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Ai sovranisti di ogni latitudine la risposta più convincente è venuta dal Coronavirus. Sprezzante dei divieti di Erdogan e di Putin ha superato ogni confine e si è diffuso senza chiedere il permesso ai governi nazionali, come d’altronde avevano fatto in passato i suoi antenati Sars, Asiatica, Spagnola, Aviaria, e via enumerando. Come sempre i tentativi di isolamento sono falliti, la condivisione di ricerche su farmaci e vaccini è stata invece risolutiva. Il Covid 19 non rappresenta la condanna della globalizzazione come qualcuno ha sostenuto ma, al contrario, la conferma della sua validità.
Chiudere di nuovo i popoli dentro angusti confini non è soltanto poco conveniente è semplicemente inutile. Tutte le cose che contano viaggiano oggi al di sopra delle frontiere: malattie infettive ma anche ricerca di contrasto, capitali finanziari ma anche regole per garantirne un utilizzo virtuoso, scambi e mercati ma anche norme per assicurare una concorrenza imparziale, multinazionali prepotenti ma anche adeguate imposizioni fiscali, riscaldamento globale ma anche comportamenti efficaci per limitarlo, reti di comunicazione ma anche strumenti per contrastarne un uso scorretto, flussi migratori ma anche misure per regolamentarli . Non c’è oggi un solo problema, tra quelli che contano davvero per il nostro futuro, che non passi attraverso soluzioni globali perché ogni provvedimento a livello nazionale si rivela impotente. Chi può negare che le cose stiano così?

Eppure sono in tanti in America, in Europa e altrove a pensare che, avendo raggiunto un elevato tenore di vita, l’unico modo di mantenerlo salvandolo da incursioni predatorie esterne sia quello del “fai da te”, tornando alle politiche protezioniste del “tutti contro tutti”. Si tratta di un’idea miope e controproducente anche per i grandi paesi che per le loro dimensioni e ricchezza possono illudersi di non avere bisogno degli altri, ma semplicemente suicida per piccoli stati come il nostro, con un mercato interno limitato e un indebitamento drammatico, e che si è permesso il lusso di utilizzare le poche risorse disponibili per distribuzioni assistenziali. Il nostro interesse quindi è il contrario di quanto sostengono i “sovranisti”: occorre battersi in ogni sede perchè regole globali consentano il libero gioco della concorrenza competitiva. Anche per questo partecipare all’Unione Europea e rafforzare la sua capacità rappresentativa è per noi molto importante. Tornare ai bracci di ferro e alle guerre commerciali può inizialmente soddisfare un po’ di amor proprio ma quando il virus del nazionalismo autarchico (ben più dannoso di quelli influenzali) avrà drammaticamente dimostrato ai consumatori che a pagare il prezzo di queste esibizioni muscolari alla fine sono loro, si tornerà a invocare il fairplay delle organizzazioni internazionali e a chiedere regole comuni. Perché le regole, da che mondo è mondo, servono a proteggere i più deboli; i più forti ne hanno ugualmente bisogno ma possono più facilmente illudersi di poterne fare a meno perché mettono sulla bilancia il peso della loro superiorità (economica, politica, militare, tecnologica).

Essere convinti che processi globali vadano regolati con accordi multinazionali e significative cessioni di sovranità non significa però che non si possano mettere in atto alcuni strumenti di garanzia per proteggersi da pratiche distorsive che producono danni irreversibili all’economia nazionale; ma essi servono soltanto da tampone e hanno una scarsa efficacia nei tempi lunghi. Più è grande la dimensione politica in cui ci si colloca e meglio si potranno garantire gli interessi strategici; per questo l’unità europea non è un’opzione ma una strada obbligata. Il futuro sarà dominato da grandi blocchi che graviteranno non soltanto intorno agli Stati Uniti d’America ma anche alla Cina e probabilmente all’India e alla Russia. L’Europa potrà svolgere in tale contesto un ruolo importante soltanto se sarà unita e avrà titolo e forza per tutelare i propri interessi; e sarà meglio per tutti se ciò avverrà nell’ambito di strumenti multilaterali a livello globale in grado di difenderci dalla prepotenza dei mercati finanziari, dall’inquinamento globale, dalla minaccia che proviene da un uso scorretto delle nuove tecnologie informatiche, dalle emigrazioni indiscriminate di milioni di esseri umani spinti dalle guerre e dalla fame, ecc. Occorre mettersi insieme, potenziare le strutture sovranazionali che esistono e, se necessario, costruirne delle altre.
Certo, esiste, e non da oggi, la necessità di mettere all’ordine del giorno la riforma di alcuni degli organismi già esistenti, non soltanto in Europa ma anche a livello globale. A cominciare dall’ONU, che, per esercitare un ruolo più incisivo deve essere sottratta dal ricatto dell’”uno vale uno” che rischia sempre di paralizzare ogni decisione. Perchè se, per esempio, il voto di Malta (400,000 abitanti) può paralizzare l’Europa (446, milioni di abitanti) oppure il voto del Togo (6 milioni di abitanti) bloccare le Nazioni Unite (che rappresentano circa sette miliardi di esseri umani) c’è qualcosa che non va. Non bastano le soluzioni empiriche, spesso poco trasparenti, che hanno consentito fino ad oggi di andare avanti, occorre affrontare il problema in maniera chiara e in base a principi innovativi che non siano soltanto improntati all’uguaglianza giuridica e formale delle nazioni. Sono stati studiati per esempio sistemi istituzionali ponderati in cui il principio di nazionalità viene bilanciato da altri criteri di valutazione (popolazione, pil,ed eventualmente altri purché oggettivamente misurabili). L’importante è dare nuovo vigore alle istituzioni sovranazionali più significative realizzate nel secolo scorso dopo gli orrori della seconda guerra mondiale le quali, malgrado i loro limiti, hanno comunque ottenuto in molti casi risultati positivi.

Quando nel 1945 l’America era in grado di imporre a tutto il mondo occidentale, all’Africa decolonizzata e a una parte rilevante dell’Oriente (a cominciare dal Giappone) il suo modello politico ed economico, i suoi governanti fecero una scelta intelligente. Imposero sì quel modello (che d’altronde si era dimostrato vincente) ma ne proposero una gestione condivisa: una partnership che si concretizzò negli accordi monetari di Bretton Woods, nella creazione del WTO (per regolare gli scambi commerciali), nella Banca Mondiale, nel FMI e in numerose altre organizzazioni, alcune delle quali facenti capo all’ONU e in gran parte finanziate dal governo di Washington (UNESCO, FAO, OMS, ILO, ecc.) con lo scopo di affrontare insieme i problemi posti dai cambiamenti universali e promuovere regole comuni su ogni aspetto della vita umana. Persino nella difesa militare durante la guerra fredda gli USA preferirono coinvolgere i partner in un trattato (NATO) che, per molti aspetti, ha caratteristiche multinazionali. Questo grandioso progetto, riuscito solo in parte, era comunque nuovo nella storia più recente e dimostrava la consapevolezza della potenza egemone che i problemi dell’umanità si risolvono tutti insieme o non si risolvono. Quest’epoca, tra alti e bassi durata settant’anni, sembra finita con la presidenza Obama. Con l’avvento di Trump, al di là della volgarità del personaggio, l’America pare avere voltato le spalle a questa mirabile costruzione e preferire richiudersi in se stessa, come già aveva fatto negli anni dell’isolazionismo tra le due guerre mondiali. Eleggendo Trump (sia pure con i limiti di una votazione poco convincente) gli americani hanno inteso chiudere l’epoca del multilateralismo che essi stessi avevano promosso, convinti forse di non avere bisogno di nessuno e comunque certi che ciò che occorre si può comprare senza cedere una briciola del proprio potere. Speriamo si tratti soltanto di una parentesi, non mancano indizi di resipiscenza e il sistema americano dei contrappesi sembra funzionare ancora, ma il segnale “sovranista” e autarchico si è diffuso ovunque e minaccia la stabilità più seriamente del “coronavirus”. Perché, come diceva Bastiat, dove non passano le merci, prima o poi, passano i cannoni.

 

Franco Chiarenza
4 maggio 2020

Era il titolo di una canzone quando nel 1911 gli italiani iniziarono la guerra per conquistare la Libia, considerata necessaria da Giolitti nella disgregazione dell’impero turco per salvaguardare gli equilibri geo-politici nel Mediterraneo, soprattutto dopo che la Francia si era impadronita del Marocco, dell’Algeria e soprattutto della Tunisia dove viveva una numerosa e attiva minoranza italiana. La Libia in realtà non esisteva: c’erano, assai diverse tra loro, la Tripolitania, la Cirenaica e il Fezzan che la colonizzazione italiana unificò dandogli l’antico nome romano. Un’annessione contrastata, segnata anche da repressioni violente (soprattutto nel periodo fascista), cessata dopo la seconda guerra mondiale quando la Libia ottenne l’indipendenza sotto lo scettro del senusso di Cirenaica Idris. Cose da ricordare oggi che la Libia è di nuovo al centro di una crisi che rischia di esplodere alle soglie di casa nostra.

Il dopo-Gheddafi
La Libia, considerata uno “scatolone di sabbia” utile soltanto come valvola di sfogo per l’emigrazione contadina italiana, scoprì dopo la guerra sotto la sabbia rilevanti giacimenti petroliferi, molto importanti sia dal punto di vista quantitativo che per la qualità del prodotto. L’Italia, cacciata dalla porta, rientrò così dalla finestra attraverso importanti concessioni estrattive all’ENI. La politica del dittatore Gheddafi, subentrato al vecchio re Idris nel 1969, fu sempre ambigua nei confronti dell’Italia: alla violenza verbale contro le responsabilità coloniali seguita da un’indiscriminata espulsione di migliaia di italiani, facevano riscontro comportamenti più accomodanti come appunto le concessioni petrolifere, gli investimenti in Italia del fondo sovrano libico, una politica di contenimento dei flussi migratori che dal centro dell’Africa puntavano all’Europa passando dall’Italia.
Dopo l’uccisione di Gheddafi nel 2011, probabilmente organizzata dai paesi occidentali (Francia e Gran Bretagna soprattutto) perchè considerato fonte di instabilità e protettore dei terroristi islamici (ma forse anche per malcelati interessi petroliferi), è comincita una guerra civile tuttora in corso e di cui soprattutto noi italiani rischiamo di pagare le conseguenze non soltanto per il rischio che corrono le concessioni petrolifere ma soprattutto per la rottura di ogni argine ai flussi migratori verso il nostro Paese, causa non ultima del successo dell’estrema destra nel contesto politico italiano. Tanto basta per capire perchè quel che succede a Tripoli ci riguarda da vicino.

Guerra per procura
Da otto anni la Libia è in balia di una guerra tribale in cui si era inserita anche l’ISIS. Le potenze occidentali si sono comportate come chi dopo avere innescato un incendio si volta dall’altra parte e finge di non vederlo; finchè si sono finalmente rese conto del pericolo e hanno fatto la cosa sbagliata. Invece di accordarsi per spegnere l’incendio e poi creare le condizioni di un nuovo assetto politico necessariamente federale, si sono mosse ciascuna per proprio conto appoggiando e armando le diverse fazioni; lo stesso hanno fatto i paesi medio-orientali e i loro protettori, Russia e Stati Uniti.
Oggi la situazione è drammatica ma abbastanza chiara. Khalifa Haftar, un generale libico della vecchia generazione, è riuscito a mettere insieme un esercito nazionale, legittimato dal governo cirenaico, finanziato e armato dall’Egitto e dagli Emirati Arabi, protetto politicamente dalla Russia e dalla Francia, che ha ridotto il governo legittimo di Tripoli a difendersi in una parte sempre più ridotta del paese. Il presidente del governo riconosciuto dall’ONU Fayez Sarraj è appoggiato dall’Italia e gode del sostegno della Turchia (che minaccia un intervento armato). Gli Stati Uniti, che potrebbero essere determinanti (anche per l’appoggio militare e logistico) oscillano incerti sul da farsi; per Trump il mondo musulmano è un rebus incomprensibile e l’unica cosa che gli preme è l’alleanza con l’Arabia Saudita (con cui fa ottimi affari) e con il governo israeliano di Netanyahu per garantirsi l’appoggio della lobby ebraica americana, tanto più importante in quanto si avvicinano le elezioni presidenziali.
Di Maio, e con lui tutto il governo italiano, tenta la via dell’accordo a tutti i costi. Ma la domanda è: qualora la situazione dovesse precipitare che fare? Se prevale Haftar ci troveremo un interlocutore a Tripoli poco disposto nei nostri confronti, se Serraj viene salvato dalla Turchia il nostro “patronato” su Tripoli verrebbe meno. Un intervento militare, proprio per la nostra condizione di ex-potenza coloniale, è da escludere, salvo non avvenga nell’ambito di una forza di interposizione europea o promossa dalle Nazioni Unite. Non resta che attendere Berlino, dove dovrebbe svolgersi ai primi di gennaio una conferenza internazionale per cercare una soluzione. Ma mentre tutti discutono e si scambiano telefonate intorno a Tripoli si scambiano colpi d’arma da fuoco in quantità e Haftar guadagna posizioni.

 

Franco Chiarenza
28 dicembre 2019

Chi, come me, sperava che il presidente Trump sarebbe stato per necessità e condizionamenti provenienti dal soft power dell’establishment di Washington persona diversa dal candidato alle presidenziali del 2016, deve ricredersi. Ogni volta che ha potuto Trump ha cercato di realizzare il suo modello di isolazionismo rivendicato nella campagna elettorale preferendo, anche nella scelta dei mezzi di comunicazione, le rozze semplificazioni e gli slogan di twitter a interventi più ragionati. Alla fine la sua idea di un’America militarmente potente, in grado di bastare a se stessa e quindi non legata a impegni multilaterali, arrogante e paternalistica nei rapporti con gli altri paesi (anche quelli europei più legati alla sua storia), forse non si è pienamente realizzata ma comunque ha sconvolto tutte le tradizionali alleanze che dopo la seconda guerra mondiale facevano perno su un’ idea diversa di America, fondata sull’accoglienza, sugli accordi multilaterali, sulla responsabilità di guidare tutto il mondo occidentale nella difficile sfida della globalizzazione.

Gli errori del presidente
Trump è però inciampato in due punti fondamentali: i rapporti con la Russia (al cui appoggio doveva in parte la sua elezione) e il potere di un’informazione indipendente che in America è ancora molto forte.
La sua idea di un accordo con la Russia che in sostanza lasciasse mano libera a Putin (al quale andava tutta la sua personale simpatia come si conviene tra convinti populisti) si è infranta su una resistenza dell’opinione pubblica che aveva sottovalutato; lo scandalo delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali lo ha costretto a giocare in difesa accantonando ogni velleità di alleanza organica con Mosca. In questa ritirata la stampa e i mezzi di informazione indipendenti hanno giocato un ruolo fondamentale mentre il Congresso, dopo la vittoria democratica nelle elezioni mid term del 2018, tornava a farsi sentire avviando una procedura di impeachment basata su accuse più dimostrabili di quelle precedenti: le pressioni di Trump sul governo ucraino per ottenere rivelazioni sulle attività economiche del figlio di Joe Biden (ex vice presidente di Obama e possibile candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2020), fino al punto di condizionare gli aiuti necessari a quel paese al soddifacimento delle sue richieste. La rimozione del presidente sarà ovviamente impossibile per la resistenza del Senato, ancora a maggioranza repubblicana, ma il colpo alla credibilità di Trump lascerà le sua tracce.
Un altro grave errore è stato la pagliacciata delle relazioni con la Corea del Nord che si è risolta con un nulla di fatto consentendo però al dittatore comunista Kim-Jong Un un successo di immagine che ne ha rafforzato il potere e soprattutto dimostrando il crescente potere di interdizione della Cina. Anche l’inasprimento delle sanzioni all’Iran (capovolgendo la politica di appeasement portata avanti da Obama) ha rafforzato la posizione dei “falchi” all’interno del regime islamico senza arrecare alcun vantaggio agli Stati Uniti. Non c’è partita di politica estera in cui Trump si sia impegnato che non sia stata fallimentare: dalla Cina al Medio Oriente. Il suo agitarsi menando fendenti a destra e manca fa pensare alle marionette di un tempo; ma purtroppo si tratta del capo della più grande potenza del mondo.

Le guerre commerciali
Un capitolo a parte riguarda i rapporti con l’Europa e il Giappone, paesi alleati che con gli Stati Uniti hanno condiviso la gestione di tutti gli strumenti multilaterali che ruotavano intorno all’egemonia americana: la NATO, il WTO, l’OCDE, il FMI, la Banca Mondiale, ecc. Una ragnatela che ha consentito in qualche misura di governare i processi di globalizzazione, una rete che ha protetto certamente i paesi europei da “invasioni di campo” destabilizzanti ma ha pure consentito agli Stati Uniti di mantenere una posizione centrale negli sviluppi dell’economia mondiale. Il prezzo da pagare era l’apertura del mercato americano alle importazioni dai paesi europei e dal Giappone che in effetti ha prodotto nel tempo un forte squilibrio della bilancia commerciale. Ad esso Trump ha attribuito la responsabilità dei processi di de-industrializzazione in atto da tempo e su tale convinzione ha avviato una politica di autarchia protezionistica che comporta la rottura di tutte le strutture e le alleanze costruite dagli Stati Uniti nel dopoguerra.
Ma le guerre commerciali provocano, prima o poi, le ritorsioni degli altri paesi, e quanto più estesi saranno i mercati e il potere d’acquisto che essi rappresentano tanto maggiore sarà il danno per gli Stati Uniti. Per questo Trump boicotta l’Unione Europea e preferisce trattare con i singoli paesi del Vecchio Continente; se infatti l’Unione si dotasse di strumenti politici adeguati rappresenterebbe un mercato equivalente a quello americano e quindi potenzialmente in grado di danneggiarne gli interessi in molti settori.
Trump non ha perso tempo: prima che l’Europa si riprendesse da questo brusco cambio di politica economica e cominciasse a reagire coi suoi tempi lunghi il governo americano ha avviato dazi protettivi che colpiscono soprattutto le esportazioni tedesche (ma anche francesi e italiane) riportando indietro l’orologio della storia. Se verrà rieletto l’anno prossimo è certo che le reazioni europee diverranno più consistenti soprattutto se si avvierà finalmente quel processo di unificazione politica (che non a caso Trump teme come il fumo negli occhi) e si procederà alla creazione di nuovi soggetti europei nel campo della comunicazione interattiva e delle nuove tecnologie in generale dove oggi le aziende americane sono egemoni. La decisione della Francia e di altri paesi europei di tassare le grandi imprese americane (Google, Amazon, ecc.) per i profitti realizzati nei loro territori costituisce un segnale che il presidente americano ha colto in tutta la sua gravità (minacciando ulteriori sanzioni). In pratica la politica di Trump, i cui effetti si vedranno tra qualche anno, finirebbe per favorire la creazione di nuovi poli di aggregazione potenzialmente in grado di arginare la supremazia americana: l’Europa unita innanzi tutto, ma anche la Cina (che potrebbe rappresentare un nuovo punto di riferimento per paesi come la Corea del Sud e lo stesso Giappone), la galassia dell’Asia sud orientale attraverso nuove forme di aggregazione (di cui l’ASEAN già rappresenta in qualche misura una prima struttura portante) e naturalmente la Russia che tornerebbe ad essere protagonista non soltanto in Europa ma anche in Medio ed Estremo Oriente. Con buona pace dell’idea infantile (ma elettoralmente accattivante) di un’America forte e priva di vincoli in grado di condizionare tutti gli interlocutori come un elefante può fare con creature infinitamente più modeste. Perchè prima o poi anche le formiche nel loro piccolo si incazzano, come un famoso libro ci ha rivelato.

 

Franco Chiarenza
4 dicembre 2019

Il fatto che i problemi ambientali, in essi comprendendo tutte le tematiche che riguardano il riscaldamento terrestre e l’inquinamento crescente che alterano gli equilibri biologici del nostro pianeta, siano stati portati in primo piano tra le questioni che si dibattono nel mondo costituisce certamente una sensibilizzazione opportuna. Che lo si faccia con toni esagitati e fuori misura, se sono i giovani a manifestarli, è altrettanto comprensibile. Ma il tema è troppo complesso per essere affrontato con disarmanti semplificazioni.
Non credo ci siano dubbi che il riscaldamento terrestre sia una realtà. Non è condiviso da tutti invece che il fattore antropico (cioè le alterazioni prodotte dall’uomo) ne sia la causa determinante. Molti sostengono infatti che si tratta in realtà a un nuovo ciclo di riscaldamento che si alterna nei millenni a fasi di raffreddamento, come attestano testimonianze storiche difficilmente contestabili. In ogni caso però il fenomeno è in corso e non vi è alcuna ragione per peggiorare la situazione con comportamenti umani che certamente hanno il loro peso. Da questo punto di vista quindi ben venga Greta Thunberg come simbolo di mobilitazione giovanile su un tema che ovviamente riguarda più loro che me (che di anni ne ho settanta in più della giovanissima e incazzatissima ragazzina svedese).
Ma, come sempre, il problema non sta nel fatto in sé ma nel come si intende risolverlo.

La questione economica
Tanto per capirci: i paesi che inquinano di più sono quelli a basso reddito pro-capite, a cominciare dalla Cina e dall’India per continuare con quelli dell’Africa sub-sahariana; hanno bisogno di energia a basso costo per sollevare le loro condizioni economiche e l’insistenza sulla sensibilità ambientale sembra loro un pretesto per mantenerli in posizione arretrata. L’Europa e i paesi occidentali hanno invece speso molto per diminuire l’inquinamento e progettano investimenti ancora maggiori per realizzare la cosiddetta “green-economy”. Ma esiste un punto limite oltre il quale si mette a rischio la competitività del sistema produttivo con conseguenze gravi in termini di occupazione e di crescita. Superare questo limite non significa ridurre il tenore di vita dei ricchi (che comunque con qualche piscina in meno se la cavano sempre) ma proprio dei ceti sociali che vivono per lo più di lavoro dipendente. Si può naturalmente discutere quale sia il punto di equilibrio e quanto le nuove tecnologie possano contribuire a fornire energie alternative a costi accettabili, ma comunque di questa esigenza di compatibilità dovrebbero sempre tenere conto quelli che discutono di questo problema. Greta, e coloro che la guidano dietro le quinte, fingono di ritenere la compatibilità economica irrilevante e per essere convincenti agitano un inquietante catastrofismo che ricorda il millenarismo di secoli passati e che può rappresentare il pretesto per proporre soluzioni politiche incompatibili con la nostra concezione liberale della società civile.

La società energetica
La società contemporanea si fonda sull’energia elettrica; non riusciamo nemmeno a immaginare un’esistenza senza elettricità. Per produrla si sono utilizzati fino ad oggi materiali combustibili (carbone, petrolio, gas) che con i nuovi sistemi di estrazione sono quasi inesauribili. Oppure si è fatto ricorso all’energia nucleare ottenuta attraverso gli stessi processi che hanno fatto della bomba atomica l’arma di distruzione più spaventosa della storia; un po’ per questa associazione, un po’ per lo spavento creato da alcuni “incidenti” (Cernobyl nel 1986, Fukushima nel 2011 e altri meno gravi), ma soprattutto per la mancata soluzione dello smaltimento delle scorie radioattive, molti paesi, tra cui il nostro, hanno abbandonato il nucleare. Negli anni tra le due guerre mondiali gli stati privi di materie prima (come il nostro) avevano incrementato la produzione di energia sfruttando le cadute d’acqua (centrali idroelettriche); ma pure questa tecnologia – nella quale gli italiani erano all’avanguardia, insieme a quella che utilizzava i soffioni di gas naturale (centrali geotermiche) mostrava i suoi limiti anche in termini di sicurezza ( le grandi dighe sono pericolose e producono impatti deleteri sull’ambiente circostante). Oggi lo sfruttamento idrico per produrre elettricità viene utilizzato soprattutto dove è possibile costruire bacini in corrispondenza allo sbarramento di fiumi di grande portata (come nel Tennessee, ad Assuan, in Brasile, in Cina, per citarne soltanto alcuni tra i più conosciuti) ma anche in questi casi non sono mancate le polemiche per gli effetti indiretti che le grandi dighe producono sul territorio.
In sostanza man mano che il progresso industriale si estende e la domanda di consumi elettrici aumenta non sembrano esserci alternative nella convenienza di utilizzare i combustibili fossili che infatti ancora oggi sono i più economici e diffusi. Quando l’allarme per le emissioni inquinanti ha raggiunto il suo punto più alto nella seconda metà del secolo scorso ci si è chiesti però come produrre energia in modo non dannoso per l’ambiente e sono comparse all’orizzonte alcune tecnologie alternative: energia solare, energia eolica (prodotta dal vento), altri carburanti ricavati da scarti agricoli). Ognuna di esse tuttavia ha mostrato inconvenienti gravi: il solare richiede superfici di esposizione troppo ampie per alimentare impianti di grandezza significativa, l’eolico (a prescindere dalla bruttezza delle “torri”) provoca danni alla fauna e alla flora delle zone interessate, i biocarburanti presuppongono coltivazioni estensive difficilmente disponibili senza ridurre le scorte alimentari. Vi sono inoltre difficoltà non ancora risolte che riguardano l’accumulazione e la distribuzione dell’energia prodotta, lo smaltimento di un numero crescente di batterie esauste, e altri fattori di inquinamento indiretti per i quali il danno ambientale cacciato dalla porta potrebbe rientrare dalle finestre. Inoltre tutte le nuove tecnologie alternative hanno una comune caratteristica negativa, quella di essere, almeno allo stato attuale, più costose di quelle tradizionali e quindi poco gradite ai paesi in via di sviluppo che proprio sui costi di produzione, tra i quali quelli energetici, giocano la loro partita con l’Occidente.

La questione morale
C’è un aspetto morale che giustamente viene messo in rilievo dai più giovani e che riflette le attese di giustizia che da sempre infiammano i sentimenti delle generazioni che si succedono; un assolutismo ideologico al quale è difficile contrapporre motivazioni economiche senza passare per conservatori egoisti. Ma anche da questo punto di vista la prudenza è d’obbligo; non soltanto perché poi, all’atto pratico, non sono molti coloro che concretamente sono disposti a ridurre il proprio tenore di vita per un futuro migliore, ma soprattutto per il rischio che il loro entusiasmo venga utilizzato per finalità molto diverse.
Dalle visioni apocalittiche al momento successivo di abbandonare il consenso democratico (perchè troppo complicato da ottenere in tempi rapidi) il passo è breve e porta direttamente a soluzioni sostanzialmente autoritarie (anche quando sono legittimate da una democrazia plebiscitaria). Quando si è troppo convinti della propria verità la tentazione di renderla indiscutibile per il bene dell’umanità diventa irresistibile, come dimostrano i tanti fanatismi che hanno attraversato la storia dell’umanità (ivi compresi quelli generati dagli assolutismi religiosi cristiani e islamici). Se l’ambientalismo diventa una religione produrrà forme di intolleranza fondamentalista e ci sarà qualcuno che ne approfitterà per mandare finalmente in soffitta i principi liberali e i diritti individuali e con essi il pluralismo delle idee che erano faticosamente riusciti a dare al mondo occidentale (e ad altre parti importanti del pianeta) due secoli di progresso. Greta sicuramente non ne è consapevole ma sorge legittimamente qualche dubbio sulle vere finalità di chi la spinge ad esibirsi.

E allora non si fa nulla?
Si possono fare molte cose affrontando il problema nei tempi e modi giusti, senza mettere a repentaglio i principi fondamentali della nostra civiltà liberale. E tenendo conto che la sfida globale di sottrarre l’umanità alla fame e a privazioni inaccettabili non è ancora vinta (pur avendo ottenuto innegabili progressi). E’ importante che grandi paesi, determinanti ai fini della riduzione delle emissioni inquinanti e finora recalcitranti – tra gli altri gli Stati Uniti e la Cina – abbiano cominciato a prendere misure di contenimento dell’inquinamento (come le tecnologie di “cattura” dei fumi che consentono di continuare a utilizzare il carbone, la graduale sostituzione del gas al petrolio, ecc.) e soprattutto che nuovi stili di vita vadano gradualmente sostituendo quella cultura dello spreco e dell’esibizionismo diffusi da mezzi di comunicazione involontariamente complici di un imbarbarimento anche culturale che dovrebbe preoccuparci non poco. Occorre procedere nella ricerca, avanzare nelle tecnologie che consentano di diminuire i costi delle fonti energetiche alternative, puntare non soltanto alla riduzione dei consumi inutili ma anche all’espansione delle risorse necessarie per raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi perchè tutti possano usufruire di livelli di civiltà che oggi riteniamo indispensabili. La soluzione del problema è nel progresso (tecnico, culturale, economico) non nel regresso guardando a un passato che non era affatto migliore dei nostri tempi. L’elenco delle cose da fare è lungo; se Greta è un simbolo di attenzione e di priorità per le nostre coscienze ben venga; se invece è soltanto una ragazzina alla ricerca di una visibilità mediatica che altrimenti non avrebbe, sarà meglio che torni sui banchi di scuola che qualcuno l’ha spinta ad abbandonare.

 

Franco Chiarenza
27 settembre 2019

I primi europei che misero piede nel “porto profumato” (questa la traduzione letterale di Hong Kong) furono i portoghesi nel XVI secolo; ma ne furono cacciati. Due secoli dopo si affacciarono gli inglesi tramite la leggendaria Compagnia delle Indie e questa volta ci restarono. Anzi nel 1841 l’isola (che corrisponde alla parte centrale dell’attuale megalopoli) fu occupata militarmente e annessa come colonia alla Gran Bretagna, Negli anni successivi la colonia si allargò tramite concessioni del regime imperiale indebolito dalle “guerre dell’oppio” fino a raggiungere le attuali dimensioni: 1.100 kmq in cui si stipano sette milioni e mezzo di abitanti.
Il modello politico ed economico di Hong Kong, fondato su un innesto della cultura giuridica anglosassone su un contesto storicamente e socialmente molto diverso da quello dei colonizzatori, ha avuto un successo incredibile; pure quando i rapporti con la Cina comunista erano inesistenti (anche a causa dell’economia rigidamente pianificata imposta dal partito comunista di Mao Zedong) Hong Kong aveva sviluppato un’economia fiorente e un tenore di vita molto superiore a quello cinese. Quando nel 1997 la Gran Bretagna decise di restituire la colonia alla Cina molte furono le preoccupazioni; ma il governo di Pechino accettò di mantenere lo status di Hong Kong nella sua specificità facendone una “regione amministrativa speciale” dotata di piena autonomia politica, economica e giuridica. La Hong Kong Basic Law, sottoscritta in quella occasione, consentiva elezioni libere, libertà di stampa, il mantenimento del sistema giuridico modellato sulla Common Law britannica; il controllo politico del governo di Pechino si limitava alla politica estera, militare e a un sistema di nomina del governatore (Chief Executive) che di fatto garantisce ai cinesi un potere di veto. Gli scettici pensavano che non sarebbe durato a lungo e che rapidamente il partito comunista avrebbe assunto ogni potere omologando l’ex-colonia britannica al resto del continente. Ma ebbero torto, almeno in parte, perchè la questione è molto più complicata e la “rivoluzione degli ombrelli” scoppiata per contestare i tentativi del governo di Pechino di allargare la sua influenza dimostra tutta la fragilità del compromesso del 1997.

Uno stato due sistemi
L’accordo con gli inglesi era stato possibile perchè nel frattempo in Cina il regime aveva cambiato profondamente aspetto (e sostanza) sotto l’impulso delle riforme economiche di Deng Xiaoping, che avevano introdotto il sistema capitalistico riducendo fortemente la pianificazione socialista che, in coerenza coi principi marxisti, Mao Zedong aveva imposto dopo avere assunto il potere nel 1949. Per rendere possibile la riunificazione dei territori perduti dove ormai si erano sviluppati con successo modelli politici ed economici assai diversi da quelli della madrepatria, Deng aveva elaborato la teoria conosciuta come “Uno Stato due sistemi”. In sostanza Deng proponeva in cambio della riunificazione con Hong Kong, Macao (ex colonia portoghese) ma soprattutto con Taiwan (la cui sostanziale indipendenza era protetta dagli Stati Uniti) il riconoscimento della loro peculiarità politica, economica e giuridica. Il problema però era sempre quello delle garanzie; posto che Pechino (anche per un comprensibile orgoglio nazionale) rifiutava qualsiasi controllo internazionale nulla assicurava che un regime autoritario, il cui gruppo dirigente si rinnovava sostanzialmente per cooptazione, potesse improvvisamente cambiare orientamento vanificando le autonomie concesse. Il patto sottoscritto all’atto del rientro di Hong Kong nella sovranità cinese rappresentava quindi qualcosa di più di un semplice trattato, era la prova che il sistema “uno stato due sistemi” poteva funzionare e che il governo centrale cinese lo avrebbe rispettato. Un intervento repressivo a Hong Kong, come quello che si profila dopo mesi di disordini, farebbe perdere al regime (e al suo attuale leader Xi Jinping) ogni credibilità e dimostrerebbe l’intrinseca fragilità della teoria di Deng. Senza contare il danno economico prodotto dalla probabile fuga da Hong Kong di ingenti capitali internazionali e il ridimensionamento di quella che oggi è una piazza finanziaria tra le più importanti del mondo.

Taiwan
La grande isola (36.000 kmq, diecimila in più della Sicilia, tanto per intenderci) ha quasi 25 milioni di abitanti, un’economia fiorente, un sistema politico democratico. In linea di principio si riconosce parte integrante della Cina (anche perchè molti suoi abitanti discendono dalle truppe sconfitte di Ciang-Kaiscek che vi si rifugiarono nel 1947) ma non intende sottomettersi al regime comunista totalitario di Pechino. I tentativi cinesi di occuparla con la forza sono sempre falliti un po’ perchè Taiwan dispone di un armamento difensivo di tutto rispetto ma soprattutto per la protezione americana sancita da una esplicita e solenne dichiarazione del Congresso. Anche per i suoi abitanti dunque ciò che avviene a Hong Kong rappresenta la cartina di tornasole della credibilità della teoria di Deng Xiaoping; esiste infatti, e si fa sentire, un movimento radicato nell’opinione pubblica disponibile ad aprire trattative col governo cinese per togliere Taiwan dal relativo isolamento internazionale a cui la Cina l’ha costretta. Una stretta autoritaria sul “porto profumato” al di là del mare scoraggerebbe forse in maniera definitiva una possibile riunificazione con la Cina dell’”isola bella” (chiamata Formosa dagli spagnoli quando vi approdarono nella prima metà del secolo XVII).

Franco Chiarenza
26 agosto 2019

La vicenda della Sea Watch su cui ci si sta accapigliando in Italia (e altrove) è al tempo stesso molto semplice e assai complessa. Semplice nella sua dinamica: una nave appartenente a una ONG prende a bordo una quarantina di naufraghi abbandonati in mare dai soliti scafisti criminali. Con ciò si chiude l’aspetto umanitario della vicenda, i naufraghi risultano al momento dello sbarco in buone condizioni di salute (quelli che non lo erano erano già stati portati a terra), e si apre invece una complicata questione politica che non riguarda più i naufraghi come persone (posto che il loro ricollocamento in Italia o in altri paesi, dato il numero esiguo, non costituisce un problema) ma questioni di principio politiche con notevoli ricadute giuridiche.
Da una parte c’è Salvini, azionista di maggioranza di un governo che proprio sul problema dell’immigrazione clandestina ha raccolto il consenso elettorale con un preciso mandato di ridurre drasticamente il suo impatto sulla popolazione civile, il quale, in coerenza con gli impegni presi con l’elettorato, ha chiuso alle ONG l’accesso ai porti italiani; dall’altra c’è una ONG che ha assunto un atteggiamento chiaramente provocatorio con l’intenzione evidente di forzare il blocco e dimostrare così che la strada è di nuovo aperta al trasferimento dei profughi in Italia. C’è poi il governo olandese coinvolto direttamente per il fatto che il Sea Watch batte bandiera olandese e quindi, secondo il governo italiano, avrebbe dovuto farsi carico dei profughi. Non basta: c’è in gioco anche la Commissione dell’Unione Europea vincolata da un trattato (trattato di Dublino) che l’Italia non vuole più riconoscere e che gli altri stati dell’Unione rifiutano di modificare nella parte che più interessa l’immigrazione clandestina, gli oneri che ricadono sul paese di primo sbarco.
Una matassa difficile da sbrogliare in cui tutti hanno le loro ragioni e i loro torti ma che non consente forzature illegali e inopportune come quelle che la giovane comandante della Sea Watch ha compiuto a Lampedusa.
Intorno alla vicenda si è quindi giocata una partita politica senza esclusione di colpi che ha lasciato sul terreno una sola vittima, la possibilità di raggiungere un accordo ragionevole su scala europea. Questioni di principio, preoccupazioni elettorali (anche negli altri paesi europei), interpretazioni giuridiche, forzature “umanitarie” pretestuose, si sono mescolate in un intreccio che sarà difficile da sbrogliare. Salvini ha condotto la partita come un gatto col topo: alla fine il topo è rimasto vivo ma il leader della Lega ha dimostrato agli italiani di essere un vigile interprete delle loro preoccupazioni, e ai paesi dell’Europa del Nord le contraddizioni implicite nei loro comportamenti. La sinistra e i radicali si sono prestati alla finzione umanitaria che faceva da schermo a una sostanziale provocazione sperando di averne qualche vantaggio in termini di consenso elettorale ma non si vede una strategia realmente alternativa a quella della Lega in grado di aggregare consenso. L’ONG responsabile di questa vicenda voleva probabilmente dimostrare che Salvini è soltanto una “tigre di carta” e che la politica di chiusura dei porti non funziona, ma il costo ha finito per risultare troppo alto per un risultato tanto modesto.

Punto a capo
Bisogna ripartire da zero per cercare una soluzione che vada oltre il braccio di ferro che è stato ingaggiato tra la destra italiana e i paesi del Nord Europa che vedrebbero volentieri l’Italia svolgere con i profughi africani la stessa funzione di serbatoio che la Turchia garantisce nei confronti di quelli provenienti dall’Est. La riforma del trattato di Dublino è urgente: altrimenti Salvini avrà buon gioco a pretenderne una denuncia unilaterale.
Naturalmente però il problema vero è in Libia: è lì che bisogna intervenire con misure di breve e lungo termine. Nell’immediato, perché non chiedere all’Unione Europea di promuovere un intervento armato umanitario, autorizzato dall’ONU e affidato all’Unione Africana (per evitare accuse di neo-colonialismo), per il controllo e la gestione dei campi profughi? Con un adeguato supporto logistico e finanziario la cosa sarebbe realizzabile senza eccessive difficoltà e senza interferire più di tanto nella guerra civile in atto in quel paese.
Nel frattempo però non si può lasciare alle ONG, di alcune delle quali non sono chiari né i finanziamenti né gli obiettivi reali, il potere di decidere quali e quanti profughi trasferire in Italia. Ovviamente si dirà che le navi delle ONG si limitano a raccogliere i naufraghi ma, anche senza sospettare connivenze non dimostrate, è evidente che gli scafisti che continuano a gestire l’emigrazione clandestina sanno bene dove e quando fare incrociare le imbarcazioni abbandonate con mezzi di soccorso che non riportino indietro i profughi. Il risultato paradossale, al di là di ogni esigenza umanitaria (che va comunque sempre assicurata), è che coloro che vengono salvati non sono i più disgraziati ma quelli che hanno potuto pagare gli scafisti, alimentando così i loro loschi profitti!

Il futuro
La questione dell’immigrazione considerata in una proiezione a lunga scadenza passerà inevitabilmente dall’apertura delle frontiere (nostre ma pure degli altri paesi europei), anche per esigenze obiettive imposte dal crollo demografico; il problema riguarda i tempi e le modalità con cui effettuare tale trasmigrazione (perché di questo si tratterà) modificando le nostre leggi che oggi rendono problematico e illegale l’utilizzo degli immigrati, ma anche evitando che l’Italia venga utilizzata come un gigantesco campo profughi in cui concentrare tutti gli immigrati e da cui attingere eventualmente soltanto in base alle necessità di ciascun paese europeo. Il che avverrà inevitabilmente se i porti restano aperti, gli sbarchi consentiti e, al contempo, vengono chiuse le frontiere terrestri in palese violazione degli accordi di Schenghen (pudicamente dichiarati “sospesi”).
Il problema delle frontiere esterne dell’Unione è strettamente legato alla riapertura di quelle interne. O si risolve affidando all’Unione il compito di vigilarle con mezzi adeguati (anche paramilitari), eliminando definitivamente quelle interne e riattivando senza deroghe e “sospensioni” la libera circolazione all’interno dei paesi europei che hanno aderito allo “spazio Schenghen, oppure i “sovranismi” troveranno una loro giustificazione. L’obbligo di accogliere e registrare i profughi da parte dei paesi di “primo ingresso” (che è la questione che divide i paesi più esposti dagli altri) può essere mantenuto soltanto se accompagnato dall’apertura delle frontiere interne e da misure di accoglienza gestite dall’Unione e rese obbligatorie per tutti. E’ tempo di rimettersi intorno a un tavolo senza preclusioni pregiudiziali; vale per l’Italia ma anche per gli altri partner sempre pronti a invocare la solidarietà e a non praticarla.

Il fantomatico “piano Marshall” per l’Africa
Molti sono quelli che cercano di eludere problemi immanenti con fughe in avanti come immaginare un fantomatico “piano Marshall” per l’Africa che in tempi brevi dovrebbe consentire agli africani di restare a casa loro in condizioni esistenziali accettabili. L’ho pensato anch’io ma mi sono convinto che:

  1. per realizzarlo occorrono risorse molto rilevanti (che dubito i paesi europei sarebbero disposti a impegnare) e tempi talmente lunghi da non incidere sulle spinte migratorie.
  2. un piano coordinato di interventi dovrebbe essere accompagnato da una rinuncia di alcune potenze europee ex-coloniali a gestire strategie di sostegno strettamente legate ai propri interessi (Francia, Italia, Gran Bretagna ma anche Germania, ecc).
  3. il piano ERP funzionò dopo la guerra nell’Europa occidentale anche perchè si accompagnò alla presenza di una classe dirigente responsabile, formata secondo principi omogenei, preparata a gestire la complessità dell’economia. Purtroppo non mi pare che, nella maggioranza dei casi, tali condizioni esistano nell’Africa equatoriale e meridionale (con qualche eccezione: Sudafrica, Kenya, Etiopia e pochi altri).
  4. l’unica cosa realizzabile concretamente in tempi brevi è l’avvio di una politica di integrazione, collegata con l’Unione Europea, nei paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo (Magreb, Egitto, Libano). L’Italia potrebbe proporlo insieme agli altri paesi meridionali dell’Unione, Francia, Spagna, Grecia, Malta.
    Condizioni complessivamente difficili che richiederebbero da parte dell’Europa uno sforzo unitario che non pare all’orizzonte e che comunque frenerebbero l’emigrazione ma non la fermerebbero per la semplice ragione che è l’Europa che tra pochi anni avrà bisogno degli immigrati per sopravvivere.

Piuttosto bisogna pensare a come selezionare l’immigrazione, come garantire la loro integrazione, come formare le nuove generazioni (nostre e loro) a convivere in una situazione così diversa, con la consapevolezza che i nostri valori, le nostre tradizioni, la nostra identità nazionale ed europea può anche passare attraverso l’integrazione degli immigrati secondo la grande lezione che ci proviene dalla storia dell’impero romano e che si è ripetuta molti secoli dopo negli Stati Uniti d’America.

 

Franco Chiarenza
1 luglio 2019

È dalla fine dell’800 che l’Europa paventa il “pericolo giallo” prevedendo che, prima o poi, l’ondata irresistibile dei popoli orientali avrebbe travolto l’Occidente civilizzato. Un pericolo evocato anche da Mussolini prima che si ritrovasse col “patto tripartito” alleato col Giappone militarista che si accingeva ad attaccare gli Stati Uniti d’America. Perchè al Giappone soprattutto si pensava come potenza in grado di soggiogare l’intero Estremo Oriente (Cina compresa) per poi riversare le nuove masse militarizzate sull’Europa. Non è andata così ma la paura dei fantasmi orientali, trasferita sulla Cina divenuta nel tempo uno strano ircocervo capitalista e comunista al tempo stesso, è rimasta. La visita del presidente cinese Xi Jinping in Europa (e in Italia in particolare) ha riacceso le polemiche per gli accordi commerciali che in tale occasione dovrebbero essere firmati.

Il boomerang di Trump
Era evidente già da tempo che la politica isolazionista e protezionista inaugurata dal presidente americano avrebbe prodotto una crisi dei vincoli internazionali che pazientemente erano stati costruiti intorno alla globalizzazione attraverso una rete di accordi multilaterali che servivano soprattutto a imporre regole ai paesi emergenti per limitare al massimo il dumping sociale che ne sarebbe conseguito. In buona sostanza all’apertura degli scambi e del commercio internazionale avrebbero dovuto corrispondere standard minimi fiscali, di protezione sociale e un rule of law (certezza del diritto) che consentissero alla concorrenza di giocare ad armi pari; a questo servivano il WTO, l’OCDE e gli accordi di vertice che si stipulavano tra le grandi potenze (G8, G20, ecc.).
Con la filosofia dell’America First Trump ha messo il suo paese fuori da ogni vincolo internazionale stabilendo con arroganza il primato di accordi bilaterali in cui la forza obiettiva del governo di Washington avrebbe piegato ogni altro contraente; ma il “via libera” del presidente americano ha significato un “liberi tutti” e quindi l’allentamento di quei vincoli che dalla fine della seconda guerra mondiale legavano le economie di mercato di tutto il mondo alla supremazia degli Stati Uniti.
Quanto, al di là di qualche effimero successo a breve termine (un po’ di stabilimenti manifatturieri rientrati negli States) tutto ciò convenga agli interessi geo-politici americani è tutto da verificare.

La sfida cino-americana
Il nodo è rappresentato dalla Cina. Dopo la conversione al sistema capitalistico operata da Deng Xiao Ping negli anni ’80 (riuscendo a mantenere il centralismo politico leninista) la Cina ha avuto uno sviluppo impressionante che, dopo avere eliminato alcune delle condizioni di miseria diffusa ereditate dall’estremismo di Mao Zedong, si è rivolto alla conquista dei mercati internazionali con una politica apparentemente discreta ma sostanzialmente espansiva, favorita dalla commistione pubblico/privato che caratterizza il sistema. Gli strumenti utilizzati dai cinesi sono differenziati e in generale poco trasparenti ma riescono a condizionare con cospicui finanziamenti molte economia strutturalmente deboli in Asia e in Africa (e adesso anche in Europa).
Lo sbarramento messo in atto dai predecessori di Trump era costituito da tre componenti con le quali necessariamente i governi cinesi dovevano fare i conti: quella politica attraverso la SEATO (una sorta di NATO sud-orientale, disciolta nel 1977 e sostituita dall’ASEAN, un’alleanza strategica che punta alla creazione di un’area di libero scambio tra alcuni paesi del sud-est asiatico); quella militare garantita dalla incontestabile superiorità militare americana che si evidenziava nelle grandi basi militari in Corea, in Giappone e nelle Filippine e che garantiva Taiwan dalle pretese annessionistiche cinesi; quella economica che subordinava l’accesso ai vantaggi della globalizzazione (ivi compresi gli appetibili mercati americani) al rispetto di regole e vincoli che ruotavano intorno al WTO. Quando Trump ha disinvoltamente rimesso in discussione questo delicato equilibrio di contenimento immaginando una resa senza condizioni dei cinesi, il risultato è stato che improvvisamente il governo di Pechino si è inserito in tutti gli spazi che gli Stati Uniti lasciavano liberi proclamandosi ipocritamente sostenitore del multilateralismo (disponibile cioè ad accettare quelle regole che Trump dichiarava di non volere più rispettare).

La farsa coreana
La debolezza americana è emersa clamorosamente nella ridicola sfida con Kim-il Jong, dittatore di un feroce regime vetero-comunista nella Corea del nord, il quale ha giocato con Trump come Speedy Gonzales contro il gatto Silvestro. Prima la minaccia di colpire gli Stati Uniti con razzi intercontinentali, poi l’improvvisa disponibilità all’accordo, poi un nuovo irrigidimento con l’umiliazione internazionale di Hanoi (luogo simbolico, scelto non a caso dai coreani). E Trump dietro a ogni mossa di Kim come un cane dietro all’osso, convinto di superare ogni ostacolo col suo carisma personale. Mentre la verità è – e i suoi consiglieri glielo avevano detto – che il pallino è in mano ai cinesi che manovrano il dittatore nord-coreano come vogliono (anche perchè senza il loro appoggio non durerebbe a lungo) i quali vogliono una cosa sola, il ritiro degli americani dalla Corea del Sud. Un paese strategico, economicamente molto sviluppato ma militarmente dipendente dalla protezione americana, che i cinesi vorrebbero “neutralizzare” per includerlo di fatto in quel sistema imperiale a geometria variabile che essi vorrebbero gradualmente costruire attorno alla propria egemonia, anche mantenendo talune diversità autoctone (con sistemi politici differenziati) secondo un modello già adottato per Hong Kong e attraverso il quale il regime di Pechino spera di vincere le resistenze di Taiwan alla riunificazione. Se ci riuscissero disporrebbero di un potenziale economico superiore a quello del Giappone (che, ricordiamo, è la quarta potenza economica mondiale) e si avvicinerebbero all’agognato traguardo di realizzare una partnership mondiale con gli Stati Uniti (per ora ancora molto lontana).

La via della seta
In tale contesto si colloca la famosa “via della seta” che prende il nome dal percorso effettuato nel XIII secolo da Marco Polo per andare da Venezia in Estremo Oriente via terra, ma che già era stato praticato sin dai tempi dell’impero romano. Si tratta di un progetto grandioso per collegare la Cina all’Europa attraverso ferrovie e strade coordinate con diramazioni che attraversano l’intero continente asiatico, e con linee navali che ne costituiscono la variante marittima. La sua realizzazzione consentirebbe un impulso straordinario agli scambi commerciali e per essa la Cina offre di anticipare i capitali necessari ai paesi attraversati; ma naturalmente se le economie di tali paesi sono deboli i finanziamenti si trasformano in vincoli politici ed è questo che preoccupa molte nazioni occidentali.
Sbarcando in Europa il presidente Xi sa di muoversi in un terreno minato; lo farà dunque con molta prudenza ma ha dalla sua parte due potenti alleati: la divisione dei paesi europei (molti dei quali hanno già firmato memorandum d’intesa simili a quello che è all’attenzione del governo italiano), e la politica suicida di Trump che, mettendo in difficoltà l’Europa rischia di buttarla nelle braccia della Cina. Certo, il mercato interno cinese non è comparabile a quello americano, i vincoli culturali e politici che uniscono le due sponde dell’Atlantico sono ben più solidi delle fragili identità nazionali dei paesi dell’Asia centrale, istituzioni forti e articolate come quelle dell’Unione Europea e della NATO sono in grado di resistere a chi vorrebbe smantellarle, ma usque tandem, Donald, abuteris patientia nostra?

Franco Chiarenza
15 marzo 2019

Come ha ricordato Vittorio Emanuele Parsi nel suo bel libro “Titanic, il naufragio dell’ordine liberale”, Franklin Delano Roosevelt in un famoso discorso del 1933 che segnò l’avvio del “New Deal” affermò di fronte a un paese stremato, disorientato e senza speranza che “non c’è nulla di cui dobbiamo avere paura tranne della paura stessa!”. Ma, come lo stesso Pardi scrive, gli artefici dell’ordine internazionale liberale “nel momento in cui prospettavano un sistema economico e finanziario aperto, fondato sulla libera circolazione di beni e di servizi, erano ben consci che a un mercato mondiale dovesse corrispondere una struttura di governance solida e che solo attraverso un accorto sistema di regole sarebbe stato possibile evitare che un mercato globale potesse prendere il sopravvento su democrazie necessariamente locali.” Questa era la grande scommessa che gli Stati Uniti attraverso un complesso sistema di alleanze e di vincoli multilaterali hanno portato avanti soprattutto dopo la fine della guerra fredda nel 1989 e il venir meno dell’ideologia alternativa comunista.
Dobbiamo chiederci se la crescita dei nazionalismi populistici in Europa e in America significa che l’ambizioso progetto di un liberalismo senza frontiere su cui l’Occidente democratico aveva fondato la sua supremazia economica, politica e culturale dopo la seconda guerra mondiale sia
sostanzialmente fallito.

Tutti separati appassionatamente
Cosa accomuna Trump, il gruppo di Visegrad, la Brexit, la Lega di Salvini, il lepenismo francese, e altri fenomeni che definiamo sommariamente “populisti”? In realtà poco o nulla perché si tratta di movimenti assai diversi e originati da realtà politiche e sociali differenti. Ma una cosa in comune ce l’hanno: l’avversione a regole internazionali stabilite in trattati multilaterali che in qualche misura limitano le sovranità nazionali.
Dietro questa ostilità c’è la convinzione che i problemi di casa propria si risolvono meglio tenendo chiuse porte e finestre e che quello che succede fuori non ci riguarda, almeno finché non tocca direttamente i nostri specifici interessi. Come se la pulizia delle strade, una circolazione ordinata, la sicurezza pubblica, il funzionamento della scuola e degli ospedali e quant’altro riguarda i rapporti di convivenza di una qualsiasi comunità non dovesse interessarci purché la nostra casa sia ordinata e pulita al suo interno.
Si tratta di una percezione tanto diffusa quanto sbagliata perché con la globalizzazione dobbiamo fare i conti necessariamente con le esigenze di tutti; ed è questo che mette paura per il timore che ciò possa mettere in pericolo quelle sicurezze individuali che riteniamo di avere acquisito per sempre.
Come si traduce questa pericolosa tendenza? Nella separazione. Ognuno per sé, Dio (per chi ci crede) per tutti. Questo significa dazi per rendere più onerose le importazioni, restrizioni alla libera circolazione di persone e merci, monete flessibili per speculare sulla variabilità delle valute (con relativi cambi forzosi), e via discorrendo; un ritorno alle condizioni d’anteguerra. Quel che sorprende è che questo “ritorno al passato” sia sostenuto in paesi, come il nostro, che sulle esportazioni hanno fondato il loro sviluppo e che si troverebbero assai svantaggiati da un generale inasprimento dei dazi che non potrebbe in alcun modo essere compensato dalle manovre sui cambi adottate in passato in un contesto assai diverso e comunque con effetti transitori e facendone pagare il costo ai più deboli attraverso un’inflazione che minava alla base il potere d’acquisto dei consumatori (Luigi Einaudi scrisse in proposito pagine indimenticabili).
Con una moneta debole (come sarebbe una nuova lira), con un mercato interno oggettivamente limitato, resterebbe soltanto il turismo come partita attiva della bilancia commerciale; con grande soddisfazione di chi vorrebbe l’Italia ridotta al ruolo di una “Disneyland” permanente.
Che Trump scommetta sul protezionismo ha un senso, almeno a breve termine, perché può disporre di un mercato interno di dimensioni gigantesche e di una moneta che resterebbe – tolto di mezzo l’euro – l’unica valuta di riferimento per il commercio internazionale; anche se una politica fondata sulla forza economica e militare può risultare controproducente nei tempi lunghi essa nel breve termine può produrre dei vantaggi per la middle class che si sente sacrificata dagli effetti della globalizzazione. Poco importa a Trump e ai suoi consiglieri se in una prospettiva più lontana i consumatori americani potrebbero restare danneggiati da un aumento dei prezzi e dall’indebolimento di un’egemonia che non è stata soltanto militare ma anche culturale e politica e che tanta importanza ha avuto anche nello sviluppo dell’economia americana. Per questo la partita che si gioca all’interno degli Stati Uniti è decisiva per tutte le democrazie liberali dell’Occidente; il venir meno della vision fondata sulla concezione di “società aperta” avrebbe conseguenze gravissime in tutte le parti del “sistema” che essi stessi avevano creato dopo gli stermini bellici della prima metà del secolo XX.

Dal multilateralismo alle intese parziali
Che però siano “sovranisti” paesi che hanno fondato il loro sviluppo proprio sull’apertura dei mercati come molte nazioni europee è quasi paradossale. Quale mai “sovranità” reale (e non puramente formale) potranno esercitare paesi come l’Ungheria, la Polonia, l’Austria e la stessa Italia a fronte di potenze globali in possesso di strumenti di pressione commerciali, finanziari, militari come quelli di cui dispongono i grandi blocchi continentali come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia? Sarebbero inevitabilmente fragili vascelli destinati ad accodarsi se non vogliono restare schiacciati da flotte d’acciaio.
Si replica sostenendo che intese parziali, accordi bilaterali, possono benissimo prendere il posto di alleanze multinazionali, col vantaggio di mantenere la sovranità in casa propria; ma si tratta di una menzogna che nasconde purtroppo un’altra amara verità. Essere svincolati da regole internazionali che hanno il loro fondamento nel riconoscimento dei principi liberali dello stato di diritto significa avere via libera nel processo di regressione da democrazie liberali in democrazie plebiscitarie sostanzialmente autoritarie. E’ incredibile che proprio quei paesi che hanno potuto sviluppare la propria economia uscendo da secolari situazioni di minorità anche e soprattutto grazie all’appartenenza all’Europa e al sostegno che da essa hanno ricevuto, come alcuni paesi dell’Est europeo, abbiano avviato una pericolosa strategia politica di distacco dai valori fondanti dell’Unione Europea, cercando i modelli di riferimento nella Russia di Putin o nella Turchia di Erdogan.
A questo punta Salvini? E i Cinque Stelle che ne pensano?

 

Franco Chiarenza
22 giugno 2018

Che, prima o poi, la provocazione nucleare del dittatore nord-coreano Kim Il jong avrebbe mostrato la sua sostanziale inconsistenza era prevedibile; che però avvenisse con un dietro-front così spettacolare lascia perplessi. Che senso ha quello che è successo ? Quali le finalità di Kim? E cosa ha concretamente ottenuto anche considerando i costi dell’operazione, tali certamente da non essere sopportabili da una delle economie più povere del pianeta?

Prima del clamoroso annuncio della sospensione degli esperimenti nucleari erano avvenuti tre fatti importanti: il disgelo tra Corea del nord e Corea del sud in occasione dei giochi olimpici invernali (che si sono svolti in Corea del sud), la strana visita di Kim a Pechino, l’entrata in campo del Giappone.
Il disgelo tra le due Coree dovrebbe trovare conferma nel vertice già previsto tra i due presidenti; capiremo meglio in quell’occasione se davvero ci troviamo davanti a una concreta possibilità di uscire da un regime armistiziale che dura da settant’anni e a quali condizioni.
La visita di Kim in Cina il 28 marzo non è strana per sé, anzi era prevedibile per lo stato di tensione che si era creato tra i due paesi (almeno in apparenza) dopo la performance missilistica nord-coreana, ma per le circostanze che l’hanno caratterizzata e il modo in cui è stata resa pubblica. Treno blindato con a bordo una delegazione foltissima, molta attenzione alle forme e in particolare al riconoscimento “paritario” del leader nord-coreano, conferma ufficiale dell’incontro (con relativa diffusione delle immagini) soltanto alcuni giorni dopo quando Kim era rientrato a Pyongyang. Non si capisce la ragione di tanta cautela. Ma non bisogna dimenticare che nella cultura orientale i simboli e le formalità hanno un valore sostanziale: si tratta di decifrarli correttamente.
Nel frattempo si consolidava un’intesa tra il primo ministro giapponese Abe e il presidente sud-coreano Moon finalizzata a intensificare gli sforzi per una soluzione pacifica della crisi, intesa anche come avvio a un superamento della contrapposizione frontale tra le due Coree.
In tutto questo movimento il presidente americano Trump è parso estraniato. Vero è infatti che una visita segreta di Pompeo (attuale segretario di Stato) nella capitale nord-coreana aveva gettato le basi per un futuro incontro tra Kim e Trump, ma tutto ciò che è avvenuto in questi giorni non si è verificato per una spinta americana ma per processi spontanei che trovano forse la loro origine più a Pechino che a Washington.

Qual è dunque l’obiettivo di fondo di Kim (e forse dei cinesi)? Si possono soltanto formulare alcune ipotesi. La più probabile è che gli errori compiuti da Trump in Estremo Oriente (ormai riconosciuti da lui stesso nel riconsiderare la decisione di “stracciare” il trattato di libero scambio tra i paesi dell’area del Pacifico) abbiano spinto la leadership cinese a ritenere il momento adatto per modificare gli equilibri dell’Estremo Oriente a proprio favore. In tale contesto era necessario tranquillizzare il Giappone e la Corea del sud garantendo che l’affievolirsi della presenza americana non avrebbe comportato pericoli per i loro assetti politici ed economici e che anzi uno sblocco della situazione avrebbe potuto arrecare loro considerevoli vantaggi. Restava però da sciogliere il nodo coreano. E’ probabile che la dirigenza di Pyongyang si sia resa conto dell’impossibilità di mantenere ancora a lungo una situazione di stallo come quella che si protraeva dalla fine della guerra; per uscirne Kim ha adottato la tattica della minaccia aggressiva preventiva dimostrando di avere la possibilità di colpire gli interessi americani indipendentemente dalla Cina. Ciò avrebbe consentito al dittatore nord-coreano di giocare la partita da protagonista avendo chiaro l’obiettivo di fondo: il ritiro degli americani dalla Corea del Sud. Ed è questo che probabilmente Kim chiederà a Trump offrendo in cambio l’avvio di un graduale e prudente processo di unificazione delle due Coree (che trova molti sostenitori anche a Seul) e l’apertura della Corea del Nord all’economia di mercato. La visita a Pechino e la sua pubblicizzazione trionfalistica serviva forse a dimostrare che le mosse successive erano perfettamente coerenti con il disegno strategico cinese.

Difficile immaginare come andrà a finire. Certamente una presidenza americana confusa, pasticciona e pericolosamente insidiata dalle vicende del “Russiagate”, non appare la più adatta a gestire una situazione tanto delicata. Forse Trump comincia a capire che “America first” se significa disimpegno generalizzato può rappresentare un danno irreversibile per l’egemonia americana, una rinuncia a dettare le regole della globalizzazione col rischio che siano altri a farlo con conseguenze certamente non positive per l’America stessa. Insomma ci sono dei prezzi da pagare se si vuole mantenere quella funzione di predominanza politica, economica e ideologica che l’America ha imposto dopo la seconda guerra mondiale e consolidato dopo la caduta del muro di Berlino. Noblesse oblige.

 

Franco Chiarenza
22 aprile 2018

Lo si dice sempre tutti gli anni. Tuttavia quello che è iniziato sarà davvero importante, non soltanto per le elezioni italiane, le quali, al di là del tradizionale teatrino a chi la spara più grossa, rivestono nel contesto europeo un rilievo indiscutibile, ma soprattutto per i cambiamenti che porterà negli equilibri internazionali. Vediamo.

Stati Uniti
La linea politica di Trump tesa a disfare a colpi di maglio la complessa rete di relazioni internazionali che aveva consentito a tutti i suoi predecessori di inserire l’egemonia militare americana in un contesto di crescita globale mantenendo una funzione se non di guida quanto meno di arbitraggio obbligato, comincerà a far sentire i suoi effetti negativi. Non produrrà vantaggi economici per gli Stati Uniti (anche se Trump cercherà di dimostrare il contrario) e determinerà turbolenze che i mercati finanziari registreranno con fastidio. La presidenza di Trump appare debole, incerta e sottoposta ad attacchi che ormai non provengono più soltanto dall’opposizione democratica ma anche da estremisti di destra come Bannon, le cui rivelazioni sui rapporti tra la famiglia Trump e il Cremlino non possono che creare sgomento nei settori più tradizionali del partito repubblicano. E’ troppo presto per parlare seriamente di impeachment, (anche perché un subentro del vice-presidente Mike Pence è considerato dagli stessi ambienti repubblicani una sciagura peggiore di Trump) ma non bisogna dimenticare che il 2018 è anche l’anno delle elezioni parlamentari di mezzo termine e Trump rischia seriamente di perderle, trasformandosi così in quella che nel colorito gergo politico americano si chiama “un’anatra zoppa”, cioè un presidente non più in grado di dirigere il paese senza un accordo con l’opposizione.

Europa
Per l’Europa l’anno che arriva è davvero cruciale. Il nodo tedesco che l’ha tenuta paralizzata nella seconda metà dell’anno scorso comunque si scioglierà, probabilmente con un nuovo accordo tra democristiani e socialisti o, in caso contrario, con una nuova consultazione elettorale. Le istituzioni di Bruxelles sono da tempo inceppate e occorre un salto di qualità che soltanto Macron e Merkel possono imprimergli anche per affrontare con decisione il problema posto dal gruppo di Visegard (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) che si configura sempre più non soltanto animato da tendenze anti-europee e neo-nazionaliste ma anche pericolosamente incline a adottare forme di governo poco compatibili col modello dello stato di diritto che caratterizza l’Unione. Il tutto in un contesto in cui i radicali cambiamenti che si preannunciano in Medio Oriente richiederebbe una forte presenza europea che certo non può essere assicurata dalla signora Mogherini.

Medio Oriente
La “rivoluzione bianca” intrapresa dal giovane erede al trono dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman per spingere il suo paese verso la modernizzazione utilizzando le rendite petrolifere – sempre più incerte – per incentivare lo sviluppo di un’economia differenziata, abbandonando il regime semi-feudale e l’integralismo religioso wahabita, ha buone probabilità di riuscire perché corrisponde a una forte spinta che arriva dalle zone più urbanizzate del regno saudita (Riyad, Medina, Gedda, Dhahran, ecc.) le quali si riconoscono sempre più in modelli di vita occidentali, dai giovani (che rappresentano la grande maggioranza degli abitanti) e soprattutto dalle donne intenzionate a liberarsi dai vincoli feudali dell’estremismo islamico. In Iran, in modi diversi e circostanze non paragonabili, si assiste a ribellioni che provengono dal basso, spesso tra loro contraddittorie nelle motivazioni e negli obiettivi, ma che dimostrano la crisi ormai evidente del regime imposto dal clero scita e l’impossibilità di arrestare i processi di trasformazione che, partendo dalla borghesia urbana di Teheran e delle grandi città, stanno modernizzando la mentalità e la cultura dei giovani. In Turchia, fallito il tentativo di agganciare il paese all’Europa, Erdogan sta gradualmente imponendo un regime autoritario personale di stampo islamico che tuttavia deve fare i conti – ancora una volta – con la parte più progredita e attiva della Turchia ormai definitivamente laicizzata e che rappresenta la maggior parte delle popolazioni urbanizzate (soprattutto nella fascia mediterranea) dove si concentrano cultura e ricchezza. In questo rimescolamento di carte che verrà prepotentemente alla luce con la sconfitta definitiva dell’incubo dell’ISIS resta centrale la questione palestinese in tutta la sua complessità ma non vi è dubbio che – ancora una volta – se Trump distruggerà quegli equilibri che il suo predecessore, pur tra molti errori, cercava in qualche modo di garantire (congelamento della questione di Gerusalemme, graduale revoca delle sanzioni all’Iran, delegittimazione di Assad, questione curda, ecc.) si apriranno scenari inquietanti dominati da una grande instabilità.

Estremo Oriente
Infine vi è l’Estremo Oriente. La minaccia nucleare della Corea del nord si sta rivelando quel bluff che molti avevano previsto; non perché non sia reale ma semplicemente perché conferma il suo carattere strumentale. Kim Jong un, il monarca comunista di Pyongyang, stretto tra una Cina che rafforza sempre più la sua presenza egemonica nell’area del Pacifico, e un’area di influenza occidentale incardinata sul Giappone e sulla Corea del sud, vuol vender cara la pelle. Se Trump avesse fatto meno chiasso una soluzione sarebbe stata trovata prima.
Ma le bravate contrapposte di Kim e di Donald lasciano comunque conseguenze che non possono che preoccupare gli equilibri dell’Estremo Oriente, e, tra queste, fondamentale, l’avvio del riarmo del Giappone; una prospettiva inquietante per la Cina ma anche per altri paesi di quell’area. Realizzandosi la quale l’impero del Sol Levante rimette anche in moto la sua economia ormai statica e caratterizzata da una stagnazione decennale.

Ce n’è dunque abbastanza per non annoiarci neanche nel 2018. Auguri di buon anno.

 

Franco Chiarenza
5 gennaio 2018