Continua la partita a rimpiattino tra Di Maio e Salvini con Berlusconi che fa lo sgambetto appena si intravede un possibile accordo. Usque tandem – direbbe Cicerone – abuteris patientia nostra? Forse non l’ha detto in latino ma è quanto in sostanza il presidente Mattarella ha ribadito ai tre compari nell’ultimo giro di consultazioni.

La risposta di Salvini è: fino a quando il previsto trionfo della Lega nelle elezioni regionali in Friuli-Venezia Giulia avrà consacrato la sua leadership incontrastata sia nei confronti di Di Maio che di Berlusconi consentendogli così di offrire ai Cinque Stelle un patto di legislatura. Bisognerà però vedere se a Di Maio questo basterà per rinunciare alla presidenza del governo e se davvero il Cavaliere si rintanerà in un cantuccio a leccarsi le ferite (ammesso che saranno tanto consistenti).
La risposta di Di Maio è: fino a quando Salvini si deciderà a riconoscere una verità incontestabile e cioè che, al di là di schieramenti elettorali che si dimostrano sempre più artificiosi (come lo è il centro-destra del trio Salvini, Berlusconi, Meloni), il vincitore delle elezioni è il movimento cinque stelle e ad esso quindi spetta la guida del nuovo governo. Se Salvini non ci sta i pentastellati sono disposti ad aspettare che il PD risolva il qualche modo i suoi problemi interni per mettere in campo una proposta di governo concordata con la nuova leadership del centro-sinistra. Di Maio che non conosce il latino ma parla bene il napoletano potrebbe esprimere il concetto con un famoso verso di una canzone: scurdammoce o’ passato, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato.
La risposta di Berlusconi è: fate voi ma Salvini ricordi che senza i voti di Forza Italia egli resta inchiodato al suo 17% del tutto insufficiente per strappare la presidenza del consiglio a Di Maio, e quest’ultimo tenga conto che, pur essendo Berlusconi per i pentastellati un “male assoluto” (come non ha mancato di ribadire Di Battista, utilizzato da Grillo per intervenire pesantemente ogni qualvolta si profila una possibilità di accordo col centro-destra), Forza Italia rappresenta comunque una componente essenziale per non restare invischiato negli estremismi verbali e demagogici della Lega salviniana.

Ecco perché i tempi si allungano. Ma il presidente della Repubblica non può aspettare ulteriormente, non tanto per la guerra in Siria minacciata da Trump (che probabilmente non andrà oltre la “sparata” del 13 aprile) ma per le scadenze importanti che ci attendono in Europa: il vertice europeo previsto per la fine di giugno (nel corso del quale non soltanto si discuterà delle misure contro l’immigrazione illegale ma che probabilmente rappresenterà l’occasione per capire le reali intenzioni di Francia e Germania sul futuro dell’Unione), la chiusura del DEF (documento di programmazione economica e finanziaria) da presentare a Bruxelles, la difficile partita che si sta aprendo sui dazi sia nei confronti dell’America di Trump sia per la Brexit.
Le elezioni, come sempre accade (non soltanto in Italia) si sono giocate sulla politica interna (soprattutto nei suoi aspetti economici e sociali) ma le priorità del momento sono invece certamente di politica internazionale, dove né la Lega (al di là di una generica simpatia per la Russia di Putin) né il movimento cinque stelle sembrano avere le idee chiare. Contrariamente a quel che si dice io credo che l’aggravarsi della situazione internazionale non rappresenti affatto un fattore di accelerazione per la soluzione della crisi mediante la creazione di una coesa maggioranza parlamentare ma al contrario moltiplichi i dubbi e le perplessità che la rendono quasi impossibile. Forse invece può costituire una spinta per indurre il Capo dello Stato a proporre un “governo del presidente” da affidare a una personalità al di fuori dei giochi e che sia in grado di traghettare la legislatura verso obiettivi limitati nel tempo e nei contenuti.

Franco Chiarenza
14 aprile 2018

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