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Non è un appello sentimentale per tenere viva l’attenzione nei confronti delle uniche vere vittime della tragedia afghana, le donne, gli uomini e i bambini che da un giorno all’altro sono rimasti ingabbiati in un sistema politico e sociale diverso da quello in cui, tra attentati e difficoltà di ogni genere, erano comunque vissuti negli ultimi vent’anni. Una doccia scozzese che dura peraltro da settant’anni. Quando ci andai negli anni ’70 a Kabul regnava ancora Zahir Shah; il paese si presentava come una confusa aggregazione di tribù pressochè indipendenti ma nelle città principali funzionava un primo abbozzo di stato moderno con scuole, mercati, servizi che progressivamente tendevano a trasformare anche l’Afghanistan in una nazione moderatamente laica (come erano in quegli anni le altre del Medio Oriente).

Pochi anni dopo un colpo di stato portò alla costituzione di una repubblica socialista ispirata e sostenuta dall’Unione Sovietica; durò vent’anni finchè, incalzato dai guerriglieri armati e finanziati dagli Stati Uniti, anche il regime filo-comunista dovette rassegnarsi a soccombere senza essere riuscito a scalfire il potere medioevale delle diverse etnie locali. Al loro posto gli “studenti islamici” – gli ormai famosi talebani – che tutto sono fuorchè studenti nel senso che noi diamo alla parola, istituirono un regime fondamentalista religioso rimasto famoso per i suoi estremismi e il fanatismo dei governanti; i quali peraltro sarebbero stati lasciati in tranquilla pace (anche per la ridotta importanza geopolitica che ormai l’Afghanistan rivestiva) se non avessero commesso un errore gravissimo: ospitare e proteggere le basi del terrorismo islamico che minacciava la sicurezza del mondo occidentale.

Quando con gli attentati del 2001 e la distruzione delle torri gemelle di New York il terrorismo raggiunse il massimo livello sfidando a casa sua il paese simbolo del liberalismo occidentale, il governo americano reagì invadendo l’Afghanistan, eliminando i santuari terroristici e instaurando un sistema politico debolmente democratico; terzo tentativo di modernizzazione di un paese che ostinatamente, soprattutto fuori dalle maggiori città, sembrava rifiutare qualsiasi processo di cambiamento rispetto alle proprie tradizioni feudali. Puntualmente dopo vent’anni gli americani e i loro alleati (tra cui noi) hanno dovuto abbandonare Kabul al suo destino (né, malgrado le polemiche un po’ pretestuose, avrebbero potuto fare altro né in modo diverso, posto che un esercito e una classe dirigente coltivati per vent’anni si sono liquefatti in pochi giorni).

Il problema adesso è un altro: non dimenticare Kabul non significa abbandonare a sé stessi quegli afghani che avevano creduto nella protezione degli occidentali, entro i limiti in cui ciò sarà possibile e sperando che comunque qualche seme abbia attecchito; e soprattutto confidando nelle pressioni che potranno esercitare quei regimi autoritari confinanti (come Russia, Cina, Iran) interessati per ragioni geo-politiche a una trasformazione moderata del regime talebano.

Significa invece non dimenticare la lezione che arriva a noi occidentali dal fallimento dell’ennesimo tentativo di trapiantare i nostri valori in paesi che li rifiutano per ragioni culturali e religiose che a noi sembrano incomprensibili e indifendibili, scordandoci che per alcuni aspetti esse sono assai simili a quelle che vigevano anche in Europa prima che i grandi scismi del cristianesimo e il razionalismo illuministico consentissero la nascita degli stati liberali moderni ispirati al principio laico della separazione tra Chiesa e Stato (e quindi tra fede religiosa e diritti individuali). Senza tali evoluzioni non si sarebbe mai sviluppata l’egemonia occidentale (la quale, oltre che militare ed economica, è stata soprattutto culturale) ma siamo ormai talmente abituati alla velocità dei processi di trasformazione che dimentichiamo come i cambiamenti culturali siano graduali e debbano esserlo se si vuole che siano duraturi.

La questione riguarda soprattutto i paesi musulmani per diverse ragioni: per una resistenza relativamente maggiore di una religione strutturata intorno a un libro sacro che è un vero e proprio codice di comportamento, per la storica contrapposizione con il cristianesimo nel bacino del Mediterraneo (che riguarda essenzialmente noi europei), per il possesso e il controllo delle principali fonti energetiche (soprattutto gas e petrolio) di cui il Medio Oriente e l’Africa settentrionale sono ricchi.

Non vorrei essere frainteso: non dico che il mondo occidentale deve rinunciare ai propri valori adottando una lettura deviante del relativismo culturale, sostengo, al contrario, proprio perchè convinto della loro superiorità morale, che bisogna attendere pazientemente che essi maturino anche nei paesi di cultura islamica attraverso processi graduali come quelli che abbiamo attraversato noi. Certo, oggi ci sono strumenti che consentono accelerazioni fino a ieri non immaginabili, la globalizzazione contribuisce a ridurre gli spazi geopolitici e aumenta le contaminazioni culturali – soprattutto nei più giovani – e tutto ciò permetterà sviluppi più rapidi; internet sarà probabilmente ricordata in futuro per l’importanza che avrà rivestito in tale evoluzione, paragonabile a quella che la stampa ha avuto in Europa nel XVII secolo.

Ma per affondare le radici nelle coscienze e cambiare le tradizioni bisogna attendere passaggi generazionali ineludibili: le stesse diverse “chiese” islamiche comprendono ormai quanto sia inevitabile fare i conti con una concezione non teocratica dello stato, pretendendo però di controllare i processi di cambiamento non soltanto per renderli compatibili con le prescrizioni coraniche ma anche, più prosaicamente, per mantenere un potere di controllo sociale che garantisce privilegi politici ed economici che altrimenti perderebbero (come è avvenuto nel mondo cristiano). L’esempio più evidente è dato dall’Iran modellato da Khomeini come uno stato ibrido al cui interno sono stati mantenuti alcuni limitati spazi dialettici, il che però non ha impedito a un clero onnipresente e invasivo di controllare tutte le articolazioni politiche e sociali di quel paese, bloccando ogni tentativo di liberare le migliori energie che emergevano spontaneamente nelle università e nella società civile dall’opprimente tutela dell’islamismo scita (la più strutturata e potente tra le diverse confessioni musulmane).

Il quadro che ci proviene dal variegato mondo musulmano è quindi complesso e non si presta ad affrettate semplificazioni: prescindendo dall’Iran, si va dal confronto più diretto con le democrazie occidentali (mutuandone le prospettive politiche e culturali) come avviene nel Magreb (e soprattutto nel Marocco), passando attraverso regimi militari autoritari ostili al radicalismo islamico (Egitto, Giordania, Pakistan, ecc.), per finire in realtà ancora diverse come l’Indonesia (che contiene il maggior numero di musulmani pur mantenendo, almeno in linea di principio, un certo pluralismo religioso). Ho l’impressione, da diversi segnali, che per accelerare la transizione sarà decisiva la rivoluzione femminile che lentamente sta maturando anche nei paesi islamici. Lo sanno anche i talebani di ieri e di oggi e ciò spiega l’accanimento sulla subalternità femminile che li ossessiona.

Insomma, non tutto l’Islam somiglia ai talebani e sarebbe bene non fare di tutt’erbe un fascio. A Kabul l’Occidente ha perso una battaglia ma la guerra tra valori liberali e fondamentalismi di ogni colore continua: bisogna imparare ad attendere e nel frattempo aprire le porte, sollecitare il confronto, inchiodare gli estremisti alle loro contraddizioni, nella speranza che i nostri migliori alleati verranno dalle prossime generazioni musulmane.

 

Franco Chiarenza
19 ottobre 2021

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Forum della rivista Paradoxa.

Nel 1939 il pretesto per l’avvio della seconda guerra mondiale fu la questione di Danzica, il porto prussiano sul Baltico che il trattato di Versailles aveva assegnato alla Polonia per assicurarle uno sbocco al mare ma di cui, per ragioni storiche ed etniche, la Germania rivendicava la restituzione già prima dell’avvento del nazismo. “Morire per Danzica?” fu la domanda retorica che i pacifisti europei ponevano ai loro governi quando la Francia e la Gran Bretagna, alleate della Polonia, furono costrette a intervenire per arginare le spinte aggressive di Hitler. Per nostra fortuna l’interrogativo rimase senza risposta perché non era per Danzica che le democrazie occidentali mandavano i loro figli a morire ma per salvaguardare in futuro la loro libertà.
E’ passato molto tempo; oggi, sollecitati dalle immagini drammatiche che arrivano dall’Afghanistan, ci chiediamo se possediamo ancora motivazioni ideali talmente forti da giustificare il sacrificio della vita; senza di che – sostiene Galli della Loggia nell’articolo che ha dato il via a questo dibattito – la proposizione del nostro modello politico e sociale perde credibilità nei confronti di chi è ancora riluttante ad adottarlo.
La questione è apparentemente semplice. Viviamo in una società che si riconosce abbastanza stabilmente in alcuni valori: stato di diritto, parità di genere, rispetto delle minoranze, libertà di espressione, servizi pubblici (più o meno estesi ma comunque presenti), scambi commerciali aperti (seppure regolati da norme che tutelino la concorrenza), ecc. Siamo pure convinti (anche se lo diciamo sottovoce per non sembrare politicamente scorretti) che la civiltà che abbiamo costruito tra grandi difficoltà e contraddizioni in tremila anni, a partire dalla filosofia greca fino alla rete internet, sia superiore ad ogni altra, almeno dal punto di vista dei risultati raggiunti in termini di libertà individuali e tenore di vita. Da tale convinzione scaturisce come logica conseguenza che abbiamo il diritto (e forse il dovere) di trasferire anche ai popoli che non hanno percorso il nostro processo di sviluppo non soltanto le tecniche che ci hanno consentito di aumentare il nostro benessere ma anche i valori che l’hanno accompagnato. Si tratta di un riflesso condizionato ben noto agli studiosi del colonialismo unanimi nel convenire che questo aspetto di “promozione culturale” ha avuto grande importanza nella giustificazione morale dell’espansione europea in Africa e in Asia. Persino lo sfruttamento delle materie prime, che era la vera ragione di molte conquiste coloniali, veniva spiegato come un vantaggio reciproco per l’incapacità delle popolazioni indigene di valorizzarlo. D’altronde il fatto stesso che insieme alle occupazioni militari gli europei “esportassero” attraverso le “missioni” anche le loro religioni (cattoliche nelle colonie francesi, italiane, belghe e portoghesi, protestanti o anglicane in quelle inglesi o olandesi) dimostra l’importanza che veniva data all’aspetto culturale di un fenomeno che, nel bene o nel male, ha comunque cambiato la storia di grandi territori che erano rimasti esclusi dal nostro modello di civilizzazione.

Fino a che punto?
Dopo la seconda e la terza (mancata) guerra mondiale è cambiato tutto ma negli Stati Uniti, usciti vincenti dal confronto, è rimasta molto radicata l’idea che i cardini su cui si fonda la nostra civiltà abbiano una validità universale e pertanto sia giusto favorirne l’espansione ovunque possibile. I risultati sono stati ambivalenti: India, Giappone, Corea del Sud e Taiwan hanno percorso, seppure con le necessarie modifiche, la strada maestra delle democrazie liberali; altri paesi hanno creato sistemi ibridi dove la preesistente cultura tribale (prevalentemente musulmana) si è adattata ai modelli occidentali consentendo in qualche misura un certo pluralismo politico e religioso (come in Pakistan e in Indonesia). Insomma si può dire che in molti stati sorti dalle ceneri della colonizzazione bene o male sono stati avviati processi di modernizzazione che, anche quando non hanno prodotto sistemi liberal-democratici, rientrano comunque in un processo di sviluppo compatibile coi modelli occidentali. La stessa Cina – come è ben noto – si dibatte tra l’accettazione dell’economia capitalistica e il rifiuto dei suoi presupposti liberali che trovano nello stato di diritto la loro espressione; una contraddizione che sta emergendo con la crescita del potere personale di Xi Jinpiang e l’accantonamento della teoria della convivenza di modelli politici e sociali diversi all’interno di un unico stato comunista.
Le maggiori resistenze alla modernizzazione si sono manifestate in Medio Oriente attraverso il fondamentalismo islamico che contesta un principio essenziale del nostro modello comunitario, la distinzione tra Stato e religione (oggi ampiamente riconosciuto ma al quale anche l’Occidente è pervenuto attraverso lotte e conflitti durati tre secoli). Il fondamentalismo, basato su una lettura integralista del Corano (peraltro contestata da parti consistenti dell’Islam), è riuscito a imporsi in due paesi molto importanti (per popolazione, risorse energetiche, posizione geografica), l’Iran e l’Arabia Saudita. Nel primo il clero scita ha creato uno stato islamico che, pur tentando in una certa misura di conciliare limitate forme di democrazia con le prescrizioni coraniche, di fatto resta una teocrazia appena mascherata da un pallido pluralismo, nel secondo soltanto da qualche anno la dinastia regnante sta cercando di uscire dalla frammentazione tribale e accantonare la fede wahabita su cui ha fondato il suo potere.
In altre nazioni (prevalentemente arabe) il fondamentalismo religioso ha tentato a più riprese di conquistare il potere trovando soltanto nell’esercito un ostacolo insuperabile (per esempio in Egitto, Algeria, Giordania). Spesso però la tutela militare si esprime attraverso regimi autoritari che certamente non corrispondono ai modelli democratici occidentali; e tuttavia, piaccia o no (e ai puristi del politically correct non piace) le ridotte laiche in campo musulmano sono sempre state presidiate dalle dittature militari e dove esse sono venute meno si è immediatamente riaffacciato l’estremismo islamico. Già dagli anni ’50 i regimi militari hanno comunque consentito (anche per effetto della diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione) una penetrazione della cultura occidentale che ha prodotto intermediazioni sociali che contestano l’integralismo islamico, come avvenne per il “socialismo arabo” promosso da Nasser in Egitto. Le stesse “primavere arabe” del 2010, seppure fallite nel tentativo di creare forme di democrazia compatibili con i nostri valori, hanno lasciato un’eredità laica di sensibilità ai diritti umani di cui ogni successivo governo ha dovuto tenere conto, soprattutto nei grandi centri urbani dove le nuove generazioni riescono in certa misura a imporre cambiamenti culturali significativi.

Che fare?
Fin qui, si potrebbe dire, nulla di nuovo che già non si sapesse. Dove sta il problema messo in luce con tanta preoccupazione da Galli della Loggia? Nel fatto che con l’abbandono dell’Afghanistan l’Occidente scopre la sua fragilità e, finalmente, si interroga sulle vere cause che la determinano e comincia a temere della solidità del suo modello e soprattutto della sua capacità di difenderlo senza ricorrere a sua volta a fondamentalismi intolleranti contrapposti (come vorrebbero alcuni “neo cristiani” che brandiscono il crocefisso come una clava).
Galli della Loggia ci ricorda che le grandi idealità per essere credibili vanno difese mettendo in gioco la vita; e, in effetti, le grandi religioni monoteiste si sono affermate anche perchè la loro narrazione dell’Aldilà facilitava il sacrificio di esistenze spesso miserabili e ingenue. Inutile qui ricordare i martirologi cristiani; anche i kamikaze musulmani vengono chiamati martiri.
I processi di secolarizzazione in Occidente hanno fortemente attenuato tale narrazione e la vita, unica e inimitabile, è tornata al centro dell’attenzione, talvolta anche in forme quasi ossessive per prolungarne la durata oltre il limite dell’autocoscienza. La vita è oggi da tutti considerata un valore che non può essere messo in gioco neanche per difendere idealità forti come ancora furono quelle che hanno animato le due guerre mondiali. Gli americani che morivano in Europa per difenderla dal nazifascismo erano convinti di sacrificarsi per un ideale alto e condiviso, quello della libertà.

Dove si colloca dunque l’asticella oltre la quale val la pena morire?
La risposta tentata dagli americani quando il problema ha cominciato ad evidenziarsi nella guerra del Vietnam (che fu vinta a Washington più che a Saigon quando gli studenti americani, sostenuti da una parte consistente dell’opinione pubblica, rifiutarono di andare a combattere) è stata di carattere tecnologico. Oggi la guerra si può fare senza sacrificare vite umane attraverso nuovi armamenti sempre più sofisticati, e dove fosse assolutamente necessario tramite l’impiego di mercenari ben addestrati e che hanno messo in conto (con laute ricompense) il rischio di perdere la vita.
Ma le contraddizioni di questa soluzione sono subito apparse evidenti per i danni collaterali che provocava nelle popolazioni civili, ma soprattutto quando il “nemico” si presentava allo scontro con motivazioni ideali e religiose talmente forti da non temere il sacrificio della vita; quando cioè i nemici sono i kamikaze, i terroristi, quei poveri disgraziati che si immolano per la loro fede ignorando che difendono semplicemente gli interessi e i privilegi dei loro sceicchi (i cui figli non mi risulta si siano mai fatti saltare in aria).
Come può difendersi un Occidente che ha mandato in soffitta con la leva obbligatoria gli eserciti popolari, passaggio obbligato in passato per costruire un’identità nazionale condivisa? Anche noi liberali salutammo come doveroso il superamento della “ferma”: anni buttati, non servono a nulla, bisogna immettere nella vita lavorativa i figli più presto possibile. E’ stata la scelta giusta per loro e per il Paese?
Domande inutili: tornare indietro è impossibile. Altre risposte vanno quindi cercate, ma quali?

Apriamo una seria riflessione possibilmente esente da ipocrisie e strumentalizzazioni. Al fanatismo di minoranze irresponsabili si risponde con la diffusione delle conoscenze che i nuovi mezzi di comunicazione, utilizzati correttamente, consentono coma mai in precedenza. Tempi lunghi; e nel frattempo?

Franco Chiarenza
05 settembre 2021

TIZIANA FABI / AFP

La “Dichiarazione sull’avvenire dell’Europa” sottoscritta pochi giorni fa da sedici partiti nazionalisti di destra (tra cui la Lega e Fratelli d’Italia) è stata analizzata da Sergio Fabbrini in un interessante articolo sul “Sole 24 ore. L’autore ha rilevato come elementi positivi (e certamente lo sono) il fatto che per la prima volta partiti nati contestando l’integrazione europea ammettano la necessità di un’unione europea e di una sua collocazione nei valori occidentali euro-americani, il che non era scontato, considerando certi ammiccamenti nei confronti di Putin. Ed è quindi certamente importante e positivo che la critica alle istituzioni europee si muova nell’ambito di un riconoscimento della sua esistenza. Ma gli aspetti positivi della Dichiarazione si fermano qui.

Il punto nodale di questa sorta di “patto” tra nazionalisti è la supremazia delle sovranità nazionali su ogni altra considerazione e, di conseguenza, il rifiuto di qualsiasi cessione di poteri e competenze che non siano revocabili; il che di fatto significa respingere qualunque ipotesi di federazione, comunque configurata. Il corollario di tale impostazione ha un inequivocabile contenuto ideologico: “proteggere la cultura e la storia delle nazioni europee, il rispetto dell’eredità giudeo-cristiana dell’Europa dei valori comuni che uniscono le nazioni europee”. Il che significa in pratica non riconoscere altri principi di riferimento che non derivino dalla tradizione “giudaico-cristiana”, con tanti saluti ai diritti umani, alla laicità dello Stato e alla tutela del pluralismo. Una sorta di riedizione della “Santa Alleanza” del 1815 in funzione di sostegno all’autoritarismo; non a caso i modelli a cui i partiti sovranisti guardano sono quelli che si sono insediati in Polonia e in Ungheria e che sono ormai in aperto conflitto con l’Unione Europea. Anche Orban e Kaczynski però devono affrontare sulla questione europea ostacoli non indifferenti: all’interno per il prevalere di posizioni europeiste e liberal-democratiche nelle grandi città (non a caso sia Varsavia che Budapest hanno amministrazioni “liberal”), nei rapporti con l’Unione che si sono irrigiditi e potrebbero provocare contraccolpi economici pericolosi per la stabilità politica dei loro regimi, per quanto puntellata da una gestione autoritaria del potere.
Quella espressa dai movimenti nazionalisti è oggi una posizione minoritaria in Europa (in quanto non condivisa da popolari, socialisti, liberali e verdi) che però non va sottovalutata. Essa potrebbe infatti saldarsi con una diversa rivendicazione del primato della sovranità nazionale, molto diffusa in Scandinavia, per la quale la salvaguardia dei diritti umani e le protezioni sociali sarebbero meglio garantiti dal mantenimento di una piena autonomia degli stati nazionali, rieccheggiando in qualche modo alcune delle ragioni che in Inghilterra hanno fatto prevalere la Brexit.

In tale situazione, mentre nel resto del mondo si stanno ridefinendo i rapporti di forza tra Stati Uniti, Russia e Cina, l’Europa dei “piccoli passi” appare velleitaria e impotente, costretta ancora una volta a rifugiarsi sotto le ali protettive di Washington che, con la presidenza Biden, le ha aperte fin troppo generosamente.
Da questa situazione di dipendenza obbligata non si esce con le parole e i proclami, occorre fare un salto coraggioso; chi lo vuole compiere ben venga, prima o poi l’intendence suivra. Comunque vadano le elezioni in Germania a settembre e in Francia nella primavera prossima, toccherà ai vecchi fondatori della Comunità Europea (Francia, Germania, Benelux e Italia), integrati dai paesi iberici e da altri che lo vorranno, segnare modi e tempi di una ripartenza che senza ambiguità metta insieme le politiche estere e militari completando l’unione economica di fatto già operante tra i paesi che hanno adottato la moneta comune. Non c’è più tempo da perdere. L’asta per effettuare il salto con successo potrebbe essere rappresentata in questo momento dall’Italia di Mario Draghi; Salvini però ci faccia capire da che parte sta, se con la dichiarazione dei sovranisti o con un’Europa che parli all’esterno con una voce sola. E prima di rispondere si consulti con Giorgetti e Zaia.

Franco Chiarenza
20 luglio 2021

Con l’arrivo di Biden alla Casa Bianca il “grande gioco” planetario ha assunto un nuovo aspetto. Alla strategia ambigua di Trump fondata sulla supremazia degli interessi americani declinata soprattutto in termini di vantaggi a breve termine (non propriamente isolazionista perché non escludeva interventi e alleanze bilaterali), è subentrata una diversa visione degli equilibri mondiali che in certa misura si rifà alle concezioni di Obama (del quale – non si dimentichi – Biden è stato vice-presidente per otto anni).
Di questo cambiamento hanno dovuto prendere atto i leader delle principali potenze globali, in particolare la Russia e la Cina che avevano “tarato” la loro politica estera sulla possibilità di trattare con gli Stati Uniti in termini di scambi ed equilibri puramente commerciali. Ciò che ha colto di contropiede è stata la rapidità della svolta, che ha contraddetto le previsioni di tutti i commentatori politici i quali avevano immaginato una sostanziale continuità di politica estera almeno per i primi mesi.
Non è stato così: la nuova presidenza ha voluto subito mettere alla prova i grandi players mondiali rovesciando i tavoli delle intese di basso profilo (fondate su scambi bilanciati in una dimensione prevalentemente  bilaterale) e riprendendo il concetto della superiorità morale delle democrazie liberali come bussola obbligata di un nuovo multilateralismo entro il quale ricondurre tutte le diversità nazionali e culturali: una strategia che un po’ forzatamente definirei neo-kennediana. Il messaggio è chiaro: Mosca e Pechino dovranno misurarsi con obiettivi che vanno ben oltre la dimensione economica. La sfida torna ad essere ideologica, un terreno su cui i democratici americani si trovano più a loro agio.

Biden
Cosa sta facendo in sostanza Biden (affiancato dal segretario di Stato Blinken)? Sta cancellando l’immagine trumpiana di una potenza attenta soltanto ai propri interessi economici e quindi disponibile a ignorare ogni altra considerazione di carattere politico e ideologico, per sostituirla con quella vecchia e collaudata di paese guida non soltanto per la sua superiorità economica e militare ma soprattutto simbolo di una concezione neo-liberale fondata sui diritti umani fondamentali, naturalmente aggiornati alle sensibilità delle nuove generazioni (parità di genere, ambientalismo, rifiuto delle discriminazioni etniche). Puro ideologismo strumentale, rozzo tentativo ormai logoro di contrabbandare gli interessi per valori universali? Forse; ma anche consapevolezza che i veri interessi americani a lungo termine passano attraverso la proposizione di un modello più rispondente alle esigenze del futuro dell’umanità, vincendo la sfida sul piano dei valori oltre che dei rapporti di forza, come è avvenuto nel secolo passato prima nei confronti del totalitarismo nazifascista poi di quello comunista sovietico. Una contrapposizione che in realtà non è mai venuta meno anche dopo il crollo del muro di Berlino per la scarsa affidabilità del regime russo che era succeduto a quello comunista e, per quanto riguarda la Cina, dopo la tragedia di Tien An Men che segnava limiti invalicabili alla liberalizzazione del sistema maoista.
Perché questa strategia di Biden abbia successo occorrono però due condizioni: la prima è la credibilità di chi la propone che si misura sulla capacità del nuovo gruppo dirigente di rassicurare il ceto medio americano della sostenibilità di tale politica anche nei tempi brevi; ci sono soltanto due anni di tempo perché le elezioni di metà mandato nel 2022 potrebbero cambiare le maggioranze alla Camera e al Senato. La seconda è di produrre in tempi brevi alcuni effetti di politica estera non soltanto confermando le tradizionali alleanze (come la NATO) e i rapporti con le nazioni amiche in Oriente (a cominciare dal Giappone e dalla Corea del Sud) ma anche rinnovandone i principi ispiratori, superando la dimensione del contenimento politico e militare nei confronti della Russia e della Cina e approfondendone la caratterizzazione ideologica, anche a costo di mettere in evidenza certe palesi contraddizioni di alcuni paesi come la Turchia di Erdogan, la Polonia di Kazinski e l’Ungheria di Orban che nell’assoluta indifferenza di Trump hanno continuato a scivolare verso una trasformazione autoritaria e illiberale delle loro nazioni in aperto contrasto con i valori che furono alla base dell’alleanza atlantica (e soprattutto con quelli che dovrebbero caratterizzarla in futuro).

Putin
Tutti gli osservatori diplomatici si sono chiesti quanto ci fosse di incidentale o di premeditato nell’accusa lanciata da Biden contro Putin di essere “un assassino”. Resta il fatto che nulla ha fatto l’amministrazione americana per ridurre la portata dell’incidente mentre sorprendente è stata la reazione molto contenuta del presidente russo che si è limitato al “richiamo” dell’ambasciatore a Washington mentre nella replica veniva inserito l’invito a un incontro tra i due presidenti. Putin si trova evidentemente in imbarazzo di fronte al rovesciamento della politica estera americana: il ritorno in primo piano della questione ideologica, in un momento in cui la credibilità democratica del presidente russo è seriamente messa in discussione dal caso Navalny mentre il conflitto con l’Ucraina sembra lontano da una composizione, non lascia molti margini al governo di Mosca. Per di più la pressione americana rischia di destabilizzare i rapporti tra Russia e Germania (gasdotto Nordstream) e crea inquietudine nei paesi scandinavi (facendo riaffacciare la possibilità di un’entrata della Svezia nella NATO). Anche in Medio Oriente e in Libia il ritorno sulla scena degli Stati Uniti cambia la situazione rimettendo in difficoltà il regime siriano mentre mutano radicalmente i rapporti con l’Arabia Saudita, segnata dall’incredibile scandalo dell’omicidio dell’oppositore Kashoggi.
Naturalmente Putin sa bene che le vere difficoltà per Biden vengono da Israele, abituato a ricevere da Trump un appoggio incondizionato, e dai rapporti con l’Iran da cui dipende in larga misura la stabilizzazione di tutta l’area, e in questo nuovo scenario la Russia ha ancora molte carte da giocare. E’ probabile che sarà proprio questo il terreno d’incontro per una parziale intesa tra le due grandi potenze quando ricominceranno a parlarsi.

Xi Jinping
La Cina non è abituata ai cambiamenti rapidi che talvolta caratterizzano le democrazie occidentali. I suoi rapporti con gli Stati Uniti erano già deteriorati nell’ultimo biennio della presidenza di Trump ma probabilmente Xi contava su una sostanziale continuità che avrebbe consentito di trovare un soddisfacente compromesso bilaterale fondato su un maggiore equilibrio della bilancia commerciale. L’indifferenza di Trump per le intese multilaterali aveva consentito al governo cinese di mettere a segno un ottimo colpo nel 2020 con l’accordo di libero scambio tra quindici paesi orientali, ivi compresi alcuni tradizionalmente legati alle alleanze occidentali come il Giappone, l’Australia e la Nuova Zelanda. La nuova politica americana inaugurata nel vertice cino-americano di Anchorage in Alaska poche settimane fa ha mostrato chiaramente l’intenzione di Biden di confrontarsi a muso duro, ma ciò che preoccupa maggiormente la dirigenza comunista di Pechino è il capovolgimento dei parametri del confronto con gli Stati Uniti decisi a ripercorrere la strada della contrapposizione ideologica, facendo tornare al centro della scena mondiale i diritti umani violati a Hong Kong, nel Xinjiang e soprattutto rimettendo in discussione lo “status” di Taiwan, che la Cina continua a considerare parte integrante del suo territorio. Un ritorno al passato, reso ancor più drammatico dalla repressione militare in Birmania (notoriamente legata alla Cina), che inquieta i cinesi i quali ovviamente avrebbero preferito tenere separate le ragioni della finanza e dell’economia da quelle politiche e ideologiche. La possibilità che si ricostituisca quella catena di contenimento della Cina che partendo dalla Corea arriva all’Indonesia, non può che preoccupare il regime comunista di Pechino. Naturalmente, pure in questo caso, Biden andrà incontro a molte difficoltà anche perchè – proprio per il fatto di essere politicamente condizionato – il portafoglio cinese è molto più generoso di quello americano. Ma in ogni caso i giochi sono di nuovo aperti e la nuova dirigenza di Washington tenta di stabilirne le nuove regole: che, per diversi motivi, non sono quelle che Putin e Xi avrebbero preferito.

E l’Europa?
Chiamata, non risponde, come già lamentava Kissinger negli anni ’70. E Biden pazientemente la richiama alla coerenza delle alleanze mentre si accinge a sottolinearne tutta la fragilità concedendo qualche migliaia di vaccini anti-Covid non utilizzati in America e promettendo la riapertura dei mercati che Trump aveva parzialmente chiusi nell’illusione di riequilibrare la bilancia commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. Perché Biden e Janet Yellen (responsabile della politica economica nella nuova amministrazione) sanno bene che il deficit americano è un prezzo politico che, entro certi limiti, gli Stati Uniti devono accettare per mantenere stabile l’Europa, in attesa che l’Europa faccia da sé. Anche in questo caso back to the past!

Franco Chiarenza
28 marzo 2021

 

Presi dalle inevitabili usanze natalizie e dalle restrizioni da Covid che le hanno rese un po’ più originali del solito non ci siamo quasi accorti dell’unica cosa importante di questo fine d’anno: raggiunto in “zona Cesarini” un accordo, dal 1 gennaio la Gran Bretagna non farà più parte dell’Unione Europea. Trovare un’intesa in tempo utile sembrava ormai impossibile, e il no deal (cioè l’uscita senza accordo) pareva inevitabile. Poi, dopo il volo improvviso di Johnson a Bruxelles, il barometro ha volto al bello e la convenzione che consentirà di mantenere un’area di libero scambio tra tutti i 27 paesi è stato firmato. La domanda è: come mai? E quella successiva: chi ci ha guadagnato (e chi ci rimette)?

Accordo necessario
La prima risposta è relativamente semplice: un no deal avrebbe messo in forti difficoltà Johnson, soprattutto nei tempi brevi. Troppe circostanze giocavano contro di lui: il timore di un’improvvisa impennata dei prezzi di alcuni generi di prima necessità importati dal continente (erano già cominciati gli accaparramenti, migliaia di autocarri sostavano a Calais per raggiungere l’Inghilterra prima che i dazi si facessero sentire), l’allarme della finanza che continuava a traslocare dalla City di Londra in cerca di siti più accoglienti, le nuove fibrillazioni indipendentiste della Scozia, la stessa elezione di Biden che faceva venir meno l’asse preferenziale (più presunto che vero) con Trump. In tali circostanze il volo di Johnson tra le braccia di Ursula von der Leyen sembrava quasi una disperata richiesta di aiuto.
Tuttavia la risposta alla seconda domanda è in netta contraddizione con la prima perchè, almeno in apparenza, chi esce vincente dal compromesso è proprio Johnson, il quale, non a caso, ha subito lanciato messaggi trionfalistici.
Le questioni ancora sul tappeto dopo un anno di trattative erano infatti tre: la frontiera irlandese, i diritti di pesca nel mare del nord e le regole del libero scambio per evitare che di fatto gli operatori britannici potessero fruire di un vantaggio non concorrenziale (come un fisco più favorevole, eventuali aiuti di Stato o normative meno onerose in campo ambientale, ecc.). Di questi problemi il più importante è il terzo (non certo la pesca che interessa una percentuale trascurabile degli scambi) e la soluzione trovata che esclude la competenza giurisdizionale dell’UE rimettendo eventuali (inevitabili) controversie a un indefinito “arbitrato internazionale” sembra accogliere le richieste britanniche. Johnson sembra quindi avere ottenuto quanto voleva: il mantenimento di una zona di libero scambio (che conviene al Regno Unito, importatore netto) senza regole vincolanti per gli imprenditori britannici che non siano passate da Westminster. C’è di più: un accordo così favorevole mette in crisi il progetto secessionista degli indipendentisti scozzesi per la difficoltà di dimostrare la convenienza di tornare a far parte dell’Unione. Perchè dunque tanta improvvisa accondiscendenza da parte della von der Leyen (e, dietro di lei, dell’asse Macron – Merkel) nei confronti del governo di Londra?
L’ovvia risposta che un’intesa qualsivoglia conviene a tutti i partner non spiega perchè se ciò è vero non si sia chiusa l’intesa molto prima. Resta da capire se qualcosa di nuovo è intervenuto e in tal caso di che si tratti.

Europa a due velocità
Forse la vera risposta arriverà nel corso del prossimo anno e consistere nel rilancio di un’Europa a due velocità: da una parte una zona di libero scambio molto ampia (che potrebbe comprendere anche paesi che oggi non fanno parte dell’Unione come la Norvegia, la Svizzera, l’Ucraina, la Serbia, l’Albania) con istituzioni in grado di regolarne gli scambi commerciali, dall’altra una più solida confederazione politica e militare, dotata di una moneta comune e di una autentica costituzione fondata sul riconoscimento delle regole dello stato di diritto (tale quindi da spingere paesi esplicitamente illiberali e intolleranti come la Polonia e l’Ungheria a decidere definitivamente da che parte stare). Se di questo si tratta si capisce meglio perchè anche un accordo apparentemente vantaggioso per il Regno Unito può essere accettato dall’Unione Europea. Tanto più se – come ci si augura – l’amministrazione Biden rilancerà il multilateralismo democratico non soltanto rafforzando la NATO ma anche costruendo nuovi rapporti di alleanza con i paesi che in Occidente e in Oriente si riconoscono nei principi dello stato liberale e che non sono soltanto quelli legati da tradizioni di origine anglosassone (come nel caso di Canadà, Australia, Nuova Zelanda) ma anche altri che hanno ormai da molto tempo inserito quei valori nelle proprie culture politiche e sociali.

 

Franco Chiarenza
28 dicembre 2020

La vittoria di Biden sembra, a tutti gli effetti, la rivincita di Obama. Non a caso l’ex-presidente aveva esercitato tutta la sua influenza per fare prevalere nelle primarie la candidatura di Biden, suo vice presidente, nella sfida epocale contro Trump; una sfida tanto più difficile in quanto un presidente uscente è sempre avvantaggiato nel rinnovo del mandato e, per di più, per ragioni complesse che tutti gli analisti hanno abbondantemente illustrato, in un contesto di ripresa economica solo in parte compromesso dall’epidemia Covid 19.
Certo, immaginare la presidenza di Biden come una semplice prosecuzione di quella di Obama, mettendo tra parentesi i quattro anni di Trump, è una semplificazione provocatoria che non va presa troppo sul serio: la storia non conosce parentesi e nessun presidente ricalca fedelmente le orme dei propri predecessori, anche quando appartengono allo stesso partito. Ma non vi è dubbio che le loro radici culturali e politiche siano molto convergenti e che dietro la figura del nuovo presidente molti elettori hanno individuato la proiezione carismatica di Obama. Le prossime scelte del nuovo presidente nella formazione del governo mostreranno in che misura ciò sia vero ma sin d’ora i nomi che circolano sembrano in gran parte confermare un orientamento di sostanziale continuità con l’amministrazione Obama, anche se l’inversione di rotta rispetto alle strategie di Trump non sarà così netta come molti osservatori europei ritengono, non soltanto perché i repubblicani mantengono posizioni predominanti in molti stati e potrebbero confermarsi in maggioranza nel Senato, ma anche per ragioni obiettive che spingeranno il nuovo presidente a seguire in parte le orme del suo predecessore soprattutto sul punto cruciale dei rapporti con la Cina. Ci sarà tempo per analizzare i nodi più importanti che Biden dovrà sciogliere in politica estera (oltre la Cina, la NATO, l’ Europa, l’Afganistan, il Medio Oriente) e in politica interna (riequilibrio fiscale, politica energetica, conflitti etnici, ecc.). Per ora cerchiamo di capire cosa hanno significato per la tenuta della democrazia americana queste elezioni che hanno visto la più elevata partecipazione di sempre.

La frattura

Si è sempre detto che gli Stati Uniti rappresentano un modello di democrazia liberale non soltanto per averne recepito i principi fondamentali riassunti nel Bill of Rights ma anche per essere riusciti a contenere la necessaria dialettica politica e sociale dentro i parametri invalicabili di valori condivisi. Da questa diffusa convinzione discendeva la tolleranza per comportamenti non sempre coerenti con i presupposti ma comunque ispirati a un fair play istituzionale che non era un orpello formale ma il contenitore obbligato delle mediazioni che un sistema politico fondato sull’equilibrio dei poteri rendeva necessarie. La presidenza di Trump è stata vissuta con preoccupazione (non solamente nell’ establishment tendenzialmente democratico), non tanto per il rifiuto provocatorio dei codici del politically correct quanto per essere percepita come un tentativo di rovesciamento dei principi basilari su cui l’America aveva – soprattutto dopo la seconda guerra mondiale – fondato la propria immagine: democrazia partecipata, economia di mercato regolata, multilateralismo per governare la globalizzazione. Il rozzo sovranismo di Trump prefigurava un modello opposto: rifiuto di qualsiasi vincolo internazionale, trasformazione della democrazia partecipata in democrazia plebiscitaria, soppressione di ogni regolamentazione del mercato e ritorno a un capitalismo aggressivo. Intendiamoci: queste due Americhe sono sempre esistite e, quando non hanno trovato un ragionevole terreno di incontro, hanno mostrato anche in passato quanto aspra possa essere la loro conflittualità (basti ricordare in proposito le tensioni istituzionali durante le presidenze di F.D. Roosevelt nella prima metà del secolo scorso). Tuttavia gli apparati dei due partiti maggiori sono sempre riusciti a trovare un accettabile compromesso garantito da un’alternanza che rendeva conveniente a entrambe le parti rispettare il fair play istituzionale.

La tenuta
Con la presidenza di Trump il compromesso è saltato e il tycoon ha cercato di rovesciare il tavolo delle regole trasformando la dialettica politica in una guerra a oltranza, in modo da produrre ferite profonde negli assetti istituzionali. Ci è riuscito? Per ora sembra di no; i suoi tentativi di condizionare la giurisdizione (attraverso il controllo della Corte Suprema), le forze armate, i mass media, le prerogative degli Stati, non sono andati in porto e la macchina istituzionale ha rapidamente archiviato i suoi eccessi come bizzarrie da non prendere troppo sul serio. Malgrado tutto quindi, nonostante quattro anni dedicati a delegittimare il check and balance americano e a trasformarlo in una lotta senza quartiere resa aspra da fanatismi irragionevoli, il sistema ha retto e l’alternanza ha potuto esprimersi salvaguardando l’essenza della democrazia liberale.
La mobilitazione elettorale senza precedenti ha dimostrato che gli americani, o gran parte di essi, hanno capito che la posta in gioco questa volta implicava la credibilità del modello americano e che le motivazioni economiche (ragione principale in passato degli orientamenti elettorali) dovevano segnare il passo a fronte di ragioni che coinvolgevano la natura stessa dello stato di diritto. Anche quella parte di classe media bianca che, secondo molti analisti, aveva riversato le sue frustrazioni sul voto a Trump quattro anni fa, si è resa conto che, al netto di alcuni vantaggi che certamente ne ha ricavato, una presidenza così violentemente antagonista rischiava di trasformarsi in un boomerang incontrollabile. La mancanza di sensibilità istituzionale di Trump, dimostrata anche in occasione della sua sconfitta elettorale, fa parte del gioco ma non costituisce la parte più preoccupante della situazione.

E adesso?
Anche se il sistema istituzionale ha retto altro discorso è quello che attiene alla sostanza delle politiche di Trump, sulle quali il consenso popolare è evidentemente rimasto molto elevato. Ed è questo il punto: confermata la “tenuta” degli assetti istituzionali (almeno per ora) non è tempo di facili illusioni: Trump non è la causa della frattura americana ma la conseguenza di una strategia politica inadeguata che il partito democratico (e i repubblicani moderati) hanno portato avanti in questi anni. Detto in altri termini: forse Trump è finito ma il trumpismo è vivo e vegeto e trascurarne la rilevanza sarebbe un ennesimo errore. Per questo, ferme restando le affinità politiche e culturali, la presidenza di Biden non potrà essere una semplice prosecuzione di quanto le presidenze di Obama avevano lasciato in sospeso.

Franco Chiarenza
16 novembre 2020

Ai sovranisti di ogni latitudine la risposta più convincente è venuta dal Coronavirus. Sprezzante dei divieti di Erdogan e di Putin ha superato ogni confine e si è diffuso senza chiedere il permesso ai governi nazionali, come d’altronde avevano fatto in passato i suoi antenati Sars, Asiatica, Spagnola, Aviaria, e via enumerando. Come sempre i tentativi di isolamento sono falliti, la condivisione di ricerche su farmaci e vaccini è stata invece risolutiva. Il Covid 19 non rappresenta la condanna della globalizzazione come qualcuno ha sostenuto ma, al contrario, la conferma della sua validità.
Chiudere di nuovo i popoli dentro angusti confini non è soltanto poco conveniente è semplicemente inutile. Tutte le cose che contano viaggiano oggi al di sopra delle frontiere: malattie infettive ma anche ricerca di contrasto, capitali finanziari ma anche regole per garantirne un utilizzo virtuoso, scambi e mercati ma anche norme per assicurare una concorrenza imparziale, multinazionali prepotenti ma anche adeguate imposizioni fiscali, riscaldamento globale ma anche comportamenti efficaci per limitarlo, reti di comunicazione ma anche strumenti per contrastarne un uso scorretto, flussi migratori ma anche misure per regolamentarli . Non c’è oggi un solo problema, tra quelli che contano davvero per il nostro futuro, che non passi attraverso soluzioni globali perché ogni provvedimento a livello nazionale si rivela impotente. Chi può negare che le cose stiano così?

Eppure sono in tanti in America, in Europa e altrove a pensare che, avendo raggiunto un elevato tenore di vita, l’unico modo di mantenerlo salvandolo da incursioni predatorie esterne sia quello del “fai da te”, tornando alle politiche protezioniste del “tutti contro tutti”. Si tratta di un’idea miope e controproducente anche per i grandi paesi che per le loro dimensioni e ricchezza possono illudersi di non avere bisogno degli altri, ma semplicemente suicida per piccoli stati come il nostro, con un mercato interno limitato e un indebitamento drammatico, e che si è permesso il lusso di utilizzare le poche risorse disponibili per distribuzioni assistenziali. Il nostro interesse quindi è il contrario di quanto sostengono i “sovranisti”: occorre battersi in ogni sede perchè regole globali consentano il libero gioco della concorrenza competitiva. Anche per questo partecipare all’Unione Europea e rafforzare la sua capacità rappresentativa è per noi molto importante. Tornare ai bracci di ferro e alle guerre commerciali può inizialmente soddisfare un po’ di amor proprio ma quando il virus del nazionalismo autarchico (ben più dannoso di quelli influenzali) avrà drammaticamente dimostrato ai consumatori che a pagare il prezzo di queste esibizioni muscolari alla fine sono loro, si tornerà a invocare il fairplay delle organizzazioni internazionali e a chiedere regole comuni. Perché le regole, da che mondo è mondo, servono a proteggere i più deboli; i più forti ne hanno ugualmente bisogno ma possono più facilmente illudersi di poterne fare a meno perché mettono sulla bilancia il peso della loro superiorità (economica, politica, militare, tecnologica).

Essere convinti che processi globali vadano regolati con accordi multinazionali e significative cessioni di sovranità non significa però che non si possano mettere in atto alcuni strumenti di garanzia per proteggersi da pratiche distorsive che producono danni irreversibili all’economia nazionale; ma essi servono soltanto da tampone e hanno una scarsa efficacia nei tempi lunghi. Più è grande la dimensione politica in cui ci si colloca e meglio si potranno garantire gli interessi strategici; per questo l’unità europea non è un’opzione ma una strada obbligata. Il futuro sarà dominato da grandi blocchi che graviteranno non soltanto intorno agli Stati Uniti d’America ma anche alla Cina e probabilmente all’India e alla Russia. L’Europa potrà svolgere in tale contesto un ruolo importante soltanto se sarà unita e avrà titolo e forza per tutelare i propri interessi; e sarà meglio per tutti se ciò avverrà nell’ambito di strumenti multilaterali a livello globale in grado di difenderci dalla prepotenza dei mercati finanziari, dall’inquinamento globale, dalla minaccia che proviene da un uso scorretto delle nuove tecnologie informatiche, dalle emigrazioni indiscriminate di milioni di esseri umani spinti dalle guerre e dalla fame, ecc. Occorre mettersi insieme, potenziare le strutture sovranazionali che esistono e, se necessario, costruirne delle altre.
Certo, esiste, e non da oggi, la necessità di mettere all’ordine del giorno la riforma di alcuni degli organismi già esistenti, non soltanto in Europa ma anche a livello globale. A cominciare dall’ONU, che, per esercitare un ruolo più incisivo deve essere sottratta dal ricatto dell’”uno vale uno” che rischia sempre di paralizzare ogni decisione. Perchè se, per esempio, il voto di Malta (400,000 abitanti) può paralizzare l’Europa (446, milioni di abitanti) oppure il voto del Togo (6 milioni di abitanti) bloccare le Nazioni Unite (che rappresentano circa sette miliardi di esseri umani) c’è qualcosa che non va. Non bastano le soluzioni empiriche, spesso poco trasparenti, che hanno consentito fino ad oggi di andare avanti, occorre affrontare il problema in maniera chiara e in base a principi innovativi che non siano soltanto improntati all’uguaglianza giuridica e formale delle nazioni. Sono stati studiati per esempio sistemi istituzionali ponderati in cui il principio di nazionalità viene bilanciato da altri criteri di valutazione (popolazione, pil,ed eventualmente altri purché oggettivamente misurabili). L’importante è dare nuovo vigore alle istituzioni sovranazionali più significative realizzate nel secolo scorso dopo gli orrori della seconda guerra mondiale le quali, malgrado i loro limiti, hanno comunque ottenuto in molti casi risultati positivi.

Quando nel 1945 l’America era in grado di imporre a tutto il mondo occidentale, all’Africa decolonizzata e a una parte rilevante dell’Oriente (a cominciare dal Giappone) il suo modello politico ed economico, i suoi governanti fecero una scelta intelligente. Imposero sì quel modello (che d’altronde si era dimostrato vincente) ma ne proposero una gestione condivisa: una partnership che si concretizzò negli accordi monetari di Bretton Woods, nella creazione del WTO (per regolare gli scambi commerciali), nella Banca Mondiale, nel FMI e in numerose altre organizzazioni, alcune delle quali facenti capo all’ONU e in gran parte finanziate dal governo di Washington (UNESCO, FAO, OMS, ILO, ecc.) con lo scopo di affrontare insieme i problemi posti dai cambiamenti universali e promuovere regole comuni su ogni aspetto della vita umana. Persino nella difesa militare durante la guerra fredda gli USA preferirono coinvolgere i partner in un trattato (NATO) che, per molti aspetti, ha caratteristiche multinazionali. Questo grandioso progetto, riuscito solo in parte, era comunque nuovo nella storia più recente e dimostrava la consapevolezza della potenza egemone che i problemi dell’umanità si risolvono tutti insieme o non si risolvono. Quest’epoca, tra alti e bassi durata settant’anni, sembra finita con la presidenza Obama. Con l’avvento di Trump, al di là della volgarità del personaggio, l’America pare avere voltato le spalle a questa mirabile costruzione e preferire richiudersi in se stessa, come già aveva fatto negli anni dell’isolazionismo tra le due guerre mondiali. Eleggendo Trump (sia pure con i limiti di una votazione poco convincente) gli americani hanno inteso chiudere l’epoca del multilateralismo che essi stessi avevano promosso, convinti forse di non avere bisogno di nessuno e comunque certi che ciò che occorre si può comprare senza cedere una briciola del proprio potere. Speriamo si tratti soltanto di una parentesi, non mancano indizi di resipiscenza e il sistema americano dei contrappesi sembra funzionare ancora, ma il segnale “sovranista” e autarchico si è diffuso ovunque e minaccia la stabilità più seriamente del “coronavirus”. Perché, come diceva Bastiat, dove non passano le merci, prima o poi, passano i cannoni.

 

Franco Chiarenza
4 maggio 2020

Era il titolo di una canzone quando nel 1911 gli italiani iniziarono la guerra per conquistare la Libia, considerata necessaria da Giolitti nella disgregazione dell’impero turco per salvaguardare gli equilibri geo-politici nel Mediterraneo, soprattutto dopo che la Francia si era impadronita del Marocco, dell’Algeria e soprattutto della Tunisia dove viveva una numerosa e attiva minoranza italiana. La Libia in realtà non esisteva: c’erano, assai diverse tra loro, la Tripolitania, la Cirenaica e il Fezzan che la colonizzazione italiana unificò dandogli l’antico nome romano. Un’annessione contrastata, segnata anche da repressioni violente (soprattutto nel periodo fascista), cessata dopo la seconda guerra mondiale quando la Libia ottenne l’indipendenza sotto lo scettro del senusso di Cirenaica Idris. Cose da ricordare oggi che la Libia è di nuovo al centro di una crisi che rischia di esplodere alle soglie di casa nostra.

Il dopo-Gheddafi
La Libia, considerata uno “scatolone di sabbia” utile soltanto come valvola di sfogo per l’emigrazione contadina italiana, scoprì dopo la guerra sotto la sabbia rilevanti giacimenti petroliferi, molto importanti sia dal punto di vista quantitativo che per la qualità del prodotto. L’Italia, cacciata dalla porta, rientrò così dalla finestra attraverso importanti concessioni estrattive all’ENI. La politica del dittatore Gheddafi, subentrato al vecchio re Idris nel 1969, fu sempre ambigua nei confronti dell’Italia: alla violenza verbale contro le responsabilità coloniali seguita da un’indiscriminata espulsione di migliaia di italiani, facevano riscontro comportamenti più accomodanti come appunto le concessioni petrolifere, gli investimenti in Italia del fondo sovrano libico, una politica di contenimento dei flussi migratori che dal centro dell’Africa puntavano all’Europa passando dall’Italia.
Dopo l’uccisione di Gheddafi nel 2011, probabilmente organizzata dai paesi occidentali (Francia e Gran Bretagna soprattutto) perchè considerato fonte di instabilità e protettore dei terroristi islamici (ma forse anche per malcelati interessi petroliferi), è comincita una guerra civile tuttora in corso e di cui soprattutto noi italiani rischiamo di pagare le conseguenze non soltanto per il rischio che corrono le concessioni petrolifere ma soprattutto per la rottura di ogni argine ai flussi migratori verso il nostro Paese, causa non ultima del successo dell’estrema destra nel contesto politico italiano. Tanto basta per capire perchè quel che succede a Tripoli ci riguarda da vicino.

Guerra per procura
Da otto anni la Libia è in balia di una guerra tribale in cui si era inserita anche l’ISIS. Le potenze occidentali si sono comportate come chi dopo avere innescato un incendio si volta dall’altra parte e finge di non vederlo; finchè si sono finalmente rese conto del pericolo e hanno fatto la cosa sbagliata. Invece di accordarsi per spegnere l’incendio e poi creare le condizioni di un nuovo assetto politico necessariamente federale, si sono mosse ciascuna per proprio conto appoggiando e armando le diverse fazioni; lo stesso hanno fatto i paesi medio-orientali e i loro protettori, Russia e Stati Uniti.
Oggi la situazione è drammatica ma abbastanza chiara. Khalifa Haftar, un generale libico della vecchia generazione, è riuscito a mettere insieme un esercito nazionale, legittimato dal governo cirenaico, finanziato e armato dall’Egitto e dagli Emirati Arabi, protetto politicamente dalla Russia e dalla Francia, che ha ridotto il governo legittimo di Tripoli a difendersi in una parte sempre più ridotta del paese. Il presidente del governo riconosciuto dall’ONU Fayez Sarraj è appoggiato dall’Italia e gode del sostegno della Turchia (che minaccia un intervento armato). Gli Stati Uniti, che potrebbero essere determinanti (anche per l’appoggio militare e logistico) oscillano incerti sul da farsi; per Trump il mondo musulmano è un rebus incomprensibile e l’unica cosa che gli preme è l’alleanza con l’Arabia Saudita (con cui fa ottimi affari) e con il governo israeliano di Netanyahu per garantirsi l’appoggio della lobby ebraica americana, tanto più importante in quanto si avvicinano le elezioni presidenziali.
Di Maio, e con lui tutto il governo italiano, tenta la via dell’accordo a tutti i costi. Ma la domanda è: qualora la situazione dovesse precipitare che fare? Se prevale Haftar ci troveremo un interlocutore a Tripoli poco disposto nei nostri confronti, se Serraj viene salvato dalla Turchia il nostro “patronato” su Tripoli verrebbe meno. Un intervento militare, proprio per la nostra condizione di ex-potenza coloniale, è da escludere, salvo non avvenga nell’ambito di una forza di interposizione europea o promossa dalle Nazioni Unite. Non resta che attendere Berlino, dove dovrebbe svolgersi ai primi di gennaio una conferenza internazionale per cercare una soluzione. Ma mentre tutti discutono e si scambiano telefonate intorno a Tripoli si scambiano colpi d’arma da fuoco in quantità e Haftar guadagna posizioni.

 

Franco Chiarenza
28 dicembre 2019

Chi, come me, sperava che il presidente Trump sarebbe stato per necessità e condizionamenti provenienti dal soft power dell’establishment di Washington persona diversa dal candidato alle presidenziali del 2016, deve ricredersi. Ogni volta che ha potuto Trump ha cercato di realizzare il suo modello di isolazionismo rivendicato nella campagna elettorale preferendo, anche nella scelta dei mezzi di comunicazione, le rozze semplificazioni e gli slogan di twitter a interventi più ragionati. Alla fine la sua idea di un’America militarmente potente, in grado di bastare a se stessa e quindi non legata a impegni multilaterali, arrogante e paternalistica nei rapporti con gli altri paesi (anche quelli europei più legati alla sua storia), forse non si è pienamente realizzata ma comunque ha sconvolto tutte le tradizionali alleanze che dopo la seconda guerra mondiale facevano perno su un’ idea diversa di America, fondata sull’accoglienza, sugli accordi multilaterali, sulla responsabilità di guidare tutto il mondo occidentale nella difficile sfida della globalizzazione.

Gli errori del presidente
Trump è però inciampato in due punti fondamentali: i rapporti con la Russia (al cui appoggio doveva in parte la sua elezione) e il potere di un’informazione indipendente che in America è ancora molto forte.
La sua idea di un accordo con la Russia che in sostanza lasciasse mano libera a Putin (al quale andava tutta la sua personale simpatia come si conviene tra convinti populisti) si è infranta su una resistenza dell’opinione pubblica che aveva sottovalutato; lo scandalo delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali lo ha costretto a giocare in difesa accantonando ogni velleità di alleanza organica con Mosca. In questa ritirata la stampa e i mezzi di informazione indipendenti hanno giocato un ruolo fondamentale mentre il Congresso, dopo la vittoria democratica nelle elezioni mid term del 2018, tornava a farsi sentire avviando una procedura di impeachment basata su accuse più dimostrabili di quelle precedenti: le pressioni di Trump sul governo ucraino per ottenere rivelazioni sulle attività economiche del figlio di Joe Biden (ex vice presidente di Obama e possibile candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2020), fino al punto di condizionare gli aiuti necessari a quel paese al soddifacimento delle sue richieste. La rimozione del presidente sarà ovviamente impossibile per la resistenza del Senato, ancora a maggioranza repubblicana, ma il colpo alla credibilità di Trump lascerà le sua tracce.
Un altro grave errore è stato la pagliacciata delle relazioni con la Corea del Nord che si è risolta con un nulla di fatto consentendo però al dittatore comunista Kim-Jong Un un successo di immagine che ne ha rafforzato il potere e soprattutto dimostrando il crescente potere di interdizione della Cina. Anche l’inasprimento delle sanzioni all’Iran (capovolgendo la politica di appeasement portata avanti da Obama) ha rafforzato la posizione dei “falchi” all’interno del regime islamico senza arrecare alcun vantaggio agli Stati Uniti. Non c’è partita di politica estera in cui Trump si sia impegnato che non sia stata fallimentare: dalla Cina al Medio Oriente. Il suo agitarsi menando fendenti a destra e manca fa pensare alle marionette di un tempo; ma purtroppo si tratta del capo della più grande potenza del mondo.

Le guerre commerciali
Un capitolo a parte riguarda i rapporti con l’Europa e il Giappone, paesi alleati che con gli Stati Uniti hanno condiviso la gestione di tutti gli strumenti multilaterali che ruotavano intorno all’egemonia americana: la NATO, il WTO, l’OCDE, il FMI, la Banca Mondiale, ecc. Una ragnatela che ha consentito in qualche misura di governare i processi di globalizzazione, una rete che ha protetto certamente i paesi europei da “invasioni di campo” destabilizzanti ma ha pure consentito agli Stati Uniti di mantenere una posizione centrale negli sviluppi dell’economia mondiale. Il prezzo da pagare era l’apertura del mercato americano alle importazioni dai paesi europei e dal Giappone che in effetti ha prodotto nel tempo un forte squilibrio della bilancia commerciale. Ad esso Trump ha attribuito la responsabilità dei processi di de-industrializzazione in atto da tempo e su tale convinzione ha avviato una politica di autarchia protezionistica che comporta la rottura di tutte le strutture e le alleanze costruite dagli Stati Uniti nel dopoguerra.
Ma le guerre commerciali provocano, prima o poi, le ritorsioni degli altri paesi, e quanto più estesi saranno i mercati e il potere d’acquisto che essi rappresentano tanto maggiore sarà il danno per gli Stati Uniti. Per questo Trump boicotta l’Unione Europea e preferisce trattare con i singoli paesi del Vecchio Continente; se infatti l’Unione si dotasse di strumenti politici adeguati rappresenterebbe un mercato equivalente a quello americano e quindi potenzialmente in grado di danneggiarne gli interessi in molti settori.
Trump non ha perso tempo: prima che l’Europa si riprendesse da questo brusco cambio di politica economica e cominciasse a reagire coi suoi tempi lunghi il governo americano ha avviato dazi protettivi che colpiscono soprattutto le esportazioni tedesche (ma anche francesi e italiane) riportando indietro l’orologio della storia. Se verrà rieletto l’anno prossimo è certo che le reazioni europee diverranno più consistenti soprattutto se si avvierà finalmente quel processo di unificazione politica (che non a caso Trump teme come il fumo negli occhi) e si procederà alla creazione di nuovi soggetti europei nel campo della comunicazione interattiva e delle nuove tecnologie in generale dove oggi le aziende americane sono egemoni. La decisione della Francia e di altri paesi europei di tassare le grandi imprese americane (Google, Amazon, ecc.) per i profitti realizzati nei loro territori costituisce un segnale che il presidente americano ha colto in tutta la sua gravità (minacciando ulteriori sanzioni). In pratica la politica di Trump, i cui effetti si vedranno tra qualche anno, finirebbe per favorire la creazione di nuovi poli di aggregazione potenzialmente in grado di arginare la supremazia americana: l’Europa unita innanzi tutto, ma anche la Cina (che potrebbe rappresentare un nuovo punto di riferimento per paesi come la Corea del Sud e lo stesso Giappone), la galassia dell’Asia sud orientale attraverso nuove forme di aggregazione (di cui l’ASEAN già rappresenta in qualche misura una prima struttura portante) e naturalmente la Russia che tornerebbe ad essere protagonista non soltanto in Europa ma anche in Medio ed Estremo Oriente. Con buona pace dell’idea infantile (ma elettoralmente accattivante) di un’America forte e priva di vincoli in grado di condizionare tutti gli interlocutori come un elefante può fare con creature infinitamente più modeste. Perchè prima o poi anche le formiche nel loro piccolo si incazzano, come un famoso libro ci ha rivelato.

 

Franco Chiarenza
4 dicembre 2019

Il fatto che i problemi ambientali, in essi comprendendo tutte le tematiche che riguardano il riscaldamento terrestre e l’inquinamento crescente che alterano gli equilibri biologici del nostro pianeta, siano stati portati in primo piano tra le questioni che si dibattono nel mondo costituisce certamente una sensibilizzazione opportuna. Che lo si faccia con toni esagitati e fuori misura, se sono i giovani a manifestarli, è altrettanto comprensibile. Ma il tema è troppo complesso per essere affrontato con disarmanti semplificazioni.
Non credo ci siano dubbi che il riscaldamento terrestre sia una realtà. Non è condiviso da tutti invece che il fattore antropico (cioè le alterazioni prodotte dall’uomo) ne sia la causa determinante. Molti sostengono infatti che si tratta in realtà a un nuovo ciclo di riscaldamento che si alterna nei millenni a fasi di raffreddamento, come attestano testimonianze storiche difficilmente contestabili. In ogni caso però il fenomeno è in corso e non vi è alcuna ragione per peggiorare la situazione con comportamenti umani che certamente hanno il loro peso. Da questo punto di vista quindi ben venga Greta Thunberg come simbolo di mobilitazione giovanile su un tema che ovviamente riguarda più loro che me (che di anni ne ho settanta in più della giovanissima e incazzatissima ragazzina svedese).
Ma, come sempre, il problema non sta nel fatto in sé ma nel come si intende risolverlo.

La questione economica
Tanto per capirci: i paesi che inquinano di più sono quelli a basso reddito pro-capite, a cominciare dalla Cina e dall’India per continuare con quelli dell’Africa sub-sahariana; hanno bisogno di energia a basso costo per sollevare le loro condizioni economiche e l’insistenza sulla sensibilità ambientale sembra loro un pretesto per mantenerli in posizione arretrata. L’Europa e i paesi occidentali hanno invece speso molto per diminuire l’inquinamento e progettano investimenti ancora maggiori per realizzare la cosiddetta “green-economy”. Ma esiste un punto limite oltre il quale si mette a rischio la competitività del sistema produttivo con conseguenze gravi in termini di occupazione e di crescita. Superare questo limite non significa ridurre il tenore di vita dei ricchi (che comunque con qualche piscina in meno se la cavano sempre) ma proprio dei ceti sociali che vivono per lo più di lavoro dipendente. Si può naturalmente discutere quale sia il punto di equilibrio e quanto le nuove tecnologie possano contribuire a fornire energie alternative a costi accettabili, ma comunque di questa esigenza di compatibilità dovrebbero sempre tenere conto quelli che discutono di questo problema. Greta, e coloro che la guidano dietro le quinte, fingono di ritenere la compatibilità economica irrilevante e per essere convincenti agitano un inquietante catastrofismo che ricorda il millenarismo di secoli passati e che può rappresentare il pretesto per proporre soluzioni politiche incompatibili con la nostra concezione liberale della società civile.

La società energetica
La società contemporanea si fonda sull’energia elettrica; non riusciamo nemmeno a immaginare un’esistenza senza elettricità. Per produrla si sono utilizzati fino ad oggi materiali combustibili (carbone, petrolio, gas) che con i nuovi sistemi di estrazione sono quasi inesauribili. Oppure si è fatto ricorso all’energia nucleare ottenuta attraverso gli stessi processi che hanno fatto della bomba atomica l’arma di distruzione più spaventosa della storia; un po’ per questa associazione, un po’ per lo spavento creato da alcuni “incidenti” (Cernobyl nel 1986, Fukushima nel 2011 e altri meno gravi), ma soprattutto per la mancata soluzione dello smaltimento delle scorie radioattive, molti paesi, tra cui il nostro, hanno abbandonato il nucleare. Negli anni tra le due guerre mondiali gli stati privi di materie prima (come il nostro) avevano incrementato la produzione di energia sfruttando le cadute d’acqua (centrali idroelettriche); ma pure questa tecnologia – nella quale gli italiani erano all’avanguardia, insieme a quella che utilizzava i soffioni di gas naturale (centrali geotermiche) mostrava i suoi limiti anche in termini di sicurezza ( le grandi dighe sono pericolose e producono impatti deleteri sull’ambiente circostante). Oggi lo sfruttamento idrico per produrre elettricità viene utilizzato soprattutto dove è possibile costruire bacini in corrispondenza allo sbarramento di fiumi di grande portata (come nel Tennessee, ad Assuan, in Brasile, in Cina, per citarne soltanto alcuni tra i più conosciuti) ma anche in questi casi non sono mancate le polemiche per gli effetti indiretti che le grandi dighe producono sul territorio.
In sostanza man mano che il progresso industriale si estende e la domanda di consumi elettrici aumenta non sembrano esserci alternative nella convenienza di utilizzare i combustibili fossili che infatti ancora oggi sono i più economici e diffusi. Quando l’allarme per le emissioni inquinanti ha raggiunto il suo punto più alto nella seconda metà del secolo scorso ci si è chiesti però come produrre energia in modo non dannoso per l’ambiente e sono comparse all’orizzonte alcune tecnologie alternative: energia solare, energia eolica (prodotta dal vento), altri carburanti ricavati da scarti agricoli). Ognuna di esse tuttavia ha mostrato inconvenienti gravi: il solare richiede superfici di esposizione troppo ampie per alimentare impianti di grandezza significativa, l’eolico (a prescindere dalla bruttezza delle “torri”) provoca danni alla fauna e alla flora delle zone interessate, i biocarburanti presuppongono coltivazioni estensive difficilmente disponibili senza ridurre le scorte alimentari. Vi sono inoltre difficoltà non ancora risolte che riguardano l’accumulazione e la distribuzione dell’energia prodotta, lo smaltimento di un numero crescente di batterie esauste, e altri fattori di inquinamento indiretti per i quali il danno ambientale cacciato dalla porta potrebbe rientrare dalle finestre. Inoltre tutte le nuove tecnologie alternative hanno una comune caratteristica negativa, quella di essere, almeno allo stato attuale, più costose di quelle tradizionali e quindi poco gradite ai paesi in via di sviluppo che proprio sui costi di produzione, tra i quali quelli energetici, giocano la loro partita con l’Occidente.

La questione morale
C’è un aspetto morale che giustamente viene messo in rilievo dai più giovani e che riflette le attese di giustizia che da sempre infiammano i sentimenti delle generazioni che si succedono; un assolutismo ideologico al quale è difficile contrapporre motivazioni economiche senza passare per conservatori egoisti. Ma anche da questo punto di vista la prudenza è d’obbligo; non soltanto perché poi, all’atto pratico, non sono molti coloro che concretamente sono disposti a ridurre il proprio tenore di vita per un futuro migliore, ma soprattutto per il rischio che il loro entusiasmo venga utilizzato per finalità molto diverse.
Dalle visioni apocalittiche al momento successivo di abbandonare il consenso democratico (perchè troppo complicato da ottenere in tempi rapidi) il passo è breve e porta direttamente a soluzioni sostanzialmente autoritarie (anche quando sono legittimate da una democrazia plebiscitaria). Quando si è troppo convinti della propria verità la tentazione di renderla indiscutibile per il bene dell’umanità diventa irresistibile, come dimostrano i tanti fanatismi che hanno attraversato la storia dell’umanità (ivi compresi quelli generati dagli assolutismi religiosi cristiani e islamici). Se l’ambientalismo diventa una religione produrrà forme di intolleranza fondamentalista e ci sarà qualcuno che ne approfitterà per mandare finalmente in soffitta i principi liberali e i diritti individuali e con essi il pluralismo delle idee che erano faticosamente riusciti a dare al mondo occidentale (e ad altre parti importanti del pianeta) due secoli di progresso. Greta sicuramente non ne è consapevole ma sorge legittimamente qualche dubbio sulle vere finalità di chi la spinge ad esibirsi.

E allora non si fa nulla?
Si possono fare molte cose affrontando il problema nei tempi e modi giusti, senza mettere a repentaglio i principi fondamentali della nostra civiltà liberale. E tenendo conto che la sfida globale di sottrarre l’umanità alla fame e a privazioni inaccettabili non è ancora vinta (pur avendo ottenuto innegabili progressi). E’ importante che grandi paesi, determinanti ai fini della riduzione delle emissioni inquinanti e finora recalcitranti – tra gli altri gli Stati Uniti e la Cina – abbiano cominciato a prendere misure di contenimento dell’inquinamento (come le tecnologie di “cattura” dei fumi che consentono di continuare a utilizzare il carbone, la graduale sostituzione del gas al petrolio, ecc.) e soprattutto che nuovi stili di vita vadano gradualmente sostituendo quella cultura dello spreco e dell’esibizionismo diffusi da mezzi di comunicazione involontariamente complici di un imbarbarimento anche culturale che dovrebbe preoccuparci non poco. Occorre procedere nella ricerca, avanzare nelle tecnologie che consentano di diminuire i costi delle fonti energetiche alternative, puntare non soltanto alla riduzione dei consumi inutili ma anche all’espansione delle risorse necessarie per raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi perchè tutti possano usufruire di livelli di civiltà che oggi riteniamo indispensabili. La soluzione del problema è nel progresso (tecnico, culturale, economico) non nel regresso guardando a un passato che non era affatto migliore dei nostri tempi. L’elenco delle cose da fare è lungo; se Greta è un simbolo di attenzione e di priorità per le nostre coscienze ben venga; se invece è soltanto una ragazzina alla ricerca di una visibilità mediatica che altrimenti non avrebbe, sarà meglio che torni sui banchi di scuola che qualcuno l’ha spinta ad abbandonare.

 

Franco Chiarenza
27 settembre 2019