Leader storico della destra liberale, Alfredo Biondi fu tra i tanti convinti che l’avventura berlusconiana potesse trasformarsi in una proiezione di liberalismo popolare, facendolo uscire dalla condizione di minorità in cui era stato relegato dopo la seconda guerra mondiale. Una grande illusione che si infranse davanti all’evidenza che il culto della personalità e il populismo sono irrimediabilmente antitetici alla cultura liberale di qualsivoglia orientamento.
Per un biennio fu nel primo governo Berlusconi ministro della giustizia dove svolse il suo compito in un momento difficile quando le inchieste del pool di “mani pulite” stavano dissolvendo l’intera classe politica della prima repubblica aprendo la strada a una pericolosa deriva giustizialista; il suo tentativo di restaurare lo stato di diritto riportando il problema del finanziamento illecito ai partiti nell’ambito della rappresentanza parlamentare (seguendo peraltro la traccia già indicata dal guardasigilli che lo aveva preceduto, Giovanni Conso) fu bloccato da una protesta pubblica dei magistrati milanesi che costituì un pericoloso precedente di intrusione nei poteri che la Costituzione attribuisce esclusivamente al Parlamento.

Ho conosciuto Biondi nel breve periodo in cui ho fatto parte della Direzione Centrale del PLI (1988/89) dove, malgrado il mio stretto legame con la maggioranza che sosteneva la segreteria Altissimo (mentre ovviamente lui capeggiava l’opposizione interna), ci trovammo talvolta d’accordo nel criticare la politica sostanzialmente immobilista che il partito svolgeva in quegli anni. Conservo ancora i biglietti che mi passava in quelle occasioni. Era una persona corretta, animata da una profonda buona fede anche nelle sue scelte più discutibili, quando ancora la politica si basava sul confronto delle idee e non sulla contrapposizione di slogan dietro i quali c’è spesso il vuoto.
Altri tempi; non so se migliori o peggiori, certamente diversi.

Franco Chiarenza
24 giugno 2020

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