L’intesa per una legge elettorale proporzionale “alla tedesca” sembra essere stata raggiunta tra i principali partiti; l’accordo è stato trovato sacrificando la governabilità alla rappresentatività.
Allo stato attuale delle cose è in effetti l’unica soluzione possibile.

Perché il proporzionale
La presenza di un partito indecifrabile come i “Cinque Stelle” è stata la ragione principale della riesumazione del sistema proporzionale. Anche Renzi si è reso conto che a fronte di un populismo “liquido” e fondato su un astratta domanda di moralità politica più che su progetti di governo, e proprio per questo capace di raccogliere consensi su generiche proposte demagogiche, ogni forma di ballottaggio presenta gravi rischi (come ha dimostrato il referendum). I sistemi maggioritari potrebbero infatti favorire movimenti come i Cinque Stelle, che, non dimentichiamo, mantengono un consenso tra il 25% e il 30%, nonostante le pessime prove di governo nelle amministrazioni locali, a cominciare da Roma. L’esperienza ha dimostrato che soltanto un sistema proporzionale impedisce a formazioni populiste tendenzialmente anti-sistema di arrivare al potere: le elezioni olandesi e quelle spagnole lo dimostrano. Se Wilders e i Podemos sono stati fermati ciò è dovuto alla loro allergia a qualsiasi alleanza; può conseguirne (come è avvenuto) una instabilità di governo, ma si tratta comunque di un rischio minore rispetto a quello rappresentato da un sistema maggioritario che avrebbe potuto consegnare il potere a movimenti non integrati nelle istituzioni. Il caso francese è diverso perché il semi-presidenzialismo della quinta repubblica responsabilizza maggiormente l’elettorato, fa accantonare nel secondo turno differenze anche sostanziali, non consente mai al voto di protesta di trasformarsi in un programma eversivo.

Cinque Stelle
Poiché queste considerazioni sono ovvie e alla portata di tutti, è lecito chiedersi come mai Grillo abbia promosso un accordo che di fatto esclude il suo movimento dal governo, almeno se mantiene la promessa sempre ribadita di non fare alleanze organiche di maggioranza.
Le ipotesi sono tre: la prima è quella che la maggior parte degli osservatori condivide. Con un terzo dei deputati che rifiutano alleanze il movimento costringe il partito democratico ad allearsi con la destra in una sorta di union sacrée in un momento difficilissimo e alla vigilia di scelte fondamentali (come quella europea); gridando all’inciucio potrebbe così raccogliere ulteriori consensi e conseguire in successive elezioni quel 51% che gli permetterebbe di governare da solo. La seconda ipotesi è più maliziosa, ma forse più realistica: Grillo e la ditta Casaleggio si rendono conto di avere creato un movimento di massa ingestibile perché fondato su tanti malesseri intrinsecamente contraddittori; il loro problema è quindi di non far parte di nessuna maggioranza e di mantenere nei confronti di chi governa un potere di ricatto che non li esponga mai all’assunzione di responsabilità dirette. L’esperimento Raggi a Roma, dove Grillo si è trovato completamente spiazzato, potrebbe avvalorare tale ipotesi.
C’è una terza interpretazione, improbabile ma possibile: che Grillo cerchi di uscire dall’impasse cercando di costruire gradualmente un’alleanza organica con il partito democratico. Una strategia che troverebbe nella sinistra importanti appoggi e adeguate “sistemazioni” per i suoi colonnelli; basterebbe inserire il “reddito di cittadinanza” (che sembra l’unica proposta programmatica caratterizzante) nel programma del PD e il gioco sarebbe fatto. Certo, una parte della base pentastellare non gradirebbe. Ma c’è un altro dato di fatto: Grillo è stanco, ha messo in piedi una macchina che senza di lui andrebbe subito a sbattere, ma forse non sa in quale direzione guidarla.

La variabile “Mattarella”
Ma anche se l’accordo sulla legge elettorale sembra raggiunto, non è detto che le elezioni si facciano subito. Da un lato c’è l’esigenza di uscire dal clima di provvisorietà che caratterizza l’attuale governo, anche in vista di una situazione europea che nei prossimi mesi subirà probabilmente accelerazioni imprevedibili. D’altra parte c’è un bilancio da approvare con una manovra correttiva molto pesante che Renzi farebbe volentieri a meno di sottoscrivere ma che il presidente della Repubblica ritiene imprescindibile portare a compimento prima dello scioglimento delle Camere. La tentazione di lasciare la “patata bollente” nelle mani di Gentiloni e Padoan potrebbe essere irresistibile; in tal caso si arriverebbe alla scadenza naturale di febbraio.
C’è poi da registrare l’”effetto Macron”. Negli ambienti imprenditoriali e tra gli orfani del centrismo di Monti e di Oscar Giannino si cerca disperatamente un personaggio che possa rappresentare un punto di riferimento liberale. Non certo per ripetere il miracolo francese che, nelle condizioni date (e soprattutto col sistema proporzionale), non sarebbe possibile; ma con la speranza di portare in parlamento un gruppo abbastanza numeroso da condizionare le scelte di governo. Il riferimento a Calenda e a Parisi è d’obbligo.

Franco Chiarenza
25 maggio 2017

Bisogna dare atto a Stefano De Luca di avere saputo mantenere in questi anni viva e sventolante (anche se talvolta un po’ strapazzata) l’antica bandiera del PLI, lo storico partito di Croce, Einaudi, Malagodi, Zanone, che nella prima repubblica ha svolto un ruolo limitato ma non marginale.
Il PLI, anche nei suoi tempi migliori, non è mai stato il raccoglitore esclusivo di quanto la cultura politica liberal-democratica aveva prodotto in Italia; al contrario, ne ha sempre rappresentato soltanto una parte, quella più moderata e conservatrice, erede legittima peraltro del riformismo giolittiano del primo ventennio del secolo scorso. La tradizione liberal-radicale ha trovato altri sbocchi soprattutto nel partito radicale di Pannella, mentre la variante azionista-repubblicana si esprimeva con Ugo La Malfa nel PRI.

Trentesimo congresso
Nei giorni scorsi il vecchio PLI (o quanto ne è rimasto dopo le vicissitudini berlusconiane) ha quindi celebrato il suo XXX congresso riunendo i suoi fedeli seguaci, ma con una marcia in più: la convinzione che il rimescolamento delle carte in atto nello scenario politico potrebbe fornire al partito un’occasione per tornare in parlamento, seppure con numeri limitati. Da qui l’appello alla diaspora liberale perché torni sotto la vecchia bandiera e contribuisca alla rinascita e al rilancio di una presenza dichiaratamente liberale; il successo elettorale di Macron in Francia e di Rutte in Olanda, entrambi espressioni della cultura liberale, ha certamente contribuito ad alimentare questa speranza.
Il sottoscritto, che partecipa sempre alle riunioni liberali (quando viene invitato), un po’ per rivedere vecchi amici un po’ per spiare se qualcosa di nuovo e di diverso si muove nel liberalismo italiano, è andato all’hotel Pamphilj di Roma e ne ha ricavato queste impressioni: troppe contraddizioni, poche specificità, alleanze discutibili.

Troppe contraddizioni
Il liberalismo può essere declinato in modi diversi. Non è una religione (per quanto anch’esse possano essere interpretate in maniere differenti), non presuppone testi sacri frutto di rivelazioni ultraterrene (pur disponendo di testi di riferimento collaudati), si propone soltanto di garantire la libertà di ciascuno nella misura compatibile con quella degli altri. A tal fine ha elaborato alcuni principi etici (solidarietà), economici (mercato regolato), e politici (costituzionalismo) che rappresentano i paletti di un campo assai ampio in cui si possono sviluppare competizioni di vario genere. Per questo un “partito” liberale rappresenta una contraddizione in termini (come già aveva evidenziato Benedetto Croce) che si giustifica soltanto in momenti di particolare difficoltà per la libertà dei cittadini (come fu dopo le due guerre mondiali) oppure se si fa portatore di contenuti specifici che dell’ampio schermo liberale metta in rilievo alcuni aspetti piuttosto che altri. Non a caso la storia del PLI è densa di scissioni e divisioni, non scandalose perché implicite in modi differenti di stabilire le priorità. Così i radicali misero l’accento sui diritti civili e sulla laicità dello Stato, Malagodi puntò a condizionare la politica economica in senso liberista, Zanone e Altissimo si attennero a un liberalismo democratico più attento al principio di solidarietà, e così via. Le contraddizioni sono quindi lecite ma se si esprimono all’interno di uno stesso partito generano risse e confusione, tanto più gravi se il contenitore è di modeste dimensioni, come nel caso dell’attuale PLI.

Poche specificità
Un piccolo partito non può pretendere di rappresentare tutti gli aspetti di una ideologia complessa come il liberalismo; né può affidarsi ai simboli (nome, bandiera, richiamo alla tradizione) per reclamare una sorta di “denominazione di origine controllata”. Anche perché sotto la generica denominazione di “liberale” convivono oggi in Europa formazioni il cui tasso di liberalismo è assai dubbio, pur in un ambito di genere tanto largo. Si chiama “partito per la libertà” quello guidato dal populista razzista Wilders in Olanda, si richiama a principi liberali il partito di estrema destra che governa la Polonia (“Diritto e Giustizia”), è stato sospettato di simpatie naziste il “partito della libertà” austriaco, ecc. Ma anche restando nell’ambito dei partiti liberali più accreditati (per esempio quelli di Gran Bretagna e Germania) le differenze sono molte e ciascuno di essi ha assunto specificità che, in un quadro istituzionale liberale generalmente accettato, li rendono molto diversi. Una cacofonia positiva che però rende sempre difficili decisioni comuni, come ben sanno quanti frequentano il gruppo parlamentare liberale all’Assemblea di Strasburgo o le periodiche riunioni dell’Internazionale Liberale.
Un piccolo partito come quello diretto da De Luca e Morandi deve fare delle scelte, specificare “quale” liberalismo intende privilegiare nel contesto italiano, e su di esso concentrare le proprie risorse umane e organizzative. Altrimenti è destinato al folklore.
Nella bella relazione introduttiva di Giancarlo Morandi ho sentito una visione ampia e al tempo stesso mirata sugli aspetti di compatibilità tra liberalismo e ricadute della globalizzazione, e in qualche intervento ho colto il tentativo di dissociarsi dalla prevalente retorica “reducistica” e di individuare alcuni, pochi temi su cui stabilire le priorità; ma mi sono sembrati in minoranza.

Alleanze discutibili
Dice un vecchio proverbio sempre valido “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”; tanto più valido nella politica italiana dove tutti dicono le stesse cose (abbastanza generiche per essere puntualmente disattese) e l’unico modo per orizzontarsi è quello di vedere con chi ci si allea per realizzarle.
Il PLI alle elezioni amministrative di Roma si è alleato con “Fratelli d’Italia” e la Lega di Salvini; una scelta obiettivamente sconcertante che ha fornito a due partiti illiberali per definizione una copertura di rispettabilità liberale che – a mio avviso – non meritavano. Però, trattandosi di elezioni amministrative, si può sostenere che ciò che conta è il programma, e che sui problemi complessi di Roma convergenze irrituali e paradossali possono anche essere tollerate.
Ma la standing ovation tributata a Giorgia Meloni dopo il suo “saluto” va ben oltre. Anche perché la leader di “Fratelli d’Italia” ha svolto un vero e proprio intervento su temi di attualità politica nazionale prefigurando intese che superano i confini amministrativi. Allora delle due l’una: o i delegati non hanno colto la stridente contraddizione tra la relazione del segretario Morandi e l’intervento di Giorgia Meloni, o è vero che il loro cuore batte in direzione di un nazionalismo protezionista anti-europeo che con il liberalismo ha francamente poco a che vedere.
Basti pensare che Morandi ha aperto la sua relazione ricordando l’emigrazione italiana del passato, un’emigrazione che non era certamente di “profughi” ma di gente che fuggiva dalla fame e dalla miseria, per capire quanto diversa sia la sua concezione – liberale – di accoglienza regolamentata, dalla distinzione tra “profughi” (poche migliaia) da accogliere, e “Immigrati” da respingere (non si sa come), sostenuta tra applausi scroscianti dalla Meloni.

Conclusioni
Un piccolo partito non può essere “né carne né pesce”; non può raccogliere le firme per la separazione delle carriere in magistratura facendo proprie preoccupazioni garantiste che appartengono alla cultura liberale, e contemporaneamente inneggiare a visioni “sovraniste” e stataliste come quelle che provengono dalla storia e dalla cultura politica di Giorgia Meloni.
“Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.

 

Franco Chiarenza
14 maggio 2017

Pensavo si trattasse di una riedizione, seppure rivista e aggiornata, di un testo che già avevo letto per essere stato pubblicato dalla Fondazione Einaudi di Roma nel 1995, ho dovuto invece constatare che il libro di Ernesto Paolozzi è qualcosa di diverso, molto di più. In esso infatti emergono le inquietudini del presente, le incertezze (molto liberali) della validità delle ricette in cui abbiamo sempre creduto.
In questa raccolta di saggi (in qualche momento un po’ disomogenea) emerge infatti con chiarezza la difficoltà – in qualche momento angosciosa – di mettere in qualche modo d’accordo i vecchi canoni del liberalismo (e nel caso specifico di quello crociano, di cui Paolozzi è sempre stato attento conoscitore) che la nostra generazione riteneva in certa misura inviolabili, con le nuove trasformazioni sociali indotte dalla globalizzazione (mondializzazione preferisce chiamarla l’autore, dandogli un significato differente) che con fatica si adattano alle procedure delle democrazie liberali.
Il testo è molto contenuto, considerata la difficoltà dei temi trattati, ma non è di facile lettura e non appartiene alla letteratura politica divulgativa di cui sono inutilmente pieni gli scaffali delle nostre librerie. Ogni riga presuppone conoscenze basilari, ogni capitolo induce a riflessioni profonde e propone dubbi non risolti nella più pura tradizione popperiana (che ne è stato della feroce avversione a Popper che ricordo nelle nostre conversazioni di tanti anni fa?).

Molte cose che Paolozzi descrive e commenta sono ampiamente condivisibili, almeno nel contesto culturale liberale in cui ci riconosciamo. Anche se avrei alcune obiezioni sull’utilizzo di certe affermazioni di Tocqueville che non corrispondono affatto alla realtà americana di oggi ancora basata, come ai tempi in cui il visconte Alexis de Clérel andava scoprendola, su un’etica civile diffusa e condivisa che rappresenta il cemento capace di tenere insieme le sue contraddizioni laceranti; non ho conosciuto critici più feroci della società statunitense degli americani stessi, ma al contempo sono loro che ancora ci indicano in una costruzione politica e sociale come quella che hanno eretto e consolidato in oltre due secoli l’unica strada percorribile per salvare il liberalismo, e con esso la libertà “tout court”: quella “balance of powers” che resiste a tutte le spinte omogeneizzanti, anche le più recenti indotte dalla globalizzazione dell’economia e dalla diffusione planetaria delle nuove tecnologie digitali (su cui Paolozzi esprime condivisibili preoccupazioni).

Ma altro è a mio avviso il punto fondamentale che emerge dalla lettura dei diversi saggi contenuti nel libro di Paolozzi: il rapporto tra liberalismo e relativismo e quindi l’inevitabile riflessione sui limiti del principio di tolleranza che di ogni concezione liberale rappresenta un evidente presupposto, quel rispetto del pensare e dell’agire di ogni individuo altro da sé, senza il quale il liberalismo perde ogni significato; e come mettere d’accordo questa esigenza – tanto più importante in un’epoca come la nostra in cui le intolleranze e i settarismi sembrano segnare una nuova preoccupante emersione – con l’idealismo crociano tanto avverso ad ogni forma di relativismo e sempre alla ricerca di principi assoluti su cui connotare la “religione della libertà”.
La risposta Paolozzi la trova in una lettura originale delle ultime opere del filosofo napoletano rilanciando un’evoluzione “movimentista” del suo pensiero, distante ma componibile con il liberalismo della “Critica”, ancora influenzato dall’idealismo hegeliano anche quando ne prendeva le distanze (“Ciò che è vivo e ciò che è morto…..”). E dunque Paolozzi dedica al principio di “vitalità”, incardinato nella categoria dell’utile, alcuni spunti molto stimolanti restituendoci un’immagine di don Benedetto diversamente “vitale” (mi si perdoni il gioco di parole) e imprevedibilmente moderna.

Naturalmente non è questa la sede per approfondire il tema e per condividerne o contestarne alcuni passaggi ma in ogni caso va riconosciuto al libro di Paolozzi il merito di cercare di mettere insieme in una piattaforma costruita su fondamenti comuni quel che resta valido del pensiero liberale contemporaneo. Tentativo tanto più apprezzabile in quanto si misura con la questione davvero dirimente del nostro tempo che è quella della complessità, e della domanda che ne scaturisce logicamente: se gli strumenti offerti dalla democrazia liberale sono ancora in grado – anche con gli inevitabili adattamenti – di governarne i tanti aspetti di un mondo in transizione di cui sappiamo da dove viene ma non riusciamo a capire dove va.
C’ è nel libro un passaggio molto bello, quando Paolozzi scrive: “Il liberale può e deve svolgere un ruolo che potremmo definire di movimento, che non è l’incoerenza o l’opportunismo, ma l’intelligenza di chi sa che il bene non è un feticcio da adorare. Il bene si conquista giorno dopo giorno solo nella concreta azione politica la quale si trova a fronteggiare problemi sempre nuovi e quindi a proporre soluzioni sempre nuove, di ripensare e rimodulare il rapporto tra lo Stato e l’individuo nello svolgimento della storia.”

 

Franco Chiarenza
5 maggio 2017

 

Ernesto Paolozzi – Il liberalismo come metodo – Kairos edizioni – Napoli 2015 – pag. 126

Che il coinvolgimento massiccio delle organizzazioni non governative (ONG) nelle operazioni di salvataggio dei barconi di fuggitivi che approdano quotidianamente in Italia potesse esserci del marcio era possibile. Bene fa quindi la magistratura a indagare in tale direzione, anche se, non sollecitata dal governo, essa va certamente oltre i limiti che dovrebbero accompagnare l’azione inquisitoria dei pubblici ministeri. D’altronde è interesse delle stesse organizzazioni di volontariato distinguere il grano dal loglio per evitare che nella benemerita collaborazione delle ONG possa esserci qualcuno che ci specula. Dove ha sbagliato dunque il procuratore di Catania Carmelo Zuccari?

Dove ha sbagliato
Nella comunicazione. Il caso Zuccari è in proposito emblematico. Sin dai tempi ormai lontani di “Mani pulite” si è instaurato un rapporto perverso tra la magistratura inquirente e i mezzi di informazione che ha dato luogo al ben noto fenomeno dei processi mediatici che anticipano e spesso svuotano di credibilità i veri processi celebrati nelle aule di giustizia con tutte le garanzie che la legge prevede quando si tratta di mettere in gioco la vita stessa di un cittadino. Si tratta di un fenomeno gravissimo che scardina uno dei pilastri fondamentali dello stato di diritto e alimenta il giustizialismo populista, e che si è aggravato man mano che i nuovi mezzi di comunicazione hanno aumentato la loro pervasività mentre si sono attenuati i controlli e i richiami al principio di responsabilità.
I magistrati hanno in questa degenerazione una parte di responsabilità, messa recentemente in evidenza anche nella relazione annuale del Procuratore generale della Corte di Cassazione. Le ragioni sono probabilmente molte (desiderio di visibilità, eccesso di autostima, visioni politiche, pretesa di sorvegliare e intimorire una classe dirigente potenzialmente corrotta, ecc.) ma il fatto è che è giunto il momento di fare un passo indietro. Carmelo Zuccari invece ha fatto un passo avanti: è andato in un talk show televisivo a raccontare la sua verità, senza ancora che vi sia non soltanto una sentenza ma nemmeno – come lui stesso ha ammesso – uno straccio di prova.

Cosa fare
Occorre tornare alle origini. Innanzi tutto spegnere i riflettori sull’attività della magistratura inquirente e tornare a una prassi di riservatezza che sarebbe utile anche per la raccolta delle prove. Poi bisogna tornare a ragionare sulla separazione delle carriere dei magistrati: come sostiene molta parte della dottrina giuridica (ma lo affermava anche Giovanni Falcone) inquirenti e giudicanti hanno non soltanto funzioni diverse e potenzialmente conflittuali ma anche differente sensibilità giuridica e dovrebbero percorrere itinerari formativi differenziati. Con l’adozione del processo accusatorio il pubblico ministero è a tutti gli effetti una “parte” (l’accusa) che si contrappone all’altra (difesa), mentre il giudice deve mantenere una posizione di terzietà sancita anche dalla Costituzione. Confonderne le carriere contribuisce soltanto a rafforzare lo spirito di casta della magistratura e indebolisce oggettivamente l’indipendenza dei giudici rispetto alle divisioni interne dell’Associazione Magistrati (ANM).
I magistrati inquirenti non sono dei moderni inquisitori chiamati a far trionfare la giustizia, come invece taluno di essi interpreta il proprio ruolo; sono soltanto dei funzionari dello Stato che hanno vinto un concorso (si spera non condizionato da pregiudizi ideologici) chiamati a raccogliere le denunce su possibili violazioni della legge e avviare le indagini preliminari dalle quali un giudice (il GIP) stabilisce se e come avviare un processo penale. Spetterà poi alla procura procedere agli accertamenti e sostenere l’accusa nel processo, confrontandosi con la difesa degli imputati.
L’avviso di garanzia fu introdotto a suo tempo – come dice il nome stesso – per avvertire un libero cittadino che la magistratura inquirente stava indagando sul suo conto e per quali ragioni, in modo che egli avesse tempo e modo di organizzare la sua difesa. Reso pubblico si è trasformato in un avviso ai mezzi di comunicazione sull’avvio di un’azione penale nei confronti di uno o più cittadini che la procura riteneva già probabilmente colpevoli. Il resto lo fanno i giornalisti (talvolta con la complicità di magistrati compiacenti che fanno accedere a documenti che dovrebbero restare riservati) e se poi il disgraziato incappato in questa macchina infernale verrà assolto (come è avvenuto spessissimo) tutta l’enfasi accusatoria dei mezzi di informazione si ridurrà a una breve notizia marginale.
Non si tratta soltanto di arginare il protagonismo di magistrati e poliziotti (che dire, a proposito, delle conferenze stampa in cui si denunciano persone non ancora condannate e spesso nemmeno rinviate a giudizio?) ma di capire perché queste violazioni della correttezza giuridica non suscitino nell’opinione pubblica la riprovazione che ci aspetterebbe e anzi spesso sono accettate acriticamente. La ragione è – a mio avviso – che la classe politica e coloro che sono ad essa adiacenti hanno talmente compromesso la propria credibilità da rendere possibile una legittimazione della funzione salvifica della magistratura, anche a prescindere dalle garanzie che dovrebbero caratterizzare uno stato di diritto (per le quali, per esempio, non si è colpevoli fino a sentenza definitiva). Come dire che la democrazia per salvare se stessa si affida a strumenti che democratici non sono; se poi un Carmelo Zuccari si sente in dovere di proclamare la sua verità in televisione e senza contraddittorio, non bisogna stupirsi.

Franco Chiarenza
1 maggio 2017

La democrazia è un sistema di governo irreversibile ma continuamente modificabile in relazione ai diversi modi di aggregare il consenso e di indirizzarlo a finalità di interesse comune; per questo essa deve prevedere al suo interno meccanismi di auto-limitazione che le impediscano di degenerare in forme di populismo plebiscitario, anticamera di ogni autoritarismo. E’ questa in qualche modo la conclusione che ho tratto dalla lettura dell’ultimo saggio di Sabino Cassese, giunto in libreria proprio mentre la crescita di movimenti populisti anti-sistema pone al centro del dibattito pubblico la crisi della democrazia.
La democrazia in realtà non è in crisi ma in espansione, sostiene Cassese; il populismo riflette una domanda di maggiore partecipazione di base che si esprime in una crescente domanda di partecipazione diretta (cosiddetta democrazia deliberativa) finendo per mettere in difficoltà lo stato liberale fondato su un equilibrio di poteri non tutti di origine democratica, ma essenziale per assicurare un governo che possa unire alla legittimazione elettorale le necessarie visioni strategiche e l’efficienza della pubblica amministrazione in tutte le sue componenti. La democrazia liberale pone un limite invalicabile alle maggioranze elettorali che è costituito dai diritti personali irrinunciabili e il costituzionalismo liberale lo garantisce attraverso un sistema di check and balance che presuppone l’esistenza di corpi autonomi intermedi in grado di esercitare funzioni di controllo e di intermediazione anche attraverso i mezzi di comunicazione (il che rende essenziale e non comprimibile la libertà di informazione e di comunicazione in generale). Al di là di ogni altra considerazione il modello “Cinque Stelle” applicato alla Costituzione produrrebbe un sistema di governo fondato su una serie continua di plebisciti (più o meno manovrati) attraverso i quali una ristretta oligarchia in grado di regolarne i flussi (la democrazia elettronica aiuta) farebbe le sue scelte senza condizionamenti intermedi in base soltanto alle indicazioni indiscutibili di un capo carismatico (eletto o no poco cambia; Grillo comunque non lo è). Per chi conosce la storia un modello che potremmo definire “giacobinismo elettronico”; e non a caso forse il motore digitale che ne regola il funzionamento è stato intitolato a Rousseau (per il quale – ricordiamo – la “volontà generale” espressa da una èlite di illuminati prevale sui diritti individuali).

Il libro di Cassese peraltro è molto interessante anche nelle parti in cui affronta altre tematiche di grande rilievo come i rapporti con le istituzioni “non democratiche” (magistratura soprattutto) il che lo rende particolarmente attuale. I riferimenti bibliografici, esposti con rara chiarezza e secondo linee guida indispensabili in una materia così ampiamente trattata, ne accrescono il valore.
Ne consiglio vivamente la lettura: serve a schiarirsi le idee anche per chi crede di sapere tutto sull’argomento. Come è stato per me.

 

Franco Chiarenza
30 aprile 2017

Sabino Cassese – La democrazia e i suoi limiti – Mondadori (Milano 2017) – pag. 120, euro 17

Ernesto Galli della Loggia ha pubblicato sul Corriere della Sera del 29 aprile un articolo che farà discutere (“I promossi d’ufficio a scuola”). Non soltanto per l’autorevolezza dell’autore e per l’importanza del quotidiano che lo ospita ma soprattutto per avere centrato il problema fondamentale della scuola italiana che non è solamente quello delle sue molteplici inefficienze (reclutamento degli insegnanti, strutture, carenze didattiche, ecc.) ma soprattutto del modello cui si ispira (più o meno consapevolmente). Era ora!

Il modello di Don Milani
Di Don Milani si parla molto in questi giorni a proposito e a sproposito. Di lui, della sua personalità morale, delle virtù e dei difetti di un personaggio sicuramente carismatico, a noi in questa sede interessa poco; del suo modello formativo e didattico invece molto per l’influenza che ha avuto (insieme ad altri fattori concomitanti) nell’evoluzione della scuola italiana.
Un modello, quello proposto da Milani, fondato su un presupposto errato e foriero di conseguenze catastrofiche (come quelle denunciate da Galli della Loggia) in base al quale per ridurre la distanza culturale tra le classi sociali bisognasse abbassare il livello di apprendimento per renderlo accessibile ai meno favoriti e non invece fare l’opposto, consentire a tutti gradualmente di sviluppare le proprie potenzialità attraverso una valutazione del merito individuale.
La popolarità del “modello Milani” è facilmente comprensibile: schiacciando tutti verso la mediocrità e un grado di conoscenza elementare, generico, accessibile a chiunque, si va incontro a una concezione minimalistica della società sostanzialmente ispirata da una visione paternalistica che mantiene intatto il potere pastorale di chi si assume la responsabilità di guidare il gregge. Non solo: le famiglie meno avvedute vedono in questo modello scolastico una via facile per la promozione sociale dei propri figli e naturalmente i ragazzi perdono ogni stimolo allo sforzo individuale di miglioramento non vedendolo in alcun modo incoraggiato. A loro volta i sindacati preferiscono un sistema scolastico che copre più facilmente l’inadeguatezza di quella parte di insegnanti che sono giunti alla cattedra senza un’appropriata preparazione e spesso per motivi che hanno poco a che fare con la capacità didattica e molto invece con problemi di sbocco occupazionale (soprattutto nel Mezzogiorno).
L’egemonia culturale della sinistra democristiana assai diffusa nel primo ventennio della Repubblica ha entusiasticamente fatto proprie le idee di Don Milani, anche nella presunzione di rappresentare la sinistra di opposizione (comunisti e socialisti). Ma in realtà la concezione socialista della scuola, tracciata chiaramente da personaggi come Concetto Marchesi e dallo stesso Togliatti, era assai diversa; per essi l’accesso delle classi subalterne al potere passava attraverso una rigorosa selezione meritocratica in grado di formare gruppi dirigenti che potessero governare una società complessa come quella che – bon gré mal gré – il capitalismo aveva creato. Quindi: borse di studio e facilitazioni per accedere a un’istruzione superiore severa, non il contrario, abbassare il livello di apprendimento fino ai meno dotati. E’ paradossale (ma non tanto) che chi è liberale si riconosca più nella concezione togliattiana (e crociana) che non in quella cattolica.

Oltre Galli della Loggia ricordando Einaudi
Il citato articolo di Galli della Loggia si ferma alla diagnosi del fenomeno e delle sue degenerazioni, accentuate dagli sviluppi sociali e politici della recente storia della nostra Repubblica, e lì si ferma, forse perché scoraggiato dal disastrato panorama che ne emerge. Ma qualcosa si potrebbe fare, andando oltre la “buona scuola” della ministra Giannini, che pure si muoveva nella giusta direzione. Si potrebbe tornare a Luigi Einaudi e alla sua proposta di abolire il valore legale del titolo di studio. Basterebbe questo a mettere in moto alcuni meccanismi virtuosi: competizione tra le scuole per essere credibili nell’offerta di lavoro, selezione degli insegnanti, aumento della domanda di meritocrazia da parte delle famiglie, e via dicendo. Perché non ci proviamo?

Franco Chiarenza
30 aprile 2017

L’ennesimo fallimento del tentativo ricorrente di salvare l’Alitalia induce ad alcune riflessioni:

  1. Se l’Alitalia vola sempre in perdita ci saranno delle ragioni. Sono probabilmente molte (management incapace, resistenze sindacali, accordi sbagliati, venir meno del monopolio sui voli interni, concorrenza dell’alta velocità ferroviaria) ma alla radice ci sono sempre le interferenze politiche, anche dopo la privatizzazione.
  2. Ciò è dovuto anche alla difficoltà da parte della nostra classe politica ad abbandonare il concetto di “compagnia di bandiera” ormai completamente superato dalla nuova realtà competitiva del traffico aereo. Altri grandi paesi – come l’Inghilterra, la Spagna, la Germania – ne fanno a meno da tempo; negli Stati Uniti non è mai esistito.
  3. Non è più lecito scaricare – direttamente o indirettamente – le inefficienze sistemiche di Alitalia (ereditate dall’antico monopolio pubblico) sulla collettività. Migliaia di businessmen, giovani, turisti, viaggiano senza chiedersi di quale nazionalità sia l’aereo che utilizzano.
  4. L’opinione pubblica è rimasta giustamente scandalizzata dalle buonuscite milionarie di manager e dirigenti dell’Alitalia dopo ogni “tonfo” gestionale.

Adesso basta. L’Alitalia fallisca come ogni altra azienda che non riesce a mantenere in pareggio i propri bilanci; è giusto che si trovino ammortizzatori sociali per i suoi dipendenti e che possibilmente si salvi un marchio il quale forse ha ancora un valore commerciale, ma non è giusto invece che si chieda alla collettività di farsi carico di un’impresa fallimentare.

L’aeroporto di Fiumicino
Quello che ci preoccupa sono le possibili ripercussioni del fallimento dell’Alitalia sull’aeroporto di Fiumicino che dell’ex-compagnia di bandiera rappresentava l’hub principale. La funzione strategica dell’aeroporto romano resta insostituibile non soltanto per la città e il suo sviluppo ma anche per mantenere in Italia un hub degno di questo nome. Gli aeroporti dell’area milanese per la loro dispersione e per la vicinanza con hub europei di grandi dimensioni (come Zurigo, Colonia, Francoforte e, al limite, Parigi) non rappresentano un’alternativa valida per il traffico di transito; mantenere a Roma una funzione di redistribuzione del traffico da e per l’Italia rappresenta una opportunità geografica e un vantaggio per le regioni meridionali che vanno preservati.

 

Franco Chiarenza
28 aprile 2017

L’esito del referendum in Turchia pone alcuni interrogativi che vanno ben oltre la questione delle modifiche costituzionali imposte da Erdogan attraverso una consultazione assai dubbia per le circostanze che l’hanno accompagnata. Di per sé la trasformazione di una repubblica da parlamentare in presidenziale non è un’operazione autoritaria; esistono paesi come gli Stati Uniti, la Francia ed altri dove sono in vigore esplicitamente o di fatto regimi presidenziali e di cui nessuno mette in discussione l’identità democratica. Non è la forma istituzionale che caratterizza un sistema liberal-democratico ma la presenza di altre condizioni tra cui – fondamentali – la libertà di informazione e l’indipendenza almeno della magistratura giudicante; a cui si deve aggiungere per un corretto equilibrio dei poteri un parlamento regolarmente eletto e legittimato a svolgere la funzione legislativa senza impedimenti. Ha la Turchia di Erdogan questi requisiti ? E li ha mai avuti prima di lui ?

Il modello turco
Il modello di stato imposto dal “padre della patria” Kemal Ataturk alla Turchia negli anni ’20 del secolo scorso non era certamente democratico; anzi, erano note le simpatie del leader turco per i regimi dittatoriali esistenti o nascenti in Italia e in Germania. Si trattava piuttosto di un regime autoritario che piaceva agli occidentali – anche nei paesi liberal-democratici – soprattutto per i suoi caratteri laici e modernizzanti. Alla base della strategia politica di Ataturk c’era la convinzione (assai simile a quella dell’imperatore giapponese Meiji agli inizi del secolo XX) che la civiltà moderna diffusa in tutto il mondo dall’imperialismo europeo fosse non soltanto vincente rispetto alle culture preesistenti (come quella islamica) ma anche fondata su una indiscutibile superiorità derivata dagli sviluppi scientifici e dalle loro applicazioni tecniche. Uno stato in grado di competere nel mondo moderno doveva quindi adottare il modello occidentale. La trasformazione imposta da Ataturk fu impressionante: cambiò lingua, scrittura, calendario, tradizioni, modelli esistenziali, relegando la religione a un fatto residuale legato alle culture povere dei ceti sociali più emarginati.

L’esercito
Per ottenere tutto ciò e renderlo duraturo Ataturk identificò nelle forze armate la struttura che doveva garantire la laicità dello Stato e la continuazione del processo di modernizzazione. Ne derivò la costituzione di un esercito potente e autoreferenziale che, dopo Ataturk, si rese in qualche misura indipendente dal potere politico. Quando gli equilibri internazionali dopo la fine della seconda guerra mondiale resero necessaria l’attivazione di forme democratiche ne scaturì un sistema parlamentare bipolare caratterizzato dalla presenza pressoché esclusiva di due partiti, quello repubblicano, radicato soprattutto nelle grandi città e nella parte più occidentale del paese, che si considerava erede della rivoluzione kemalista, e quello democratico (variamente denominato) il quale raccoglieva i voti della parte di popolazione ancora legata alla tradizione islamica che il regime di Ataturk aveva ridimensionato ma non eliminato. Quando i democratici, vincendo regolarmente le elezioni, superavano i limiti ferrei della costituzione laica di Ataturk, l’esercito interveniva e rimetteva le cose a posto. Inutile ricordare che questa combinazione “laicità dello Stato – tutela militare – borghesia emergente”, fu sostanzialmente rilanciata dal movimento Baath nella seconda metà del secolo scorso con l’aggiunta di un richiamo alle concezioni socialiste, dando luogo ai regimi autoritari che si affermarono in Egitto, Siria, Iraq, Libia; anche i processi di laicizzazione e di modernizzazione avviati in Iran dallo scià Pahlevi II prima della sua deposizione si ispiravano sostanzialmente al modello turco.

Erdogan
Con la vittoria elettorale di Erdogan nel 2002 l’altalena tra progressisti kemalisti e reazionari musulmani sembrò avere raggiunto la sua conclusione. Non certo per le origini politiche del nuovo leader che era stato un fedele collaboratore di Erbokan, l’ultimo primo ministro di tendenza islamica fatto dimettere dai militari nel 1998, ma per alcune novità di cui egli si fece portatore. Soprattutto due: il definitivo superamento del “revanscismo islamico” con l’accettazione piena del modello laico di Ataturk e la promozione di un processo di adesione all’Unione Europea. Finalmente compariva all’orizzonte un leader islamico compatibile con i principi delle democrazie liberali occidentali; il nuovo “modello turco” fu entusiasticamente salutato in Europa e in America come valido esempio per gli instabili regimi del Medio Oriente.
Erdogan ha continuato per dieci anni a oscillare tra la fedeltà all’Occidente (in particolare accentuando un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti tramite la NATO) e ricorrenti tentazioni di intervenire nella complicata matassa della questione medio-orientale, ma, nel complesso ha rispettato le “regole del gioco” così come il fondatore della patria le aveva stabilite. La sua involuzione verso un modello sostanzialmente autoritario è cominciata negli ultimi anni con alcune misure filo-islamiche e soprattutto con una pressione crescente sui mezzi di informazione e sulla libertà di associazione; il pretesto era fornito dal problema curdo, per la preoccupazione che gli sviluppi militari della questione mediorientale potessero sfociare nella costituzione di uno stato curdo nei territori settentrionali dell’Iraq e della Siria il quale, diventando confinante con la Turchia, avrebbe esercitato un’attrazione fatale per le minoranze curde ampiamente presenti della parte orientale del paese.

Il colpo di stato
Il tentato colpo di stato dello scorso anno presenta tuttora lati oscuri. Non solo per le motivazioni ma anche per le modalità che lo hanno accompagnato. In apparenza sembrava il ritorno ai tradizionali golpe militari del passato per riportare la Turchia all’ortodossia kemalista; ma si vide subito che così non era, sia perché sin dall’inizio gli alti comandi non furono coinvolti (il che contrasta con le finalità politiche dei precedenti colpi di stato e con una tradizione militare rigidamente gerarchica) ma anche perché il riferimento a Gulen, leader politico religioso esiliato in America, appare fuorviante. Gulen è un ideologo musulmano non fondamentalista a cui fa capo un movimento molto diffuso e influente in Turchia. E’ stato un deciso sostenitore di Erdogan e probabilmente l’ispiratore della sua politica filo-europea. La rottura tra i due è avvenuta soltanto nel 2013 non per ragioni “ideologiche” ma soltanto per il potere eccessivo che Gulen stava assicurandosi in strutture portanti dei ceti medi islamici (soprattutto nelle scuole, nella magistratura, nell’università) e che Erdogan considerava potenzialmente alternativo al suo.
Il modo maldestro con cui è stato tentato il colpo di stato fa escludere complicità estere (del genere CIA o FSB russo) mentre ha consentito al presidente turco di mettere a segno una repressione di dimensioni sproporzionate rispetto alla reale pericolosità dell’evento. Da ciò l’impressione – ampiamente diffusa in Occidente – che in effetti esso sia stato utilizzato da Erdogan per eliminare tutti i quadri intermedi che gli erano avversi nella magistratura, nelle università, nei mezzi di informazione, nelle scuole, negli enti locali. L’annuncio di un referendum su una riforma costituzionale che avrebbe ulteriormente rafforzato i suoi poteri è stato inevitabilmente letto come un passaggio alla dittatura personale.

Il referendum
In tali condizioni l’esito del referendum era dato per scontato. Il fatto che sia stato vinto con un margine così esiguo rappresenta dunque una sconfitta per Erdogan, tenuto anche conto delle denunce per irregolarità (che coinvolgerebbero centinaia di migliaia di schede), del peso determinante degli elettori residenti all’estero (che sono circa tre milioni), della completa mancanza di par condicio nella campagna elettorale. Se Erdogan voleva dimostrare di avere il consenso della grande maggioranza dei turchi non ci è riuscito; al contrario ha mostrato al mondo un paese profondamento diviso. Un esito elettorale risicato e contestato rischia adesso di provocare un ulteriore irrigidimento dell’Europa (che peraltro egli non teme, sicuro com’è di poterla ricattare fermando il flusso degli emigranti dalle zone di guerra del Medio Oriente), ma anche la diffidenza degli investitori internazionali preoccupati dalla possibilità di un rigurgito fondamentalista islamico. Ma soprattutto viene meno l’immagine cui erano rimasti appesi quanti vedevano nel modello turco un esempio di compatibilità tra i valori occidentali e la tradizione musulmana. Gli resta l’appoggio di Trump; ma non è molto affidabile.

 

Franco Chiarenza
19 aprile 2017

Con la morte di Piero Ottone il giornalismo italiano perde uno dei suoi pochi protagonisti che interpretarono la loro professione con il distacco elegante ma penetrante che caratterizza la tradizione dei grandi giornali inglesi e americani. Sapeva osservare, conosceva l’arte della non partecipazione diretta, riusciva a distinguere ciò che conta da ciò che è superfluo (anche se talvolta inevitabile).
Pier Leone Mignanego (questo il vero nome di Ottone) raggiunse la vetta del giornalismo italiano andando a dirigere il Corriere della Sera in un periodo cruciale dopo l’ondata del ’68 – tra il 1972 e il 1977; Giulia Maria Crespi rappresentante autorevole della proprietà, protagonista indiscussa in quei salotti milanesi che civettavano con “le ragioni” dei terroristi rossi (anche quando non ne condividevano i metodi di lotta), lo aveva scelto per dare una svolta all’organo di stampa più autorevole della borghesia lombarda e spingerlo su posizioni meno conservatrici, quelle, per intenderci, che vedevano sin dagli anni ‘50 in Indro Montanelli e nel suo intransigente anticomunismo un simbolo inossidabile. E fu proprio con lui che Ottone aprì un duro confronto che portò nel 1973 alla rottura da parte di Montanelli e di altre firme prestigiose che fondarono – in aperta e polemica contrapposizione col Corriere – un nuovo quotidiano, “Il Giornale”, molti anni prima che la “discesa in campo” di Berlusconi negli anni ’90 lo trasformasse in organo del nuovo movimento di destra che si candidava alla guida del Paese; una destra molto diversa da quella “risorgimentale” che Montanelli pensava di rappresentare e che costrinse il giornalista lombardo ad emigrare ancora una volta fondando un nuovo quotidiano – La Voce – il quale però, schierato su posizioni anti-berlusconiane, dimostrò col suo fallimento l’inconsistenza politica del suo progetto.
Quando Montanelli fu ferito dalle Brigate Rosse nel 1978 il Corriere ne dette notizia senza nominarlo nel titolo di prima pagina e ciò creò una frattura che in realtà non si ricucì mai anche perché Ottone e Montanelli rappresentavano due modi di concepire il giornalismo se non antitetici certamente assai diversi: distaccato e attento alle trasformazioni sociali in atto il primo, militante e aggressivo il secondo. Lo dimostra, tra l’altro, la collaborazione di Pier Paolo Pasolini al Corriere della Sera tra il ’73 e il ’75 che certamente il Montanelli di allora non avrebbe gradito.

Conobbi Ottone quando accettò di presentare alla sala convegni della Federazione della Stampa a Roma il libro che avevo scritto insieme a Giuseppe Corasaniti e Paolo Mancini (“Il giornalismo e le sue regole. Un’etica da trovare” – Etas Libri 1992). Lo aveva letto attentamente (cosa che non tutti i presentatori fanno) e gli era piaciuto tanto da affermare nel dibattito che si trattava di uno degli scritti più pregevoli sul tema tra quelli di cui era venuto a conoscenza, giudizio duramente contestato da Vittorio Feltri – anch’egli tra i “discussants” – che accusò il libro di essere un panegirico inaccettabile del modello giornalistico di “Repubblica”. Certo, riletto dopo più di vent’anni il libro – che ebbe una scarsissima diffusione anche per l’aperto boicottaggio nei suoi confronti operato dall’Ordine dei Giornalisti – mostra tutti gli acciacchi dell’età, ma si capisce benissimo perché Ottone lo avesse apprezzato. Il fulcro del discorso era infatti costituito dal sottotitolo “un’etica da trovare” perché l’informazione è un’arma essenziale per difendere la democrazia liberale ma è pur sempre un’arma; se gestita senza regole, a cominciare da un’etica della comunicazione fondata sul suo ruolo di “guardiano del potere” nell’interesse dei cittadini e non dei partiti, nel rispetto delle idee anche le più diverse, nel rifiuto di svolgere una funzione di propaganda che non dovrebbe mai coinvolgerla, diventa – come tutte le armi usate senza controllo – un pericolo, anche per quella stessa democrazia che si pretende di difendere.

Ciao Ottone. Restano coloro che tu hai formato – ne conosco tanti e sono tutti bravi – a tenere alta la bandiera di un’informazione corretta, che non vuol dire piatta e priva di sentimenti ma, al contrario, viva, polemica quando occorre, ma sempre attenta e consapevole della sua forza, più simile quindi a una missione piuttosto che a un mestiere. A loro tocca un compito molto difficile, quello di affrontare il rapporto tra la comunicazione digitale in tutte le sue forme e il diritto/dovere di garantire un’informazione corretta e responsabile. Da far tremare i polsi ovunque, ma in Italia più che altrove.

Franco Chiarenza
18 aprile 2017

Mai come in questo momento Erasmo da Rotterdam torna d’attualità, mentre l’Europa è squassata da ondate populistiche e minacce esterne che ne mettono in pericolo la stessa esistenza. Non so quanti degli studenti che hanno usufruito in questi anni delle borse Erasmus hanno avuto la curiosità di conoscere il pensiero di questo grande personaggio il quale, come loro, ha in qualche modo rappresentato l’unità dell’Europa. La quale, ieri come oggi, non era priva di confini e parlava linguaggi diversi, ma era una nel dibattito religioso e filosofico, una nello scambio di esperienze e nella riscoperta del suo passato nella lettura dei classici, una nella ricerca di una difficile compatibilità tra l’eredità cristiana, portatrice di valori assoluti, e la libertà di coscienza, avanguardia obbligata della libertà di ricerca e di espressione. Hanno fatto bene i governi europei, nell’istituire questa rete di scambi che ha consentito a migliaia di studenti di mescolare esperienze di studio e di relazioni in tutto il continente, a intitolare il progetto a Erasmo; nessuno meglio di lui poteva simboleggiare l’unità profonda che lega nella sua molteplicità di forme la cultura europea.
Dobbiamo a Carlo Ossola, studioso profondo del pensiero letterario, la pubblicazione di un bel libro che ripercorre la storia d’Europa in un momento essenziale della sua trasformazione attraverso l’opera tormentata di Erasmo. Con una scrittura scorrevole l’autore ripercorre i fondamenti del pensiero di Erasmo, l’importanza che ebbe in un periodo cruciale quando l’Europa si confrontò con la scissione cristiana, quando si posero le fondamenta della legittimità del dissenso da cui doveva scaturire l’essenza di quella filosofia che più tardi sarà chiamata liberalismo.
Ossola spiega molto bene la contrapposizione tra Erasmo e l’altro gigante della filosofia politica rinascimentale, Machiavelli; che rappresentano anche in qualche misura le differenze culturali tra l’Europa del nord e quella mediterranea. Ripercorrere le ragioni di questa dialettica tra due personaggi che non si conobbero mai ma che sono stati entrambi fondamentali è molto istruttivo anche per capire le trasformazioni che stiamo vivendo.
Il “Principe” di Machiavelli vide la luce nel 1513, l’”Institutio principis christiani” di Erasmo due anni più tardi; Ossola li contrappone polemicamente ed è chiaro che la sua simpatia va al secondo. E non c’è dubbio che, trattando entrambi il problema dell’esercizio del potere, anche la nostra simpatia va a chi – come l’olandese – lo fonda sulla ricerca del consenso piuttosto che al fiorentino che ne ricerca i rapporti di forza. Ma si tratta di semplificazioni che non rendono conto della complessità degli scritti dell’uno e dell’altro e delle contraddizioni che in entrambi sono frequenti, a cominciare – per quanto riguarda Erasmo – dalla compatibilità tra il suo pensiero e la tradizione cattolica alla quale fino alla fine rimase fedele.
Certo, con la scissione luterana Erasmo è costretto a confrontarsi per ragioni geografiche ma anche perché di Martin Lutero egli conosce bene le ragioni e il pensiero; ed è sul problema del libero arbitrio e della sua compatibilità col principio imperscrutabile della grazia divina che avviene la rottura. Tema complesso che si allarga alle concezioni calviniste che tanto inchiostro hanno fatto scorrere per comprenderne le relazioni con la libertà dei moderni ma che richiederebbe ben altro spazio di quello di una recensione.
Un libro quindi da leggere anche nella sua parte in cui Ossola si sofferma sull’influenza che gli scritti di Erasmo hanno avuto nei secoli successivi, sulle interpretazioni del suo pensiero, sulle manipolazioni ideologiche di cui è stato oggetto.

 

Franco Chiarenza
14 aprile 2017

Carlo Ossola – Erasmo nel notturno d’Europa – Vita e Pensiero editore (Milano 2015) – pag. 134, euro 13,00