FCA (controllata dalla famiglia Agnelli) e Autostrade per l’Italia (controllata dalla famiglia Benetton) hanno chiesto di usufruire della garanzia statale prevista dalla recente legge di rilancio dopovirus per accedere a finanziamenti bancari straordinari (7 miliardi per FCA, 1 e mezzo per Autostrade). Si sono levate proteste sdegnate contro chi paga le tasse all’estero e vuole soldi dallo Stato italiano (sarebbe il caso di FCA) e chi specula su concessioni capestro di cui hanno fatto le spese le vittime del crollo del viadotto di Genova. In entrambi i casi emergono una preoccupante superficialità demagogica (e probabilmente una sostanziale ignoranza della realtà) e un atteggiamento moralistico incompatibile con chi pensa che l’economia di mercato abbia una funzione sociale quando ottimizza i fattori di produzione e rispetta le regole fissate dallo Stato per garantire la concorrenza.

FCA
L’ex Fiat non ha semplicemente cambiato nome. E’ diventata, per merito di quel grande dirigente d’azienda che fu Sergio Marchionne, una multinazionale che incorpora l’americana Chrysler (con i suoi marchi tra cui la famosa Jeep) e i marchi italiani Ferrari, Maserati, Lancia, Alfa Romeo. Ha 100 stabilimenti in tutto il mondo (Brasile, Stati Uniti, Polonia, Turchia, Serbia) di cui 9 in Italia (basti ricordare Pomigliano, Cassino, Melfi). E’ controllata dal gruppo Exor quotato in borsa (come d’altronde la stessa FCA) che fa capo alla famiglia Agnelli. E’ quotata in borsa: ai risparmiatori e agli investitori (compresi i fondi sovrani e i fondi pensione) che ne consentono la necessaria capitalizzazione deve garantire un’adeguata remunerazione. E’ in procinto di realizzare una fusione col gruppo francese PSA (Peugeot Citroen) per raggiungere le dimensioni necessarie per affrontare la grande sfida mondiale che comporterà la riconversione del parco automobilistico mondiale verso la trazione elettrica. Se chiude gli stabilimenti italiani (che sono tra i più onerosi) chi ci rimetterà saranno i lavoratori (86.000 circa).
Si rimprovera a FCA di non pagare le tasse in Italia. In realtà le sedi di produzione di FCA nel nostro paese fanno capo a FCA Italy (con sede a Torino), una società ovviamente controllata da FCA group ma che ha un proprio bilancio e in base ad esso paga le tasse in Italia. Non vengono pagate invece le tasse sui profitti della holding perchè ha trasferito la sua sede legale ad Amsterdam (quella fiscale è a Londra). Tuttavia le ragioni riguardano più il diritto civile olandese (che consente assetti societari più agili e convenienti per la controllante) che non il tornaconto fiscale. Fino a quando le norme del diritto societario non saranno unificate in Europa (ma ho forti dubbi che ciò possa avvenire per la forte differenza tra le diverse tradizioni giuridiche) le imprese (soprattutto se multinazionali) cercheranno sempre di mettere la sede legale dove le tasse sui profitti sono più basse. Forse un modo di fare pagare le tasse in Italia ci sarebbe: diminuirle allo stesso livello degli altri paesi concorrenti e semplificare le procedure giudiziarie e burocratiche che complicano la vita agli imprenditori.

Autostrade
Se esistono responsabilità penali per il crollo del ponte Morandi di Genova lo accerterà la magistratura; le nostre leggi sono in proposito tra le più severe del mondo. Il problema del rinnovo delle concessioni è invece una questione politica ed economica (per le eventuali penali che lo Stato dovrebbe pagare in caso di rescissione anticipata). Il governo deve decidere se mantenere il sistema delle concessioni o nazionalizzare tutte le autostrade affidandole all’ANSA; in entrambi i casi la pubblica amministrazione deve dimostrare di essere affidabile per i controlli nel primo caso o per la gestione diretta nel secondo. Quello che non si può fare in uno stato di diritto è escludere dalle gare una ditta per ragioni che la magistratura deve ancora accertare.
Entrando nel merito della scelta che bisogna fare osservo soltanto che un confronto è possibile: da una parte la storia infinita e tormentata della Salerno-Reggio Calabria (a gestione diretta dell’ANSA) dall’altra il funzionamento delle autostrade private come la Milano – Napoli, autentica dorsale strategica del Paese, che insieme ad altre affidate in concessione a società diverse dall’ASI costituisce la maggior parte della rete autostradale. Ombre e luci in entrambi i casi ma il bilancio complessivo non lascia adito a dubbi sulla convenienza di un sistema di concessioni. Esso tuttavia non consentendo alcuna concorrenza richiede un controllo molto severo da parte dello Stato ed è questo il vero punto debole del sistema italiano. Il problema dunque non è di sostituirsi ai privati nella gestione (quando lo ha fatto i risultati non sono mai stati soddisfacenti) ma impiegare risorse umane ed economiche competenti in grado di esercitare in maniera efficiente i controlli previsti dalla legge, fino alla revoca delle concessioni quando si accertino violazioni significative.
Va aggiunto che la famiglia Benetton, controllante di Autostrade, è anch’essa una multinazionale che gestisce autostrade in altri paesi e che attraverso la Aeroporti di Roma ha consentito al “Leonardo da Vici” di Fiumicino di pervenire a un livello di efficienza che finalmente lo colloca nel novero dei migliori in Europa.
Resta la macchia tragica del crollo del ponte di Genova che poteva e doveva essere evitato. Ma, anche in questo caso, dov’era lo Stato nella sua funzione di controllo? E perché Grillo ha rimosso un vecchio post sul suo blog in cui nel ribadire la sua contrarietà alla costruzione della bretella autostradale della Gronda (che avrebbe liberato Genova dall’intenso traffico di transito che premeva sul viadotto crollato) affermava che il ponte Morandi sarebbe durato ancora cent’anni? Domande a cui nessuno dà risposte se non nella ricerca di un facile capro espiatorio che ha certamente le sue colpe ma rappresenta anche un’eccellenza dell’imprenditoria italiana a cui migliaia di risparmiatori hanno dato fiducia.

Giuseppe Conte batta un colpo. Non sempre e non tutto si può mediare: viene il momento che bisogna decidere sapendo che qualunque essa sarà verrà sepolto da insulti e grossolane semplificazioni. Il popolo dei social non ragiona, sentenzia.

Franco Chiarenza
7 giugno 2020

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