La questione di Gerusalemme ha sempre rappresentato – più ancora di quella del rientro dei profughi – l’impedimento maggiore a un accordo tra israeliani e palestinesi per mettere fine a un conflitto che si protrae ormai da settant’anni. Problema difficile da risolvere perché in esso, avvolti in una miscela inestricabile, si riproducono questioni religiose e di identità nazionale che vengono da lontano, da una storia millenaria che ha fatto della “città santa” il simbolo irrinunciabile di religioni che, pur avendo una comune origine, si sono combattute fino allo sterminio.
Quando l’ONU nel 1948 riconobbe, in base a un piano di spartizione elaborato l’anno precedente, l’esistenza dello Stato d’Israele, la risoluzione prevedeva per Gerusalemme uno statuto speciale garantito dalle stesse Nazioni Unite che tenesse conto dell’importanza fondamentale che la città aveva per le diverse tradizioni religiose, in modo che ebrei, cristiani e musulmani potessero convivervi senza sentirsi stranieri.
Dopo la guerra che seguì la mancata accettazione della risoluzione da parte dei paesi arabi Gerusalemme restò, al termine del conflitto, divisa a metà tra Israele e la Giordania; la situazione si aggravò nel 1967 quando nella seconda guerra tra arabi e israeliani i giordani furono sconfitti e l’intera città cadde nel regime di occupazione israeliano. Nel 1980 Gerusalemme fu proclamata da Israele capitale dello Stato, ma quasi tutti i paesi (compresi quelli occidentali più vicini alle ragioni di Israele) non riconobbero tale dichiarazione unilaterale per il suo evidente carattere destabilizzante in vista delle trattative che avrebbero dovuto suggellare la pace, e pertanto mantennero le loro ambasciate a Tel Aviv che aveva egregiamente svolto le funzioni di capitale fino a quel momento. Nel frattempo tuttavia Israele, proseguendo nella politica dei fatti compiuti, come nel caso degli insediamenti illegali nei territori occupati, costruiva a Gerusalemme nuovi quartieri interamente abitati da ebrei modificando strutturalmente la composizione etnica della città. Ciò nonostante gli occidentali – Stati Uniti in testa – avevano sempre mantenuto fino ad oggi una posizione molto netta perché lo status definitivo di Gerusalemme facesse parte integrante degli accordi di pace, anche se gli opposti estremismi delle parti in conflitto li rendevano sempre più lontani. In tale delicato contesto la decisione di Trump di infrangere questo precario equilibrio assomiglia all’irruzione di un elefante in un negozio di cristalleria e non poteva che suscitare le reazioni che conosciamo e che sembrano isolare, una volta di più, l’America di Trump dagli altri paesi non soltanto arabi, ma anche da quelli ad essa alleati.

Ma c’è un’altra tesi che prende le mosse dal fatto che la dichiarazione di Trump non accenna a una modifica dei confini e non esclude una soluzione del problema palestinese basata sul principio dei “due stati”. Secondo i suoi sostenitori Trump avrebbe semplicemente “rovesciato il tavolo” per uscire dalle sabbie mobili in cui si erano impantanate le trattative di pace; una manovra spericolata che potrebbe consentire agli Stati Uniti – una volta pagato il prezzo di Gerusalemme agli israeliani – di riprendere l’iniziativa per imporre il ritiro degli insediamenti ebraici illegali nei territori occupati e dar vita finalmente a uno stato indipendente palestinese. Ma tanta astuzia diplomatica è difficilmente attribuibile a un personaggio come il presidente americano, molto più interessato a dimostrare al suo elettorato la coerenza delle sue azioni con le promesse preelettorali piuttosto che a valutare gli effetti internazionali del suo operato.
Oltretutto, giunta in un momento in cui la Russia si propone come il solo interlocutore valido per risolvere i problemi medio-orientali, la decisione di Trump mette in discussione equilibri che vanno ben oltre la questione di Gerusalemme, anche considerando i cambiamenti che si stanno producendo nei paesi arabi dopo la sconfitta dell’ISIS, a cominciare dal Kurdistan e dall’Arabia Saudita. Come sempre Trump sacrifica qualsiasi considerazione di ruolo internazionale alla preoccupazione di recuperare consenso all’interno del Paese e credo che anche questa improvvisa decisione unilaterale su Gerusalemme sia stata ispirata soprattutto all’esigenza di consolidare i rapporti con la potente comunità ebraica americana.

Da un punto di vista liberale – che è quello che a noi interessa – la questione di Gerusalemme, come quella palestinese in generale, al di là della simpatia per uno stato che rispetta le forme della democrazia e garantisce i diritti politici fondamentali al suo interno, non può trovare soluzione fondandosi sulle pretese del soggetto più forte e la negazione delle ragioni altrui. Gerusalemme è effettivamente una città simbolo non soltanto per gli ebrei ma anche per i cristiani e per i musulmani; oltre alle vestigia del tempio giudaico distrutto dai romani (il cosiddetto “muro del pianto”) vi si trovano il sepolcro di Gesù Cristo e le più antiche moschee musulmane. Essa è passata di mano innumerevoli volte dai romani ai bizantini, dai crociati agli arabi, fino alla lunga dominazione turca, ma in effetti bisogna risalire al primo secolo dell’era cristiana – prima della sua distruzione da parte dell’imperatore Tito – per considerarla capitale riconosciuta del popolo ebraico. Certamente essa è rimasta centrale nella tradizione giudaica ma anche in quella cristiana (basti pensare alle sette crociate per strapparla agli arabi) e in quella maomettana per essere stata per secoli considerata la terza città santa dell’Islam dalla quale Maometto ascese al Cielo.
La soluzione più equilibrata e rispettosa dei diritti umani sarebbe quindi quella già delineata dall’ONU nel 1948: uno statuto internazionale e interreligioso almeno per il centro storico e l’attribuzione di Gerusalemme Ovest allo Stato di Israele e di Gerusalemme Est allo stato palestinese. Creare un fatto compiuto fondato sulla prepotenza, come vorrebbero Trump e Netanyahu, non soltanto non risolve il problema ma complica la ricerca di una soluzione condivisa.

 

Franco Chiarenza
12 dicembre 2017

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