Con la morte di Piero Ottone il giornalismo italiano perde uno dei suoi pochi protagonisti che interpretarono la loro professione con il distacco elegante ma penetrante che caratterizza la tradizione dei grandi giornali inglesi e americani. Sapeva osservare, conosceva l’arte della non partecipazione diretta, riusciva a distinguere ciò che conta da ciò che è superfluo (anche se talvolta inevitabile).
Pier Leone Mignanego (questo il vero nome di Ottone) raggiunse la vetta del giornalismo italiano andando a dirigere il Corriere della Sera in un periodo cruciale dopo l’ondata del ’68 – tra il 1972 e il 1977; Giulia Maria Crespi rappresentante autorevole della proprietà, protagonista indiscussa in quei salotti milanesi che civettavano con “le ragioni” dei terroristi rossi (anche quando non ne condividevano i metodi di lotta), lo aveva scelto per dare una svolta all’organo di stampa più autorevole della borghesia lombarda e spingerlo su posizioni meno conservatrici, quelle, per intenderci, che vedevano sin dagli anni ‘50 in Indro Montanelli e nel suo intransigente anticomunismo un simbolo inossidabile. E fu proprio con lui che Ottone aprì un duro confronto che portò nel 1973 alla rottura da parte di Montanelli e di altre firme prestigiose che fondarono – in aperta e polemica contrapposizione col Corriere – un nuovo quotidiano, “Il Giornale”, molti anni prima che la “discesa in campo” di Berlusconi negli anni ’90 lo trasformasse in organo del nuovo movimento di destra che si candidava alla guida del Paese; una destra molto diversa da quella “risorgimentale” che Montanelli pensava di rappresentare e che costrinse il giornalista lombardo ad emigrare ancora una volta fondando un nuovo quotidiano – La Voce – il quale però, schierato su posizioni anti-berlusconiane, dimostrò col suo fallimento l’inconsistenza politica del suo progetto.
Quando Montanelli fu ferito dalle Brigate Rosse nel 1978 il Corriere ne dette notizia senza nominarlo nel titolo di prima pagina e ciò creò una frattura che in realtà non si ricucì mai anche perché Ottone e Montanelli rappresentavano due modi di concepire il giornalismo se non antitetici certamente assai diversi: distaccato e attento alle trasformazioni sociali in atto il primo, militante e aggressivo il secondo. Lo dimostra, tra l’altro, la collaborazione di Pier Paolo Pasolini al Corriere della Sera tra il ’73 e il ’75 che certamente il Montanelli di allora non avrebbe gradito.

Conobbi Ottone quando accettò di presentare alla sala convegni della Federazione della Stampa a Roma il libro che avevo scritto insieme a Giuseppe Corasaniti e Paolo Mancini (“Il giornalismo e le sue regole. Un’etica da trovare” – Etas Libri 1992). Lo aveva letto attentamente (cosa che non tutti i presentatori fanno) e gli era piaciuto tanto da affermare nel dibattito che si trattava di uno degli scritti più pregevoli sul tema tra quelli di cui era venuto a conoscenza, giudizio duramente contestato da Vittorio Feltri – anch’egli tra i “discussants” – che accusò il libro di essere un panegirico inaccettabile del modello giornalistico di “Repubblica”. Certo, riletto dopo più di vent’anni il libro – che ebbe una scarsissima diffusione anche per l’aperto boicottaggio nei suoi confronti operato dall’Ordine dei Giornalisti – mostra tutti gli acciacchi dell’età, ma si capisce benissimo perché Ottone lo avesse apprezzato. Il fulcro del discorso era infatti costituito dal sottotitolo “un’etica da trovare” perché l’informazione è un’arma essenziale per difendere la democrazia liberale ma è pur sempre un’arma; se gestita senza regole, a cominciare da un’etica della comunicazione fondata sul suo ruolo di “guardiano del potere” nell’interesse dei cittadini e non dei partiti, nel rispetto delle idee anche le più diverse, nel rifiuto di svolgere una funzione di propaganda che non dovrebbe mai coinvolgerla, diventa – come tutte le armi usate senza controllo – un pericolo, anche per quella stessa democrazia che si pretende di difendere.

Ciao Ottone. Restano coloro che tu hai formato – ne conosco tanti e sono tutti bravi – a tenere alta la bandiera di un’informazione corretta, che non vuol dire piatta e priva di sentimenti ma, al contrario, viva, polemica quando occorre, ma sempre attenta e consapevole della sua forza, più simile quindi a una missione piuttosto che a un mestiere. A loro tocca un compito molto difficile, quello di affrontare il rapporto tra la comunicazione digitale in tutte le sue forme e il diritto/dovere di garantire un’informazione corretta e responsabile. Da far tremare i polsi ovunque, ma in Italia più che altrove.

Franco Chiarenza
18 aprile 2017

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