E’ davvero così strano che il Movimento Cinque Stelle cerchi un’intesa con i democratici certamente con maggiore convinzione di quanto non abbia fatto con il centro-destra? Non lo è, non soltanto perché una parte importante del suo elettorato proviene da sinistra (come da più parti si è ricordato) ma anche per ragioni programmatiche concrete.

Programmi
Checché ne dicano i luogotenenti di Renzi i programmi messi sul tavolo (che divergono notevolmente da quelli agitati in campagna elettorale) non sono contrapposti, anche per la genericità della loro formulazione.
I grandi temi che hanno impegnato la campagna elettorale sono tre: immigrazione irregolare, Europa, disoccupazione. Sui modi e le forme del contrasto all’immigrazione clandestina un’intesa è possibile, soprattutto dopo che le misure adottate dal governo Gentiloni hanno cominciato a dare i loro frutti; si tratta soltanto di proseguire sulla stessa strada con maggiore incisività, né i Cinque Stelle hanno in proposito presentato alternative sostanziali. Sull’Europa i “grillini” hanno fortemente attenuato le posizioni del passato; possono essere considerati poco credibili ma sta di fatto che il problema non è più quello di stare in Europa e nell’Eurozona ma di come ci si sta, che è una cosa che dicono tutti (anche se poi qualcuno dovrebbe spiegarci come). Sulle misure di sostegno ai disoccupati cambiano le denominazioni e le quantità di risorse da impegnare, ma sul fatto che siano necessarie i due interlocutori sono d’accordo (anche in questo caso Gentiloni si è spinto già molto avanti); si tratta di conciliare questa esigenza col principio di non aumentare il debito pubblico, una preoccupazione di cui anche Di Maio si è detto consapevole.
Ci sono poi due punti di cui non si è discusso molto in campagna elettorale: la politica di bilancio e la scuola. Sul primo il movimento Cinque Stelle si è da tempo allineato sulle posizioni di prudenza richieste dai mercati internazionali, sul secondo permane qualche ambiguità ma quando Di Maio spiegherà meglio come si fa a non mandare gli insegnanti dove servono (cioè dove ci sono gli studenti), stante l’impossibilità di spostare gli studenti nei luoghi di residenza della maggioranza dei docenti, le velleità demagogiche dei Cinque Stelle finalizzate a raccogliere i voti degli insegnanti meridionali e delle loro famiglie finiranno, come è giusto, su un binario morto.
Tutto sommato, quindi, i programmi del partito democratico e quelli del movimento Cinque Stelle sono più sovrapponibili di quanto non fosse con la Lega, la quale, almeno sull’Europa e sull’immigrazione esibisce convincimenti e proposte assai diversi.

Timori
Ma per fare un accordo di governo i programmi non bastano. Sia il partito democratico che il movimento di Grillo sanno che un’eventuale maggioranza costruita su un accordo tra loro sarebbe assai fragile sia sul piano parlamentare (al Senato in particolare) che nelle rispettive opinioni pubbliche troppo avvelenate da una campagna scorretta e sopra le righe. Nuove elezioni a breve scadenza rappresentano quindi un’ipotesi realistica. In tale contesto si ripiomba nel clima di contrapposizione (dal quale in realtà non si è mai usciti) e si guarda più agli umori della base che non agli interessi del Paese (comunque interpretati). Non a caso entrambe le parti si riservano di sottoporre ai propri iscritti ogni eventuale accordo. L’unico vantaggio sarebbe costituito da una tregua politica da utilizzare per chiudere la partita di bilancio con l’Unione Europea, garantire l’entrata in vigore di alcune riforme varate dal governo Gentiloni di cui si parla poco e sono invece molto importanti (riforma carceraria, appalti, rapporti con le Regioni, esenzioni fiscali alle imprese innovative, ecc.), e soprattutto modificare la legge elettorale attenuando l’impronta proporzionalistica che caratterizza l’attuale sistema. Si arriverebbe così alle elezioni europee del 2019 e poi…..chi vivrà vedrà.

Suscettibilità
Ma non basta ancora. Al di là delle diversità programmatiche, oltre i timori elettorali, bisogna anche fare i conti con le suscettibilità personali. La legislatura passata è stata flagellata da una campagna d’odio (che si è espressa soprattutto nei social e nei talk show) che ha creato abissi di incomprensione e di offese personali. Una volta si litigava sulle idee e si evitavano le personalizzazioni: l’avversario era uno che la pensava diversamente e con lui si poteva prendere un caffè o parlare di cinema senza azzuffarsi. Oggi è il contrario: si odiano le persone a prescindere dalle idee di cui sono portatrici (che talvolta nemmeno si conoscono), e la contrapposizione investe i rapporti personali e familiari fino all’insulto; sembra di essere tornati ai tempi dei Capuleti e Montecchi nella Verona di Romeo e Giulietta. Con la complicità dei nuovi mezzi di comunicazione si è aperta una gara a dare il peggio di sé e soprattutto a parlarsi soltanto tra chi la pensa allo stesso modo. Se è vero che la democrazia si fonda sulla tolleranza e sul rispetto delle convinzioni diverse dalla propria, se contare le teste non deve comportare il diritto di rompere quelle dei perdenti, se, insomma, crediamo che il metodo è altrettanto importante dei contenuti, dobbiamo constatare di avere fatto uno spaventoso passo indietro.

Ecco perché la possibilità di un governo a maggioranza Cinque Stelle – Partito Democratico, al di là delle comprensibili contorsioni dei rispettivi gruppi dirigenti, si presenta in salita. Mentre acquista credito l’idea di costituire un “governo di necessità”, costituito da persone competenti e per bene disposte a immolarsi al fuoco incrociato che si leverà da ogni parte, il cui unico compenso sarà di raccontare ai propri nipoti di avere dato, in un momento di difficoltà, un contributo disinteressato al superamento di una situazione di emergenza. E non potranno nemmeno sperare di diventare senatori a vita.

 

Franco Chiarenza
28 aprile 2018

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