Il comportamento di Di Maio può apparire sconcertante per noi che siamo abituati alle vecchie classiche distinzioni della politica, ma in realtà è perfettamente coerente con la filosofia politica del movimento Cinque Stelle. Dovremo abituarci all’idea di un nuovo modo di fare politica che il vero vincitore delle elezioni sta imponendo e chiederci senza pregiudizi se ha una sua ragion d’essere e corrisponde all’evoluzione delle democrazie europee, sempre più dirette e sempre meno liberali. A me, liberale qualunque e convinto, la cosa non convince ma cerco di capire.

La tattica dei due forni?
La tattica è nota: la utilizzò qualche volta nella prima repubblica la Democrazia Cristiana. Stare al centro e allearsi con chi accetta alcuni punti programmatici indifferentemente dalle opzioni ideologiche di destra o di sinistra. Grillo e Di Maio l’hanno spregiudicatamente riproposta: il movimento si allea con chi condivide le sue priorità, gli altri invece, prigionieri di vecchie pregiudiziali ideologiche, non possono allearsi tra loro. Quindi – piaccia o non piaccia – le carte si danno all’hotel Forum, dove Grillo ha posto il suo quartier generale.
E’ però necessario chiedersi se, al di là dell’evidente vantaggio tattico, non ci sia qualcosa di più: la presa d’atto che le grandi scelte ideologiche si fanno altrove e che nella ordinaria amministrazione quel che conta è risolvere i problemi quotidiani della gente comune. A qualcuno potrà sembrare un abbassamento di livello ma forse si tratta soltanto di constatare che “il re è nudo”.
I cinque stelle si sottraggono accuratamente a ogni tentativo di classificarli sui grandi temi che dividono le opinioni pubbliche in Europa, in questo distinguendosi da chi si limita a intercettare le paure collettive (come fa Salvini, in linea con Marina Le Pen e altri leader “sovranisti” europei); si mostrano pragmatici e disposti a discutere sulle azioni di governo con chiunque, intransigenti soltanto sulla questione della moralità politica che interpretano in modo rigoroso su questo basando la loro credibilità di fronte all’elettorato. Grillo e Di Maio sono probabilmente convinti (e i risultati elettorali sembrano dargli ragione) che non perderanno un solo voto se decideranno in un modo o nell’altro sull’Europa, sul contrasto alla globalizzazione, sull’immigrazione; giustificheranno le loro scelte in modo pragmatico facendo passare il loro opportunismo per ragionevolezza, anche proponendo soluzioni non banali prese a prestito da economisti estranei alla loro storia, senza cercare coerenze impossibili ma anzi ostentando la loro nuova veste apparentemente accogliente in cui i profughi più presentabili della seconda repubblica possono trovare asilo. In ogni caso non consentiranno mai decisioni estreme ma sempre cercheranno soluzioni di compromesso “ragionevoli”, in tal modo accreditandosi come il nuovo partito moderato di centro, simile alla DC ma da essa distante per essere “partito degli onesti” in grado di dimostrare che si può governare senza rubare (che è ormai un assioma fortemente radicato nell’opinione pubblica).

Le origini di Grillo
Se potessero scegliere “dove li porta il cuore” i Cinque Stelle lo farebbero probabilmente a sinistra, aprendo a un partito democratico depurato da Renzi (nei cui confronti la polemica è stata troppo aspra per essere ancora rimossa), per almeno tre ragioni: per le lontane origini politiche di Grillo, il quale è sempre stato un simpatizzante di sinistra, perché una percentuale importante del loro consenso proviene da elettori del partito democratico e del centro, e infine perché il successo nel Mezzogiorno è la conseguenza di promesse demagogiche su cui tanti meridionali hanno appeso le loro preoccupazioni e che sono più compatibili con la tradizione assistenziale della sinistra che non con le asprezze “nordiste” di Salvini (il quale ha pur sempre il suo “nocciolo duro” nei territori veneti e lombardi) o con gli slogan ormai screditati del vecchio leader di Forza Italia.
Ma Grillo e Di Maio sanno anche che una parte importante della loro base (che è una piccola parte del loro elettorato), prigioniera della campagna d’odio alimentata con ogni mezzo contro tutti i governi precedenti, non gradirebbe alleanze con un partito che rappresenta la continuità (e giustamente la rivendica). Si può obiettare che anche la Lega ha governato (e governa tuttora in alcune Regioni) con Forza Italia, ma Salvini è stato bravo ad accreditare l’immagine di una Lega radicalmente diversa da quella fondata e guidata da Bossi.

Pragmatismo di programma
Ferma quindi restando la presidenza del Consiglio per Di Maio, i Cinque Stelle puntano sul pragmatismo di Salvini, su un programma evasivo sui temi controversi (Europa, immigrazione, scuola, lavoro, ecc.), cercando di isolare Berlusconi attraverso un uso spregiudicato delle possibilità che governo e sottogoverno consentono per catturare il sottobosco di Forza Italia. Un’operazione di “lavanderia” che i pentastellati lascerebbero volentieri alla spregiudicatezza di Salvini, il quale sa che questa è un’occasione unica per andare al governo prima che cambi il vento.
L’operazione presenta delle difficoltà e soprattutto la necessità di fare i conti con il Quirinale, ancora una volta vero garante nei confronti delle principali potenze europee che guardano con attenzione (e preoccupazione) quanto avviene a Roma, anche perché da ciò potrebbero dipendere cambiamenti anche profondi nella loro strategia di rilancio dell’Unione. Mattarella sta allentando le briglie (come fanno i bravi fantini) ma in prossimità del traguardo chiederà garanzie concrete che potrebbero essere indigeste soprattutto per la Lega; non a caso Di Maio moltiplica le dichiarazioni di “rispetto” nei confronti del Capo dello Stato e ribadisce che per lui il forno di destra e quello di sinistra sono equivalenti purché si dimostrino compatibili con le loro priorità che, non essendo né di destra né di sinistra, si fondano – come abbiamo detto – su una lotta senza quartiere contro la corruzione e sulle ragioni del buon senso verificate di volta in volta.

A questo ci hanno portato decenni di corruzione diffusa, di privilegi inaccettabili della classe politica, di uso strumentale delle opzioni ideologiche. La nostra convinzione di liberali è diversa: pensiamo che l’onestà è un presupposto non una soluzione. Per governare occorre riconoscersi in un progetto di società, in alcune scelte fondamentali sui diritti e i doveri dei cittadini, sull’opzione europea come riconoscimento di una cultura comune, sulle alleanze internazionali, e su una classe politica competente in grado di affrontare i problemi mantenendo saldi i principi liberali.
Il rischio che corriamo è – a mio avviso – di restare esclusi dalla partecipazione attiva alle grandi scelte che il mondo ha davanti a sé e che ricadranno inevitabilmente anche sulla nostra vita quotidiana. La partita vera non si gioca su più onestà e meno corruzione; si gioca tra più Europa o meno Europa. Più Europa significa avere qualche possibilità di sedersi al tavolo dove Stati Uniti, Cina, Russia, stanno modificando le regole della globalizzazione, meno Europa significa andare a scodinzolare per ottenere i favori di uno dei grandi giocatori (Salvini per esempio ha già scelto Putin in cambio di qualche mobile brianzolo in più da esportare). In tale contesto la delegittimazione dell’Europa portata avanti con impegno degno di miglior causa da talk show, giornali, social network, e soprattutto partiti politici desiderosi di accollare all’Unione responsabilità che sono soltanto nostre, sta producendo danni che potrebbero diventare irreversibili. I sondaggi dicono che ancora più del 60% degli italiani credono nell’Europa; anche in Parlamento se sommiamo i gruppi sostanzialmente europeisti (LeU, PD, FI) a quelli incerti ma non pregiudizialmente ostili (5S), non c’è una maggioranza anti-europea. Ma la tentazione di rovesciare ancora una volta sull’Europa quella che si dimostrerà un’impossibilità oggettiva di mantenere le promesse elettorali (a cominciare dall’abolizione della legge Fornero e dalle interpretazioni più radicali del “reddito di cittadinanza”) è dietro l’angolo.

 

Franco Chiarenza
8 aprile 2018

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