Finalmente Veltroni l’ha detto. La sinistra è in preda a convulsioni che non accennano a diminuire perché ci troviamo di fronte a una “resa dei conti”. Una resa dei conti che parte da lontano e parte proprio da lui – da Veltroni – quando il suo progetto di costruire un nuovo partito democratico che finalmente tagliasse i residui legami con l’eredità comunista e si proponesse come una grande forza in grado di raccogliere consensi anche in quel serbatoio dell’elettorato di centro che pure in Italia – come altrove – rappresenta sempre l’ago della bilancia elettorale, fu contestato e affondato dall’ala sinistra rappresentata da D’Alema e Bersani, preoccupati che i tempi necessariamente lunghi di una rivoluzione palingenetica come quella proposta da Veltroni comportasse una rinuncia alle proprie origini e probabilmente – almeno in tempi brevi – una sconfitta elettorale.
Il conflitto è continuato riproponendosi con Renzi che del progetto veltroniano aveva colto il punto essenziale, sia pure con modi e toni indisponenti che certo non appartenevano al vecchio leader. E ancora una volta la vecchia sirena del “far qualcosa di sinistra” (anche se sbagliata) ha ripreso a suonare appigliandosi alla scarsa disponibilità del giovane segretario al “dialogo”. Anche se bisogna ricordare che “non essere disponibili al dialogo (o al confronto)” nel linguaggio della sinistra italiana significa non accettare la resa incondizionata alle idee della minoranza, sia essa politica o sindacale. E in effetti Renzi, pur avendo recentemente cambiato forma nei modi (che spesso in politica diventano sostanza) non sembra disponibile a cedere sul merito delle scelte programmatiche su cui ha caratterizzato il proprio governo (e che rappresentano anche la continuità del governo Gentiloni). Qualche incidente di percorso c’è stato, per esempio nel modo perentorio e ostinato con cui Renzi ha cercato di imporre una soluzione discutibile a una questione delicata come lo jus soli, e la successiva aggressione alla Banca d’Italia al momento del rinnovo del governatore, casi entrambi che hanno creato imbarazzo e difficoltà a Gentiloni e su cui un atteggiamento più soft avrebbe probabilmente sortito effetti più soddisfacenti.

L’eredità di Veltroni
Veltroni ha quindi ragione ma anche torto. Ha ragione quando denuncia che si tratta essenzialmente di una resa dei conti, ma ha torto se ritiene che si tratti di una questione personale. Non lo è oggi e non lo è stato ieri. Ed è per questo che i tentativi dei “pontieri” variamente configurati (come Fassino e Pisapia) sono destinati probabilmente a naufragare; e se dovessero riuscire si fonderebbero su compromessi ingestibili che mostrerebbero la corda già poche ore dopo le elezioni. Ha quindi ragione Roberto Speranza, giovane leader degli oltranzisti di sinistra? Credo di sì.
Il progetto del PD renziano (che peraltro comprende un fronte che va ben oltre il segretario) consiste essenzialmente in un programma socialdemocratico (anche se il termine è impronunciabile nei salotti della sinistra) fondato su un rilancio della produttività come condizione per la ripresa dell’occupazione (anche a costo di qualche attenuazione dei diritti dei lavoratori) nella consapevolezza che il modello sociale del passato fondato su un lavoro stabile e permanente non rappresenta più un obiettivo conseguibile per le trasformazioni profonde che il sistema capitalistico ha avuto in tutto il mondo; trasformazioni ancora in corso e che faranno emergere nuovi problemi con i progressi dell’automazione. In un contesto siffatto le protezioni sociali dovranno essere rafforzate ma anche modificate per essere funzionali al cambiamento, l’intervento dello Stato dovrà essere concentrato sulla costruzione del futuro attraverso la formazione e la ricerca, le grandi infrastrutture, l’eliminazione delle corporazioni, tutto ciò che serve a rendere attrattivi gli investimenti perché solo così si creano nuove opportunità di lavoro qualificato per i nostri giovani. Una prospettiva che guarda lontano e nel cui contesto l’appartenenza all’Europa non soltanto non può essere messa in discussione ma anzi rappresenta un’opportunità da rafforzare anche per fare fronte ai grandi cambiamenti sociali che si prospettano a livello mondiale e che comporteranno certamente anche una forte conflittualità politica. In questo quadro la questione degli immigrati va affrontata senza cedere a paure irrazionali in una visione del problema che guardi al futuro non soltanto in Africa ma anche da noi dove la contrazione della natalità comincia a far sentire i suoi effetti che diventeranno travolgenti nei prossimi vent’anni.

Progetti incompatibili
Se davvero questo è in sostanza il progetto di Renzi si tratta di una prospettiva su cui anche chi proviene da matrici culturali liberali può trovare delle convergenze ma che poco ha a che fare con una sinistra che mette al centro dell’attenzione il disagio sociale (sicuramente esistente) pensando di risolverlo con un aumento della spesa pubblica senza considerare gli effetti dirompenti che tale politica avrebbe sul piano internazionale e nella percezione della solvibilità del sistema Paese; come se non avessimo già visto come è andata a finire in Grecia dove Tsipras, andato al potere sull’onda di una protesta populista e anti-europea, ha dovuto andare a Canossa per interrompere un processo di insolvenza già in corso ottenendo soltanto così, dopo due anni di sacrifici e con l’aiuto dell’Europa, una ripresa consistente dell’economia la cui crescita quest’anno supera di un punto quella tanto sbandierata del nostro Paese. Se la sinistra pensa in questo modo di recuperare almeno una parte dell’elettorato scivolato nel territorio grillino si illude. Il successo di Grillo è dovuto solo parzialmente alle condizioni economiche e sociali del Paese mentre trova il suo fondamento nell’inaffidabilità e nella perdita di credibilità della classe dirigente dei partiti tradizionali (di cui Bersani e D’Alema fanno parte) dimostrate dalla corruzione endemica, dalla incapacità progettuale, dall’arrogante mantenimento di privilegi inaccettabili, dalla mancanza di una cultura di governo fondata sulla manutenzione, cioè quegli aspetti che per molti possono sembrare politicamente insignificanti ma che invece indirizzano molta parte dell’opinione pubblica e che sono anche alla base di una astensione elettorale che ha ormai raggiunto le dimensioni di una protesta di massa.

Quale maggioranza per il futuro?
A questo punto ci si domanda: se – come è prevedibile – dalle elezioni non uscirà una chiara maggioranza di governo sarà possibile trovare a sinistra quell’accordo di programma che è stato inutilmente cercato prima? E sarà numericamente sufficiente?
E se una maggioranza di centro-sinistra (o di centro-destra) non sarà possibile quale sarà lo scenario prevedibile? Grillo cambierà atteggiamento, e in favore di chi? Oppure si profila un’intesa Renzi-Berlusconi in nome del superiore interesse del Paese, magari patrocinato dal Quirinale, come molti commentatori prevedono? In questo caso però ci sarebbe il rischio che buona parte dell’elettorato non capirebbe e forse sarebbe meglio andare a nuove elezioni, magari con un diverso sistema elettorale che garantisca la governabilità (per esempio l’uninominale senza ballottaggio).
Ma è presto per fare previsioni; la data delle elezioni non è stata ancora fissata e molte cose possono ancora succedere.

 

Franco Chiarenza
27 novembre 2017

Non sapendo come differenziarsi in maniera comprensibile e senza utilizzare quei linguaggi criptici e quelle affermazioni generiche che richiamano i riti partitocratici del passato, la sinistra alternativa per smentire la calunnia che la propria alterità consista soltanto in una avversione personale nei confronti di Renzi, ha riesumato il fatidico articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, modificato in maniera sostanziale dal cosiddetto Jobs Act varato dal governo nel 2015. Per tornare a discutere di un eventuale accordo elettorale la sua restaurazione nella forma originaria sembra essere per questi movimenti conditio sine qua non, venendo così incontro alla richieste della CGIL che prosegue senza esitazioni nella sua lotta contro ogni forma di flessibilità nel lavoro.

Un feticcio ormai superato?
Molti politici e qualche economista sostengono che quello dell’articolo 18 sia un problema ormai scarsamente rilevante e che hanno torto coloro che lo sventolano come una bandiera (ormai un po’ consunta) ma anche quanti hanno pensato che eliminando i licenziamenti senza giusta causa (ché di questo sostanzialmente si tratta) sarebbero tornati gli investimenti e con essi nuovi posti di lavoro. Ragionamento che di fatto suggerisce di essere condiscendenti su tale questione se questo è il prezzo da pagare per un’intesa tra le diverse componenti della sinistra.
Se con ciò si intende affermare che le cause della disoccupazione sono altre e riguardano questioni complesse a cui non si è mai seriamente messo mano (formazione non corrispondente alla domanda, sperequazioni regionali, scarsa attrattività per gli investimenti industriali, eccesso di controlli e ostacoli burocratici, difesa di interessi corporativi, ecc.) chi sostiene tale tesi ha perfettamente ragione. Ma davvero l’articolo 18 è un residuo ideologico del passato che si può trattare con indifferenza per la sua sostanziale irrilevanza?
In realtà, a quanto mi hanno spiegato diversi imprenditori, il problema non riguarda tanto le grandi e medie imprese (quelle, per intenderci, che superano i cento dipendenti) dove in effetti i diritti dei lavoratori sono abbastanza garantiti, i contratti di lavoro vengono rispettati, e i tempi delle discriminazioni politiche (che avevano allora spinto all’adozione dell’art. 18) sono finiti da un pezzo. Diversa invece è la situazione delle piccole imprese, soprattutto di quelle dove la dimensione quasi artigianale ancora consente un contatto diretto della proprietà con i lavoratori; in esse il venir meno dell’elemento fiduciario, comunque motivato (non sempre con ragioni dimostrabili giuridicamente) rende impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro.
Ecco perché la trasformazione del diritto automatico alla riassunzione in indennizzo economico è stato accolto con favore e non ha suscitato, se non in alcuni elementi legati alla CGIL, particolari reazioni negative.
Il mantenimento del Jobs Act, quindi, al di là di qualche aggiustamento marginale, è fondamentale per il sistema imprenditoriale italiano (notoriamente costituito da aziende di dimensioni medio-piccole) e coinvolge un punto qualificante del programma di Renzi tendente a diminuire la conflittualità sindacale e consentire un aumento della produttività, unica seria ricetta per richiamare gli investimenti (e quindi creare nuovi posti di lavoro).

Politiche del lavoro
Di “politiche del lavoro” tutti si riempiono la bocca, ma quando si arriva al dunque le misure proposte appaiono incongrue perché non affrontano il problema alla radice.
Il dilemma è semplice e le forze politiche farebbero bene a renderlo chiaro prima delle elezioni politiche: la globalizzazione è quello che è, può piacere o no, ci ha dato internet con tutte le sue applicazioni, ha aumentato i consumi, ha mantenuto bassi i prezzi. La libera circolazione dei capitali e delle persone però ha anche prodotto una competizione che, in mancanza di una efficace regolamentazione internazionale, genera un aumento della precarietà e una diminuzione dei posti di lavoro non qualificati; tendenza che sarà rafforzata dalle nuove tecnologie robotiche che nei prossimi anni sostituiranno molta mano d’opera non specializzata.
Si può rifiutare la globalizzazione? Certamente sì ma bisogna comprenderne le conseguenze che non sono quelle che i populisti in cerca di facili consenso fanno credere. Chiudersi nei propri confini e regolare con dazi, dogane, accordi bilaterali, la circolazione di persone e merci comporta una probabile diminuzione delle esportazioni, la fuga di molti capitali all’estero, e, in tempi non molto lunghi, un aumento dei prezzi al consumo e una diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie; inoltre per compensare la diminuzione dell’iniziativa privata e per garantire quella sicurezza del posto di lavoro che i demagoghi hanno promesso è probabile che si dovrà allargare ulteriormente l’intervento pubblico. Insomma c’è il rischio concreto che – realizzando il sogno di Zalone – finiremo tutti felicemente poveri ma con la certezza di un posto fisso (pubblico naturalmente).

Europa
Io sono europeista per ragioni ideali, culturali, politiche e via enumerando. Ma quello che mi stupisce è che ci siano ancora tanti che invece di vedere nell’Europa la soluzione dei problemi che ci mettono in balìa di una globalizzazione incontrollabile, la considerano un nemico da rimuovere per rifugiarsi nelle proprie presunte certezze nazionali – e magari regionali – senza capire che al di fuori di sistemi che garantiscono e regolano il libero scambio sarebbero condannati a subire le decisioni e le regole imposte da chi, per dimensioni, per potenza finanziaria, per influenza politica internazionale, è in grado di farlo.
La soluzione del problema quindi, se vogliamo mantenere quanto abbiamo e trasmettere ai nostri figli qualche certezza, è duplice: fare pulizia a casa nostra (non soltanto su corruzione e malavita) e portare avanti il processo di integrazione europea; qualcuno non ci sta? Avanti lo stesso, vedrete che prima o poi si accodano scodinzolando.

 

Franco Chiarenza
13 novembre 2017

La vera novità di questo inizio di campagna elettorale che stiamo vivendo è la discesa in campo di Pietro Grasso. La candidatura del presidente del Senato si rivelerà probabilmente determinante per lo schieramento di sinistra per diversi motivi:

  1. si tratta di una personalità che per prestigio istituzionale può in qualche misura superare i veti reciproci tra PD e MDP.
  2. facendo asse con Giuliano Pisapia, Laura Boldrini e forse Luciano Violante può rappresentare il perno di un virtuale comitato di garanti con la benedizione dei padri nobili della sinistra, Walter Veltroni e Romano Prodi.
  3. può costituire motivo di attrazione nei confronti di forze collaterali come il movimento per gli Stati Uniti d’Europa messo in campo da Emma Bonino.
  4. può contare probabilmente di appoggi mediaticamente significativi come quello di Roberto Saviano.
  5. infine last but not least può utilizzare la propria immagine di ex procuratore nazionale anti-mafia per contrastare la campagna dei Cinque Stelle che, come sempre, punterà su una generica damnatio di tutta la classe politica.

Rose e spine
Naturalmente non saranno rose e fiori; al contrario, le spine sono molte e si faranno sentire. Renzi rischia di restare confinato in un angolo anche perché Grasso, nelle sue prime mosse, non gli ha fatto sconti ritenendolo responsabile della crisi del PD. Già in difficoltà dovendo impostare una campagna elettorale alternativa alla destra ma sapendo che probabilmente dopo le elezioni con essa, o con una sua parte, dovrà fare i conti, cerca disperatamente di raccogliere consensi su temi tipicamente populisti come quello dell’avversione alle banche (fino al contrasto esibito muscolarmente con la Banca d’Italia), senza tenere conto dei rischi istituzionali che ciò comporta e della debolezza inevitabile di un discorso fatto da chi per parentele ed amicizie con banche in difficoltà ha avuto a che fare.
Anche per ciò che riguarda il programma la pretesa dell’estrema sinistra di rimettere in discussione il jobs act e la riforma scolastica Giannini (senza parlare delle pensioni e di altri temi su cui la pubblica opinione vibra con sensazioni diverse e spesso opposte) non consente molti margini di manovra per un accordo. Resta l’esigenza di un’unità delle sinistre che la legge elettorale rende imprescindibile anche a costo di riserve mentali pronte ad esplodere un’ora dopo aver conosciuto i risultati elettorali, seguendo la strategia che Berlusconi ha imposto al centro-destra. Una strategia utile per vincere e arginare l’ondata dei Cinque Stelle ma non per governare il Paese e compiere le scelte difficili che lo attendono.

Scenari
E’ presto per andare oltre nelle previsioni. Certo è che rischia di venir meno quel progetto varato alla “leopolda” nel quale Renzi si proponeva al governo del Paese trasformando il partito democratico in un “partito della Nazione” sulla base di principi sostanzialmente liberali sia in economia (difesa dell’economia di mercato con regole severe che ne tutelino il corretto funzionamento, rimozione delle corporazioni che inceppano lo sviluppo del Paese, fisco orientato a favorire la produttività) che in politica estera (maggiore integrazione europea) e nella formazione (scuola e università che premino il merito). Un percorso su cui il governo Renzi si è faticosamente inoltrato, andandosi però a fracassare su una riforma costituzionale frettolosa, mal costruita e senza tenere conto che il patto con l’opposizione (patto del Nazareno) per riformare le istituzioni attraverso scelte condivise poteva funzionare soltanto comprendendovi l’elezione del Capo dello Stato e soprattutto rinunciando a quei toni spavaldi da piccolo Cesare che hanno costituito parte rilevante della sua rovina.

 

Franco Chiarenza
10 novembre 2017

La vicenda è nota: Paolo Giordana, capo di gabinetto della sindaca di Torino Chiara Appendino (Cinque Stelle), ha dovuto dimettersi per avere sollecitato la cancellazione di una multa inflitta a un conoscente. Poca cosa ma indice di un costume assai diffuso dove l’esercizio del potere è sempre connesso all’eccezione privilegiata, spesso anche esibita. E’ significativo che l’episodio sia avvenuto a Torino e non – come ci si aspetterebbe – in una cittadina della provincia meridionale.

La purezza degli amministratori
Qualcuno ha pensato che la vicenda possa danneggiare l’immagine dei Cinque Stelle dimostrando la loro incapacità a scegliersi i collaboratori (confermando così l’impressione negativa della collega sindaca di Roma). Credo che non sia così.
L’elettorato dei Cinque Stelle è essenzialmente costituito da gente che si ribella al potere (politico e amministrativo) soprattutto per i privilegi che esibisce, per la corruzione diffusa ad ogni livello, per il clientelismo che domina incontrastato in ogni settore della pubblica amministrazione, e conseguentemente contesta il principio di delega considerando delegittimata la classe politica. Se così è l’episodio torinese si inquadra perfettamente nelle aspettative dei militanti del movimento e susciterà consenso e approvazione.
E’ davvero incredibile la resistenza che i politici degli altri schieramenti oppongono a qualsiasi intervento che ne limiti i privilegi, senza capire che il problema non è di valutare quanto essi siano giustificati da circostanze obiettive e quanto invece frutto di demagogia ma semplicemente di prendere atto che questi sono i sentimenti prevalenti nell’elettorato, e non soltanto in quello “grillino”. D’altronde i dati reali giustificano l’indignazione: trattamenti pensionistici che continuano ad essere privilegiati, auto blu due o tre volte più di quelle in dotazione alla classe politica di altri paesi comparabili, scambio di favoritismi (comprese le assunzioni), concorsi truccati, e chi più ne ha più ne metta. Demagogia? In parte forse sì, ma è quello che si merita una classe politica cieca e sorda a fronte del mugugno che sale dal Paese dove la classe media si trova alle prese con problemi inediti (come la disoccupazione giovanile) e aspettative tradite. Le ragioni delle difficoltà sono tante, complesse e in gran parte derivanti da fatti esterni ma ciò non toglie che l’opinione pubblica le attribuisca anche alla incapacità e all’incompetenza di chi ci governa.
Per questo forse l’asserita incompetenza dei Cinque Stelle diventa secondaria; forse che gli altri hanno dimostrato di essere più capaci?

Pagare le multe
Dobbiamo cominciare dal basso: pagare le multe invece di cercare l’amico che ce le cancella, fare la fila invece di saltarla, pagare il biglietto dell’autobus anche se il controllore non passa mai, e man mano salendo di livello, non pretendere dalla scuole promozioni non meritate, attuare la raccolta differenziata dei rifiuti, ecc. Ripristinare la legalità nei comportamenti quotidiani è un problema che riguarda tutti ed è la premessa per governare i cambiamenti che certamente si imporranno, ma l’esempio deve venire dall’alto, da chi pretende di rappresentarci. E’ veramente drammatico per la nostra democrazia che sia dovuto scendere in piazza un brillante comico per ricordarlo e per mobilitare il consenso su questi temi.
Naturalmente sappiamo tutti che per governare non basta essere onesti; lo sanno pure loro, i Cinque Stelle. E per questo, avendo messo in piedi un sistema di selezione della classe dirigente demagogico e inadeguato che apre l’esercizio del potere a dilettanti allo sbaraglio, stanno cercando di costituirsi un supporto di competenze tecniche che sia in grado di aiutarli. In realtà le cose non funzionano così: le competenze politiche non si acquisiscono “andando a scuola”, altrimenti avremmo tutti i docenti di scienze politiche al governo invece che in cattedra. Occorre macinare esperienze, cominciando dai circoli di quartiere e procedendo in responsabilità crescenti con responsabilità amministrative e politiche locali, regionali e infine nazionali. E’ questo il modello che dai tempi della repubblica romana ci tramandano le grandi democrazie occidentali. La politica è anche una professione, illudersi che consista soltanto nella registrazione degli umori popolari ha come unica conseguenza un rafforzamento del potere reale dei “tecnici” ai quali si finiscono per delegare quelle scelte e quelle mediazioni che ogni attività di governo comporta.

 

Franco Chiarenza
31 ottobre 2017

I referendum celebrati in Veneto e in Lombardia per chiedere maggiore autonomia non hanno evidentemente nulla a che fare con quello organizzato dagli indipendentisti catalani; li avvicina soltanto la coincidenza temporale e il fatto che sembrano entrambi segnalare un diffuso malcontento nei confronti degli stati nazionali.
C’è anche un altro aspetto che li accomuna: si tratta di regioni “ricche” che chiedono di separarsi da quelle più povere, e non è questione secondaria.

Gli “statuti speciali”
Ciò che in realtà chiedono veneti e lombardi (in parte) non è una indipendenza che sarebbe difficile e costosa da gestire e può essere pretesa soltanto sulla base di ragioni sentimentali, storiche, linguistiche che in Catalogna convivono con la convenienza economica, mentre non hanno serie motivazioni né in Lombardia né in Veneto, ma piuttosto il riconoscimento dello “status” di regioni a statuto speciale per i vantaggi economici che comporterebbe. La vicinanza con Regioni e Province a statuto speciale come il Friuli-Venezia Giulia e il Trentino hanno giocato in questo senso un ruolo fondamentale. Perché a Trento tanti vantaggi economici e nell’adiacente provincia di Belluno no?
In effetti gli “statuti speciali” rappresentano nel nostro ordinamento una componente irrazionale di differente origine e diversissime motivazioni: il primo risale al 1945 e fu concesso alla Sicilia allora percorsa da un fremito indipendentista in cui confluivano velleità culturali, interessi poco limpidi, sentimenti autonomistici, nostalgie storiche variamente colorite e persino connivenze col brigantaggio. Al Trentino il riconoscimento “speciale” è arrivato come conseguenza di quello alto-atesino quando la minoranza di lingua tedesca ottenne a favore della Provincia lo svuotamento dei poteri della Regione Trentino/Alto Adige (che De Gasperi aveva voluto per mantenere la prevalenza italiana). L’autonomia sarda non poteva mancare in presenza di quella siciliana e aveva alle sue origini motivazioni culturali, storiche e linguistiche molto forti. Anche la Valle d’Aosta rappresentò un tributo pagato alla Francia a protezione della sua minoranza linguistica, mentre il Friuli/Venezia Giulia fu il frutto di una politica di convivenza nei confronti della Slovenia e della Croazia dopo la dolorosa amputazione dell’Istria e venne costruita a tavolino mettendo insieme realtà storiche e culturali assai diverse come Trieste e Gorizia da una parte e Udine dall’altra con Pordenone. Anche in questo caso la domanda dei veneti è: cosa c’è di diverso tra Conegliano e Pordenone che distano tra loro 30 km in un contesto sociale e culturale identico?
Un quesito che pongono naturalmente le Regioni più ricche perché si fa loro credere che la possibilità di disporre di tutte o quasi le risorse che producono le favorirebbe evitando di dovere in qualche misura “soccorrere” quelle del sud bisognose di assistenza. Atteggiamento immorale, egoistico, e, oltretutto, fondamentalmente sbagliato (se non altro perché al sud, alle sue risorse umane, al risparmio ivi raccolto, ai suoi mercati, lo sviluppo delle regioni settentrionali deve molto).
Ma, giusto o sbagliato che sia, il problema si pone.

La riforma regionale
Messo in imbarazzo dalla convivenza con la Lega, Berlusconi ha fondamentalmente colto nel segno quando ha detto “facciamo tutte le Regioni a statuto speciale”. Un paradosso che contiene tuttavia l’unica soluzione del problema (già posto, ma in maniera confusa e grossolana, nella fallita riforma costituzionale di Renzi). Tutti “speciali”, nessuno speciale. Rivediamo le competenze, attribuiamo a tutte le Regioni una parziale autonomia fiscale, istituiamo una cassa comune di compensazione per finanziare i progetti infrastrutturali nel Mezzogiorno (che rappresentano una convenienza per l’intero Paese), diamo al Senato una visibilità regionale, possibilmente senza ricorrere ai consiglieri regionali itineranti partoriti dalla fervida fantasia di Renzi, e aboliamo di conseguenza i privilegi che oggi sono concessi alle Regioni a statuto speciale, compreso l’Alto Adige. Per la pace etnica e linguistica abbiamo già dato e molto; adesso la massima autonomia deve restare garantita per quanto attiene questioni culturali, linguistiche, organizzative, ma basta con vantaggi fiscali diversi da quelli di ogni altra Regione. Sono sicuro che una riforma siffatta, proposta senza altre aggiunte, chiaramente motivata e illustrata, troverebbe ampio consenso, soprattutto se nascesse da un’intesa trasversale per evitare che un partito o una maggioranza se l’attribuisca.

Franco Chiarenza
30 ottobre 2017

Siamo l’unico paese – tra quelli più importanti coi quali pretendiamo di confrontarci – che cambia spesso la legge elettorale. Il che è una componente non secondaria del distacco tra società civile e classe politica di cui, a parole, continuamente ci si lamenta.
E non soltanto perché da qualche tempo, col venir meno del voto di preferenza, il parlamento sia composto da “nominati” piuttosto che da “eletti” (problema tutto sommato secondario in un sistema proporzionale, come dirò) ma per la fondata impressione che importanti “regole del gioco”, quali certamente sono quelle che definiscono i sistemi elettorali, vengano di volta in volta modificate in funzione di veri o presunti interessi di parte.

L’elettorato non è stupido
Ma talvolta il gioco non riesce perché si fonda su previsioni che possono risultare errate; può così avvenire (ed è successo) che norme studiate per “punire” gli avversari si ritorcano contro chi le ha immaginate e imposte perché anche gli elettori (non tutti ma quanti bastano) qualche volta ragionano e cambiano voto proprio in funzione della legge elettorale. L’effetto tuttavia più dannoso della variabilità delle regole elettorali è proprio quello che riguarda l’immagine della classe politica, di qualunque colore, finendo per coinvolgere la credibilità dello stesso sistema democratico.
Non entro nel merito del cosiddetto “Rosatellum”, celermente approvato dal parlamento a colpi di mozioni di fiducia (altra grave scorrettezza istituzionale; il voto di fiducia dovrebbe sempre riguardare l’attività di governo non le regole istituzionali). Si tratta di un sistema elettorale né peggio né meglio di altri, essendo poi a conti fatti un “Mattarellum” modificato aumentando la quota proporzionale e in tal modo avvantaggiando le coalizioni; per questo il movimento di Grillo, notoriamente contrario a qualsiasi alleanza, lo considera uno strumento creato per precludergli la possibilità di andare al governo. In realtà ogni sistema proporzionale comporta la necessità di creare alleanze per costituire maggioranze di governo; non si capisce perché i Cinque Stelle fossero favorevoli al sistema tedesco che, essendo fondamentalmente proporzionale, rende necessarie le coalizioni di governo, come dimostra l’esperienza della Merkel che, pur avendo vinto le elezioni, è alle prese con una difficile trattativa per realizzare una nuova maggioranza. A meno che la differenza non consista nel fatto che il “Rosatellum” impone la scelta delle alleanze prima del voto mentre il sistema tedesco consente di affrontare il problema dopo le elezioni; ma in tal caso è legittimo il dubbio che la declamata trasparenza dei “grillini” altro non sia che un lasciare le mani libere ai propri capi. Perché – da sempre – in politica sono le alleanze che determinano la credibilità dei programmi sventolati in campagna elettorale.
Ma anche la “furbata” (come si direbbe a Roma) messa a segno dai partiti che si accingono a combattersi senza esclusione di colpi (almeno a parole) mettendo intanto fuori gioco il movimento di Grillo dimostra una debolezza che potrebbe rivelarsi pericolosa.
Accantonare mediante artifici istituzionali un problema di moralità politica, a torto o a ragione ritenuto fondamentale da ampie parti dell’elettorato (e in gran parte intercettato dal movimento di Grillo) invece di affrontarlo alla radice eliminando dal costume politico e amministrativo quelle forme di corruzione e di clientelismo che si sono diffuse nel corpo sociale come metastasi inarrestabili, serve soltanto a rafforzare la rappresentanza della protesta che ormai i Cinque Stelle si sono assunti (e sulla quale riescono a mantenersi uniti). Non vorrei che a forza di giocare ai quattro cantoni si finisca per arrivare al crollo dei cantoni e che chi sta in mezzo finisca per avere partita vinta.

Come uscirne
La sinistra pone la questione delle preferenze come discriminante per una “accettabilità democratica” di qualsiasi sistema elettorale. Ma tale affermazione è quanto meno ingenua. Chiunque ricorda le elezioni delle prime legislature repubblicane quando si votava con un sistema proporzionale (leggermente corretto) sa benissimo che gli eletti erano quasi sempre i primi delle liste predisposte dai partiti, anche quando non si ricorreva alla diffusa prassi fraudolenta di aggiungere le preferenze alle schede che ne erano prive (sono stato rappresentante di lista in ancor tenera età e lo ricordo bene). In un sistema proporzionale per liste quindi le preferenze sono poco più di una formalità che peraltro comporta gravi rischi di voto di scambio, pressioni clientelari, costi non indifferenti; abbiamo dimenticato che il referendum vinto da Mario Segni nel 1991 (vinto col 96% dei voti e 63% di partecipazione) riguardava proprio la soppressione delle preferenze.
L’unico modo per uscirne è ancora quello proposto in quegli anni dal “manifesto dei 31” in cui si chiedeva l’adozione di una legge elettorale uninominale a doppio turno (come quella sostanzialmente adottata con successo per l’elezione dei sindaci). E’ il solo sistema che rende gli eletti responsabili davanti ai loro elettori, garantisce la governabilità e se anche talvolta può discostare la composizione del parlamento da una puntuale rappresentanza dell’elettorato ha il vantaggio di determinare con certezza chi vince, con quali alleati, con quali programmi. Viene da molti anni adottato in Francia e da sempre e senza nemmeno il ballottaggio in paesi di antica tradizione liberale come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. In Germania il sistema è misto ma la presenza di tre forti partiti tradizionali (democristiani, socialisti e liberali) ha sempre impedito una frammentazione parlamentare; quest’anno alcune “new entry” hanno già messo in crisi la governabilità e la Merkel sta incontrando molte difficoltà a formare un nuovo governo stabile.

Se da noi si vuole cercare un compromesso si potrebbe approfittare dell’esistenza di due camere per adottare per esempio un sistema proporzionale (corretto da una consistente soglia di sbarramento) per la Camera e eleggere i senatori in collegi uninominali su base regionale.
Ma tutto ciò, in un paese come il nostro, non basta. Occorre rendere definitivi i sistemi adottati costituzionalizzandone i contenuti, per evitare ad ogni elezione di tornare a discuterne.
E, con l’occasione, riformare alcune competenze del Senato su cui non sarebbe difficile trovare un accordo ampiamente condiviso se si rinuncia all’idea bislacca di renderlo non elettivo e costituito da consiglieri regionali in trasferta. Se proprio se ne vuole evitare l’elezione diretta si può adottare con qualche modifica il modello del Senato francese.

Franco Chiarenza
28 ottobre 2017

La crisi in Catalogna ha riacceso l’attenzione su un vecchio tema, già sollevato a suo tempo da Altiero Spinelli, poi riproposto sempre più debolmente in diverse occasioni, fino a scomparire dall’agenda europea negli ultimi anni: quello della cosiddetta Europa delle Regioni. L’idea su cui si fonda la proposta nasceva – non a caso subito dopo la seconda guerra mondiale – partendo dalla constatazione dei danni prodotti dall’esasperazione dei nazionalismi sfociata in due conflitti che avevano sostanzialmente emarginato l’Europa rispetto alle nuove egemonie mondiali. Ci si chiedeva se l’Europa da rifondare non dovesse articolarsi in forme diverse dagli antichi stati nazionali che in fondo altro non erano che costruzioni, talvolta arbitrarie, prodotte dalla cultura statocentrica che il Vecchio Continente aveva ereditato dalla rivoluzione francese. Una nuova Europa quindi formata da grandi entità regionali omogenee per storia, cultura, condizioni economiche, unite tra loro da una federazione modellata sostanzialmente sull’esempio americano. Il tutto però – come appunto negli Stati Uniti – accompagnato da un potere federale forte espresso da un presidente eletto direttamente dal popolo e da un parlamento strutturato in una camera che rappresenti l’elettorato e una seconda costituita dagli stati federati. Un’idea che privilegia le autonomie e che trovò accoglienza nella costituzione che gli anglo-americani imposero alla Germania (per l’evidente preoccupazione che rinascesse il nazionalismo) con la quale vennero di fatto ricostituite entità regionali (lander) in gran parte corrispondenti agli antichi stati esistenti prima dell’unificazione realizzata nel XIX secolo dalla monarchia prussiana, dotate di poteri di governo che trovano il loro limite soltanto in quelli esplicitamente attribuiti al parlamento e al governo federali.
La tendenza a trasformarsi in stati indipendenti è emersa negli anni successivi in diverse parti d’Europa: non soltanto in Spagna (Catalogna e Paesi Baschi), ma anche in Francia (Corsica), in Belgio (Fiandra), in Gran Bretagna (Scozia, Galles e Ulster). Alcuni stati come la Jugoslavia creati – per la verità un po’ artificialmente – dopo la prima guerra mondiale, sono implosi scatenando sanguinose guerre civili e dando luogo a una frammentazione che ha trovato la conclusione di secolari conflitti inter-etnici rendendo indipendenti Slovenia, Croazia, Serbia, Kossovo, Bosnia, Macedonia, Montenegro. Anche la Cecoslovacchia ha visto separarsi (per fortuna consensualmente) la Repubblica Ceca e la Slovacchia. Pure l’Italia non è stata risparmiata, cominciando dai tentativi separatistici della Sicilia e dell’Alto Adige fino alle fantasiose creazioni “padane” della Lega di Bossi.
La crisi catalana sembra dimostrare che l’argomento è ancora attuale. Ma lo è davvero?

Stati-nazione, realtà ineliminabili
In realtà, malgrado le spinte separatiste, quasi ovunque (almeno in Europa occidentale) gli stati nazionali hanno risolto i problemi delle minoranze ricorrendo ad autonomie anche molto accentuate ma senza mai compromettere le competenze nazionali in politica estera, militare e di controllo sull’economia e la finanza (che, semmai, sono state devolute in parte a strutture sovra-nazionali come l’Unione Europea); anche regioni di comprovate tradizioni storiche, linguistiche, religiose, giunte molto vicine dalla secessione dagli stati in cui la storia li aveva collocati, hanno, alla fine, fatto un passo indietro.
Perché le cose sono andate così? (e andranno così probabilmente anche in Catalogna?)
Perché le motivazioni di orgoglio identitario diventano prevalenti solo quando si associano a meno nobili ragioni economiche, soprattutto quando queste ultime sono manipolate da pochi o molti demagoghi scaltri; non a caso le regioni con velleità secessioniste sono quasi sempre le più ricche. Basta far credere che chiudersi nei propri confini significhi disporre liberamente delle risorse prodotte in loco evitando che vengano utilizzate altrove o per finalità non immediatamente corrispondenti agli interessi della propria comunità. Il che è palesemente falso perché in tempi di globalizzazione non conta soltanto la ricchezza prodotta, ma anche – e forse di più – le norme che regolano gli scambi commerciali e la certezza del diritto per gli attori (sempre più mobili) dell’economia e della finanza internazionale. Nella partita che si gioca per stabilire le regole conta molto la dimensione (fisica, economica, politica, militare) dei soggetti che vi partecipano ed è inevitabile che gli equilibri vengano misurati sulla forza complessiva degli stati, formalmente tutti uguali ma dove qualcuno è più uguale degli altri. Potrebbe – per esempio – la Germania svolgere il suo ruolo egemonico in Europa se ai tavoli che contano invece della Repubblica federale sedessero come entità indipendenti la Sassonia, la Baviera, e gli altri 14 lander che la costituiscono? Qualcuno può pensare che nel direttorio della BCE il governatore della banca centrale slovacca conti quanto quello della Francia? Quanto potrebbe fare la Catalogna indipendente per difendere da sola la propria agricoltura rispetto alle possibilità di essere parte importante di un paese come la Spagna senza il cui accordo nessuna decisione può essere presa? Il mondo degli affari, la finanza, gli imprenditori, l’hanno capito da un pezzo: meglio contare all’interno di uno stato forte e autorevole che non rischiare di restare isolati e impotenti per un riguardo a tradizioni localistiche rispettabili ma oggi politicamente insignificanti ed economicamente motivate soltanto da un egoismo sociale tanto immorale quanto impraticabile. Fiscalità di vantaggio? E’ un’arma a doppio taglio se praticata in paesi che devono investire molte risorse in infrastrutture e deve fare i conti con l’Unione Europea (salvo chiamarsene fuori con tutti i problemi che ciò comporta).

Decidere da sé
A queste obiezioni gli “indipendentisti” rispondono che vogliono decidere da sé il loro destino pur ammettendo che i poteri nazionali sono ormai alquanto diluiti per effetto della globalizzazione e del decentramento, e (almeno in Catalogna), anche per questo, dicono di volere in ogni caso restare in Europa e continuare a far parte dell’Eurozona. Doversi far carico delle funzioni nazionali più impegnative e costose (politica estera, rete diplomatica, spese militari) renderebbe assai meno conveniente l’indipendenza; ignorarle contando sulla propria marginalità nella certezza che altri comunque provvederanno alla loro sicurezza toglierebbe a questi nuovi mini-stati qualsiasi credibilità (e possibilità di contare nelle sedi dove si decidono le strategie internazionali). Se, alla fin dei conti, ciò che dovrebbe cambiare riguarda l’istruzione, la giustizia, la sicurezza interna, l’ordinaria amministrazione, si tratta di materie che possono essere regolate nell’ambito di statuti regionali (come oggi già avviene).
A questo punto l’indipendenza diventa poco più che una soddisfazione sentimentale, perseguita in maniera convinta soltanto da gruppi (minoritari spesso anche all’interno degli schieramenti indipendentisti) che ritengono in una dimensione più ridotta di potere più facilmente effettuare esperimenti istituzionalmente innovativi, in senso autoritario o “socialmente avanzati”; premessa inevitabile di conflitti che possono rapidamente precipitare in un caos di cui le guerre balcaniche ci hanno dato un terrificante esempio.

Catalogna divisa
Un’ultima osservazione. I referendum hanno sempre dimostrato che le secessioni spaccano i paesi pressappoco a metà: creare un’indipendenza condivisa è in tali condizioni un’impresa assai ardua. Decenni (e qualche volta secoli) di unità statuale hanno prodotto inevitabilmente mescolanze, interessi, contaminazioni, strutture burocratiche, legislazioni comuni che è molto difficile dissolvere; il che, se l’indipendenza va in porto, determina tensioni, complicazioni, creazione di nuove minoranze dissenzienti. Lo dimostra quanto sta avvenendo in Catalogna, ma anche le vicende della Brexit; dove lo scioglimento di legami assai meno forti rispetto a quelli consolidati all’interno di stati nazionali secolari, si sta dimostrando difficile e pieno di incognite. Gli osservatori politici sono in proposito concordi: alla fine del percorso ne usciranno tutti più deboli, il Regno Unito ma anche le istituzioni di Bruxelles.

 

Franco Chiarenza
25 ottobre 2017

Un indecoroso balletto sta accompagnando il triste tramonto della Fondazione Luigi Einaudi per studi di politica ed economia costituita da Giovanni Malagodi nel 1962 e presieduta negli anni da personalità prestigiose come Gaetano Martino, Vittorio Badini Confalonieri, Franco Mattei, Ruggiero Moscati, Giancarlo Lunati, Valerio Zanone e Roberto Einaudi.
Fino ad oggi sono rimasto testimone attento e silenzioso nella speranza che un’istituzione prestigiosa alla quale avevo dedicato molti anni della mia esistenza arrivasse a un definitivo chiarimento, qualunque fosse. Adesso, anche per rispondere ai tanti amici e conoscenti che me lo chiedono, ho deciso di esprimere pubblicamente il mio pensiero ricordando sinteticamente cosa la Fondazione è stata in passato e perché ogni soluzione diversa dal suo scioglimento sarebbe impropria e non auspicabile.

Posta in liquidazione con una delibera dell’assemblea dei soci alla fine del 2014, riesumata l’anno successivo da un consiglio d’amministrazione falcidiato dalle dimissioni, rilevata dalla Fondazione Lucio Piccolo nel 2016 in cambio di una patrimonializzazione mai avvenuta, la Fondazione Einaudi di Roma era stata finalmente dichiarata estinta dalla competente prefettura nel luglio di quest’anno. Ma dopo l’estate, accogliendo un ricorso, la prefettura è tornata sui suoi passi concedendo una proroga in attesa che le ipotesi di ricapitalizzazione – sempre annunciate e mai realizzate – trovino finalmente conferma. Nel frattempo, non essendo in condizione nemmeno di pagare l’affitto, la Fondazione è stata trasferita dalla sede storica di largo dei fiorentini in un appartamento a Monte Mario messo a disposizione da una loggia massonica, i dipendenti sono stati licenziati, gli archivi e la biblioteca non sono consultabili per mancanza di personale, le attività si limitano alla presentazione di libri. La “marcia indietro” della prefettura è quindi difficilmente comprensibile: vero è infatti che con una sede concessa ad uso gratuito e la completa mancanza di personale dipendente le spese sono state azzerate ma è altrettanto vero che tale stato di cose impedisce alla Fondazione di svolgere i suoi compiti istituzionali che non sono certo quelli di trasformarsi in un circolo di affiancamento massonico. Rimane inoltre la contraddizione della mancanza di un patrimonio in grado di rappresentarne il presupposto legale. Si resta in attesa, come in una telenovela di cattiva qualità, di conoscere come sarà finalmente effettuata la sospirata “ripatrimonializzazione” (su cui insiste anche la prefettura), quale sarà il progetto culturale su cui la Fondazione dovrà stabilire le priorità operative (sempreché continui l’attività) e chi saranno i nuovi soci sostenitori che dovrebbero consentirle di resuscitare. In ogni caso è triste constatare come intanto la Fondazione abbia compromesso il patrimonio di prestigio e di credibilità che l’aveva accompagnata in passato, aggirandosi ormai come un ingombrante fantasma nel labirinto delle tante istituzioni culturali che si richiamano al liberalismo.

Le origini
Il 30 ottobre 1961 moriva Luigi Einaudi. Pochi mesi dopo Giovanni Malagodi costituiva la Fondazione a lui intitolata con l’intento di raccoglierne e rilanciarne la testimonianza politica e fornire al contempo un robusto inquadramento ideologico al partito liberale, alla cui ricostituzione dopo la guerra Einaudi (come Croce) aveva contribuito.
L’eredità politica di Einaudi andava ben oltre la semplice riaffermazione di un generico liberalismo. Lo statista piemontese aveva elaborato negli anni, anche attraverso le proprie variegate esperienze personali, una concezione del liberalismo capace di tenere insieme la grande tradizione del liberismo anglosassone, gli insegnamenti della scuola austriaca di Mises e Hayek, e l’idealismo liberale italiano di Benedetto Croce. Per questo il suo pensiero, articolato in una quantità di scritti che attraversavano quasi un secolo di storia italiana, parve a Malagodi il più adatto a disegnare un modello di società che, tenendo conto delle specificità italiane, si ispirasse alle nuove sensibilità sociali emerse dal manifesto di Oxford sottoscritto nel 1948 dai partiti e movimenti liberali di tutto il mondo. Un liberalismo quindi lontano dalle asprezze di un capitalismo incontrollato e capace invece di regolare l’economia di mercato liberandolo da quei “lacci e lacciuoli” corporativi e burocratici che più volte anche Guido Carli aveva denunciato.
Nacque con tali finalità ed obiettivi la Fondazione Luigi Einaudi per studi di politica ed economia con sede in Roma; da non confondere con quella quasi omonima di Torino costituita poco tempo dopo per gestire la grande biblioteca di Luigi Einaudi e che aveva trovato ospitalità nel prestigioso palazzo d’Azeglio messo a disposizione dalla Fiat.
Nel 1984 la Fondazione modificò il proprio statuto sciogliendo i legami (peraltro già molto attenuati) di affiancamento al partito liberale, assumendo una connotazione indipendente da ogni militanza politica, ulteriormente ribadita e rafforzata nel 2002.

Le iniziative
Molto ha fatto la Fondazione nei suoi cinquant’anni di vita per diffondere la cultura liberale, guadagnandosi un meritato prestigio; negli ambiti più diversi essa si è confrontata con i ritardi e le inerzie delle nostre istituzioni mediante iniziative che sono sempre state riconosciute di livello elevato e per questo meritevoli di attenzione da parte di ogni settore della cultura politica ed economica.
Il suo Comitato Scientifico è stato per molti anni presieduto dall’economista Domenico Da Empoli e si deve anche al suo impulso il conseguimento di successi importanti, a partire dall’assegnazione di molte borse di studio a studenti meritevoli che hanno poi svolto ruoli importanti nell’economia, nella politica, nell’università e nel mondo della comunicazione.
Particolare attenzione fu dedicata sin da principio ai problemi dell’economia a partire, negli anni ottanta, dalla prima presentazione in Italia della teoria della public choise (con la prestigiosa partecipazione del suo ispiratore, il premio Nobel James Buchanan) cui hanno fatto seguito altre iniziative che hanno approfondito le trasformazioni dell’economia di mercato man mano che la globalizzazione andava dispiegandosi risolvendo problemi secolari ma anche sollevando perplessità per le conseguenze di taluni effetti collaterali. Convegni, seminari, ricerche, in cui si sono impegnati molti giovani studiosi che alla Fondazione hanno legato i loro primi successi: tra gli altri Salvatore Carrubba, Angelo Maria Petroni, Giuseppe Vegas.
Nel 1995 la Fondazione, precipitata in uno stato di inerzia per vicissitudini finanziarie ormai lontane persino nel ricordo, stava per essere cancellata anche dai contributi pubblici. Poi, col decisivo impulso di Valerio Zanone che ne era divenuto presidente, gradualmente ma con decisione essa si è rimessa in piedi realizzando nuovi progetti, trasferendo la sede dai locali prestigiosi ma angusti di palazzo Fiano a San Lorenzo in Lucina in un appartamento più comodo in un edificio che fa parte del complesso edilizio dei Sacchetti in largo dei fiorentini, rivitalizzando la direzione scientifica con l’apporto decisivo di Giovanni Orsina, al quale va riconosciuto il grande merito di avere valorizzato gli archivi storici (e in particolare quello di Malagodi), stabilendo rapporti di collaborazione con altre associazioni e fondazioni liberali (tra cui la Fondazione Cortese di Napoli e il Centro Einaudi di Torino), favorendo la creazione e le attività dell’Associazione Amici della Fondazione nella speranza che per suo tramite si potessero convogliare nuove risorse umane e finanziarie.
Le tematiche affrontate negli anni successivi sono state numerose e non è questa la sede per enumerarle dettagliatamente. Ne ricordo alcune particolarmente importanti, cominciando dalla questione della compatibilità del federalismo (tanto popolare in quegli anni) con la tradizione politica del liberalismo italiano, trattata nel 1999 con ricerche che per la prima volta ne hanno analizzato costi e benefici al di là di pregiudiziali ideologiche che trasformavano un problema storico che risaliva al Risorgimento in una rissa caratterizzata da luoghi comuni e approssimazioni. Le presentazioni della ricerca di base a Torino e a Roma costituirono un vero successo con la partecipazione di personaggi importanti dell’economia, delle imprese e delle istituzioni. La ricerca fu seguita da una significativa integrazione in cui venne approfondito il ruolo che veniva ad assumere la Capitale con il suo hinterland in un eventuale contesto federale; anche la sua presentazione fu occasione di serrato dibattito a cui parteciparono il Sindaco, i presidenti della Regione e della Provincia e molti rappresentanti della politica e della società civile.
I problemi della comunicazione e dell’informazione, cruciali per la cultura liberale in un momento in cui trasformazioni spettacolari ne cambiavano radicalmente le modalità di impiego e di diffusione, sono stati affrontati alla fine degli anni ’90 con varie iniziative culminate nei primi anni del 2000 con un ciclo triennale di seminari realizzati a Napoli in collaborazione con la Fondazione Cortese e l’Università Suor Orsola Benincasa. Incontri assai diversi dai consueti convegni-passarella dove gli invitati arrivano, dicono frettolosamente la loro, e se ne vanno spesso senza nemmeno ascoltare opinioni diverse; i seminari infatti, intitolati “L’informazione come condizione di libertà”, erano preparati da linee-guida elaborate da un ristretto gruppo di lavoro (costituito da docenti ed esperti della storia e della comunicazione) che nelle sessioni pubbliche venivano sottoposte a un ampio confronto cui partecipavano interlocutori impegnati direttamente nella gestione dei mass-media. Si superavano in tal modo le generiche asserzioni di principio sulla libertà di informazione e sul suo ruolo portante nelle democrazie liberali per affrontare i problemi concreti del sistema di informazione nel nostro Paese.
Sarebbe stato un campo immenso su cui attuare altri percorsi di ricerca (che furono anche tentati con la costituzione a Firenze di un gruppo di lavoro interdisciplinare coordinato da Gilberto Tinacci Mannelli) ma purtroppo mancarono le risorse e negli anni successivi non si andò oltre l’organizzazione di un convegno annuale – peraltro molto apprezzato – in cui veniva presentato un rapporto di aggiornamento sull’evoluzione delle tecnologie digitali realizzato dagli amici di Italmedia Consulting; un appuntamento ospitato non casualmente dalla Federazione Nazionale della Stampa al quale partecipavano sempre i massimi rappresentanti dei principali mass-media pubblici e privati e dove non mancava mai un intervento dell’ Authority della Comunicazione (AGCOM) e di un rappresentante del Governo al massimo livello.
Dei problemi della scuola in senso specifico la Fondazione non si è occupata molto, con mio grande rammarico; vanno comunque ricordate alcune iniziative culminate nel 1997 in un grande convegno dove venne riesumata (inutilmente) la proposta di Einaudi di sopprimere il valore legale dei titoli di studio.

Opef
Una delle iniziative più originali, anche se apparentemente estranea agli ambiti di ricerca che la Fondazione si era data, è stata la costituzione di un osservatorio per le politiche energetiche ed ambientali (OPEF). Ambiente ed energia non hanno mai rappresentato in passato un punto centrale della sensibilità dei liberali storici (come non lo fu per altre culture politiche del secolo scorso). Soltanto da pochi decenni i problemi della tutela ambientale, strettamente associati alla questione energetica, sono apparsi determinanti per il futuro dell’umanità, anche se certe tendenze estremiste di alcuni movimenti “verdi” allarmavano i liberali che hanno visto in esse emergere un pericoloso integralismo che, prendendo a pretesto l’emergenza ambientale, potrebbe facilmente degenerare nella negazione di alcuni fondamentali diritti individuali. Che tuttavia il problema di una più consapevole tutela ambientale fosse reale non era più da mettere in dubbio e che con esso la cultura liberale dovesse fare i conti era un fatto incontestabile. Da questa constatazione, da una felice intuizione di Marcello Inghilesi e dal sostegno di Massimo Romano, nacque l’OPEF il quale nel corso di un decennio ha sviluppato molti temi specifici soprattutto attraverso l’organizzazione di “laboratori” che hanno consentito, lontano da clamori mediatici e speculazioni elettoralistiche, a tutti i soggetti interessati di confrontarsi senza contrapposizioni strumentali e sbandieramenti ideologici. Intorno al tavolo (quasi sempre nella splendida sede dell’ABI in palazzo Altieri) si sedevano amministratori pubblici, esperti, banchieri, imprenditori pubblici e privati, rappresentanti delle Autorità di garanzia dei diversi settori. Una formula che permetteva scambi di informazioni e l’allacciamento di sinergie lasciando la politica politicienne fuori dalla porta, salvo confrontarsi con essa in occasione di convegni pubblici che per la concretezza delle proposte hanno registrato sempre grande interesse e ai quali hanno partecipato i protagonisti del settore energetico italiano ed europeo (in uno di essi intervenne il commissario per l’energia dell’Unione Europea). Ma quando – essendo divenuto presidente della Fondazione Mario Lupo – si tentò il “colpo grosso” di trasferire questa attività in una iniziativa di ancor maggiore visibilità da realizzare con la LUISS, facendola finanziare dall’industria petrolifera ed elettrica, si commise l’errore di abbandonare l’esperienza precedente col risultato inevitabile che i sogni di grandezza rimanessero tali mentre vennero meno i più modesti “laboratori” che pure si erano dimostrati utili e costruttivi.

L’associazione degli amici
L’Associazione degli amici della Fondazione venne costituita nel 1997 con tre principali finalità: innanzi tutto aprire la partecipazione a singole persone (va ricordato infatti che i soci della Fondazione erano prevalentemente enti privati e pubblici, come la Banca d’Italia, e fondazioni bancarie come la Compagnia di San Paolo di Torino e la Fondazione Banco di Sicilia, imprese e comunque soggetti collettivi). In secondo luogo per raccogliere risorse finanziarie crowdfunding che potessero in qualche misura compensare la riduzione dei contributi pubblici. Infine per gestire iniziative sul territorio come corsi di formazione, convegni su problemi d’attualità, e presentazioni di libri.
In tale contesto l’Associazione ha organizzato – anche per conto della Fondazione – moltissime presentazioni e incontri tra cui vanno ricordati quelli che, con grande successo, si sono svolti nello splendido Oratorio del Gonfalone su temi di attualità con la partecipazione di personalità di primo piano del mondo politico ed economico.
Un’altra importante funzione affidata all’Associazione, che operava in piena autonomia e aveva propri organi dirigenti, era quella di sostenere le “scuole di liberalismo” che da tempo venivano organizzate da Enrico Morbelli, e che hanno coinvolto centinaia di giovani in diverse città (Roma, Milano, Torino, Parma, Bologna, Napoli, Bari, Lecce, Sulmona, Catanzaro, Messina, Palermo).
La formula era (ed è tuttora) molto semplice: ogni corso consisteva mediamente in una quindicina di lezioni tenute da personalità della cultura liberale (talvolta anche prestigiose); i frequentanti che lo desideravano potevano concorrere attraverso l’elaborazione di tesine scritte all’assegnazione di modesti premi in danaro messi a disposizione da sponsor volontari (tra cui in passato la stessa Fondazione Einaudi) oppure fruire della possibilità di frequentare i corsi estivi dell’IES in alcune università europee (per esempio Aix en Provence, Gummersbach). Le scuole di liberalismo hanno consentito – soprattutto nel periodo che seguì la contestazione studentesca degli anni ‘60 – una diffusione dei principi liberali al di fuori dei canali istituzionali (scuole, università) troppo spesso egemonizzati da culture politiche ed economiche ostili al liberalismo. Per questo è sembrato opportuno ad alcuni di noi mantenerle in vita sottraendole alle recenti e inquietanti vicissitudini della Fondazione trasformando l’Associazione degli Amici della Fondazione Einaudi in Associazione Scuola di Liberalismo. In tal modo le scuole di liberalismo, sotto la direzione del “sempregiovane” Enrico Morbelli, continuano a svolgere la loro attività.

Imparzialità
Dopo avere definitivamente reciso nel 1984 i legami col partito liberale la Fondazione ha sempre rifiutato di appoggiare schieramenti politici ed elettorali pure quando in qualche modo si richiamavano alle dottrine liberali. Così fu per il centro-destra, dove pure militavano personalità importanti del mondo liberale come Antonio Martino, Alfredo Biondi, Giuliano Urbani, Marcello Pera, e per il centro-sinistra in cui per un certo periodo si riconobbero Valerio Zanone, Raffaello Morelli, il gruppo di Critica Liberale. La barra della Fondazione rimase sempre ancorata al centro, non tra i diversi schieramenti ma al di sopra di essi, “una scelta – come recita una solenne dichiarazione del suo consiglio d’amministrazione del 2002 – non di neutralità ma di imparzialità: non di neutralità perché la Fondazione ha il suo fondamento ed orientamento nella cultura liberale, ma di imparzialità perché la cultura liberale, per gli stessi connotati che la distinguono, non conduce ad opzioni partitiche predeterminate”.
In piena coerenza con tali principi nel 2007, quando decise di impegnarsi politicamente nell’Ulivo (centro-sinistra), Valerio Zanone lasciò la presidenza della Fondazione che aveva mantenuto per diciassette anni. Gli succedette Roberto Einaudi, nipote diretto di Luigi. La sua presidenza fu caratterizzata da un’impresa straordinaria, quella di realizzare e portare in giro per l’Italia una grande mostra sulla figura di suo nonno, attraverso la cui vita era possibile ripercorrere la storia del nostro Paese nella prima metà del secolo XX. Il suo successo fu significativo dimostrando l’esistenza di una sensibilità liberale diffusa che andava ben oltre le contrapposizioni strumentali cui il liberalismo era stato sottoposto nel contesto italiano. La mostra fu inizialmente allestita al palazzo del Quirinale e inaugurata dal presidente Napolitano con un discorso molto importante perché segnò la definitiva presa di distanza dal suo passato comunista e il pieno riconoscimento della validità del pensiero liberale che negli scritti e nelle azioni di Luigi Einaudi trovava la sua migliore configurazione; un atto di onestà intellettuale che va riconosciuto. La mostra fu poi riallestita a Milano, Torino, Napoli e Ravenna. Difficoltà finanziarie e organizzative impedirono che continuasse il suo itinerario, ma comunque il segno che essa ha lasciato, soprattutto tra i giovani che l’hanno visitata in numero sorprendente, è stato importante.

La crisi
Da un certo momento in poi la Fondazione aveva cominciato ad avere serie difficoltà economiche. Il problema non era soltanto suo ma, quale più quale meno, di tutte le associazioni e fondazioni culturali, malgrado esse rappresentino in uno stato moderno quel tessuto connettivo della partecipazione che sin dai tempi di Tocqueville è considerato il fondamento di una democrazia liberale. Le cause di questa progressiva asfissia sono molte e tra queste possiamo menzionare innanzi tutto la diminuzione drastica dei finanziamenti pubblici (perché quando si tratta di tagliare le spese le prime vittime sono sempre le entità culturali). Il che di per sé non sarebbe un male se fosse accompagnato dal varo di una legislazione in grado di incoraggiare soggetti privati a finanziare la cultura (anche quella politica ed economica) attraverso adeguati vantaggi fiscali; ma diventa esiziale quando ciò non avviene.
Un’altra ragione – forse anche più importante – è legata al venir meno delle identità ideologiche su cui le fondazioni di cultura politica si erano prevalentemente costituite. Le loro specificità sono venute attenuandosi e il brodo, a forza di allungarsi, è diventato troppo omogeneo ed insipido, per cui molte di esse hanno finito per rappresentare soltanto strumenti di ricerca storica delle proprie matrici originarie e di conservazione degli archivi provenienti soprattutto dai protagonisti della prima repubblica. In questo quadro si comprende perché – in assenza di progetti di ricerca autenticamente innovativi e proiettati sul futuro – venisse meno l’interesse delle imprese e delle banche a impegnarsi finanziariamente nei confronti di strutture che avevano perso la capacità di analizzare i cambiamenti sociali e di proporre soluzioni innovative da immettere nel circuito del confronto politico. In un paese – come il nostro – disinteressato alla propria storia e in cui la politica procede con aggiustamenti di basso profilo senza essere mai in grado di superare l’ordinaria amministrazione, ogni tentativo di andare oltre la contingenza e di prospettare scenari di lungo termine è destinato a perdersi in una prassi riduttiva, miope quanto cinica, dove la regola dominante sembra essere quella attribuita a Luigi XV: après moi le dèluge.

Eppure non mancavano i grandi temi su cui la cultura liberale – soprattutto nel nostro Paese – doveva confrontarsi e cercare convergenze orizzontali che prescindessero dagli schieramenti politici tradizionali. Era su questi che la Fondazione doveva focalizzare i suoi sforzi anche per connotarsi come laboratorio prestigioso dell’evoluzione del pensiero liberale. Penso, per esempio, a una riforma liberale della giustizia che elimini i tribunali amministrativi o quanto meno ne riduca le competenze e soprattutto attui finalmente la separazione delle carriere e delle funzioni nella giustizia penale, alla delegificazione e alla riduzione della presenza pubblica per allineare la nostra società ai modelli funzionali delle democrazie nordiche e anglosassoni. Problemi da risolvere anche attraverso una coraggiosa riforma della Costituzione legittimata da un’assemblea costituente eletta esclusivamente a questo fine in modo da non confondere la normale dialettica politica tra maggioranza e opposizione con la ricerca di intese condivise sulle regole del gioco. Sembrava che su ognuno di questi temi le convergenze non mancassero ma ogni volta che la Fondazione cercava di affrontarli senza le cautele dovute alle corporazioni che presidiano lo status quo, quegli stessi amici che ci avevano incoraggiato hanno prudentemente preferito restare nel vago o addirittura scomparire. E senza convergenze e mezzi finanziari ogni iniziativa rischiava di trasformarsi in una giostra donchisciottesca contro i mulini a vento.

Lupus in fabula
Di fronte alle crescenti difficoltà finanziarie, dopo le dimissioni di Roberto Einaudi dalla presidenza, il consiglio d’amministrazione decise nel 2011 di affidare la Fondazione a Mario Lupo, un manager di lungo corso il quale, proprio per l’esperienza acquisita, pareva in grado di raccogliere le risorse necessarie per rilanciarla o quanto meno consentirne la sopravvivenza. Purtroppo, malgrado l’impegno profuso dal nuovo presidente, l’obiettivo non venne raggiunto e non è questa la sede per ricordare le ragioni del dissenso che portò me e Marcello Inghilesi a dimetterci dalla vice-presidenza; ma va detto che, al di là dei metodi di gestione, la questione di fondo restava la mancanza di una strategia in grado di creare un’immagine identitaria chiaramente percepibile mentre si procedeva invece nell’accattonaggio di qualche inutile ricerca su cui lucrare modesti margini. Sta di fatto che gli SOS della Fondazione cadevano regolarmente nel vuoto; finché si parlava di teoria e si facevano aulici appelli alla carenza di una cultura liberale tutto andava bene, quando si passava agli aspetti più concreti, tutti si voltavano dall’altra parte.
Fu allora – nel 2014 – che si profilò un possibile “salvataggio” da parte di un “cavaliere bianco”, che peraltro nel caso specifico assumeva indubbie tonalità azzurre; si trattava infatti di Silvio Berlusconi il quale, consapevole del deficit di cultura politica che caratterizza ancora oggi una parte rilevante della dirigenza di centro-destra, con evidenti conseguenze di dilettantismo, incompetenza, subordinazione agli inganni burocratici, debolezza nei confronti internazionali, e chi più ne ha più ne metta, deluso come può esserlo chi ha avuto in mano le carte migliori e non ha saputo giocarle, aveva “scoperto” tardivamente che la destra vince le elezioni ma non ha la cultura politica per governare. Su tale ipotesi di salvataggio, perseguita da Mario Lupo pur sapendo come essa avrebbe trasformato radicalmente la natura stessa della Fondazione (destinata probabilmente a diventare una scuola di formazione per quadri dirigenti di Forza Italia), i consiglieri d’amministrazione e i soci più importanti si divisero. Per alcuni di noi (Zanone,Einaudi, Inghilesi, Ortis, e altri) la Fondazione, con cinquant’anni di storia alle spalle, non poteva prestarsi a questa manovra; non soltanto perché contravveniva palesemente a un indirizzo che essa aveva posto a fondamento della sua stessa ragion d’essere ma anche perché – a nostro avviso – Berlusconi e il suo movimento politico non potevano essere considerati parte del pur variegato contesto culturale che si richiama al liberalismo: populismo, demagogia, culto del leader, rifiuto dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, ambiguità sulla laicità delle istituzioni, non appartengono alla cultura liberale, ma semmai al conservatorismo nazional-popolare. Il progetto comunque fallì perché Berlusconi si tirò indietro, forse anche per l’opposizione di alcuni importanti esponenti del centro-destra come Paolo Romani e Renato Brunetta. Pare che Giorgia Meloni, allora ancora nel berlusconiano “Popolo della libertà”, abbia esclamato: “Ma che c’entriamo noi con Einaudi?”.
E aveva ragione.

Epilogo (provvisorio)
La storia della Fondazione ha avuto un epilogo sconcertante di cui molti portano la responsabilità. Dopo il fallimento dell’ipotesi berlusconiana tutta la vecchia guardia (Zanone, Einaudi, Da Empoli, Inghilesi) e i soci più prestigiosi (Banca d’Italia, Compagnia di San Paolo ed altri minori) sostennero che l’unica soluzione onorevole fosse ormai rappresentata dallo scioglimento della Fondazione che infatti fu deliberato dall’assemblea dei soci alla fine del 2014. Ma Mario Lupo, e con lui la maggioranza di un consiglio d’amministrazione decimato dalle dimissioni, pur di evitarne la chiusura ritenne invece di dovere accettare l’offerta di una fondazione siciliana intitolata al poeta Lucio Piccolo; offerta che sin dall’inizio si presentava quanto meno discutibile considerando che la fondazione proponente non si occupava di problematiche affini, non aveva disponibilità liquide certe per onorare gli impegni che andava assumendo e non forniva alcuna adeguata garanzia. In breve l’avvocato Giuseppe Benedetto si trasferì dalla presidenza della Fondazione Piccolo a quella della Fondazione Einaudi, un’assemblea improvvisata avallò l’operazione, i soci più prestigiosi uscirono, Roberto Einaudi si dimise protestando (Valerio Zanone era nel frattempo morto, non senza esprimere pochi giorni prima la sua contrarietà).
I nuovi dirigenti, malgrado l’immissione di quadri giovani che apportarono inizialmente un interessante contributo di idee (senza peraltro risolvere i problemi di fondo della Fondazione), tentarono un rilancio che non andò lontano in assenza di una patrimonializzazione (o anche soltanto di adeguati finanziamenti). Il rifiuto di Giuseppe Benedetto di mettere a disposizione la presidenza per consentire su nuove basi il rilancio della Fondazione con il sostegno di una cordata di imprenditori e professionisti milanesi ha provocato uno scontro interno tra gli “occupanti” provenienti dalla Fondazione Piccolo (Benedetto, Giacalone, Pruiti Ciarello) e i fautori della “svolta” (tra i quali lo stesso Lupo, presidente onorario per norma statutaria); ne è conseguita un’epurazione dei dissenzienti (con modalità abbastanza sconcertanti) e l’abbandono di molti tra quanti avevano sperato di fare rivivere la Fondazione (tra gli altri Giovanni Orsina, che aveva accettato di presiedere il Comitato Scientifico, Lorenzo Castellani, che era stato nominato segretario generale, Piero Paganini, Enrico Morbelli, Saro Freni, Gianmarco Brenelli).
Una danza macabra sullo scheletro di un’istituzione che meritava di concludere i suoi giorni in maniera più dignitosa.

Mi sono chiesto il perché di tanto accanimento che certo non può essere attribuito a uno sviscerato amore per la Fondazione e la sua storia essendone il presidente Benedetto, il vice-presidente Giacalone (di chiare origini lamalfiane), l’avvocato Priuti Ciarello, rimasti in passato sempre estranei; la sola risposta che ho trovato è che gli attuali occupanti intendano trasformare la Fondazione in un soggetto partitico, perno di improbabili avventure elettorali. A confermare le mie supposizioni è giunta puntualmente la costituzione di un mini-partito, LiberItalia, – appoggiato formalmente dalla Fondazione – che si propone di affrontare la competizione elettorale.
Cui prodest?

Franco Chiarenza
20 ottobre 2017

P.S. Cinquant’anni di storia non si possono ridurre in poche pagine. Chiedo scusa quindi per le tante omissioni – specialmente per quanto riguarda le iniziative della Fondazione – che in questo scritto sono state inevitabili. Esse peraltro, insieme a inesattezze che molti dei protagonisti potranno contestarmi, non tolgono valore all’insieme del quadro che ho voluto tracciare per dare, soprattutto a chi non ha vissuto la nostra esperienza, il senso complessivo di ciò che ha rappresentato nel contesto delle culture politiche del dopoguerra la Fondazione Luigi Einaudi di Roma. E perché, nell’impossibilità di mantenerne il livello qualitativo, sia preferibile sancirne la definitiva cessazione. Parce sepulto.

L’opinione pubblica italiana (me compreso) che aveva accolto con soddisfazione le esplicite aperture europeiste del nuovo presidente francese è rimasta senza parole. La tanto temuta Marine Le Pen non avrebbe potuto fare peggio: prima l’inutile sgambetto all’Italia convocando a Parigi i duellanti libici che si sono lasciati con un accordo sulla carta da attuarsi in primavera dell’anno prossimo e di difficilissima realizzazione, poi la nazionalizzazione dei cantieri navali di Saint Nazaire dopo che la Fincantieri ne aveva acquisito l’anno scorso il 67% delle azioni dal fallimento della sudcoreana STX (la quale le aveva comprate molti anni prima senza alcuna opposizione da parte del governo francese). Una nazionalizzazione che sarebbe stata più comprensibile se l’acquirente non fosse stato un partner europeo, ma che si tinge in questo caso di un protezionismo nazionalista in antitesi non soltanto alle dichiarazioni d’intenti di Macron ma anche alla politica di apertura ai capitali europei (e soprattutto francesi) che l’Italia ha perseguito nell’ultimo decennio.
Anche il brutale respingimento di poche decine di immigrati che avevano varcato il confine a Ventimiglia rientra in questo quadro di malcelata ostilità verso l’Italia di cui non si comprendono le ragioni rappresentando esso una vera e propria retromarcia rispetto alla carta d’identità che il presidente francese aveva esibito prima di essere eletto e che oltretutto rischia di provocare effetti collaterali di lunga durata anche per le future strategie europee. Se infatti tra la fine dell’anno e l’inizio del 2018 dovesse davvero avviarsi un processo di unificazione tra i paesi del “nocciolo duro” dell’Europa con cessioni di sovranità in campo militare e di coordinamento finanziario, attizzare un clima nazionalistico d’antan appare controproducente e porta acqua al mulino degli oppositori del progetto.

En attendant
E’ ancora presto per trarre da queste prime mosse maldestre conclusioni definitive sulla capacità di Macron di rappresentare una leadership di dimensioni europee; non sempre è vero (almeno in politica) che la giornata si vede dal mattino.
Il governo Gentiloni ha reagito bene: mentre i rispettivi ministri si scambiavano battute al vetriolo, il presidente del consiglio e il ministro dell’Economia, pur non nascondendo il fastidio e la delusione, si sono mantenuti su una prudente posizione di attesa; a loro spetterà in sostanza l’ultima parola se si cercherà un’intesa al massimo livello. La Commissione Europea, che pure in materia avrebbe qualcosa da dire, per ora tace; il segretario del partito democratico invece purtroppo parla cercando di mettersi in competizione nazional-demagogica con il governo francese minacciando la nazionalizzazione di Telecom (di cui virtualmente la francese Vivendi ha ormai assunto il controllo). Ancora una volta invadendo le competenze del governo e mettendo in difficoltà Gentiloni. Ma la politica non è una partita di “monopoli”; qualcuno dovrebbe spiegarlo al “segretario fiorentino” il quale potrebbe forse utilmente rileggere gli insegnamenti del suo lontano predecessore che si chiamava Machiavelli.

Intanto però la vecchia Unione burocratizzata e accusata di inefficienza e incapacità di rappresentare gli autentici valori europei si muove mettendo in discussione l’evoluzione giuridica e costituzionale della Polonia e dell’Ungheria, sempre più tentate ad avvicinarsi al modello di “democrazia autoritaria” di Putin, e insistendo per la ricollocazione dei profughi che affollano l’Italia e la Grecia. Anche con la Gran Bretagna le trattative continuano e la Commissione di Bruxelles non sembra voler lasciare spazio a iniziative bilaterali. La Corte di giustizia, da parte sua, nel respingere interpretazioni forzate della convenzione di Dublino ribadisce tuttavia che i cambiamenti, quando si rendono necessari, si fanno modificando i trattati non cercando di aggirarli; una conclusione che, se in apparenza mette in difficoltà l’Italia, in prospettiva potrebbe rafforzarne la posizione negoziale all’interno dell’Europa.

 

Franco Chiarenza
31 luglio 2017

Personaggio complesso, indecifrabile se non si tiene conto delle sue origini, Enzo Bettiza ha svolto un ruolo importante nel liberalismo italiano del dopoguerra. Era nato a Spalato in Dalmazia e la sua famiglia faceva parte della ricca borghesia di origine veneta che per diversi secoli ha convissuto con la maggioranza serbo-croata di quella tormentata regione adriatica. Esiliato in Italia dopo la nascita della repubblica comunista in Jugoslavia, è stato giornalista, scrittore, deputato del partito liberale. In sintonia con Indro Montanelli, col quale condivideva un anti-comunismo senza sconti, nel 1973 lasciò il Corriere della Sera per fondare “Il Giornale”.
Laico convinto sostenne nel partito liberale la linea “lib-lab” portata avanti da Altissimo per contenere il pericolo di un compromesso storico tra cattolici e comunisti, ma al sorgere della Lega non nascose la sua simpatia per il secessionismo lombardo-veneto che ne rappresentava il fondamento. Contraddizioni che vanno lette appunto nella cultura mitteleuropea adriatica che rappresentò sempre una caratteristica del suo impegno letterario e giornalistico, nel quale è sempre presente una grande attenzione per le trasformazioni del mondo dell’Europa orientale dove le distinzioni linguistiche e culturali si sono mescolate per secoli senza corrispondere quasi mai ai confini politici.
Testimone lucido e attento del suo tempo – che è anche il mio – fu liberale più per istinto e per cultura che non per convinta adesione alle teorie economiche e giuridiche del liberalismo; un personaggio peraltro da iscrivere senza esitazione nel “pantheon” dei liberali del XX secolo.

 

Franco Chiarenza
28 luglio 2017