Che ci sarebbero state delle correzioni di rotta rispetto agli annunci elettorali era immaginabile; meno prevedibile che i cambiamenti sarebbero stati così rapidi e drastici. Vediamo i diversi fronti aperti dal nuovo presidente americano.

Rapporti con la Russia
E’ il terreno su cui Trump si è trovato in maggiore difficoltà. Le sue aperture verso Putin in campagna elettorale hanno dovuto subito misurarsi con i sentimenti anti-russi prevalenti nelle forze armate e nello stesso establishment del partito repubblicano; le rivelazioni sulle interferenze russe nella campagna elettorale attraverso fake news orchestrate da Mosca, vere o false che siano, hanno profondamente colpito l’opinione pubblica. Non manca chi pensa che Trump sia ricattabile per qualche trascorso durante i suoi soggiorni moscoviti. In ogni caso il presidente ha immediatamente compreso che il problema dei rapporti con la Russia rappresenta un terreno minato e conseguentemente da un lato ha allontanato i consiglieri più sospetti di connivenze filo-russe (e in particolare Michael Flynn e Steve Bannon) e dall’altra ha alzato i livelli di scontro con Putin. In quest’ottica vanno lette l’azione militare contro Assad in Siria e il sostanziale fallimento della missione di Tillerson a Mosca. Putin lo sa e mostra pazienza; si limita a blindare la posizione di Assad rinsaldando sulla politica siriana i rapporti con l’Iran.
Nella conferenza stampa congiunta di Tillerson e Lavrov il ministro degli esteri russo ha ripetutamente richiamato i precedenti dell’Iraq e della Libia quali esempi da non imitare; come dire che prima di rovesciare Assad bisogna essere d’accordo con chi e cosa sostituirlo.

Rapporti con l’Europa
Anche Trump – come tutti – attende l’esito delle elezioni francesi e tedesche; sicuramente “tifa” per Marina Le Pen all’Eliseo e spera in una sconfitta della Merkel a Berlino. Nel frattempo i rapporti con l’Europa (Gran Bretagna esclusa, ma fino a un certo punto) restano in sostanza gelidi. Al centro del contenzioso le misure protezionistiche contro alcuni prodotti europei come ritorsione per analoghi comportamenti europei nei confronti della carne americana. Un atto dovuto nei confronti degli allevatori statunitensi (che della candidatura Trump sono stati sostenitori) e che, in toni più morbidi, era già stato sollevato da Obama.

Rapporti con la Cina
La visita di Xi Jinping a Washington è andata meglio del previsto, anche per l’atteggiamento pragmatico di entrambi gli interlocutori. Le bellicose intenzioni preannunciate da Trump sono rimaste nel cassetto anche probabilmente per le perplessità espresse da Wall Street e dalle multinazionali ormai strettamente integrate nell’economia cinese. I problemi esistono e sono gli stessi che Obama voleva regolare con un accordo multilaterale in grado di contenere l’egemonia cinese; l’avversione di Trump per ogni forma di multilateralismo ha congelato il progetto ma le pressioni giapponesi, australiane e di altri importanti paesi del Pacifico (a cominciare dall’India) non mancheranno di farsi sentire.

La politica interna
La fretta è sempre cattiva consigliera. L’ossessione di annullare subito l’Obamacare sull’assistenza sanitaria ha prima generato un topolino (modifiche molto parziali) poi una sconfitta. Ricordando le resistenze di alcuni settori del partito democratico Trump era convinto di neutralizzare gli estremisti del suo partito; invece le opposizioni si sono coalizzate e Trump è stato costretto a ritirare il suo progetto. Una sconfitta soprattutto di immagine.
Restano intatti i problemi di fondo: come conciliare la diminuzione delle tasse promessa in campagna elettorale con la politica di investimenti infrastrutturali e di potenziamento militare che si vorrebbe mettere in atto. Una contraddizione risolvibile soltanto con un ulteriore
indebitamento, con tutti i problemi che ciò potrebbe comportare nel medio e lungo termine.

Conclusioni (per ora)
I primi cento giorni di Trump appaiono caratterizzati dalla preoccupazione di mostrare una sostanziale discontinuità dalla politica dell’amministrazione precedente; consapevole della debolezza derivata dalla modalità della sua elezione, dall’ostilità dei media che riflette la sfiducia di una parte dell’opinione pubblica che ha un peso rilevante nell’establishment, cerca di consolidare i rapporti con alcuni poteri forti a cominciare da quello militare. La realtà delle cose tuttavia lo spinge inesorabilmente a una sostanziale continuità con la politica estera di Obama: contenimento delle aspirazioni egemoniche della Russia, ridefinizione dei rapporti economici con la Cina, rinuncia al paventato isolazionismo.
Dove si registra una differenza non è nelle prove muscolari, destinate probabilmente a restare manifestazioni di immagine, ma piuttosto nel volere sostituire alla politica multilaterale di Obama, fondata su alleanze e trattati vincolanti, una totale autonomia limitata tutt’al più da intese bilaterali in cui fare valere il peso specifico degli Stati Uniti. In questo quadro si comprende l’ostilità verso la NATO, il ridimensionamento delle Nazioni Unite, la diffidenza nei confronti del WTO (proprio nel momento in cui la Cina, dopo una lunga attesa, sta entrando a farne parte), e così via. Se tale prospettiva sarà mantenuta e non dovrà anch’essa fare i conti con i problemi complessi della globalizzazione e con la stessa convenienza degli Stati Uniti al rispetto di regole condivise, potrebbero verificarsi cambiamenti importanti su due versanti: quello dei rapporti con l’Europa e ancor di più la politica ambientale. Ma anche su questi punti Trump dovrà affrontare il dissenso di parti importanti dell’opinione pubblica presenti anche nel suo partito.
Insomma malgrado le contorsioni dovute all’immersione improvvisa di un personaggio impreparato e mal consigliato nel mare della complessità di una potenza globale, il terremoto provocato dall’imprevisto esito elettorale americano continuerà a registrare scosse di assestamento per un periodo ancora lungo. Non tali però da provocare cambiamenti epocali. Almeno speriamo.

 

Franco Chiarenza
14 aprile 2017

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