La cosiddetta “roulette russa” è, come è noto, un tragico gioco che consiste nello spararsi alla tempia con una pistola a tamburo a sei colpi e un solo proiettile; se si è sfortunati e parte il colpo è la fine. L’elezione di Trump presentava per i repubblicani rischi analoghi; bisognava solo capire delle tante vulnerabilità del nuovo presidente quale sarebbe esplosa prima: l’imprevedibilità del personaggio, il suo “entourage” (anche familiare), le posizioni ambigue e contraddittorie che avevano caratterizzato la sua campagna elettorale, l’ostilità dei mezzi di informazione in un paese dove la stampa indipendente ha sempre esercitato un forte controllo sul potere esecutivo non lasciavano molti margini. Ma il colpo è partito dove meno era prevedibile, il cosiddetto “Russiagate”.

La guerriglia fredda
Il fatto che il governo russo avesse influito sulle elezioni presidenziali sviluppando un sistema di fakenews in grado di delegittimare la candidata democratica era stato inizialmente percepito come possibile, anche fastidioso, ma non determinante. Ma gli sviluppi delle inchieste che si sono susseguite sugli stretti rapporti tra alcuni collaboratori di Trump e personaggi dell’amministrazione russa sono andate a toccare un nervo sempre scoperto dell’opinione pubblica americana, quello di contenere le pretese egemoniche del Cremlino in Europa e in Oriente; una “guerriglia fredda” che ha continuato a trascinarsi dopo la fine del sistema sovietico e che ha trovato nuovo alimento nell’arbitraria annessione della Crimea e nei tentativi di limitare la sovranità dell’Ucraina. Se davvero la Russia ha aiutato Trump (anche finanziando alcuni suoi collaboratori) quale sarebbe stato il prezzo da pagare?
Trump aveva ingenuamente pensato, mal consigliato forse da Bannon, che gli Stati Uniti avrebbero potuto facilmente ritirarsi dal ruolo di “gendarme della democrazia” nel mondo praticando una politica di spartizione delle rispettive egemonie con la Russia. Ciò avrebbe permesso a Trump di realizzare quel sogno isolazionistico che dovrebbe consentire all’America di “fare da sé” risolvendo tutti i problemi economici attraverso politiche protezionistiche variamente calibrate. A Putin, che dalla globalizzazione ha tutto da temere, una linea politica siffatta sarebbe andata benissimo, anche perché lasciando scoperta un’Europa debole e divisa riapriva le possibilità di creare un’egemonia sul Vecchio Continente o almeno su una parte di esso.
Ma questa strategia, al di là di ogni valutazione ideologica, presentava due incognite che non hanno tardato a manifestarsi: l’ostilità di una larga parte dei repubblicani eredi dell’antica politica kissingeriana del contenimento della potenza russa, e la nuova realtà della Cina la quale, forte di uno sviluppo capitalistico senza precedenti, al contrario della Russia ha puntato tutte le sue carte sulla globalizzazione. C’erano poi, nella strategia di Trump, altri effetti collaterali che non avrebbero mancato di fare sentire la loro influenza: i rapporti col Giappone, le reazioni europee, le divergenze col Canadà (oltrechè naturalmente col Messico).

Il birillo
E’ cominciata allora la continua oscillazione del presidente dilettante. Il rapporto preferenziale con Putin si è rotto e il Congresso lo ha obbligato a firmare l’inasprimento delle sanzioni alla Russia, la tanto disprezzata Europa è stata improvvisamente richiamata alla sua funzione di partnership all’interno dell’alleanza atlantica, la politica prudente di Obama in Medio Oriente è stata sostituita da un interventismo che ricorda i precedenti di Bush in Iraq, i componenti del suo staff salgono e scendono senza una chiara direttiva strategica, il segretario di Stato Tillerson sembra muoversi in totale autonomia, e perfino sulla revoca della contestata riforma sanitaria promossa dai democratici non si è trovato un accordo e l’Obamacare potrebbe restare in funzione ancora a lungo.
Quanto Trump riuscirà a resistere in queste condizioni è difficile prevedere; ma potrebbe arrivare prima del previsto il giorno in cui, ripetendo la celebre frase di Cicerone, qualcuno si leverà nel Campidoglio americano domandando: quousque tandem abutere, Donald, patientia nostra?

 

Franco Chiarenza
25 luglio 2017

La difficile questione degli immigrati non si risolve a colpi di cannone né verbali né sparati da navi da guerra; la partita va giocata con attenzione e tenendo conto dei rapporti di forza, delle coincidenze elettorali, delle sensibilità identitarie (talvolta minoritarie ma esibite con grande vigore contando sulla complicità dei media). Gentiloni e Minniti la stanno giocando bene, forti anche del fatto che Renzi in questo caso non li disturba più di tanto, ben felice se sarà questo governo di transizione ad accollarsene onori ed oneri (soprattutto questi ultimi).
Minniti sta cercando di mettere ordine nel caos delle prime accoglienze, delle ong, delle identificazioni, che rappresentano l’impegno italiano più importante e su cui il governo si gioca la propria credibilità nelle altre capitali europee.
Gentiloni da parte sua con una serie di mosse azzeccate ha ottenuto due risultati molto importanti: rimettere in primo piano la questione e condizionare l’adesione italiana a future integrazioni alla “europeizzazione” del problema della ricollocazione (a questo sono serviti gli incontri trilaterali con Merkel e Macron). Di più: il problema della Libia è tornato in evidenza con un significativo cambiamento di rotta. Non si parla più di improbabili governi libici unitari ma si tratta con chi c’è, rafforzando Serraj a Tripoli e cercando di comprare la collaborazione delle tribù che controllano il Fezzan da dove transitano in gran parte i profughi provenienti dai paesi sub-sahariani. Anche in questo caso l’intesa con Francia e Germania è necessaria per evitare che il sostanziale “protettorato” che si cerca di realizzare non venga percepito come un’azione unilaterale dell’ex-potenza coloniale.
In questa situazione in movimento la minaccia di respingere dai nostri porti le navi che non battono bandiera italiana (come la maggioranza delle ong) ha una valenza più psicologica e mediatica che realistica ma serve ad allarmare le opinioni pubbliche del resto d’Europa e spingerle a un’attenzione che finora era mancata. La vecchia idea di Renzi – riproposta forse per non sentirsi escluso – di non pagare più i contributi all’Europa se non verranno effettuati i ricollocamenti deliberati dalla Commissione Europea, appare semplicistica e irrealizzabile considerando i tempi e le procedure che i trattati prevedono per sanzionare i paesi inadempienti; peraltro le procedure di infrazione nei confronti di alcuni stati sono partite e suscitano il dovuto allarme in Ungheria, Cechia, Slovacchia, anche perché il crescente clima di ostilità tra le istituzioni comunitarie e la Turchia, ormai avviata sulla strada di un autoritarismo che lascerà sempre meno spazio alla libertà di espressione e all’attività politica degli oppositori, potrebbe preludere al venir meno del contenitore turco che fino ad oggi ha salvato l’Europa balcanica da una massiccia immigrazione da est.
In questo quadro si inserisce l’improvvisa richiesta americana all’Italia affinché svolga un ruolo più attivo – anche militare – per riportare l’ordine in Libia; sicuramente improvvisata e approssimativa come ormai ci sta abituando l’amministrazione Trump, essa significa tuttavia che il supporto strategico americano non verrà meno se, in altri modi e con altri mezzi, i paesi europei interessati alla stabilizzazione del Mediterraneo condurranno fino in fondo un’azione comune per fermare in Africa i flussi migratori. E soprattutto per riportare il problema dell’Africa e del suo sviluppo al centro della nostra attenzione perché – al di là di ogni ragione morale – è nel nostro interesse.

 

Franco Chiarenza
15 luglio 2017

La morte di Liu Xiaobo, prigioniero politico del regime cinese, ha riacceso i riflettori sulla questione dei diritti civili in Cina che l’Occidente inutilmente ripropone – anche se debolmente e inutilmente – da quando il grande gigante d’Oriente ha deciso di abbandonare le utopie sanguinarie di Mao Zedong e di confrontarsi apertamente con i paesi democratici che impropriamente chiamiamo occidentali (perché dobbiamo comprendervi – soprattutto in questo caso – il Giappone, l’Australia, la Nuova Zelanda, l’India, la Corea del Sud ed altri). La Cina – sin dalla svolta di Deng Xiaoping – ha sfidato l’Occidente proponendo una formula che accetta le logiche internazionali dell’economia di mercato ma rifiuta le regole del pluralismo politico e dei diritti civili; la repressione di piazza Tienanmen ne rappresentò la dimostrazione più evidente.
Ma il liberalismo – politico prima che economico – ha il fiato lungo e sa attendere. Di questa certezza ha vissuto i suoi ultimi anni in carcere Liu Xiaobo, eroe di una resistenza pacifica ma risoluta che scorre sotterranea manifestandosi di tanto in tanto attraverso l’insofferenza dei giovani e degli studenti dove può e come può.
La carica eversiva del personaggio consisteva nel messaggio contenuto nel suo manifesto “Carta 08” che – tra tante affermazioni più o meno condivisibili – sosteneva la tesi che la libertà dei cinesi non poteva arrivare dall’alto, né dai vertici del partito né dalle pressioni occidentali, ma soltanto da una costante e crescente domanda che scaturisse dalla società civile. Il premio Nobel che gli venne assegnato nel 2010 forse rappresentò – da questo punto di vista – al di là delle nobili intenzioni che lo motivarono, un segnale che poteva essere percepito come un’interferenza straniera. La difesa del regime infatti affidata al “Global Times” (giornale cinese in lingua inglese) ricorda che “Liu ha vissuto in un’era in cui la Cina ha visto la crescita più rapida nella storia recente ma ha cercato di mettersi contro la maggioranza della società con l’aiuto dell’Occidente e questo ha determinato la sua tragica fine.”
Ma il liberalismo ha sempre coinciso con la difesa delle minoranze contro maggioranze ottuse e attente soltanto alle convenienze più immediate; per questo Liu Xiaobo entra a far parte a pieno titolo del pantheon dei liberali. Cessate le lacrime di coccodrillo che inondano i media e le dichiarazioni degli esponenti politici, più attenti – come è ovvio – alle esigenze della real politik piuttosto che alle questioni di principio, bisognerebbe ora monitorare con attenzione cosa avverrà a Hong Kong, dove si gioca il futuro nella cruciale partita tra la democrazia e la cultura orientale.
Non lasciamo soli gli studenti di Demosisto e cerchiamo di evitare che il prossimo Liu sia il giovane Joshua Wong che si batte per il mantenimento delle garanzie politiche e civili che la Cina ha promesso al momento di rientrare in possesso dell’ex-colonia britannica. Hong Kong rappresenta una cartina di tornasole importante: può anticipare il futuro di tutta la Cina in senso liberale se sarà la Cina – con la necessaria gradualità – ad accoglierne il modello, in senso autoritario e dittatoriale se invece Hong Kong sarà costretta ad adeguarsi al sistema comunista cinese.

 

Franco Chiarenza
15 luglio 2017

Renzi ha faticosamente conquistato il controllo quasi assoluto del partito democratico ma si trova in mano una macchina che non sa bene come guidare e verso quali obiettivi indirizzare; né serve a dare qualche indicazione in proposito il suo libro che si presenta più come una resa dei conti rancorosa ed egocentrica piuttosto che un serio progetto per la nazione come ci si sarebbe aspettati.
Dispiace dirlo ma Renzi continua a deludere e mostrare purtroppo una mediocrità forse congenita ad alcuni tratti negativi della sua personalità e quindi difficilmente correggibile; lo dico con angoscia perché il fallimento di Renzi è una sciagura per il Paese, un’occasione perduta che non cesso di rimpiangere.

I modelli circostanti
La vittoria di Macron in Francia, anche per le dimensioni che l’ha caratterizzata, lo ha disorientato; convinto che il vento anti-europeo fosse irresistibile si trova davanti a una reazione orgogliosa che attraversa il Vecchio Continente e che si esprime attraverso le difficoltà della Brexit, le elezioni olandesi e francesi, il riposizionamento dell’Austria, l’attesa di una probabile vittoria della Merkel in Germania che rimetterebbe in moto il processo di integrazione europea.
Il successo, anche in termini di consenso mediatico e diplomatico, del governo del suo successore a palazzo Chigi, ha rappresentato un altro elemento di sorpresa; Gentiloni dimostra che si può fare molto senza eccitazioni esibizionistiche, senza roboanti annunci in dimensioni twitter, senza atteggiamenti “mussoliniani” (certamente inconsapevoli ma purtroppo frequenti) del genere “noi contro tutti, li ridurremo a pezzi, dovranno venire a patti”, tanto più ridicoli provenendo da un partito lacerato che stenta a governare un paese in gravissime difficoltà.
L’arresto (anche se non ancora il ridimensionamento) del successo dei Cinque Stelle, certamente non per merito del PD ma piuttosto per demerito di alcuni improvvisati governanti che Grillo ha portato ad amministrare importanti città, dimostra che un movimento senza una chiara strategia alternativa sulle grandi scelte che attendono il Paese (integrazione europea, fisco, giustizia, investimenti infrastrutturali, scuola e università, riduzione dei “lacci e lacciuoli” che strangolano l’economia, autonomia degli enti locali, riforme istituzionali) non riesce a trasformare un consenso basato sul discredito della classe politica in proposta di governo.
La possibilità di un Macron italiano è improbabile. Ma le incertezze di Renzi potrebbero aprire al centro dello schieramento politico uno spazio (equivalente almeno a quello che coprì Monti con la sua sciagurata decisione di partecipare alla gara elettorale) sufficiente a determinare le future alleanze di governo, soprattutto se si voterà con un sistema sostanzialmente proporzionale. Uno spazio che sarebbe in gran parte ottenuto a spese del PD.

Le alleanze
Il problema delle alleanze, infine, viene gestito in maniera approssimativa e personalistica. Vale come esempio la ricostruzione che Renzi fa nel suo libro sulla fine del “patto del Nazareno”. Racconta infatti Renzi che la scelta di Mattarella per la successione di Napolitano al Quirinale fu una reazione rabbiosa al fatto che Berlusconi e D’Alema avessero trovato un accordo sul nome di Amato. Uno statista non misura i fatti in relazione a problemi di suscettibilità ma valutandoli per quel che rappresentano in rapporto alla strategia che si vuole attuare; la scelta di Amato, per varie ragioni (competenza giuridica, esperienza di governo, capacità di mediazione, formazione politica laica e socialista), sarebbe stata più compatibile con il progetto di riforma istituzionale che lo stesso Renzi aveva immaginato (vedi il programma della Leopolda) e che rappresentava l’obiettivo del patto tra maggioranza e opposizione. Non è da escludere inoltre che avrebbe facilitato e migliorato il testo della nuova Costituzione.
Oggi il problema si ripropone perché – a numeri invariati – nessuno avrà la maggioranza per governare con l’attuale legge elettorale. Bisognerà quindi nuovamente fare i conti con l’oppositore più disponibile che – per molte ragioni – continua ad essere Berlusconi. Tutti l’hanno capito, sarebbe meglio esporsi proponendo un patto di unità nazionale con pochi ma chiari obiettivi per la prossima legislatura, piuttosto che ripetere il gioco – ormai consunto – di chiedere all’elettorato un mandato in bianco da utilizzare secondo le convenienze.

Che fare?
Il vero problema di Renzi è l’anti-renzismo. I suoi atteggiamenti, la sua arroganza, invece di attirargli consensi lo hanno messo nelle stesse condizioni in cui si trovò a suo tempo Berlusconi: costringere la politica italiana a misurarsi sulla sua persona invece che sui problemi del Paese. Per cui già vediamo che il cemento che tiene insieme le sinistre (da Pisapia a Bersani con i relativi seguiti) è soltanto l’anti-renzismo, i sindacati hanno ritrovato una precaria unità sulla pregiudiziale anti-renziana, una possibile alleanza tra l’estrema sinistra e Grillo sarebbe anch’essa fondata sostanzialmente su un’avversione condivisa nei confronti del leader del PD, il centro-destra non avrebbe alcun interesse a spezzare tale condizione di isolamento, e all’interno della stessa maggioranza renziana si avvertirebbero inevitabilmente i primi scricchiolii.
Naturalmente in tale contesto il coinvolgimento del padre di Renzi nello scandalo CONSIP e la questione Boschi – al di là dell’effettiva consistenza degli addebiti e dei sospetti – non contribuisce a risollevare l’immagine dell’ex-premier e rende facile l’azione di delegittimazione portata avanti con spregiudicatezza dai Cinque Stelle.
Per salvarsi Renzi dovrebbe fare il contrario di quello che fa. A cominciare dal sostegno al governo Gentiloni che – al di là delle parole – tutti percepiscono come forzato e condizionato da una voglia di tornare a palazzo Chigi per imporre le “sue” soluzioni; nessuno ha dimenticato l’”Enrico stai sereno” che preannunciò la brutale liquidazione di Letta. Questa volta però sarebbe diverso e non è detto che finirebbe come allora. La proposta di risolvere il deficit strutturale del nostro bilancio modificando il trattato di Maastricht, al di là dei suoi discutibili contenuti (perché ancora una volta sposta il problema sugli altri invece di fare i conti con noi stessi), per il modo in cui è stato espresso e per provenire dal capo della maggioranza che sostiene il governo, è servita soltanto a mettere in difficoltà Gentiloni e Padoan (del quale va sottolineata la gelida risposta: “riguarderà il futuro governo”). Anche le forzature sul cosiddetto “ius soli”, un problema davvero trascurabile per le sue reali conseguenze ma indecorosamente ammantato da ragioni di civiltà assolutamente indimostrabili, rientrano nel disegno di mettere in difficoltà Gentiloni. Forse anche nella speranza di costringerlo alle dimissioni e anticipare le elezioni. Un disegno che però potrebbe trovare proprio al Quirinale ostacoli prevedibili.
L’unica cosa quindi che Renzi dovrebbe fare è proprio quella che per il suo temperamento non sa fare: stare fermo. Quando ero giovane circolava una battuta molto volgare: se stanno per mettertelo nel di dietro meglio restare immobili; ogni movimento facilita il compito di chi ci sta provando.

P.S. Sto leggendo una interessante biografia dell’ultima imperatrice della Cina, la famosa Cixi. Di fronte alle ingiunzioni arroganti e offensive dei plenipotenziari inglesi e francesi in cui però erano contenute precise richieste sull’apertura della Cina alla libertà di commercio e misure per la modernizzazione del Paese, rispondendo alle reazioni indignate dei suoi cortigiani l’imperatrice replicò che gli occidentali “non avevano tutti i torti. Quando Hart (un inglese che lei stessa aveva posto a capo delle dogane con grandi vantaggi) suggerisce di adottare i metodi occidentali per l’estrazione mineraria, la cantieristica navale, la produzione di armi e l’addestramento militare” ha sostanzialmente ragione. La forma poco importava perché “rendere forte la Cina è il solo modo per garantire che i Paesi stranieri non entrino in conflitto e ci guardino dall’alto in basso”.
Chi ha orecchie per intendere

 

Franco Chiarenza
10 luglio 2017

Il dibattito politico italiano è ossessionato dalla ricerca di una presunta purezza originaria che si sarebbe perduta. A sinistra si invoca il dire “qualcosa di sinistra”, a destra si lamenta la mancanza di una destra apertamente reazionaria; ed entrambi gli estremismi attribuiscono gli insuccessi elettorali, l’aumento dell’astensionismo, il successo di un movimento moralistico ideologicamente neutrale come quello di Grillo, al fatto che destra e sinistra non sono più chiaramente identificabili.
In realtà le cose non stanno come gli irriducibili reduci di antiche contrapposizioni di sistema vorrebbero. E, da un punto di vista liberale, non si tratta di un’evoluzione negativa ma, al contrario, di un processo di evoluzione che rimette il sistema di governo al servizio dell’individuo e delle sue scelte; riduce gli spazi di militanza e di delega fiduciaria e aumenta la variabilità dei risultati elettorali in funzione della maggiore o minore capacità di intercettare i punti di vista delle diverse componenti della popolazione. Si tratta di un fenomeno che riguarda tutte le democrazie occidentali ma che in Italia sta soltanto adesso manifestandosi in misura massiccia per il discredito che i partiti sono riusciti ad accumulare nel tempo.
L’errore che le maggiori forze politiche italiane (di centro sinistra e di centro destra) commettono consiste nella convinzione che per contrastare questa tendenza sia sufficiente inseguire affannosamente le preoccupazioni più rumorosamente evidenti che emergono (magari attraverso discutibili talk show che pretendono di rappresentarle) proponendo soluzioni confuse e demagogiche, spesso espresse da slogan ingenui ed infantili (quando non addirittura bizzarri), i quali dovrebbero indurre masse di elettori sprovveduti ad affidarsi ancora una volta alle loro cure. Una strategia perdente che non tiene conto dei cambiamenti avvenuti nella società e della più elevata capacità critica di settori crescenti della pubblica opinione, spesso silenziosi ma in attesa soltanto di qualche ancoraggio affidabile come quello che in circostanze assai simili si è prodotto in Francia con Macron.
Bisognerebbe fare il contrario: una forza politica che si candida al governo dovrebbe presentare un progetto complessivo ispirato da finalità ultime in cui sia ancora possibile scorgere origini storiche e culturali differenziate ma dove la soluzione dei problemi più immediati trovi una proposta convincente e concretamente realizzabile, tenendo conto dei limiti oggettivi entro i quali può effettivamente svolgersi oggi l’attività di governo (qualunque sia il soggetto politico chiamato a svolgerla).

Su generiche propensioni alla solidarietà sociale piuttosto che alla conservazione degli equilibri esistenti non si possono fondare scelte credibili di governo. Le priorità che incidono sulle preoccupazioni più diffuse sono in realtà tra loro conflittuali. Il contrasto alla disoccupazione non passa attraverso generiche e fumose “politiche del lavoro”, ma piuttosto nel realizzare riforme strutturali che rendano attrattivi gli investimenti nei settori produttivi. Tali riforme però comportano un ridimensionamento e una maggiore efficienza della burocrazia, l’eliminazione di vincoli corporativi ancora massicciamente presenti, investimenti pubblici nelle infrastrutture, diminuzione della litigiosità nella giustizia amministrativa, razionalizzazione degli apparati di sicurezza, distinzione dei ruoli e delle carriere nella giustizia penale, riforma degli studi superiori e universitari che riporti il nostro sistema formativo a livelli di credibilità in Italia e all’estero. Lo sappiamo da tempo che queste sono le priorità; perché non vengono mai affrontate o – peggio – quando lo sono con risultati così mediocri? E’ semplice (ma non si vuole dire). Perché qualsiasi soluzione davvero radicale e risolutiva comporta “morti e feriti”, cioè urta contro interessi diffusi, resistenze sindacali, privilegi acquisiti, indolenze inconfessabili. Ognuno vorrebbe cambiamenti radicali per gli “altri” ma nessuno è disposto ad accettarne per se stesso. Le dirigenze dei partiti quindi, pur consapevoli della necessità di compiere cambiamenti radicali, ne temono le conseguenze elettorali e affrontano i problemi con provvedimenti parziali, attenuati, sostanzialmente inidonei alla loro soluzione. Vale per la destra come per la sinistra.

Occorre fare come Macron. Dire con chiarezza (talvolta persino con spavalderia) cosa si vuole fare, senza alcuna concessione a chi la pensa diversamente, e sulla propria “agenda” di governo chiedere il consenso; le mediazioni – se saranno necessarie – verranno dopo e comunque saranno realizzate partendo da una posizione di forza incontestabile. Se non si fa così non se ne esce, in Italia come in Europa. Un’Europa che deve affrontare – possibilmente unita – grandi sfide planetarie che si chiamano Africa, Medio Oriente, rapporti commerciali con il Nord America, regolamentazione dei flussi finanziari che provengono dalla Cina e dai paesi produttori di petrolio.
Il problema dell’immigrazione – infine – va affrontato tenendo conto dell’evoluzione demografica, guardando al futuro, stabilendo con fermezza modi e tempi dei processi di integrazione che dovranno servire a mantenere l’identità culturale (non etnica) del nostro Paese e dell’Europa.
La paura, come sempre, non è una buona consigliera. Ma per battere la paura bisogna ragionare. Per ragionare bisogna conoscere i problemi e evitare di prospettare soluzioni semplicistiche e quasi sempre irrealizzabili. Bisogna guardare lontano, anche a costo di perdere qualche voto.

Solo i grandi statisti sono presbiti; i politicanti sono miopi. Servono urgentemente lenti multifocali.

Franco Chiarenza
2 luglio 2017

La politica italiana dà l’ennesima prova della propria inconcludenza; si spacca – dividendosi come sempre in tifoserie irragionevoli – su un problema che davvero non rientra nelle nostre priorità: il cosiddetto ius soli, il diritto cioè ad acquisire la cittadinanza in maniera automatica se si nasce sul territorio italiano, a prescindere dalla nazionalità dei genitori. Una storia vecchia che mi riporta alla mente tempi antichi quando i rampolli della buona borghesia venivano fatti nascere in Svizzera (dove appunto vigeva lo ius soli) perché non si sa mai: coi tempi che correvano e i comunisti alle porte una cittadinanza svizzera poteva sempre servire (soprattutto se accompagnata da adeguati conti bancari).

Il dibattito italiano
La questione ha assunto improvvisamente in Italia una connotazione politica perché collegata col problema dell’immigrazione irregolare. La sinistra “buonista” e comprensiva ha voluto sfidare la destra “cattiva” e discriminatoria sul suo terreno trasformando un problema che andava risolto col semplice buonsenso in una battaglia ideologica che restituisse finalmente alla sinistra “dura e pura” caratteri inconfondibili e condannasse definitivamente Salvini alla riprovazione morale dell’esercito crociato (che, abbandonando antiche diffidenze “laiciste”, ha trovato in papa Francesco un leader carismatico ben più significativo di D’Alema). Salvini naturalmente non aspettava altro; messo in difficoltà su argomenti seri come la gestione dell’immigrazione, i rapporti con l’Europa (soprattutto dopo la sconfitta della Le Pen in Francia), le politiche di bilancio, la crescente impopolarità delle Regioni (anche di quelle governate dalla Lega), è subito saltato sulla zattera che la sinistra gli offriva per riproporsi come difensore dei valori nazionali, srenuo combattente che si oppone all’invasione di negri e musulmani in nome dell’imprescindibile identità italiana. Poveri noi, in che trappola meschina ci siamo lasciati trascinare!

I diritti dei bambini
Quali conclusioni deve trarne un “liberale qualunque”? Una sola: lasciate stare i bambini, non caricateli di scelte che non sono in grado di compiere in modo libero e autonomo. Vale per il battesimo imposto subito dopo la nascita (una volta, nel cristianesimo primitivo, non era così: si veniva battezzati da adulti), vale per le madri fanatiche che trascinano i figli nelle manifestazioni, vale anche per la nazionalità che, fino al conseguimento della maggiore età, non può che essere quella dei genitori. Create piuttosto i presupposti culturali per rendere facile la scelta di nazionalità al conseguimento dei 18 anni di età, facendo di tale decisione un momento solenne di riconoscimento e di partecipazione alla comunità (come avviene, per esempio, negli Stati Uniti).
Diverso è il discorso dei diritti che devono essere collegati alla residenza e non alla cittadinanza: diritto all’assistenza sanitaria, all’istruzione gratuita, e accesso a tutti gli strumenti che lo Stato mette a disposizione dei giovani italiani. Non sarebbe ragionevole?

Ma poiché il buonsenso è diventato merce rara so già come andrà a finire: i pasdran di destra e di sinistra seppelliranno il liberale qualunque di contumelie più o meno eleganti. Ed io mi troverò additato come complice di Salvini.
Non abbiamo davvero cose più serie di cui occuparci nell’ultimo squarcio di legislatura?

P.S. Segnalo il rischio che un allargamento incontrollato ed automatico della nazionalità possa produrre una cittadinanza di serie A collegata ad una regolare residenza la quale perciò può usufruire delle molte possibilità che l’Unione Europea (e lo stesso Stato) prevede per i cittadini europei “regolari”, e una cittadinanza di serie B praticamente inutile che serve soltanto a stabilire una questione di principio.

Franco Chiarenza
20 giugno 2017

Quando mi è stato chiesto di chiudere il corso di Napoli della Scuola di liberalismo l’Europa sembrava scivolare pericolosamente verso un populismo nazionalista diffuso, variamente motivato ma comunque tale da indicare una chiara linea di tendenza ostile non soltanto al disegno di unificazione del Vecchio Continente ma anche connotata dal rifiuto del liberalismo. Lo scetticismo sembrava d’obbligo.
Ma da allora molte cose imprevedibili sono avvenute e tra tutte la vittoria dei liberali in Olanda e quella di Macron in Francia. L’ondata populista pare arginata e un vento nuovo sembra soffiare in Europa.

A fare la differenza è stato il voto giovanile. Quando è mancato le elezioni hanno prodotto la Brexit, la presidenza Trump, regimi conservatori nazionalisti in Ungheria e in Polonia; quando si è mobilitato ha mostrato il vero volto dell’Europa di domani, quello di chi non ha paura dei cambiamenti, delle generazioni che hanno vissuto l’esperienza Erasmus e non vogliono tornare indietro, di quanti pensano che l’immigrazione è una sfida che può essere affrontata e vinta con vantaggio per tutti e non una sciagura da criminalizzare. Per questi giovani l’Europa non è un problema ma la soluzione dei problemi.

Occorre andare avanti dunque non tornare indietro ripercorrendo una strada che troppi europei percorsero nella prima metà del secolo scorso e che è costata milioni di morti, distruzioni spaventose e si è conclusa con la perdita dell’egemonia mondiale che le nazioni europee avevano esercitato fino ad allora. L’Europa, culla del liberalismo e della democrazia, ha generato in quegli anni il totalitarismo, antitesi radicale del pensiero liberale e del socialismo democratico nelle loro diverse accezioni. Come è stato possibile?

E’ stato possibile perché l’insicurezza genera i mostri dell’intolleranza. La paura delle differenze culturali di razza, religione, e quant’altro, è stata usata dai nemici della democrazia liberale come arma psicologica per chiudere i cancelli e, all’ombra di rassicuranti muri di cinta, giustificare la creazione di regimi autoritari. Da questa schiavitù che ci ha portato ad obbedire a chi ci conduceva ad aggredire altri popoli ed etnie differenti siamo stati liberati dai figli d’Europa che alcuni secoli prima erano emigrati in un continente sconosciuto e là avevano gradualmente costruito sistemi politici e sociali che mettevano al centro i diritti e i doveri dei cittadini; è agli americani che dobbiamo la libertà di scelta di cui oggi disponiamo.

Insieme agli americani, al sicuro sotto il loro scudo militare, abbiamo costruito un nuovo ordine mondiale fondato su tre pilastri: i diritti individuali, il “rule of law” (cioè il primato della legge), e la libertà di scambio di persone e merci (cioè l’economia di mercato). Da questo asse atlantico euro-americano abbiamo affrontato e vinto la grande sfida contro l’unico sistema alternativo che possedeva la dignità e la grandezza dei grandi ideali ma che era segnato irrimediabilmente dall’utopia paternalistica dello “stato buono” e che puntualmente conduce a trasformare i cittadini in sudditi.

Dopo il crollo dell’alternativa comunista Stati Uniti ed Europa con un articolato sistema di trattati multilaterali hanno guidato la globalizzazione e per vent’anni hanno assicurato – pur tra tanti errori – un lungo periodo di pace e prosperità, riducendo la fame nel mondo, favorendo lo sviluppo dei paesi orientali e africani meno sviluppati. Certo, non sono mancate guerre locali, non si è riusciti ad impedire che il Medio Oriente si trasformasse in un perpetuo incendio destabilizzante, ma nel complesso bisogna ammettere che il rischio di una terza guerra mondiale è stato evitato e che è poco probabile che si avveri la profezia di Einstein (“non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale; so che quella successiva si farà con archi e frecce”).

Ma adesso siamo giunti a una svolta: nuovi soggetti si candidano alla guida dei processi di globalizzazione e le carte del “grande gioco” non le daranno più soltanto gli Stati Uniti e l’Europa. Lo stesso asse atlantico appare irrimediabilmente incrinato – a prescindere da Trump – e, come dice Angela Merkel, l’Europa, se vuole restare tra i decisori mondiali, deve unirsi e fare da sé.
Può farlo soltanto se: 1) elimina le resistenze nazionalistiche e corporative che ancora vi sono radicate, 2) riesce a comporre le culture politiche e sociali mediterranee con quelle dell’Europa del nord, 3) riesce ad assorbire le inevitabili immigrazioni attraverso un progetto unitario, 4) crea le condizioni per essere competitiva, e non soltanto dal punto di vista produttivo.

Non si tratta di annegare le identità nazionali in un coacervo burocratico indifferenziato (come per alcuni aspetti è avvenuto nell’Unione) ma di prendere atto che vi è una convenienza comune a stare insieme, a procedere uniti per contare di più, ed essere quindi disposti a mettere da parte le differenze che provengono dal passato.
Il nostro continente ha caratteristiche comuni che lo rendono riconoscibile: il liberalismo dei diritti (allargato ai diritti sociali), l’economia di mercato regolata (lontana tanto dagli eccessi dello spontaneismo liberista quanto dal dirigismo statalista), una grande varietà di modelli sociali ereditati dalla storia, una cultura linguisticamente differenziata ma omogenea nelle manifestazioni e nelle interrelazioni artistiche, nella filosofia, nella scienza, e infine nell’assenza di una qualsivoglia egemonia religiosa che possa mettere in pericolo il principio di laicità.

Il passo successivo da compiere è quello di creare una federazione in cui le distinzioni tra competenze nazionali e federali siano chiare e senza ambiguità e nella quale gli “stati che ci stanno” mettano insieme: – la politica estera.
– la moneta e la politica economica.
– la politica di difesa militare.
Esiste già oggi probabilmente un nucleo ristretto di paesi disposti a compiere queste rinunce alla propria sovranità. Se l’esperimento riesce “l’intendence suivrà”, gli altri, prima o poi, si accoderanno.

C’è però un problema di legittimità democratica senza la cui soluzione ogni costruzione istituzionale mostrerebbe le stesse debolezze dell’Unione Europea come la conosciamo. Il processo di legittimazione democratica deve partire dai cittadini, non a colpi di referendum – spesso emotivi, divisivi e distorsivi – ma avendo il coraggio di eleggere un’assemblea costituente europea a suffragio universale diretto.
Il trattato costituzionale elaborato faticosamente nel 2005 e poi affondato dai referendum in Francia e in Olanda, si apriva nel preambolo con la formula: “Noi, Capi di Stato di ……(segue l’elenco dei paesi aderenti) promulghiamo ecc.” ripetendo lo schema delle costituzioni europee ottocentesche octroyés (cioè concesse dai sovrani). La costituzione europea che bisogna disegnare dovrebbe invece aprirsi con la stessa dizione di quella americana del 1787: “Noi, popoli europei, promulghiamo la seguente Costituzione ….”

 

Franco Chiarenza
16 giugno 2017

Con la scomparsa di Stefano Rodotà la cultura giuridica e politica del nostro Paese subisce una grave perdita, comunque si possano condividerne o meno le idee.
Di formazione liberale (era politicamente cresciuto nella Gioventù Liberale) aveva abbandonato il PLI insieme a Giovanni Ferrara nel corso della lunga storia di divisioni e ricomposizioni che ha caratterizzato la storia del partito di via Frattina prima della sua definitiva scomparsa come soggetto politico e parlamentare negli anni ’90.
L’ho conosciuto, ho avuto occasione di discutere con lui e di apprezzarne la sottile intelligenza giuridica che ne accompagnava l’impegno politico, dalla militanza radicale fino all’elezione in parlamento come indipendente nelle liste del partito comunista. Malgrado tale discutibile approdo la sua ideologia era quanto di più lontano si possa immaginare dal modello comunista, almeno nella dimensione storica che ha assunto nelle sue principali realizzazioni in Unione Sovietica e in Cina. Come molti altri (a cominciare da Gobetti) Rodotà immaginava che ogni autentica rigenerazione liberale non potesse prescindere dalla concreta estensione dei diritti di cittadinanza (che egli immaginava assai vasti e concretamente ancorati a condizioni economiche soddisfacenti) a tutti coloro che non erano in grado di esercitarli. Da qui la sua attenzione per i partiti che – a suo giudizio – meglio ne rappresentavano gli interessi (e quindi per i comunisti, soprattutto dopo il crollo dei regimi autoritari coi quali si erano identificati).

L’importanza di Rodotà tuttavia non era connessa alla sua disponibilità a porre il suo impegno politico al servizio di chiunque in qualche misura ne condividesse gli obiettivi (variamente strumentalizzato, in ultimo anche dal movimento Cinque Stelle) ma nel ruolo che egli ha svolto nella filosofia dei diritti. Ha speso la vita a studiarne le infinite connessioni allargandone la sfera oltre il limite in cui – almeno da un punto di vista liberale – la loro tutela comporta per le libertà individuali rischi non commensurati ai diritti che si intendono garantire; e ciò per l’evidente allargamento dell’intervento pubblico che tale tutela comporta. Né vale la distinzione tra lo Stato e altre forme di organizzazione collettiva che comunque aumenterebbe lo spazio comunitario a spese di quello dell’iniziativa privata fino a sfiorare pericolosamente la riproposizione di uno stato etico. Leggendo i suoi libri più recenti – sempre acutamente argomentati – non si può sfuggire all’impressione che le soluzioni proposte da Rodotà comportino inevitabilmente un dirigismo statale onnipotente, sia pure riorganizzato attraverso complicate formule di partecipazione democratica elaborate essenzialmente al fine di sanare la contraddizione di cui egli stesso si rendeva perfettamente conto.
Tutto ciò comportava alcune conseguenze che uno studioso della sua intelligenza non poteva mancare di cogliere: a cominciare da un sostanziale ridimensionamento del sistema rappresentativo parlamentare ereditato dalla tradizione liberale fino alla messa in discussione del diritto di proprietà. Si finisce così per ricadere in un utopico comunismo liberale (che d’altronde è facile rintracciare anche in alcuni scritti di Marx e di Engels, fino a risalire a Saint Simon). Un utopismo che di fatto finisce per essere utilizzato per strangolare le libertà concrete di oggi – in via transitoria, naturalmente – in attesa di renderle più complete domani.
Ma – come scriveva Isaac Berlin – per troppo tempo si è giustificata la rottura delle uova per realizzare una meravigliosa frittata; di uova se ne sono rotte tante ma la frittata non si è vista, o meglio, quella che si è vista non valeva certo – nemmeno in minima parte – le sofferenze e gli stermini che aveva prodotto.

 

Franco Chiarenza
15 giugno 2017

Le elezioni politiche in Gran Bretagna hanno prodotto un risultato opposto a quanto aveva previsto e sperato il primo ministro May al momento di sciogliere la Camera dei Comuni. I giovani hanno votato in massa per il partito laburista consentendo al suo discusso leader Jeremy Corbyn di riemergere proprio quando la sua leadership pareva a rischio dopo le incertezze che avevano accompagnato il referendum sulla Brexit. Theresa May dal canto suo si ritrova senza una chiara maggioranza in parlamento e di fronte a una probabile resa dei conti all’interno del partito conservatore. Tutto ciò alla vigilia dell’apertura ufficiale delle trattative con l’Unione Europea per negoziare tempi e modi dell’uscita della Gran Bretagna.

Perché May ha voluto le elezioni
Contrariamente a quel che molti pensano la sconfitta della May non rappresenta una vittoria degli europeisti e men che meno un compito facile per i negoziatori dell’Unione. Vero è che probabilmente molti di coloro che hanno votato contro i conservatori lo hanno fatto anche per un tardivo pentimento nei confronti di un’uscita che si prospetta sempre più traumatica. Ma è anche cosa nota che la debolezza induce a comportamenti intransigenti proprio per far fronte agli inevitabili contraccolpi che potrebbero derivarne nell’opinione pubblica del proprio paese.
Se è vero – come pare – che la May sperava in un’ampia maggioranza per consentirle di gestire la trattativa con una sorta di mandato in bianco, ciò non serviva a strappare concessioni all’Unione ma piuttosto a far digerire i bocconi amari che vasti settori dell’economia, della finanza, e delle protezioni sociali inglesi dovranno trangugiare. La posizione forte era necessaria per ragioni di politica interna non per modificare i termini di un accordo che comunque si prospetta difficile soprattutto per la Gran Bretagna.

Cosa succederà adesso
La situazione si presenta adesso molto ingarbugliata. Se Theresa May formerà una maggioranza con gli estremisti protestanti dell’Ulster, le reazioni in Irlanda saranno durissime. Dopo la lunga guerra civile tra cattolici e protestanti l’Irlanda aveva vissuto negli ultimi anni un periodo di pace e di prosperità anche grazie all’Unione Europea che aveva consentito l’abbattimento delle barriere tra l’Eire e l’Irlanda del Nord; non a caso gli irlandesi del nord avevano votato a grande maggioranza per la permanenza nell’Unione Europea). Ricreare ostacoli alla libera circolazione delle persone e delle merci ricondurrebbe il processo di pacificazione (e di potenziale unificazione) al punto di partenza e complicherebbe ulteriormente la trattativa tra Bruxelles e Londra.
A questo punto un cambiamento alla testa del governo britannico non è improbabile. Senza il fardello degli errori (anche di comunicazione) compiuti dalla May e con una maggioranza transitoria che preluda a nuove elezioni, sarebbe possibile forse per la Gran Bretagna presentarsi al tavolo con le mani più libere di quanto non siano quelle dell’attuale premier.

Franco Chiarenza
15 giugno 2017

Taormina potrebbe passare alla storia per avere ospitato un vertice delle sette maggiori potenze industriali dell’Occidente che ha segnato l’inizio della fine dell’alleanza euro-americana, almeno nei modi in cui essa si è realizzata a partire dalla seconda guerra mondiale. Naturalmente tutto si svolgerà in tempi e modalità ancora da definire e non senza difficoltà per le resistenze che comunque la nuova politica produrrà anche all’interno degli Stati Uniti e dello stesso partito del presidente Trump. Ma che comunque qualcosa si sia spezzato per sempre non è soltanto una sensazione.

L’alleanza atlantica
Prima di Taormina il presidente americano ha compiuto due visite significative: a Roma in Vaticano per incontrare papa Francesco, a Bruxelles per partecipare al vertice dell’Alleanza Atlantica. Le due tappe servivano a chiudere (almeno nelle intenzioni di Trump) due fronti che rischiavano di creargli problemi in America, dove le difficoltà che sta incontrando sono già fortissime; il primo col mondo cattolico che, dopo essere rimasto sostanzialmente neutrale nella campagna elettorale, sembrava non avere gradito alcune arroganti contrapposizioni della nuova amministrazione. Il secondo per rassicurare l’opinione pubblica del suo Paese sulla vigilanza anti-russa in un momento in cui proprio su tale questione il suo staff è sotto tiro; le riserve sulla NATO si sono quindi ridotte a una richiesta di maggiore partecipazione finanziaria agli oneri che il suo apparato militare comporta.
Ma in realtà anche l’alleanza atlantica potrebbe restare compromessa dalla nuova politica americana non tanto per le intenzioni riduttive di Trump quanto perché, a fronte della Brexit e del neo-isolazionismo USA, la Germania sarà certamente tentata di rilanciare un riarmo europeo continentale su cui troverebbe orecchie attente nella Francia di Macron.

Il commercio internazionale
Il terreno su cui Trump troverà le maggiori difficoltà è la contestazione di ogni forma di multilateralismo commerciale che mette in crisi un aspetto fondamentale della globalizzazione. Negli Stati Uniti il mondo della finanza e l’industria tecnologica d’avanguardia non nascondono le loro perplessità le quali non mancano di riflettersi sul partito repubblicano e quindi sul governo.
A Taormina infatti qualche segnale di ripensamento è emerso, anche se la linea di tendenza isolazionista su cui Trump ha fondato la sua popolarità non potrà essere facilmente ribaltata. Questo è il punto più dolente su cui tutte le potenze dentro il G7 e fuori di esso (Cina e India soprattutto) sono in stand by in attesa di riorientare le proprie politiche economiche; anche se gli Stati Uniti costituiscono il mercato di consumo più grande del mondo il rifiuto di regolamentazioni internazionali potrebbe comportare una moltiplicazioni di guerre commerciali che si ripercuoterebbe sugli investimenti e sugli assetti finanziari fino ad oggi controllati in gran parte dagli Stati Uniti.

Il clima
I media europei hanno insistito molto nel rilevare l’isolamento in cui si è trovato Trump sul problema degli accordi di riduzione delle emissioni inquinanti. Ma il problema è in realtà più apparente che reale: si tratta di un debito elettorale che il presidente americano ha voluto onorare nei confronti dei minatori. Ma tutti sanno che le miniere di carbone sono in crisi per ragioni che prescindono dall’inquinamento, a cominciare dalla concorrenza delle scisti bituminose che lo stesso Trump intende favorire, e per terminare coi progressi dell’automazione nell’attività di estrazione che – a dire degli stessi imprenditori – ridurranno ulteriormente i posti di lavoro nelle miniere. Quando anche Trump si renderà conto del grande business rappresentato dalle energie alternative la marcia indietro, sia pure al di fuori di quei vincoli multilaterali che gli sono culturalmente indigesti, sarà inevitabile.

La reazione tedesca
Sulla strada del ritorno da Taormina la cancelliera tedesca Angela Merkel ha fatto tappa a Monaco di Baviera per intervenire a una manifestazione dell’Unione Cristiano Sociale, storico partito bavarese federato con la CDU, dove ha tenuto un discorso dai toni molto duri nei confronti di Trump. Una reazione attesa ma non nei tempi e nei modi in cui si è realizzata.
Non nei tempi perché si pensava che in piena campagna elettorale la Merkel avrebbe aspettato di misurare sul suo successo elettorale la risposta alla duplice sfida che arriva all’Europa dalla Brexit e da Trump. Non nei modi perché l’UCS rappresenta l’ala più conservatrice dell’alleanza di governo, quella, per intenderci, più aperta a suggestioni di tipo nazionalistico; la combattiva cancelliera ha preferito lanciare la sua provocazione proprio dove la sua proposta poteva trovare maggiori perplessità.
Adesso nessuno in Europa ha più alibi: Taormina ha significato anche questo, dalle parole e dalle generiche intenzioni si dovrà passare ai fatti. L’Europa – ha detto la Merkel – dovrà imparare a fare da sé, rinunciando alla protezione americana; a cominciare dalla copertura militare finora assicurata da una NATO a guida americana.

Theresa May, toccata e fuga
Infine la grande assente: la Gran Bretagna. L’orribile strage di Manchester ha consentito al primo ministro britannico di fare a Taormina soltanto una rapida apparizione. Il vertice infatti si è svolto nel pieno di una campagna elettorale da lei stessa voluta che sta mostrando inattese difficoltà per l’emergere di preoccupazioni diffuse (non soltanto in Scozia e in Irlanda del nord) sulle conseguenze di una uscita dall’Europa brusca e conflittuale. I laburisti cavalcano con decisione tali preoccupazioni sul versante dei diritti sociali, i liberali sulla convenienza economica, i sondaggi vanno riducendo i margini della maggioranza della May.

L’impressione che si ricava da queste convulse settimane è che la decisione di cambiare gioco da parte di chi fino ad oggi dava le carte sta producendo un momento di confusione in cui nessuno sa bene come comportarsi. Noi, come sempre, abbiamo offerto uno splendido palcoscenico per recitare la commedia (o la tragedia?), ma gli attori protagonisti sono altri.

 

Franco Chiarenza
31 maggio 2017