di governo) e facendo i conti con il protagonismo sempre imprevedibile di Renzi. Quello che conta, adesso, è l’azione di governo.

Che fare.
Al di là di un programma farraginoso e difficilmente realizzabile senza perdere ulteriori consensi, il governo Conte-bis è chiamato a fare poche cose, subito e nel miglior modo possibile.
La prima è sciogliere il nodo dell’immigrazione clandestina nel suo duplice aspetto, quello degli sbarchi (dove si è concentrata l’azione repressiva di Salvini) e l’altro – più importante – della gestione degli immigrati sul territorio. Per risolvere il problema la solidarietà europea è imprescindibile e sembra che finalmente Macron e Merkel abbiano capito che abbandonare l’Italia a un destino di contenitore senza limiti dei flussi migratori dall’Africa è una politica che genera i Salvini e, conseguentemente, mina la stabilità dell’assetto liberal-democratico delle istituzioni comunitarie. Anche la nuova Commissione Von der Leyen pare muoversi nella direzione giusta che è una sola: modificare radicalmente il trattato di Dublino del 1997.
La seconda cosa da fare è l’aggiustamento del bilancio 2019. Anche in questo caso una maggiore propensione degli stati europei e della Commissione a facilitare politiche espansive sembra a portata di mano ma non bisogna illudersi che ciò significhi potere spendere in maniera illimitata aumentando ulteriormente il debito. L’attribuzione a Gentiloni del “dicastero” dell’economia è stata una mossa assai abile della nuova presidente ma non ci aiuta affatto; al contrario ci costringe a fare i conti con le compatibilità europee più di quanto abbiamo fatto fino ad oggi. La reazione positiva dei mercati internazionali alla nascita del Conte-bis costituisce un incoraggiamento a indirizzare la spesa pubblica nelle infrastrutture e in una politica fiscale che aiuti le imprese, evitando misure esclusivamente assistenziali che non risolvono alcun problema strutturale; il che è difficile da far capire ai Cinque Stelle ma anche a una parte del PD imbevuti di una cultura che riduce la socialità a redistribuzione delle (poche) risorse disponibili. Si tratta di un punto cruciale: se i ceti produttivi del nord (che hanno accolto la svolta di agosto con molta perplessità) avvertono di essere ancora una volta nel mirino di una politica fiscale penalizzante si traferiranno in massa sotto l’ala protettiva di Salvini, e sono molti di più e molto più seri delle “folle” di scalmanati in bermuda che hanno festeggiato il leader della Lega in alcune spiagge italiane.
Il terzo punto prioritario, collegato al secondo, è quello di avviare una riforma profonda delle infrastrutture materiali e culturali che rendono il nostro Paese non competitivo. Il lavoro dipende dalle imprese e dalla loro capacità di stare sui mercati nazionali e internazionali; aiutare le imprese in tutti quegli aspetti non salariali che incidono fortemente sulla produttività (costi energetici, complicazioni burocratiche, deficienze nelle strutture territoriali e nei trasporti, mancanza di una formazione di quadri preparati al futuro 4.0, ecc.) è l’unico modo serio di combattere la disoccupazione.
Il quarto punto riguarda il contrasto all’evasione fiscale senza proseguire nella politica dei condoni, immorale prima ancora che inefficace, capace tutt’al più di rastrellare qualche miliardo “una tantum”. Non dovrebbe essere difficile mettere a punto con le nuove tecnologie sistemi di incrocio dei dati in grado di fare emergere, almeno in parte, l’immensa platea sommersa che caratterizza nel nostro paese soprattutto le attività di servizio.
Infine il Mezzogiorno. Continuare nella politica degli aiuti finanziari a chi apre delle attività nel sud si traduce in un inutile spreco di risorse se non è accompagnata da modifiche strutturali profonde (anche salariali e fiscali in questo caso) che rendano convenienti gli investimenti e facciano emergere l’imprenditoria sommersa (che pure esiste); altrimenti gli “aiuti” si prendono e poi si fugge, come è avvenuto innumerevoli volte negli anni passati.

Di tutto il resto, compresa la riduzione dei parlamentari e le modifiche costituzionali che dovrebbero esservi connesse, ne riparliamo tra un anno se il governo sarà ancora in piedi (cosa di cui dubito).

 

Franco Chiarenza
12 settembre 2019

Il secondo Governo presieduto da Giuseppe Conte ha ottenuto la fiducia tanto da parte della Camera dei deputati, quanto dal Senato della Repubblica. Alla Camera i SI sono stati 343, ottanta voti in più rispetto ai NO; al Senato i SI sono stati 169, trentasei voti in più rispetto ai NO.
Il Governo, pertanto, è pienamente legittimato, sul piano costituzionale. Indipendentemente dalle scomposte reazioni manifestate dalla Lega e da Fratelli d’Italia. É veramente mortificante che molti parlamentari delle due destre non sappiano distinguere le Aule parlamentari da uno stadio di calcio. Che non riescano ad ascoltare l’intervento del Presidente del Consiglio, o di altri oratori che dicono cose a loro non gradite, senza continuamente interromperli con urla ritmate, come appunto avviene in uno stadio di calcio. Ma, anche negli stadî, i tifosi che si comportano così sono molesti. Chi urla ossessivamente la parola “dignità”, ma poi dimostra con i propri concreti comportamenti di non avere alcun rispetto per la dignità degli interlocutori, né alcun rispetto per la dignità delle Istituzioni, si rivela per quel che è: un portatore del più volgare e becero spirito antidemocratico.
Si possono esprimere contenuti radicali, radicalissimi, manifestare la volontà della più ferma opposizione, senza che sia necessario, nel contempo, gridare, insultare gli avversari, minacciare che, se gli altri continueranno ad ignorare le proprie tesi, si è pronti a commettere non si sa bene quale sproposito, o quale sfracello. La pace civile è il massimo bene. Affinché perduri bisogna, però, che tutti si preoccupino seriamente di salvaguardare tale valore. Nessuno pensi di poter imporre una linea politica con la violenza. Nessuno pensi di poter contrapporre le piazze al Parlamento. Potrebbe scoprire che, dall’altra parte, non ci sono soltanto miti pecorelle disposte a farsi guidare docilmente, ma persone molto determinate, pronte a lottare per difendere le proprie convinzioni ed i propri valori. Ed allora sarebbe tropo tardi. Resistenza contro il nazi-fascismo. Costituzione democratica repubblicana. Ordinamento rappresentativo improntato ai valori della liberal-democrazia. L’Italia che si è ricostituita dopo la seconda guerra mondiale porta in sé questi tre momenti fondamentali, che contraddistinguono la propria storia. Chi vuole alterare questa fisionomia storico-ideale sappia che non potrà farlo gratis.
Una volta sgombrato il campo da questa premessa, pur necessaria, veniamo a considerazioni più serie ed utili, da rivolgere alle persone ragionevoli.
Quanto all’analisi dei comportamenti delle forze politiche, risultanti dal dibattito parlamentare sulla fiducia, vengono in considerazione le scelte dissonanti di Carlo Calenda (parlamentare europeo) e di Matteo Richetti nel Partito Democratico. Emerge anche la frattura di Più Europa. Dei quattro parlamentari di cui questa formazione dispone, i tre deputati Alessandro Fusacchia, Riccardo Magi e Bruno Tabacci hanno votato SI alla fiducia; invece la senatrice Emma Bonino ha votato NO, in ciò d’accordo con il Segretario politico di Più Europa, Benedetto Della Vedova. Quando si ascoltino i discorsi di Calenda, Richetti, Bonino, sembra che non facciano una grinza sul piano strettamente logico: l’intesa fra il Movimento Cinque Stelle ed il Partito Democratico è stata troppo affrettata e permangono troppi margini di ambiguità perché si possa dare credito al fatto che queste due forze politiche riusciranno a lavorare seriamente insieme, superando un recente passato che le ha viste nettamente contrapposte.
É vero che l’intesa è stata affrettata; ma i tempi stretti sono stati, giustamente, imposti dal Presidente della Repubblica, il quale si preoccupava di mettere al riparo il nostro Paese da una possibile tempesta speculativa nei mercati finanziari, e poneva l’accento sulle procedure per la formazione della legge di bilancio dello Stato, procedure che richiedono scadenze serrate. Cos’è la politica se non la capacità di trovare risposte immediate a problemi gravi, urgenti ed indifferibili? Quando ci sono reali difficoltà e reali urgenze, serve a poco compiacersi della propria coerenza: al diavolo la coerenza e si adottino le misure che servono, nell’interesse superiore dell’Italia, cioè di tutti gli italiani, per evitare guai e danni, altrimenti inevitabili. Bene hanno fatto, dunque, il Movimento Cinque Stelle, il Partito Democratico e Liberi ed Uguali ad adottare una linea di responsabilità, a servizio del Paese. Linea difficile e politicamente rischiosa, certo; ma, nelle circostanze date, inevitabile. Sia dato loro merito.
Si trattava, inoltre, di ripristinare l’armonia fra l’Italia e le Istituzioni dell’Unione Europea. Il nuovo Governo Conte ha immediatamente designato Paolo Gentiloni quale membro italiano della Commissione Europea. Gentiloni sarà commissario per gli “Affari economici e monetari”. La persona è abile ed ha statura internazionale; ottima scelta. Ora alcuni storcono il naso perché, nella medesima Commissione Europea, il lettone Valdis Dombrovskis sarà Vicepresidente esecutivo per l’Economia. Probabilmente, meglio così. In questo modo Gentiloni, che è stato espresso da uno Stato Membro quale l’Italia, che ha oggi serissimi problemi nei conti pubblici, a partire dall’entità del debito pubblico italiano, sarà meno esposto e potrà lavorare più tranquillamente. Anche alla Commissione Europea, guidata dalla tedesca Ursula von der Layen, formuliamo i più sinceri auguri di un proficuo lavoro, nell’interesse di un rilancio delle Istituzioni Europee.
Per tornare a Carlo Calenda, si tratta certo di una persona intelligente, brillante e competente. Purtroppo, gli fa difetto proprio l’intelligenza politica. É rigido e dogmatico. Spesso mi sorprendo malinconicamente a pensare al curioso destino che fa sì che in Italia, proprio fra quanti si professano “liberaldemocratici”, l’intelligenza politica sovente faccia difetto. Altrettanta rigidità ho riscontrato in Emma Bonino e Benedetto Della Vedova. Peccato per Più Europa, la cui vicenda rischia di chiudersi qui. Ho, invece, molto apprezzato l’intervento del senatore a vita Mario Monti. Il quale non ha risparmiato le sue critiche ed i suoi moniti al nascente Esecutivo, ma poi, con senso di responsabilità, ha votato SI alla fiducia.
Oltre all’avvio degli adempimenti necessari per la definizione della legge di bilancio, che sarà al centro dell’attività del nuovo Governo Conte, una delle prossime scadenze temporali importanti sarà l’approvazione, in quarta lettura, alla Camera dei deputati, della legge costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari. Al riguardo, anche organi di informazione che dovrebbero essere autorevoli, continuano a riportare cose inesatte.
Mi voglio limitare a ricordare le disposizioni di due articoli della Costituzione. Ai sensi dell’articolo 138, secondo comma, Cost., una legge costituzionale non entra immediatamente in vigore dopo essere stata approvata.
Viene pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, per fini meramente conoscitivi. A partire dalla pubblicazione decorrono tre mesi, entro i quali si può chiedere che la legge sia sottoposta a Referendum per essere valutata, e confermata, o meno, dall’intero Corpo elettorale. Com’è noto, possono chiedere il Referendum: a) un quinto dei membri di una delle due Camere; b) cinquecentomila elettori; c) cinque Consigli regionali. Di conseguenza, la legge costituzionale entra in vigore: se, dopo tre mesi, non è stato chiesto un Referendum nelle forme e modalità prescritte; oppure quando, dopo lo svolgimento del Referendum, risulti approvata dalla maggioranza dei voti validi. Nel Referendum costituzionale confermativo non c’è quorum di validità; prevale, dunque, la maggioranza relativa dei votanti.
Tutto ciò premesso, nei tre mesi che intercorrono fra la pubblicazione ed il Referendum, le forze politiche hanno il tempo di preparare una legge elettorale conseguente alla riforma costituzionale; così come possono individuare le opportune modifiche dei Regolamenti parlamentari.
L’altra disposizione della Costituzione da richiamare è l’articolo 83, secondo comma, Cost.; questo stabilisce il numero dei cosiddetti “grandi elettori” delle Regioni nell’elezione del Presidente della Repubblica. Si tratta di 58 grandi elettori: tre delegati per ogni Regione, scelti in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze, mentre la Valle d’Aosta ha un solo delegato.
É evidente che, dopo l’approvazione della riforma costituzionale, il peso di questi 58 elettori regionali sarebbe accresciuto: infatti, mentre finora si sono aggiunti al numero di 945 elettori, fra deputati e senatori, dopo la riforma il numero dei rappresentanti del Parlamento scenderebbe a 600. Tale questione, tuttavia, è stata già valutata da chi ha proposto la riforma costituzionale ora in discussione. Si è ritenuto che il rapporto tra i 58 ed i 600 sia comunque accettabile, anche se un po’ più favorevole alle Regioni; tale, comunque, da garantire piena legittimazione al Presidente della Repubblica che sarà eletto da questo Collegio.
Tutti i discorsi di “necessario riequilibrio” delle rappresentanze regionali sono tanto pretestuosi, quanto fumosi. Mezzucci ai quali ricorre chi è contrario alla riforma costituzionale.
Ultimo punto. É, ovviamente, possibile avviare nuove riforme costituzionali, per superare il Bicameralismo paritario, per stabilire in Costituzione il principio della tutela dell’ambiente, e per le mille altre cose di cui in questi giorni si discute. Le nuove riforme costituzionali proposte inizieranno, ciascuna, il proprio iter e avranno la sorte che deriverà dalla razionalità del loro impianto, tale da essere condivisa, o meno, dalle prescritte maggioranze parlamentari. Intanto, però, si approvi definitivamente la riforma costituzionale in discussione. Senza bloccare questa, aspettando quelle.

 

Livio Ghersi
11 settembre 2019

Il secondo governo Conte è nato. Non era questo certamente l’obiettivo di Salvini quando ha scatenato la crisi di Ferragosto. Resta ancora da capire perchè lo abbia fatto; non era difficile prevedere come possibile l’esito che poi si è realizzato. Ma in politica spesso è complicato comprendere le vere ragioni di certe scelte perchè ci sono cose che si sanno e altre che si tengono più nascoste. Certamente però il capo della Lega ha sopravalutato Di Maio ritenendo che potesse svolgere nel suo movimento un ruolo di leadership analogo al suo, mentre una migliore conoscenza della galassia pentastellata avrebbe dovuto indurlo quanto meno alla prudenza; è vero infatti che Grillo si era messo “in sonno” (come si usa dire nella massoneria per gli adepti non attivi) ma restava sempre il possessore delle chiavi (insieme a Casaleggio) pronto ad esercitare le funzioni di padrone di casa. E lo ha fatto senza esitazioni mettendo nell’angolo Di Maio e costringendolo a un’alleanza con il partito democratico che certamente l’uomo di Pomigliano avrebbe preferito evitare. Sottovalutare gli altri competitors è un errore grave per un uomo politico che pretende di governare un paese; soprattutto se si compie due volte di seguito. Anche nel caso dell’Europa infatti ho l’impressione che Salvini abbia sottovalutato la capacità di tenuta dell’establishment europeo e americano (Russiagate) che egli ha sfidato apertamente mettendosi nelle condizioni di non potere gestire i difficili appuntamenti di fine d’anno.

Tutto ciò premesso vediamo dunque (per punti essenziali) il nuovo governo per come io lo vedo.

a) – governo debole

Il nuovo governo appare minato da forti contraddizioni interne, esposto al fuoco di un’opposizione che non gli lascerà tregua, con i Cinque Stelle richiamati continuamente all’esperienza del Conte 1, obbligato a una manovra di bilancio che – anche con una Commissione “amica” – comporterà comunque sacrifici difficilmente mimetizzabili. A ciò si aggiunge una “debolezza politica” costituita dalla risicata maggioranza di cui esso dispone al Senato. Ragioni tutte che inducono a ritenere possibili elezioni anticipate nel 2020, una volta superati i motivi di emergenza che ne hanno giustificato la nascita.

b) – governo equilibrato

Nella sua composizione il governo si presenta abbastanza equilibrato. Di Maio è stato retrocesso agli Esteri, un ministero sempre meno importante da quando le scelte e le presenze internazionali che contano vengono garantite dal presidente del Consiglio (e non soltanto in Italia), come è avvenuto a partire dal governo Monti (e poi con Letta, Renzi, Gentiloni e lo stesso Conte). Franceschini ha preferito spendere la sua esperienza tornando ai Beni Culturali (che invece è un dicastero sempre più importante). Preoccupa un liberale come me l’assegnazione dell’Economia a un personaggio come Gualtieri, certamente competente e serio ma ex-comunista e convinto assertore di un’economia dirigistica; anche se la sua intensa frequentazione delle istituzioni europee e il pragmatismo che ne è derivato gli hanno valso l’endorsement della Lagarde (BCE). Allo Sviluppo Economico (altro ministero-chiave) Di Maio è riuscito a imporre Patuanelli, capogruppo al Senato, probabilmente poco gradito a chi avrebbe preferito una scelta di discontinuità rispetto al passato (anche se proviene da Trieste). Le Infrastrutture, infelicemente governate dal fin troppo noto Toninelli nel precedente governo, sono state assegnate a Paola De Micheli (PD) che sembra avere le carte in regola per dirigere questo importante ministero. Il resto è costituito da conferme (talvolta discutibili come quella di Bonafede alla Giustizia) o da new entries che poco contano ai fini dell’azione complessiva di governo che sarà fortemente condizionata dalla scarsità di risorse disponibili. Un vincolo che purtroppo condizionerà anche il nuovo titolare della Pubblica Istruzione Fieramonti. L’assegnazione del ministero dell’Interno a una funzionaria rigida e competente, estranea ad appartenenze politiche come Luciana Lamorgese è stata una scelta saggia in grado di ammortizzare i prevedibili conflitti che su temi come immigrazione e sicurezza non mancheranno di manifestarsi nella nuova maggioranza.
Infine, importantissima perchè va ben oltre la durata di un governo nazionale, la designazione di Gentiloni nella futura Commissione dell’Unione Europea: una vittoria per il PD che si assicura, dopo l’elezione di Sassoli alla presidenza del parlamento di Strasburgo, una solida presenza nelle istituzioni comunitarie.

c) – programma di governo

Un elenco di 26 propositi e buone intenzioni in cui si auspica tutto e il suo contrario non è un programma di governo. Un serio programma politico indica le priorità (che non possono essere 26) e le risorse per farvi fronte. Quelle indicate al primo punto del programma della nuova maggioranza sono talmente numerose, onnicomprensive e intrinsecamente contraddittorie da essere difficilmente considerate tali. Speriamo che qualcosa di più concreto emerga dal discorso di Conte alla Camera. Ciò non toglie tuttavia che alcuni punti del programma, anche se si tratta di mere enunciazioni, possano preoccupare un liberale come me. I punti 4 e 7 per esempio, pur nella loro confusione dettata da esigenze di “identità politica” e di ricerca del consenso elettorale, prefigurano una concezione dirigistica e punitiva per le imprese di cui certamente il nostro sistema produttivo, già imbrigliato da svantaggi burocratici, fiscali ed energetici che ne minano la competitività, non sentiva la necessità. L’idea, prefigurata nel punto 14, di “promuovere” il pluralismo nell’informazione sembra un ritorno alle sovvenzioni pubbliche che, alla mercè di variabili maggioranze parlamentari, costituiscono una minaccia grave alla libertà di informazione. Per il resto si tratta di un lungo elenco di buone intenzioni (c’è perfino il contrasto al maltrattamento degli animali) di difficile realizzazione, enunciate in maniera ambigua, complessivamente costose oltre ogni limite di compatibilità con un’economia di mercato e con la stabilità finanziaria. Ma naturalmente tutti lo sanno, anche quelli che hanno perso giornate intere a compilarlo; dejà vu. Il programma dell’Ulivo di Romano Prodi di vent’anni fa (300 pagine, se non ricordo male) non ha insegnato nulla?

d) – Quale futuro

Quali siano le cose da fare con assoluta priorità, al di là degli elenchi programmatici, lo sappiamo tutti: 1) ricreare le condizioni di competitività delle imprese attraverso la diminuzione del cuneo fiscale, unico modo per riassorbire la disoccupazione. 2) introdurre meccanismi fiscali di controlli incrociati (oggi facilitati dalle nuove tecnologie) unico modo per ridurre davvero in maniera sensibile l’evasione fiscale. 3) rivedere le politiche sulla sicurezza eliminando alcune asprezze ma mantenendo alcune misure del precedente governo che andavano incontro a una percezione (vera o no poco importa) diffusa soprattutto nelle realtà sociali più disagiate, e in tale contesto promuovere una nuova politica di integrazione basata sull’inserimento territoriale e non su inutili e discutibili battaglie di bandiera come quella della concessione automatica della cittadinanza a chi nasce (anche casualmente) in Italia. 4) affrontare in maniera decisa il problema dell’emersione dell’economia sommersa, strettamente collegato con la questione meridionale, anche attraverso politiche fiscali e contrattuali differenziate. 5) puntare tutte le risorse disponibili sulla riqualificazione della scuola restituendole, almeno ai livelli superiori, quella funzione di selezione meritocratica (per studenti e docenti) indispensabile per assicurare un corretto funzionamento dell’”ascensore sociale”.

Per fare queste cose un governo come il Conte bis non sembra il più adatto per ragioni strutturali e negli obiettivi che sembra volere conseguire. Intendo dire che per realizzare una strategia di lungo respiro occorre un governo di legislatura, fondato su una maggioranza concorde almeno sulle questioni fondamentali, diretto da una personalità seria, affidabile, accreditata a livello internazionale, possibilmente non troppo narcisista (un identikit tutto da scoprire).
Ma non basta. Il nuovo governo, al di là della sua precarietà strutturale, non sembra orientato su queste priorità liberali; al contrario, dalla lettura del suo confuso programma molti hanno tratto la convinzione che si tratti di una vera e propria “svolta a sinistra”. Se così fosse e se il governo si comportasse di conseguenza, si darebbe spazio a una destra moderata in grado di assorbire il consenso di chi non condivide la demagogia della redistribuzione sociale di risorse che non ci sono, associata a un ambientalismo dirigista tendenzialmente fondamentalista.

Staremo a vedere.

 

Franco Chiarenza
6 settembre 2019

 

I primi europei che misero piede nel “porto profumato” (questa la traduzione letterale di Hong Kong) furono i portoghesi nel XVI secolo; ma ne furono cacciati. Due secoli dopo si affacciarono gli inglesi tramite la leggendaria Compagnia delle Indie e questa volta ci restarono. Anzi nel 1841 l’isola (che corrisponde alla parte centrale dell’attuale megalopoli) fu occupata militarmente e annessa come colonia alla Gran Bretagna, Negli anni successivi la colonia si allargò tramite concessioni del regime imperiale indebolito dalle “guerre dell’oppio” fino a raggiungere le attuali dimensioni: 1.100 kmq in cui si stipano sette milioni e mezzo di abitanti.
Il modello politico ed economico di Hong Kong, fondato su un innesto della cultura giuridica anglosassone su un contesto storicamente e socialmente molto diverso da quello dei colonizzatori, ha avuto un successo incredibile; pure quando i rapporti con la Cina comunista erano inesistenti (anche a causa dell’economia rigidamente pianificata imposta dal partito comunista di Mao Zedong) Hong Kong aveva sviluppato un’economia fiorente e un tenore di vita molto superiore a quello cinese. Quando nel 1997 la Gran Bretagna decise di restituire la colonia alla Cina molte furono le preoccupazioni; ma il governo di Pechino accettò di mantenere lo status di Hong Kong nella sua specificità facendone una “regione amministrativa speciale” dotata di piena autonomia politica, economica e giuridica. La Hong Kong Basic Law, sottoscritta in quella occasione, consentiva elezioni libere, libertà di stampa, il mantenimento del sistema giuridico modellato sulla Common Law britannica; il controllo politico del governo di Pechino si limitava alla politica estera, militare e a un sistema di nomina del governatore (Chief Executive) che di fatto garantisce ai cinesi un potere di veto. Gli scettici pensavano che non sarebbe durato a lungo e che rapidamente il partito comunista avrebbe assunto ogni potere omologando l’ex-colonia britannica al resto del continente. Ma ebbero torto, almeno in parte, perchè la questione è molto più complicata e la “rivoluzione degli ombrelli” scoppiata per contestare i tentativi del governo di Pechino di allargare la sua influenza dimostra tutta la fragilità del compromesso del 1997.

Uno stato due sistemi
L’accordo con gli inglesi era stato possibile perchè nel frattempo in Cina il regime aveva cambiato profondamente aspetto (e sostanza) sotto l’impulso delle riforme economiche di Deng Xiaoping, che avevano introdotto il sistema capitalistico riducendo fortemente la pianificazione socialista che, in coerenza coi principi marxisti, Mao Zedong aveva imposto dopo avere assunto il potere nel 1949. Per rendere possibile la riunificazione dei territori perduti dove ormai si erano sviluppati con successo modelli politici ed economici assai diversi da quelli della madrepatria, Deng aveva elaborato la teoria conosciuta come “Uno Stato due sistemi”. In sostanza Deng proponeva in cambio della riunificazione con Hong Kong, Macao (ex colonia portoghese) ma soprattutto con Taiwan (la cui sostanziale indipendenza era protetta dagli Stati Uniti) il riconoscimento della loro peculiarità politica, economica e giuridica. Il problema però era sempre quello delle garanzie; posto che Pechino (anche per un comprensibile orgoglio nazionale) rifiutava qualsiasi controllo internazionale nulla assicurava che un regime autoritario, il cui gruppo dirigente si rinnovava sostanzialmente per cooptazione, potesse improvvisamente cambiare orientamento vanificando le autonomie concesse. Il patto sottoscritto all’atto del rientro di Hong Kong nella sovranità cinese rappresentava quindi qualcosa di più di un semplice trattato, era la prova che il sistema “uno stato due sistemi” poteva funzionare e che il governo centrale cinese lo avrebbe rispettato. Un intervento repressivo a Hong Kong, come quello che si profila dopo mesi di disordini, farebbe perdere al regime (e al suo attuale leader Xi Jinping) ogni credibilità e dimostrerebbe l’intrinseca fragilità della teoria di Deng. Senza contare il danno economico prodotto dalla probabile fuga da Hong Kong di ingenti capitali internazionali e il ridimensionamento di quella che oggi è una piazza finanziaria tra le più importanti del mondo.

Taiwan
La grande isola (36.000 kmq, diecimila in più della Sicilia, tanto per intenderci) ha quasi 25 milioni di abitanti, un’economia fiorente, un sistema politico democratico. In linea di principio si riconosce parte integrante della Cina (anche perchè molti suoi abitanti discendono dalle truppe sconfitte di Ciang-Kaiscek che vi si rifugiarono nel 1947) ma non intende sottomettersi al regime comunista totalitario di Pechino. I tentativi cinesi di occuparla con la forza sono sempre falliti un po’ perchè Taiwan dispone di un armamento difensivo di tutto rispetto ma soprattutto per la protezione americana sancita da una esplicita e solenne dichiarazione del Congresso. Anche per i suoi abitanti dunque ciò che avviene a Hong Kong rappresenta la cartina di tornasole della credibilità della teoria di Deng Xiaoping; esiste infatti, e si fa sentire, un movimento radicato nell’opinione pubblica disponibile ad aprire trattative col governo cinese per togliere Taiwan dal relativo isolamento internazionale a cui la Cina l’ha costretta. Una stretta autoritaria sul “porto profumato” al di là del mare scoraggerebbe forse in maniera definitiva una possibile riunificazione con la Cina dell’”isola bella” (chiamata Formosa dagli spagnoli quando vi approdarono nella prima metà del secolo XVII).

Franco Chiarenza
26 agosto 2019