L’esito del referendum in Turchia pone alcuni interrogativi che vanno ben oltre la questione delle modifiche costituzionali imposte da Erdogan attraverso una consultazione assai dubbia per le circostanze che l’hanno accompagnata. Di per sé la trasformazione di una repubblica da parlamentare in presidenziale non è un’operazione autoritaria; esistono paesi come gli Stati Uniti, la Francia ed altri dove sono in vigore esplicitamente o di fatto regimi presidenziali e di cui nessuno mette in discussione l’identità democratica. Non è la forma istituzionale che caratterizza un sistema liberal-democratico ma la presenza di altre condizioni tra cui – fondamentali – la libertà di informazione e l’indipendenza almeno della magistratura giudicante; a cui si deve aggiungere per un corretto equilibrio dei poteri un parlamento regolarmente eletto e legittimato a svolgere la funzione legislativa senza impedimenti. Ha la Turchia di Erdogan questi requisiti ? E li ha mai avuti prima di lui ?

Il modello turco
Il modello di stato imposto dal “padre della patria” Kemal Ataturk alla Turchia negli anni ’20 del secolo scorso non era certamente democratico; anzi, erano note le simpatie del leader turco per i regimi dittatoriali esistenti o nascenti in Italia e in Germania. Si trattava piuttosto di un regime autoritario che piaceva agli occidentali – anche nei paesi liberal-democratici – soprattutto per i suoi caratteri laici e modernizzanti. Alla base della strategia politica di Ataturk c’era la convinzione (assai simile a quella dell’imperatore giapponese Meiji agli inizi del secolo XX) che la civiltà moderna diffusa in tutto il mondo dall’imperialismo europeo fosse non soltanto vincente rispetto alle culture preesistenti (come quella islamica) ma anche fondata su una indiscutibile superiorità derivata dagli sviluppi scientifici e dalle loro applicazioni tecniche. Uno stato in grado di competere nel mondo moderno doveva quindi adottare il modello occidentale. La trasformazione imposta da Ataturk fu impressionante: cambiò lingua, scrittura, calendario, tradizioni, modelli esistenziali, relegando la religione a un fatto residuale legato alle culture povere dei ceti sociali più emarginati.

L’esercito
Per ottenere tutto ciò e renderlo duraturo Ataturk identificò nelle forze armate la struttura che doveva garantire la laicità dello Stato e la continuazione del processo di modernizzazione. Ne derivò la costituzione di un esercito potente e autoreferenziale che, dopo Ataturk, si rese in qualche misura indipendente dal potere politico. Quando gli equilibri internazionali dopo la fine della seconda guerra mondiale resero necessaria l’attivazione di forme democratiche ne scaturì un sistema parlamentare bipolare caratterizzato dalla presenza pressoché esclusiva di due partiti, quello repubblicano, radicato soprattutto nelle grandi città e nella parte più occidentale del paese, che si considerava erede della rivoluzione kemalista, e quello democratico (variamente denominato) il quale raccoglieva i voti della parte di popolazione ancora legata alla tradizione islamica che il regime di Ataturk aveva ridimensionato ma non eliminato. Quando i democratici, vincendo regolarmente le elezioni, superavano i limiti ferrei della costituzione laica di Ataturk, l’esercito interveniva e rimetteva le cose a posto. Inutile ricordare che questa combinazione “laicità dello Stato – tutela militare – borghesia emergente”, fu sostanzialmente rilanciata dal movimento Baath nella seconda metà del secolo scorso con l’aggiunta di un richiamo alle concezioni socialiste, dando luogo ai regimi autoritari che si affermarono in Egitto, Siria, Iraq, Libia; anche i processi di laicizzazione e di modernizzazione avviati in Iran dallo scià Pahlevi II prima della sua deposizione si ispiravano sostanzialmente al modello turco.

Erdogan
Con la vittoria elettorale di Erdogan nel 2002 l’altalena tra progressisti kemalisti e reazionari musulmani sembrò avere raggiunto la sua conclusione. Non certo per le origini politiche del nuovo leader che era stato un fedele collaboratore di Erbokan, l’ultimo primo ministro di tendenza islamica fatto dimettere dai militari nel 1998, ma per alcune novità di cui egli si fece portatore. Soprattutto due: il definitivo superamento del “revanscismo islamico” con l’accettazione piena del modello laico di Ataturk e la promozione di un processo di adesione all’Unione Europea. Finalmente compariva all’orizzonte un leader islamico compatibile con i principi delle democrazie liberali occidentali; il nuovo “modello turco” fu entusiasticamente salutato in Europa e in America come valido esempio per gli instabili regimi del Medio Oriente.
Erdogan ha continuato per dieci anni a oscillare tra la fedeltà all’Occidente (in particolare accentuando un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti tramite la NATO) e ricorrenti tentazioni di intervenire nella complicata matassa della questione medio-orientale, ma, nel complesso ha rispettato le “regole del gioco” così come il fondatore della patria le aveva stabilite. La sua involuzione verso un modello sostanzialmente autoritario è cominciata negli ultimi anni con alcune misure filo-islamiche e soprattutto con una pressione crescente sui mezzi di informazione e sulla libertà di associazione; il pretesto era fornito dal problema curdo, per la preoccupazione che gli sviluppi militari della questione mediorientale potessero sfociare nella costituzione di uno stato curdo nei territori settentrionali dell’Iraq e della Siria il quale, diventando confinante con la Turchia, avrebbe esercitato un’attrazione fatale per le minoranze curde ampiamente presenti della parte orientale del paese.

Il colpo di stato
Il tentato colpo di stato dello scorso anno presenta tuttora lati oscuri. Non solo per le motivazioni ma anche per le modalità che lo hanno accompagnato. In apparenza sembrava il ritorno ai tradizionali golpe militari del passato per riportare la Turchia all’ortodossia kemalista; ma si vide subito che così non era, sia perché sin dall’inizio gli alti comandi non furono coinvolti (il che contrasta con le finalità politiche dei precedenti colpi di stato e con una tradizione militare rigidamente gerarchica) ma anche perché il riferimento a Gulen, leader politico religioso esiliato in America, appare fuorviante. Gulen è un ideologo musulmano non fondamentalista a cui fa capo un movimento molto diffuso e influente in Turchia. E’ stato un deciso sostenitore di Erdogan e probabilmente l’ispiratore della sua politica filo-europea. La rottura tra i due è avvenuta soltanto nel 2013 non per ragioni “ideologiche” ma soltanto per il potere eccessivo che Gulen stava assicurandosi in strutture portanti dei ceti medi islamici (soprattutto nelle scuole, nella magistratura, nell’università) e che Erdogan considerava potenzialmente alternativo al suo.
Il modo maldestro con cui è stato tentato il colpo di stato fa escludere complicità estere (del genere CIA o FSB russo) mentre ha consentito al presidente turco di mettere a segno una repressione di dimensioni sproporzionate rispetto alla reale pericolosità dell’evento. Da ciò l’impressione – ampiamente diffusa in Occidente – che in effetti esso sia stato utilizzato da Erdogan per eliminare tutti i quadri intermedi che gli erano avversi nella magistratura, nelle università, nei mezzi di informazione, nelle scuole, negli enti locali. L’annuncio di un referendum su una riforma costituzionale che avrebbe ulteriormente rafforzato i suoi poteri è stato inevitabilmente letto come un passaggio alla dittatura personale.

Il referendum
In tali condizioni l’esito del referendum era dato per scontato. Il fatto che sia stato vinto con un margine così esiguo rappresenta dunque una sconfitta per Erdogan, tenuto anche conto delle denunce per irregolarità (che coinvolgerebbero centinaia di migliaia di schede), del peso determinante degli elettori residenti all’estero (che sono circa tre milioni), della completa mancanza di par condicio nella campagna elettorale. Se Erdogan voleva dimostrare di avere il consenso della grande maggioranza dei turchi non ci è riuscito; al contrario ha mostrato al mondo un paese profondamento diviso. Un esito elettorale risicato e contestato rischia adesso di provocare un ulteriore irrigidimento dell’Europa (che peraltro egli non teme, sicuro com’è di poterla ricattare fermando il flusso degli emigranti dalle zone di guerra del Medio Oriente), ma anche la diffidenza degli investitori internazionali preoccupati dalla possibilità di un rigurgito fondamentalista islamico. Ma soprattutto viene meno l’immagine cui erano rimasti appesi quanti vedevano nel modello turco un esempio di compatibilità tra i valori occidentali e la tradizione musulmana. Gli resta l’appoggio di Trump; ma non è molto affidabile.

 

Franco Chiarenza
19 aprile 2017

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