Roma è di nuovo nell’occhio del ciclone. E quando mai non lo è stata? potrebbe obiettare qualcuno. E avrebbe ragione: da molti anni ormai la Capitale è diventata sinonimo di malaffare, corruzione, inerzia burocratica, pigrizia culturale. E inoltre – in questo almeno specchio fedele del Paese – indebitata fino all’osso del collo nella totale indifferenza dei suoi abitanti che pensano che prima o poi qualcuno (cioè lo Stato, cioè tutti gli italiani) pagherà.
Il fatto che Salvini usi strumentalmente le difficoltà della sindaca Raggi per riattivare la vecchia bandiera anti-romana della Lega di Bossi nulla toglie al fatto che un “problema romano” esiste e non da oggi. La gestione Raggi, al di là degli evidenti limiti politici della persona, non ha risolto nulla per la semplice ragione che – come sempre fa il movimento che l’ha espressa – scambia l’ordine dei fattori della crisi: Roma (e l’Italia tutta) non è in crisi perché è corrotta, è corrotta patologicamente perché non riesce a risolvere i problemi strutturali che la riguardano e, in particolare, la capacità di svolgere in maniera funzionale il suo ruolo di Capitale.
Cosa vuol dire “problemi strutturali”? Significa – detto in soldoni – burocrazia meno asfissiante e più efficiente (e forse meno numerosa), servizi adeguati a una metropoli su cui gravitano oltre tre milioni di abitanti, capacità di accoglienza per le diverse tipologie di ospiti che la frequentano (turismo religioso e di massa, turismo di èlite, corpi diplomatici, attività di governo, uomini d’affari, eventi culturali, mondo della comunicazione e dello spettacolo, ecc.), investimenti nella mobilità (soprattutto potenziando la rete su ferro sotterranea e in superficie), sviluppo urbanistico fondato su certezze giuridiche in grado di diminuire drasticamente i poteri discrezionali dell’amministrazione, fonte di ogni corruzione; il che comporta forse una revisione del piano regolatore ma soprattutto una normativa più severa sulle deroghe (anch’esse fonte di abusi come quelli perpetrati a danno dei vincoli ambientali e archeologici (che a Roma ovviamente rivestono particolare importanza).
E altro si potrebbe aggiungere per definire tutti quei problemi che non riguardano la quotidianità ordinaria ma che per essere risolti richiedono progetti ad ampio respiro seriamente studiati per immaginare la direzione da imprimere allo sviluppo futuro della città e i mezzi per farvi fronte. .

Non è sempre stato così
Chi scrive è abbastanza vecchio per avere conosciuto un’altra Roma, quella dell’inizio della Repubblica, quando sulla Capitale si riversavano le speranze, i progetti, i confronti – anche aspri – politici e culturali, quando era capitale indiscussa della letteratura, dei nuovi mezzi di comunicazione, di ogni genere di espressione artistica. Quando, forse per la prima volta nella sua storia moderna, sembrava davvero avere acquisito una centralità riconosciuta, quando più della metà dei suoi abitanti venivano dal resto d’Italia dando vita a un melting pot straordinario che coinvolgeva ogni strato sociale. Certo, l’espansione incontrollata della città, i fenomeni corruttivi già allora preoccupanti, gli attentati al patrimonio naturalistico e archeologico (invano denunciati da Cederna), facevano già intravedere un futuro problematico; i settori più vigili della sinistra democratica suonavano il campanello d’allarme (“Capitale corrotta = Nazione infetta” titolava una famosa inchiesta dell’Espresso nel 1955). Ma comunque la città riusciva, nonostante tutto, a mantenere un ruolo centrale, punto di riferimento obbligato per l’intera classe dirigente, come avviene normalmente in tutte le capitali europee. Anche sul piano internazionale Roma non rappresentava soltanto un patrimonio storico e culturale unico al mondo ma riusciva anche a mantenere una capacità di presenza che ne faceva, con Parigi e Londra (Berlino essendo ancora divisa dal Muro, Madrid capitale di un paese ancora in fase di uscita dal regime franchista) un polo di richiamo ineludibile.
Poi, lentamente ma inesorabilmente, è cominciata la decadenza. E se non si smetterà con la politica dei “pannicelli caldi” essa continuerà rendendo ancor più invivibile la città ai suoi abitanti e più antipatica al resto degli italiani che si sentono doppiamente danneggiati: per i soldi elargiti a fondo perduto e per lo svantaggio che deriva a tutto il Paese da un’immagine così deteriorata della propria Capitale.

Come procedere
Bisogna spiegare agli italiani che una Capitale efficiente e presentabile è una convenienza per tutti, anche per coloro che vivono in periferia e che con Roma bazzicano poco. Lo slogan dell’Espresso può essere rovesciato: Capitale efficiente = Nazione avvantaggiata. Ma occorre anche prendere atto che una Capitale ha dei sovraccosti che derivano dalla sua stessa funzione, e per tale ragione tutte le capitali del mondo sono governate da leggi che in qualche modo ne riconoscono la specificità e la regolano in maniera trasparente e controllabile. Fu quello che a suo modo fece il fascismo con l’istituzione del governatorato. Dopo la guerra la reazione alla retorica romanista che era stata largamente utilizzata dalla propaganda del regime non consentì di affrontare il problema con la serenità necessaria; Roma fu considerata un comune come gli altri (dal punto di vista istituzionale) e non furono certo le modifiche costituzionali del 2002 e la ridenominazione del Comune con la dizione Roma Capitale a modificare concretamente la situazione. Occorreva più coraggio e mettere in cantiere una legge organica che definisca lo “status” della Capitale, separando dove è possibile le responsabilità che ricadono sull’amministrazione centrale dello Stato (con i relativi oneri) da quelle che riguardano la gestione ordinaria che non hanno ragione di essere trattate diversamente da ogni altra città metropolitana. Di fatto (ma purtroppo mai con un chiaro disegno giuridico istituzionale) così avveniva prima del fascismo; lo Stato si assumeva molti oneri, sovraintendeva alle opere pubbliche necessarie, controllava direttamente parti importanti della città (ministeri, caserme, aree archeologiche, persino il fiume Tevere, ecc.). Sarebbe ora di mettere mano a un provvedimento organico, un quadro definitivo entro il quale sia possibile ai diversi organismi che oggi incidono sulla vita della Capitale (Stato, Regione, Città metropolitana) definire i propri compiti e relative responsabilità. E, poiché si tratta di metterci anche soldi, è giusto che chi paga possa controllare le spese. Nel pieno rispetto delle garanzie democratiche, dell’autonomia istituzionale della Città, è possibile trovare strumenti di garanzia che rispettino anche la legittima pretesa dei cittadini italiani di conoscere quanto gli costa la Capitale e in cambio di quali servizi. Servirebbe non soltanto a fare ripartire Roma ma anche a riconciliarla con tutti gli italiani.

Franco Chiarenza
23 aprile 2019

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