Quanto questo virus sia straordinariamente pericoloso è innegabile. Se ne è detto e scritto da ogni parte e resterà oggetto di discussione se le misure prese per contenerlo siano proporzionate alle conseguenze economiche che ne deriveranno e soprattutto se fosse necessario sospendere alcuni diritti fondamentali in nome dell’emergenza. Quando Covid 19 allenterà la sua presa i sostenitori delle misure draconiane diranno che è merito loro, gli avversari (pochi, per la verità) sosterranno che il virus ha esaurito la sua carica mortale per ragioni naturali; e probabilmente avranno ragione entrambi nel senso che la riduzione della circolazione di uomini e cose avrà certamente favorito il contenimento dei contagi ma probabilmente la sconfitta del virus dipenderà essenzialmente da ragioni naturali, come è stato in passato per analoghe infezioni.
Non di questo però si dovrebbe discutere, ma delle conseguenze politiche ed economiche che potranno derivare da questa emergenza.

Conseguenze politiche
Il sistema politico italiano si è rivelato impreparato alla gestione delle emergenze. Se si fa eccezione per la legge che ha istituito la Protezione Civile, non esistono – a quanto ne so – altri strumenti giuridici che la regolano; non a caso l’emergenza Coronavirus è stata governata da decreti del presidente del consiglio di dubbia costituzionalità trattandosi della sospensione di diritti costituzionalmente garantiti. E poiché le emergenze continueranno ad esserci e per loro natura sono imprevedibili si tratta di una falla che – appena sarà possibile – occorre riempire di nuovi contenuti. Non ho dubbi che nuove regole in proposito debbano avere carattere costituzionale e comprendere oltre a una precisa definizione delle emergenze le procedure corrette per farvi fronte. Sarebbe opportuno attribuire al Capo dello Stato (in quanto “super partes”) il potere di proclamare lo stato di emergenza e affiancare al governo un ristretto comitato parlamentare in caso di sospensione dei lavori delle Camere. Non a caso anche in questa occasione si sono levate voci autorevoli che richiedevano un intervento del presidente della Repubblica, il quale peraltro nell’attuale ordinamento poco può fare al di là di una “moral suasion” che comunque ha puntualmente esercitato.
Un altro punto da sottolineare è che le misure emergenziali devono avere sempre un carattere transitorio e non possono costituire il pretesto per cambiamenti sostanziali degli equilibri politici e istituzionali, come forse qualcuno vorrebbe; altro che “nulla sarà come prima”! Al contrario, almeno dal punto di vista delle istituzioni politiche e dei diritti civili che ne discendono, tutto deve tornare come prima. E se cambiamenti saranno necessari non sarà l’emergenza a dettarli.

Conseguenze economiche
Il nostro Paese rischia – secondo le previsioni di Confindustria – di perdere diversi punti di prodotto interno lordo, il che, in una situazione già difficile come quella esistente prima della pandemia, costituisce un rischio di crisi irreversibile. L’immissione di liquidità nel sistema economico per impedirne la paralisi è quindi certamente necessaria ma tutto dipende da tre condizioni: come, quanto e fino a quando.
Come: ci sono molti modi di immettere liquidità. Si possono favorire i consumi attraverso forme di sostegno familiare soprattutto per coloro che sono stati economicamente danneggiati dall’epidemia: ma come accertarli e come impedire che misure generalizzate si trasformino in un assalto alla diligenza (cosa in cui noi italiani siamo bravissimi)? Si possono aiutare soprattutto le imprese a riprendere la produzione; il che peraltro non sarà facile per un’industria e un’agricoltura come le nostre che vivono in gran parte di esportazioni e per le quali i mercati tedesco e americano costituiscono sbocchi importanti. Si può agire sulla leva del credito facilitando le garanzie sui prestiti finalizzati alle attività produttive, ma per far questo non bisogna penalizzare le banche. Naturalmente si possono fare tutte queste cose ed altre ancora ma è anche necessario non disperdere le risorse in una distribuzione a pioggia (altra cosa in cui siamo bravissimi) perché non si tratta di risorse illimitate.
Quanto: esiste un limite all’immissione di liquidità? Credo di sì. Non sono un economista ma mi pare di ricordare che un eccesso di liquidità monetaria, soprattutto se concentrato sui consumatori finali, può produrre inflazione, definita da Luigi Einaudi una tassa occulta tanto più iniqua in quanto pesa proporzionalmente sulle classi sociali meno abbienti. E inoltre: finché restiamo nell’euro sarà la BCE a stabilire il “quantitative easing” ed essa non potrà non tenere conto delle preoccupazioni dei paesi del nord Europa che temono un’inflazione incontrollata come una sciagura (anche per le esperienze storiche che hanno vissuto).
Quando: tempestività, equità ed efficienza sono qualità che dovrebbero sempre caratterizzare gli interventi pubblici se si vuole ottenere una rapida ripresa dell’economia. La burocrazia nostrana non ha mai brillato per tali caratteristiche, anzi è sempre stata vista come un logorante percorso a ostacoli in cui (se non si cade prima) si ottengono risultati solo dopo molto tempo. D’altra parte è la stessa farraginosità delle norme che spesso intralcia qualsiasi buona volontà e non è facile di colpo cambiare abitudini senza il rischio di cadere nell’arbitrio discrezionale. Anche perché le misure di sostegno non possono essere a tempo indeterminato senza produrre effetti devastanti; prima o poi un termine dovrà essere stabilito.

Infine un liberale qualunque non può non essere preoccupato di un pericolo non ancora evidente ma che sente aleggiare nello slogan “nulla sarà come prima”: l’idea che nazionalizzando imprese e servizi e rifiutando la competizione che premia l’efficienza si risolva ogni problema superando finalmente quei vincoli di compatibilità economica che tanto infastidiscono gli avversari del liberalismo, spicciativamente liquidato come “liberismo selvaggio”, egoista e incurante del benessere delle famiglia. Ovviamente si dimentica quanto è costata in passato l’assistenza generalizzata alle imprese decotte, responsabile in gran parte dell’eredità del debito pubblico più elevato d’Europa.
Naturalmente si può fare tutto: uscire dall’Europa, tornare alle “svalutazioni competitive” pagate dai consumatori, evitare il confronto coi mercati globali, rifugiarsi nell’autarchia. Basta sapere che il prezzo da pagare è la decrescita; quanto sia felice resta da dimostrare.

 

Franco Chiarenza
2 aprile 2020

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