La difficile questione degli immigrati non si risolve a colpi di cannone né verbali né sparati da navi da guerra; la partita va giocata con attenzione e tenendo conto dei rapporti di forza, delle coincidenze elettorali, delle sensibilità identitarie (talvolta minoritarie ma esibite con grande vigore contando sulla complicità dei media). Gentiloni e Minniti la stanno giocando bene, forti anche del fatto che Renzi in questo caso non li disturba più di tanto, ben felice se sarà questo governo di transizione ad accollarsene onori ed oneri (soprattutto questi ultimi).
Minniti sta cercando di mettere ordine nel caos delle prime accoglienze, delle ong, delle identificazioni, che rappresentano l’impegno italiano più importante e su cui il governo si gioca la propria credibilità nelle altre capitali europee.
Gentiloni da parte sua con una serie di mosse azzeccate ha ottenuto due risultati molto importanti: rimettere in primo piano la questione e condizionare l’adesione italiana a future integrazioni alla “europeizzazione” del problema della ricollocazione (a questo sono serviti gli incontri trilaterali con Merkel e Macron). Di più: il problema della Libia è tornato in evidenza con un significativo cambiamento di rotta. Non si parla più di improbabili governi libici unitari ma si tratta con chi c’è, rafforzando Serraj a Tripoli e cercando di comprare la collaborazione delle tribù che controllano il Fezzan da dove transitano in gran parte i profughi provenienti dai paesi sub-sahariani. Anche in questo caso l’intesa con Francia e Germania è necessaria per evitare che il sostanziale “protettorato” che si cerca di realizzare non venga percepito come un’azione unilaterale dell’ex-potenza coloniale.
In questa situazione in movimento la minaccia di respingere dai nostri porti le navi che non battono bandiera italiana (come la maggioranza delle ong) ha una valenza più psicologica e mediatica che realistica ma serve ad allarmare le opinioni pubbliche del resto d’Europa e spingerle a un’attenzione che finora era mancata. La vecchia idea di Renzi – riproposta forse per non sentirsi escluso – di non pagare più i contributi all’Europa se non verranno effettuati i ricollocamenti deliberati dalla Commissione Europea, appare semplicistica e irrealizzabile considerando i tempi e le procedure che i trattati prevedono per sanzionare i paesi inadempienti; peraltro le procedure di infrazione nei confronti di alcuni stati sono partite e suscitano il dovuto allarme in Ungheria, Cechia, Slovacchia, anche perché il crescente clima di ostilità tra le istituzioni comunitarie e la Turchia, ormai avviata sulla strada di un autoritarismo che lascerà sempre meno spazio alla libertà di espressione e all’attività politica degli oppositori, potrebbe preludere al venir meno del contenitore turco che fino ad oggi ha salvato l’Europa balcanica da una massiccia immigrazione da est.
In questo quadro si inserisce l’improvvisa richiesta americana all’Italia affinché svolga un ruolo più attivo – anche militare – per riportare l’ordine in Libia; sicuramente improvvisata e approssimativa come ormai ci sta abituando l’amministrazione Trump, essa significa tuttavia che il supporto strategico americano non verrà meno se, in altri modi e con altri mezzi, i paesi europei interessati alla stabilizzazione del Mediterraneo condurranno fino in fondo un’azione comune per fermare in Africa i flussi migratori. E soprattutto per riportare il problema dell’Africa e del suo sviluppo al centro della nostra attenzione perché – al di là di ogni ragione morale – è nel nostro interesse.

 

Franco Chiarenza
15 luglio 2017

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