Appena insediato al vertice Enrico Letta si è posto il problema che sin dalla sua fondazione angoscia il partito democratico, quello della sua identità. Un’esigenza che da sempre tormenta gli ambienti che “guardano a sinistra” per i quali alla mancanza di tale identità si deve il declino anche elettorale di tutti i soggetti che nel tempo hanno cercato di raccogliere in qualche modo l’eredità social-comunista del dopoguerra, dimenticando che essa si fondava sull’idea marxiana di un rovesciamento profondo dei rapporti di classe, sia pure adattata alla particolare realtà italiana.

Anche il PD, nato nel 2007 dalla convinzione di Veltroni che tale retaggio potesse fondersi con quello del cattolicesimo sociale (confluito a suo tempo nella DC per motivazioni storiche ormai superate) e costituire un’alternativa di sinistra legittimata a esercitare il potere in un paese oggi saldamente ancorato ai principi democratici e liberali occidentali, non è mai riuscito a liberarsi dal richiamo identitario di alcune minoranze elitarie (“alla Nanni Moretti” per intenderci) che nostalgicamente rimuginavano la mancata trasformazione radicale degli assetti economici e sociali anche a costo di restare inevitabilmente all’opposizione (e anzi forse proprio per questo, per non misurarsi con le inevitabili complicazioni che comporta il governare la variegata composizione sociale del Paese).

Da sempre innamorato dell’America Veltroni sognava una riedizione del “democratic party” nella sua concezione kennediana. L’Italia però non è l’America; la piattaforma democratica americana ormai da alcuni decenni si configura come un’area elettorale molto composita tenuta insieme soprattutto da una comune visione dei diritti umani allargati alle sensibilità delle nuove generazioni: parità di genere, antirazzismo, ambientalismo, sanità, mentre sul piano economico l’assetto capitalistico non viene messo in discussione (non almeno in maniera significativa).

Il bacino elettorale dei democratici italiani per essere vincente avrebbe dovuto allargarsi considerevolmente rispetto alle componenti originarie, andando a raccogliere consensi in quell’ampio centro democratico che, pur nelle sue notevoli differenze, non si riconosce né nel marxismo né nel solidarismo cattolico; e in effetti questo fu il tentativo compiuto da Renzi nel 2014 che, non a caso, portò il partito al massimo dei voti. Ed è per questo che Veltroni lo appoggiò prescindendo dalle sue intemperanze, dalla sua presunzione autoreferenziale, dalle discutibili compagnie di cui si circondava. Ma, come lo stesso Veltroni aveva già sperimentato, la corda del PD è fragile: se viene tirata troppo al centro si spezza a sinistra e viceversa. La rivolta delle “nomenklature” subito dopo la catastrofe del referendum costituzionale, portò infatti all’espulsione di Renzi ma con lui il PD perse anche la sfida di accreditarsi nell’elettorato di centro.

L’identità di sinistra che Letta vorrebbe rilanciare per superare la logica correntizia urta quindi inevitabilmente contro una verità difficile da rimuovere: venuta meno ogni identità velleitariamente “rivoluzionaria” il partito di sinistra, comunque si chiami, resta un movimento riformista che può soltanto lavorare ai fianchi di un sistema economico abbastanza consolidato e accettato. Un problema d’altronde che non riguarda soltanto l’Italia ma tutti i paesi europei dove i partiti socialisti si pongono le stesse domande. Altre sono le nuove radicalità che occupano il panorama politico determinandone le scelte: la globalizzazione, le emergenze sanitarie e ambientali, le loro ricadute sugli assetti sociali, e in qual misura questi cambiamenti possono essere governati senza compromettere i diritti fondamentali su cui l’Occidente ha costruito la sua egemonia morale e culturale, come invece propongono i movimenti populisti di destra prefigurando modelli difensivi sostanzialmente illiberali quando non addirittura autoritari.

La questione dell’alleanza con i Cinque Stelle va quindi inquadrata in un contesto di priorità diverse dalle contrapposizioni di classe ereditate dalla sinistra storica. Malgrado la loro confusione concettuale e organizzativa i “Cinque Stelle” appaiono più moderni dei loro alleati del PD e non a caso dettano l’agenda del confronto politico: lotta alla corruzione, uguaglianza dei diritti, ambientalismo radicale, grande attenzione ai nuovi strumenti di comunicazione. Il PD li insegue arrancando, cercando di fissare paletti in grado di contemperare le nuove sensibilità con quelle tradizionali, non senza qualche ingenuità demagogica come le quote femminili obbligatorie, il voto ai sedicenni, lo “jus soli”, ecc. Ma così facendo Letta rischia di lasciare libera di fluttuare nel vuoto quella parte di elettorato moderato che non condivide gli estremismi della Meloni e le volgarità di Salvini ma non si riconosce nemmeno in un asse PD-5 stelle a trazione Grillo. Un vuoto che disperatamente (ma almeno per ora con poco successo) cercano di riempire Calenda, Renzi, Emma Bonino e i naufraghi del partito di Berlusconi come Toti, Lupi, Carfagna, ecc.

Molto dipenderà ovviamente dalla legge elettorale ma comunque, quale che sia, sarà sempre il centro a fare la differenza, ed è lì che tra un anno si giocherà la partita definitiva.

Franco Chiarenza
24 aprile 2021

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