Tag Archivio per: Unione Europea

TIZIANA FABI / AFP

La “Dichiarazione sull’avvenire dell’Europa” sottoscritta pochi giorni fa da sedici partiti nazionalisti di destra (tra cui la Lega e Fratelli d’Italia) è stata analizzata da Sergio Fabbrini in un interessante articolo sul “Sole 24 ore. L’autore ha rilevato come elementi positivi (e certamente lo sono) il fatto che per la prima volta partiti nati contestando l’integrazione europea ammettano la necessità di un’unione europea e di una sua collocazione nei valori occidentali euro-americani, il che non era scontato, considerando certi ammiccamenti nei confronti di Putin. Ed è quindi certamente importante e positivo che la critica alle istituzioni europee si muova nell’ambito di un riconoscimento della sua esistenza. Ma gli aspetti positivi della Dichiarazione si fermano qui.

Il punto nodale di questa sorta di “patto” tra nazionalisti è la supremazia delle sovranità nazionali su ogni altra considerazione e, di conseguenza, il rifiuto di qualsiasi cessione di poteri e competenze che non siano revocabili; il che di fatto significa respingere qualunque ipotesi di federazione, comunque configurata. Il corollario di tale impostazione ha un inequivocabile contenuto ideologico: “proteggere la cultura e la storia delle nazioni europee, il rispetto dell’eredità giudeo-cristiana dell’Europa dei valori comuni che uniscono le nazioni europee”. Il che significa in pratica non riconoscere altri principi di riferimento che non derivino dalla tradizione “giudaico-cristiana”, con tanti saluti ai diritti umani, alla laicità dello Stato e alla tutela del pluralismo. Una sorta di riedizione della “Santa Alleanza” del 1815 in funzione di sostegno all’autoritarismo; non a caso i modelli a cui i partiti sovranisti guardano sono quelli che si sono insediati in Polonia e in Ungheria e che sono ormai in aperto conflitto con l’Unione Europea. Anche Orban e Kaczynski però devono affrontare sulla questione europea ostacoli non indifferenti: all’interno per il prevalere di posizioni europeiste e liberal-democratiche nelle grandi città (non a caso sia Varsavia che Budapest hanno amministrazioni “liberal”), nei rapporti con l’Unione che si sono irrigiditi e potrebbero provocare contraccolpi economici pericolosi per la stabilità politica dei loro regimi, per quanto puntellata da una gestione autoritaria del potere.
Quella espressa dai movimenti nazionalisti è oggi una posizione minoritaria in Europa (in quanto non condivisa da popolari, socialisti, liberali e verdi) che però non va sottovalutata. Essa potrebbe infatti saldarsi con una diversa rivendicazione del primato della sovranità nazionale, molto diffusa in Scandinavia, per la quale la salvaguardia dei diritti umani e le protezioni sociali sarebbero meglio garantiti dal mantenimento di una piena autonomia degli stati nazionali, rieccheggiando in qualche modo alcune delle ragioni che in Inghilterra hanno fatto prevalere la Brexit.

In tale situazione, mentre nel resto del mondo si stanno ridefinendo i rapporti di forza tra Stati Uniti, Russia e Cina, l’Europa dei “piccoli passi” appare velleitaria e impotente, costretta ancora una volta a rifugiarsi sotto le ali protettive di Washington che, con la presidenza Biden, le ha aperte fin troppo generosamente.
Da questa situazione di dipendenza obbligata non si esce con le parole e i proclami, occorre fare un salto coraggioso; chi lo vuole compiere ben venga, prima o poi l’intendence suivra. Comunque vadano le elezioni in Germania a settembre e in Francia nella primavera prossima, toccherà ai vecchi fondatori della Comunità Europea (Francia, Germania, Benelux e Italia), integrati dai paesi iberici e da altri che lo vorranno, segnare modi e tempi di una ripartenza che senza ambiguità metta insieme le politiche estere e militari completando l’unione economica di fatto già operante tra i paesi che hanno adottato la moneta comune. Non c’è più tempo da perdere. L’asta per effettuare il salto con successo potrebbe essere rappresentata in questo momento dall’Italia di Mario Draghi; Salvini però ci faccia capire da che parte sta, se con la dichiarazione dei sovranisti o con un’Europa che parli all’esterno con una voce sola. E prima di rispondere si consulti con Giorgetti e Zaia.

Franco Chiarenza
20 luglio 2021

Presi dalle inevitabili usanze natalizie e dalle restrizioni da Covid che le hanno rese un po’ più originali del solito non ci siamo quasi accorti dell’unica cosa importante di questo fine d’anno: raggiunto in “zona Cesarini” un accordo, dal 1 gennaio la Gran Bretagna non farà più parte dell’Unione Europea. Trovare un’intesa in tempo utile sembrava ormai impossibile, e il no deal (cioè l’uscita senza accordo) pareva inevitabile. Poi, dopo il volo improvviso di Johnson a Bruxelles, il barometro ha volto al bello e la convenzione che consentirà di mantenere un’area di libero scambio tra tutti i 27 paesi è stato firmato. La domanda è: come mai? E quella successiva: chi ci ha guadagnato (e chi ci rimette)?

Accordo necessario
La prima risposta è relativamente semplice: un no deal avrebbe messo in forti difficoltà Johnson, soprattutto nei tempi brevi. Troppe circostanze giocavano contro di lui: il timore di un’improvvisa impennata dei prezzi di alcuni generi di prima necessità importati dal continente (erano già cominciati gli accaparramenti, migliaia di autocarri sostavano a Calais per raggiungere l’Inghilterra prima che i dazi si facessero sentire), l’allarme della finanza che continuava a traslocare dalla City di Londra in cerca di siti più accoglienti, le nuove fibrillazioni indipendentiste della Scozia, la stessa elezione di Biden che faceva venir meno l’asse preferenziale (più presunto che vero) con Trump. In tali circostanze il volo di Johnson tra le braccia di Ursula von der Leyen sembrava quasi una disperata richiesta di aiuto.
Tuttavia la risposta alla seconda domanda è in netta contraddizione con la prima perchè, almeno in apparenza, chi esce vincente dal compromesso è proprio Johnson, il quale, non a caso, ha subito lanciato messaggi trionfalistici.
Le questioni ancora sul tappeto dopo un anno di trattative erano infatti tre: la frontiera irlandese, i diritti di pesca nel mare del nord e le regole del libero scambio per evitare che di fatto gli operatori britannici potessero fruire di un vantaggio non concorrenziale (come un fisco più favorevole, eventuali aiuti di Stato o normative meno onerose in campo ambientale, ecc.). Di questi problemi il più importante è il terzo (non certo la pesca che interessa una percentuale trascurabile degli scambi) e la soluzione trovata che esclude la competenza giurisdizionale dell’UE rimettendo eventuali (inevitabili) controversie a un indefinito “arbitrato internazionale” sembra accogliere le richieste britanniche. Johnson sembra quindi avere ottenuto quanto voleva: il mantenimento di una zona di libero scambio (che conviene al Regno Unito, importatore netto) senza regole vincolanti per gli imprenditori britannici che non siano passate da Westminster. C’è di più: un accordo così favorevole mette in crisi il progetto secessionista degli indipendentisti scozzesi per la difficoltà di dimostrare la convenienza di tornare a far parte dell’Unione. Perchè dunque tanta improvvisa accondiscendenza da parte della von der Leyen (e, dietro di lei, dell’asse Macron – Merkel) nei confronti del governo di Londra?
L’ovvia risposta che un’intesa qualsivoglia conviene a tutti i partner non spiega perchè se ciò è vero non si sia chiusa l’intesa molto prima. Resta da capire se qualcosa di nuovo è intervenuto e in tal caso di che si tratti.

Europa a due velocità
Forse la vera risposta arriverà nel corso del prossimo anno e consistere nel rilancio di un’Europa a due velocità: da una parte una zona di libero scambio molto ampia (che potrebbe comprendere anche paesi che oggi non fanno parte dell’Unione come la Norvegia, la Svizzera, l’Ucraina, la Serbia, l’Albania) con istituzioni in grado di regolarne gli scambi commerciali, dall’altra una più solida confederazione politica e militare, dotata di una moneta comune e di una autentica costituzione fondata sul riconoscimento delle regole dello stato di diritto (tale quindi da spingere paesi esplicitamente illiberali e intolleranti come la Polonia e l’Ungheria a decidere definitivamente da che parte stare). Se di questo si tratta si capisce meglio perchè anche un accordo apparentemente vantaggioso per il Regno Unito può essere accettato dall’Unione Europea. Tanto più se – come ci si augura – l’amministrazione Biden rilancerà il multilateralismo democratico non soltanto rafforzando la NATO ma anche costruendo nuovi rapporti di alleanza con i paesi che in Occidente e in Oriente si riconoscono nei principi dello stato liberale e che non sono soltanto quelli legati da tradizioni di origine anglosassone (come nel caso di Canadà, Australia, Nuova Zelanda) ma anche altri che hanno ormai da molto tempo inserito quei valori nelle proprie culture politiche e sociali.

 

Franco Chiarenza
28 dicembre 2020

L’estate si avvicina e tutto sembra immobile; una lunga sosta in una congiuntura mondiale che non potrebbe permetterselo. L’Unione Europea è in attesa del suo prossimo Esecutivo; dopo avere approvato la nomina di Ursula Von Der Leyden alla presidenza della Commissione il Parlamento dovrà esprimersi sulla composizione della Commissione stessa secondo le indicazioni che verranno dalla nuova presidente e dal Consiglio. Nel frattempo bisognerà attendere gli sviluppi della Brexit che dipenderanno in gran parte dalla nuova leadership del partito conservatore che sostituirà Theresa May. Incombe poi la “questione italiana” che non è riducibile a un problema interno di casa nostra per le conseguenze che essa può avere sugli equilibri europei: non si tratta soltanto del deficit per eccesso di debito o del blocco dei porti alle ONG, ma in generale di una politica estera ondivaga che sembra mettere in discussione le alleanze tradizionali a cominciare dalla stessa NATO. Che il governo Conte riesca a sopravvivere o meno poco cambia se nuove elezioni dovessero confermare il risultato elettorale conseguito da Salvini. Vi sono poi altre due incognite: quale sarà la linea politica del nuovo governo greco guidato dal conservatore Mitsotakis e cosa accadrà in Spagna dove il governo socialista di Sanchez soffre della mancanza di una maggioranza sicura. Nè gli stati europei possono ignorare la guerra civile in Libia che rischia di destabilizzare ulteriormente l’intero bacino del Mediterraneo; una questione che dovrebbe interessare tutti i partner dell’Unione e non soltanto i paesi che vi si affacciano. Sarebbe auspicabile – almeno in questo caso – evitare che i paesi europei procedano in ordine sparso pestandosi i piedi.

L’Italia sospesa
Anche in Italia la stabilità del governo è messa a dura prova dalle continue diffide che si lanciano i due partiti della maggioranza; l’imperturbabile presidente Conte continua a dire che “tutto va bene” e che si tratta di “normale dialettica”. Ma non è molto normale l’infinita serie di dichiarazioni ostili che si scambiano i due vice presidenti.
La verità è che entrambi i partiti della maggioranza si trovano in difficoltà: la popolarità della Lega è messa a rischio non certo dalle sfide un po’ donchisciottesche delle ONG (puntualmente esaltate dalla Francia) ma piuttosto dalla vicenda dei finanziamenti russi scoppiata proprio mentre Putin veniva accolto trionfalmente a Roma (sarà un caso?). Anche il contrasto con i Cinque Stelle sulle prossime misure economiche (salario minimo o flat tax?) diventa in questo contesto cruciale per recuperare il consenso degli imprenditori del centro-nord messo duramente alla prova dalle priorità fissate dai Cinque Stelle (e dalla stessa Lega), cioè reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni.
Ma il movimento di Di Maio sta peggio: perde pezzi, è fortemente contestato da molti militanti, è diviso su questioni importanti come quelle esplose a Torino sul salone dell’auto (emigrato a Milano), rischia di rimettere in discussione il salvataggio dell’ex-ILVA di Taranto, è costretto per salvare l’Alitalia a chiedere aiuto all’odiata Atlantia (la holding che controlla la società Autostrade nel mirino dei Cinque Stelle dopo il crollo del ponte Morandi); persino sulla TAV Torino-Lione arrivano segnali di cedimento. La Capitale, vetrina obbligata dell’intero Paese, affoga tra i rifiuti non raccolti mentre gli autobus prendono fuoco, le strade sono rimaste groviere impercorribili e tutti i progetti di rilancio, a cominciare dal discusso stadio della Roma, restano nei cassetti; dopo tre anni di amministrazione Raggi è impossibile dare la colpa ai predecessori e la sindaca ricorre all’aiuto di Stato, seguendo appunto la prassi di alcuni suoi predecessori (Alemanno).

 

Franco Chiarenza
16 luglio 2019

In tempi relativamente brevi l’Unione Europea ha deciso i nuovi vertici istituzionali dopo le elezioni del 26 maggio. L’asse franco-tedesco è riuscito a imporre ancora una volta le proprie scelte giocando la partita anche sulla scadenza del governatore della Banca Centrale: alla presidenza della Commissione è stata designata Ursula Von Der Leyen, democristiana tedesca molto legata alla cancelliera Merkel mentre il posto di Draghi alla presidenza della BCE verrà occupato da Christine Lagarde, centrista francese in totale sintonia col presidente Macron e direttore uscente del Fondo Monetario Internazionale. Sono le due cariche che contano: le altre sono di contorno. La presidenza del Consiglio Europeo, che si limita a coordinare i lavori del massimo organo decisionale dell’Unione, è andata a Charles Michel, liberale belga, alla presidenza del Parlamento, puramente rappresentativa, è stato eletto un italiano, David Sassoli, esponente socialista in opposizione all’attuale maggioranza che governa in Italia, mentre il coordinamento dell’inesistente politica estera europea, dove Renzi aveva confinato l’ineffabile Federica Mogherini, è stato affidato al socialista spagnolo Josep Borrell. Scelte che hanno suscitato qualche malumore nel parlamento di Strasburgo più per ragioni di metodo che di sostanza.
In questo modo Macron e la Merkel hanno chiuso una trattativa che ribadisce il loro ruolo direttivo e prende atto dell’esistenza di una maggioranza nel parlamento di Strasburgo composta dai tre partiti tradizionali dell’Unione: popolari (democristiani), socialisti e liberali, con la probabile aggiunta dei verdi. Le minoranze sovraniste e nazionaliste, uscite molto rafforzate dal voto di maggio, sono riuscite soltanto a bloccare l’elezione del socialista Leo Tindemans alla presidenza della Commissione avvalendosi anche del contributo di undici governi (tra cui l’Italia), ma hanno dovuto poi subire il diktat franco-tedesco che ha portato al vertice della Commissione un’esponente del partito popolare che, contrariamente a Tindemans e Warner, non si era esposta in campagna elettorale come candidata: in pratica il “corridoio” ha prevalso sulla trasparenza e questo non è un buon inizio per la nuova governance europea.

La vera posta in gioco era in realtà la presidenza della Banca Centrale di Francoforte. La successione di Draghi era cruciale: una politica monetaria restrittiva che rimettesse in discussione le scelte coraggiose del banchiere italiano, come forse volevano parti importanti dell’establishment tedesco, proprio nel momento in cui si stanno realizzando passaggi importanti verso l’unione bancaria, era considerata con preoccupazione da Macron (e forse anche da Merkel). Concedendo però alla Francia la guida della regolazione monetaria e bancaria diventava impossibile per la Germania non tornare a casa senza la presidenza della Commissione che, peraltro, non dispiaceva a Macron probabilmente preoccupato delle aperture “sociali” di Tindemans. La sorpresa, un vero coniglio tirato fuori dal cappello all’ultimo momento, è stata la scelta della candidata, Van Der Leyen invece di Weber che era stato designato dal partito. Una donna energica, attualmente ministro della difesa, considerata europeista convinta e lontana da quegli imbarazzanti cedimenti nei confronti della “democrazia illiberale” di Orban di cui invece Weber era stato accusato. Se quindi Van der Leyen supererà il voto dell’assemblea di Strasburgo (meno scontato di quanto si pensi) avremo probabilmente una presidenza forte in grado di guidare con fermezza una commissione molto frammentata in cui la distribuzione delle competenze sarà fondamentale.

La difficile partita di Conte.
La posizione dell’Italia si presentava molto difficile e il presidente Conte (probabilmente con la regia occulta del Quirinale) l’ha giocata meglio che poteva. Di fatto era evidente che il nostro Paese non poteva ambire alle posizioni più importanti, però era possibile contrattare il voto italiano nel Consiglio in cambio di una sospensione della procedura d’infrazione (una patata bollente che peraltro la vecchia Commissione già intendeva trasferire ai suoi successori) e un posto nella Commissione di sufficiente prestigio. Ottenuto il primo risultato – peraltro con impegni di riduzione del debito pubblico che appaiono poco realistici – ora si deve decidere sul commissario; scelta non facile che Conte si è affrettato a “girare” a Salvini, riconoscendolo come rappresentante di una maggioranza di fatto. Il rischio è che una candidatura troppo esposta sulle idee sovraniste rischia di non ottenere il necessario placet dell’assemblea di Strasburgo: per questo motivo probabilmente Giorgetti non vorrà correre il rischio di una bocciatura e circolano nomi più digeribili come quello dell’illustre revenant Giulio Tremonti.
Staremo a vedere. Quello che è certo è che l’Italia esce molto indebolita dai nuovi assetti europei: sostanzialmente isolata sul problema dei migranti, in bilico per una possibile procedura d’infrazione per eccesso di deficit, esclusa definitivamente dalle “intese rafforzate” tra Francia e Germania, ininfluente nella guerra civile che sta devastando la Libia. Nè va meglio fuori dall’Europa: le carezze di Di Maio a Xi Jinpeng come gli abbracci di Salvini a Putin nascondono il vuoto ma suscitano ulteriori diffidenze a Washington. Perché finché i nostri sovranisti operano per deligittimare l’Europa Trump non ha nulla da obiettare (anzi!) ma aprire le danze con la Cina e la Russia significa giocare col fuoco. Col rischio di bruciare non soltanto Di Maio e Salvini ma anche l’Italia nel suo complesso.

 

Franco Chiarenza
7 luglio 2019

Le previsioni più o meno sono state rispettate. Poche sorprese quindi dai risultati delle elezioni per il rinnovo del Parlamento dell’Unione Europea. Ora che il temporale è passato mostrandosi meno devastante dello tsunami che alcuni avevano a più riprese preannunciato, cerchiamo di capire quali sono le conseguenze che dovremo trarne: in Europa e in Italia. Naturalmente dal nostro punto di vista, quello del “liberale qualunque”.

In Europa

  1. I “sovranisti” sono cresciuti (come previsto), ma non fino al punto di rovesciare l’ampia maggioranza europeista. Essendo molto divisi tra loro potranno costituire un blocco frenante ma non ispirare un progetto alternativo, come dicono di voler fare.
  2. I popolari (democratici cristiani) sono diminuiti (come previsto) ma restano il primo partito in Europa. Sono però deboli perchè riflettono le difficoltà del paese in cui hanno maggior peso, la Germania. Il loro candidato alla presidenza della Commissione (Manfred Weber) potrebbe non farcela.
  3. La vera (e unica) sorpresa è costituita dai Verdi che sono cresciuti ovunque e potrebbero essere determinanti per le future maggioranze parlamentari. Hanno le idee chiare, una leadership credibile (sia in Germania che in Francia), inseriscono perfettamente la loro sensibilità ambientale nelle istituzioni dell’Unione che difendono senza riserve (euro compreso).
  4. I liberaldemocratici hanno consolidato la loro terza posizione. Purtroppo in gran parte per l’apporto dei liberali inglesi (che hanno raccolto molti voti anti-Brexit) che verrà meno quando l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione giungerà a compimento, probabilmente in ottobre.
  5. Il sorpasso dei sovranisti francesi sul partito di Macron non è una sorpresa. I candidati “europeisti” hanno sempre prevalso sulla destra soltanto al ballottaggio; il voto europeo conferma che la Francia è purtroppo spaccata in due e lo resterà per molto tempo, come la Gran Bretagna. Sarà un caso che entrambe siano ex-imperi coloniali che scontano resistenze nazionaliste, certamente irrazionali ma in grado di aggregare i tanti motivi di protesta che inevitabilmente si formano in una società democratica? Comunque non vi saranno conseguenze a breve termine per Macron; la sua debolezza non deriva dall’incalzare di Marina Le Pen ma dal venir meno (per diverse ragioni) di interlocutori credibili in Germania e in Italia con cui fare blocco in Europa.
  6. In Gran Bretagna le elezioni hanno assunto inevitabilmente il carattere di un secondo referendum sulla Brexit. Non stupisce quindi il successo dell’anti-europeista Farange, peraltro compensato dall’avanzata dei liberal-democratici (europeisti) e dalla tenuta dei laburisti (molti dei quali europeisti). Ne esce, ancora una volta, un paese diviso a metà che la nuova leadership conservatrice non potrà facilmente governare. Nuove elezioni saranno inevitabili, salvo un improbabile accordo tra conservatori e laburisti per una soft Brexit. Ma nel frattempo cosa sarà successo in Europa?

In Italia

A giudicare dal comportamento elettorale degli italiani sembra quasi che il loro Paese non si trovi in Europa. La dinamica e le ragioni del voto italiano non corrispondono infatti a quelle degli altri grandi paesi europei.

  1. La Lega cresce anche oltre il 30% già previsto. Ma il consenso trasversale che raccoglie dovrebbe preoccupare Salvini per le contraddizioni interne che lo caratterizzano. Buona parte del nord (compreso il Piemonte strappato al PD) che ha votato la Lega con percentuali “bulgare” non condivide posizioni estremistiche contro l’Unione europea e non metterebbe mai a rischio i vantaggi che gli sono derivati dall’apertura dei mercati; anche perché si tratta spesso di elettori che provengono da settori moderati che in passato avevano votato Forza Italia o Cinque Stelle. Mettere insieme tante diversità per una proposta credibile, al di là degli slogan, sarà difficile: in Italia e in Europa.
  2. Il crollo dei Cinque Stelle (ampiamente preannunciato dai sondaggi) è andato oltre le più fosche previsioni, soprattutto al centro-nord. Ma non bisogna credere che il movimento di Grillo e Casaleggio stia per scomparire dalla scena: perderà ancora qualche pezzo (tra cui probabilmente Roma e Torino dove i risultati elettorali sono suonati come mozioni di sfiducia per le relative sindache pentastellate) ma, riordinate le idee, manterranno un forte potere di condizionamento, soprattutto nel sud. Se risolvessero alcuni problemi di democrazia interna e orientassero la loro immagine più sull’ambientalismo (sviluppo sostenibile) e meno sul giustizialismo e su misure assistenziali che hanno alimentato un consenso sostanzialmente clientelare, la loro collocazione europea potrebbe avvicinarsi ai Verdi.
  3. Il partito democratico ha mostrato segni di ripresa, soprattutto in alcune elezioni amministrative. Tuttavia il tentativo di Calenda di raccogliere attorno al PD tutte le forze europeiste e anti-salviniane, a prescindere dagli orientamenti socialisti o liberal-democratici, è fallito, anche perchè si risolveva in una confluenza confusa nel partito socialista europeo. L’elettorato liberale si è diviso tra +Europa (ALDE), PD (PSE), e FI (PP), ritrovandosi nella penosa situazione di non essere rappresentato in Europa da nessuno.
  4. Emma Bonino non è riuscita a superare la soglia del 4%. Le ragioni sono sostanzialmente tre: la sfiducia nella possibilità di raggiungere il quorum che ha indotto molti a votare Calenda (e anche Berlusconi), veti e obiezioni di carattere personale soprattutto nei confronti di Tabacci e Della Vedova, la mancanza di una proposta programmatica più visibile e originale di quanto non sia stata. Il risultato raggiunto in condizioni così difficili è comunque positivo e induce noi liberali a sperare che possa costituire in futuro il nocciolo duro su cui costruire una partito di centro, laico e liberale, integrato in Europa a pieno titolo nella nuova alleanza tra Macron e l’ALDE.
  5. I risultati della giornata elettorale del 26 maggio complessivamente considerati (con le elezioni regionali e in molte città) fanno fare oggettivamente un passo avanti al progetto berlusconiano di una “grande destra” a guida moderata perché dimostrano che Salvini non può fare a meno dell’appoggio di Forza Italia per conquistare la maggioranza (come infatti è avvenuto in Piemonte). Salvini e Meloni però, pur temendo l’isolamento (soprattutto in Europa dove la mediazione “popolare” di Berlusconi sarà necessaria per non restare esclusi dai giochi), non vogliono d’altra parte avere “nemici a destra”. Ricordate il vecchio slogan della sinistra “nessun nemico a sinistra”? Ora lo praticano anche le destre per non lasciare a Casa Pound il monopolio del nostalgismo, che qualche peso, soprattutto in termini di militanza, pure lo dà. A questo pasticciato intrigo tutto è consentito tranne l’uso del termine “liberale”.

Qualcuno chiederà: e il governo Conte che fine farà? Non lo sa nessuno perché nessuno vuole assumersi la responsabilità di farlo cadere. E’ condannato a morte dai risultati elettorali del 26 maggio ma – come il Bertoldo della seicentesca novella – ha chiesto la grazia di scegliere l’albero a cui essere impiccato. Potrebbe passare ancora un bel po’ di tempo. Resto comunque convinto che la spina la staccheranno i Cinque Stelle anche a costo di elezioni anticipate che li vedrebbero fortemente ridimensionati. Salvini infatti appena chiuse le urne si è affrettato a dichiarare che il governo potrà continuare ma ha invertito l’ordine delle priorità mettendo subito in difficoltà Di Maio. Il quale si trova anche a fronteggiare un visibile disagio dei gruppi parlamentari destinati alla decimazione un po’ per il calo del consenso elettorale ma anche per l’assurda regola dell’”inesperienza al potere” in base alla quale i pentastellati non possono avere più di due mandati. Altrimenti si corrompono.

 

Franco Chiarenza
28 maggio 2019

Il 26 maggio si voterà per il nuovo parlamento europeo. E’ un appuntamento importante per diverse ragioni:

  1. perché il parlamento europeo svolge un ruolo fondamentale in molte materie ma soprattutto nella elezione della Commissione e nell’approvazione del bilancio comunitario. Un cambiamento di maggioranza avrebbe ripercussioni dirette su tutti i paesi dell’Unione.
  2. perché l’Unione sta attraversando un momento cruciale della sua esistenza. Attaccata all’interno da chi vuole farla regredire a una zona di libero scambio, all’esterno da chi ne teme le potenzialità se procedesse nell’integrazione (Russia, Cina ma anche Stati Uniti da quando Trump ha rilanciato uno sbilenco isolazionismo), essa si trova in mezzo a un guado dove rischia di marcire.
  3. perché l’Europa deve affrontare alle sue frontiere crisi difficili e sfide decisive: a) i flussi migratori dal Medio Oriente e dall’Africa. b) il conflitto armato in Ucraina. c) la Brexit, con i problemi di assestamento che comunque comporterà. d) la guerra civile in Libia.
  4. perché al suo interno e nelle immediate vicinanze stanno affermandosi sistemi di governo illiberali e obiettivamente in contrasto con i principi di diritto su cui l’Unione è stata fondata (per esempio l’Ungheria di Orban o la Turchia di Erdogan).

Tutte ragioni che dovrebbero fare riflettere coloro che pensano che il parlamento europeo sia un organismo inutile e che le cose che contano siano soltanto quelle di casa nostra. Infatti non è così: dalle istituzioni europee dipendono molte regole, vincoli, finanziamenti che riguardano anche noi. Inutile lamentarsi di ciò che l’Unione Europea fa o non fa se poi non si va a votare per i nostri rappresentanti al parlamento europeo, quasi che la loro scelta sia sostanzialmente indifferente. Il tempo in cui i partiti mandavano a Strasburgo personaggi espulsi dai circuiti del potere nazionali, come compenso per i servizi resi, è finito per sempre. Oggi è in Europa che si giocano le partite decisive e bisognerebbe fare attenzione a chi ci mandiamo.

Tutto ciò premesso; votare per chi?
Un liberale non dovrebbe avere dubbi: per chi rappresenta nella dimensione europea i valori liberali. Quindi per l’alleanza dei liberal-democratici europei, rappresentata in Italia dalla lista + Europa di Emma Bonino.
Sento molti liberali, o comunque vicini al liberalismo democratico, tentati di votare per il partito democratico o per il partito di Berlusconi, con la motivazione di evitare di disperdere il voto (perché + Europa potrebbe non raggiungere la soglia del 4%). E’ un grave errore, compiuto anche in passato quando è servito a convogliare voti di minoranza in grandi aggregazioni partitiche dove sono annegati senza lasciare traccia.
Se + Europa avesse accettato l’offerta di Zingaretti di confluire in una lista unica (naturalmente egemonizzata dal partito democratico) come avrebbe voluto Calenda, l’unico risultato concreto sarebbe stato di perdere i voti di chi – europeista e liberal-democratico – non intendeva confondersi con i socialisti europei. Perché deve essere chiaro che il partito democratico è per origini, per scelta (soprattutto dopo l’elezione di Zingaretti alla segreteria), per affinità politiche e culturali, una componente importante del partito socialista europeo affiliato all’Internazionale socialista. Mentre Forza Italia, malgrado le rivendicazioni “liberali” del suo leader, è in realtà un partito conservatore che aderisce al partito popolare europeo dove affluiscono tutte le componenti politiche moderate di ispirazione cristiana.
Naturalmente si può discutere se tali distinzioni, ereditate dal secolo scorso, abbiano ancora un fondamento; non vi è dubbio infatti che le differenze siano diventate nel tempo molto sottili con il tramonto delle ideologie totalizzanti e delle alternative di sistema, ma forse qualche diversità ancora esiste, e comunque esistono elettorati che ritengono che ci siano ancora.

Non vi è dubbio che nel futuro parlamento europeo il problema di fondo da risolvere sarà un altro, e qui la divisione sarà netta. Da una parte chi ritiene che di fronte al cambiamento degli scenari geopolitici l’Europa debba serrare le fila e presentarsi più unita possibile, il che significa, in pratica, rinunciare almeno in parte alle sovranità nazionali nella politica estera e in quella della difesa comune, dall’altra coloro che, al contrario, pensano che la crisi europea possa essere meglio affrontata restituendo piena libertà di manovra ai singoli stati, riducendo la Comunità alla semplice gestione di un’area di libero scambio o poco più. E’chiaro che la maggioranza che dovrà esprimere la nuova Commissione non potrà eludere questo fondamentale dilemma: da una parte quindi ci saranno popolari, socialisti, liberali (e probabilmente ambientalisti verdi), dall’altra “sovranisti” variamente raccolti su una prospettiva riduzionista.
In tale contesto è facile prevedere dove si collocheranno la Lega, Fratelli d’Italia e i movimenti di estrema destra, e in contrapposizione democratici, radicali e berlusconiani; la domanda è, dove andranno i Cinque Stelle? Non lo sanno nemmeno loro, il loro movimento è un “ircocervo” (come lo avrebbe definito Benedetto Croce) sovranista per certi aspetti, europeista per altri. Si attendono istruzioni da Grillo e Casaleggio.

Noi liberali intanto votiamo + Europa.

 

Franco Chiarenza
6 maggio 2019

 

Nella difficile partita che il governo italiano sta giocando a Bruxelles stanno venendo a galla alcuni nodi che, in modo un po’ superficiale, si riteneva di potere eludere: il primo di essi è che il tentativo di isolare la Commissione nel suo rigorismo formale delegittimandola in una dimensione meramente burocratica si è risolto nel suo contrario. Isolata è rimasta l’Italia nei confronti di tutti i partner europei i quali spingendo verso misure punitive severe (come si configura la procedura d’infrazione) hanno restituito alla Commissione Juncker un ruolo di mediazione a cui il governo Conte ha dovuto precipitosamente aggrapparsi. Mediazione peraltro che ha limiti molto stretti per la ferma intenzione degli altri paesi di non creare precedenti che potrebbero ripetersi generando seri problemi alla tenuta dell’Unione (e soprattutto dell’Eurozona). Il secondo nodo da sciogliere è la credibilità dei mercati che, contrariamente a quel che pensano i “dioscuri” del governo, non sono governati da oscuri complotti tramite “bottoncini” che si spingono in una o altra direzione; sono invece misuratori della domanda e dell’offerta che, in campo finanziario, si riflettono sulla maggiore o minore fiducia dei titoli di credito. Se lo spread, già molto elevato, non è ulteriormente salito (con gravi conseguenze sul sistema creditizio e quindi sulla produzione) è soltanto perché i mercati (come tutti noi) non hanno ancora capito come uscirà nella sua versione definitiva la manovra di bilancio.

Le regole
Le regole si possono cambiare ma non si devono violare. E’ questo il punto fondamentale di qualsiasi accordo perché altrimenti ne va di mezzo la credibilità di tutti i contraenti. Quando Di Maio e Salvini evocano violazioni compiute in passato da Francia e Germania dimenticano di aggiungere che anche in quei casi furono avviate procedure di infrazione, poi rientrate in base ad accordi che furono facilitati dal fatto che si trattava di paesi con un debito pubblico molto minore del nostro e tassi di crescita superiori.
Ciò infatti che ci viene contestato non è tanto l’eccesso della spesa in deficit ma la destinazione delle risorse aggiuntive che, nella previsione della Commissione ma anche della maggior parte degli economisti di casa nostra, non sono in grado di creare crescita e occupazione, essendo considerate spese assistenziali con una scarsa ricaduta sui problemi strutturali che sempre più impediscono al nostro sistema produttivo di esprimere tutte le sue potenzialità.
Che poi le regole di Maastricht non siano più compatibili con una situazione che vede l’Europa arretrare a fronte della crescita degli altri grandi colossi mondiali (a cominciare da Stati Uniti e Cina) sarà sicuramente al primo punto dell’ordine del giorno della nuova Commissione che scaturirà dalle elezioni europee di maggio. Ma si tratta di una questione dove l’Italia potrà svolgere un ruolo attivo soltanto se mantiene il prestigio di socio fondatore del club che non ne mette in discussione unilateralmente le regole; e se in questa nuova partita Salvini pensa di coalizzare le spinte “sovraniste” fino a diventare condizionanti per una futura maggioranza nel parlamento europeo, ritengo che si faccia delle illusioni. I partiti “sovranisti” arriveranno probabilmente ad aumentare considerevolmente la loro presenza ma si presenteranno per ovvie ragioni divisi e confliggenti, senza una chiara strategia comune; in grado di distruggere ciò che si è costruito, non di proporre qualcosa di nuovo e diverso. Come dimostrano i risultati elettorali in Germania e in Scandinavia i movimenti emergenti che davvero condizioneranno le possibili maggioranze in Europa saranno i Verdi nella loro nuova veste profondamente europeista, nei cui confronti i Cinque Stelle non faticheranno a rintracciare evidenti “affinità elettive”.

Mercati globali
La partita che l’Europa dovrà giocare nel prossimo decennio si svolgerà al tavolo delle potenze globali: sarà soprattutto con Stati Uniti e Cina che ci si dovrà confrontare. Altri paesi di media importanza come alcuni europei (Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Giappone, ma anche India, Indonesia, Canadà) dovranno integrarsi in sistemi multinazionali che in qualche modo consentano di esercitare un potere contrattuale adeguato. Il sistema multilaterale (inventato dagli americani ma oggi in via di demolizione con l’amministrazione Trump) garantiva almeno in parte il rispetto di alcune regole comuni e consentiva agli Stati Uniti di mantenere una sostanziale egemonia pagando qualche prezzo in termini di sbilanciamento commerciale. I paesi europei traevano innegabili vantaggi da questo sistema e potevano permettersi persino di restare disuniti e concorrenziali nelle politiche commerciali. Ma Trump ha rotto il giocattolo e temo che sarà difficile ripararlo.
In tale prospettiva l’unità europea non è più soltanto un’opportunità è ormai una necessità; neanche la Germania potrà essere da sola, con tutto il suo peso, un interlocutore paragonabile a coloro che dispongono di punti forza difficilmente raggiungibili (dimensioni del mercato interno attuale e potenziale, aggiornamento tecnologico, potenza militare da impiegare nelle situazioni di crisi, ecc.).
Il “sovranismo” politico ed economico è in realtà la strada più breve per raggiungere una situazione di subordinazione irreversibile; resteremo alla mercé di chi è disposto a pagare i nostri prodotti più cari, saremo esclusi dalla scrittura delle regole del gioco, correremo da Mosca a Pechino a chiedere aiuto (senza dimenticare una visita alla Casa Bianca). Il sovranismo ha già mostrato i suoi effetti in campo energetico: siamo il Paese che ha i costi più elevati, i “buoni rapporti” tra Putin e Berlusconi ci hanno regalato un contratto di fornitura di gas che ci costringe ad acquistarlo a un prezzo superiore a quello di mercato e che i russi non intendono modificare. Salvini sembra avviarsi sulla stessa strada. Ma quando l’Europa si muove – naturalmente nelle materie di sua competenza – ha ben altro peso: l’abbiamo visto nelle trattative nello scontro con le multinazionali del commercio e della comunicazione che finalmente cominciano a pagare le tasse, e in molte altre occasioni. Una delle ragioni per cui Putin vuole impadronirsi dell’Ucraina è per contestare la sua volontà di entrare a far parte dell’Unione Europea; perché, difettosa com’è, essa rappresenta comunque una garanzia di libertà politica ed economica nei confronti di chi a questi principi certamente non si ispira. Ogni riferimento a Vladimir Putin è puramente casuale.

 

Franco Chiarenza
30 novembre 2018

Con la vittoria di Macron in Francia gli europeisti di ogni tendenza avevano pensato che un rilancio del processo unitario europeo fosse diventato possibile e forse imminente. Ma non è stato così: al contrario le elezioni tedesche hanno indebolito Angela Merkel, il governo spagnolo è sempre a rischio di sopravvivenza, il gruppo di Visegrad (e soprattutto l’Ungheria) continua a differenziarsi dalla tradizione liberal-democratica dell’Europa occidentale, e infine anche l’Italia con il nuovo governo si sta collocando decisamente su un orizzonte “sovranista” certamente non favorevole all’integrazione europea. Le imminenti elezioni per il parlamento di Strasburgo si presentano di esito incerto e tutto contribuisce ad isolare il presidente francese nel suo progetto di rilancio, se mai ci sia stato.

La burocrazia di Bruxelles
Ma chi pensa che l’Unione sia ormai irrimediabilmente destinata a dissolversi o che comunque dovrà ridursi a un club nazioni completamente sovrane che di volta in volta potranno stipulare accordi a geometria variabile, non conosce la realtà che in questi anni è venuta consolidandosi intorno alle istituzioni comunitarie. Il corpo massiccio dell’Unione, tenuto insieme da una burocrazia che si è consolidata in decenni di potere regolamentare, è divenuto troppo ingombrante per essere facilmente eliminato senza creare più danni di quelli che gli vengono contestati. Non soltanto la moneta comune ha sottratto agli stati nazionali il potere essenziale della politica dei cambi e la vigilanza sugli istituti di credito, il trattato di Schengen ha aperto le frontiere, le borse Erasmus hanno consentito a centinaia di migliaia di studenti di mescolarsi tra loro, ma non c’è aspetto della vita civile in Europa che non sia condizionata dai trattati; la minuzia di certe regolamentazioni possono legittimamente infastidire, ma tutto il sistema produttivo europeo si è ormai conformato alle direttive della Commissione, il sistema giudiziario è reso sempre più omogeneo dalle pronunce della corte del Lussemburgo, non vi è settore che non sia coinvolto in una rete di accordi anche parziali ma comunque indicativi per tutti.
Piaccia o no in assenza di una spinta politica i burocrati hanno steso una rete che adesso è assai difficile da smontare; soprattutto per questo l’Europa è in mezzo al guado, conta a livello delle trattative dove si presenta con un’unica voce (quella della Commissione), viene ignorata quando le nuove grandi potenze stabiliscono i nuovi equilibri internazionali (il che vale anche per paesi che vantano un passato glorioso come Francia, Gran Bretagna e la stessa Germania). I dossier che contano a livello mondiale sono preparati a Bruxelles e a Francoforte.
E cresciuto così un mostro. Una burocrazia tanto più onnipotente in quanto priva di un reale controllo politico. Esattamente come è successo con la creazione dell’euro. Ma (tanto per imitare la formula che usano i Cinque Stelle quando si apprestano a fare marcia indietro) un’analisi dei costi e benefici non consente altra soluzione di quella proposta da Macron: andare avanti, cominciando a farlo con chi ci sta. Purtroppo però al momento attuale non ci sta nessuno.

Le elezioni europee
Per queste ragioni le prossime elezioni europee rappresenteranno una sorta di referendum: non pro o contro l’Europa, perché sarà troppo facile per tutti – anche per Orban e Salvini – dire che sono a favore di una “diversa” Europa, ma per una maggiore integrazione politica laddove ancora le sovranità nazionali hanno mantenuto i loro poteri esclusivi, per esempio in materia di politica estera, difesa e bilancio. Ma per rendere chiaro l’obiettivo all’opinione pubblica occorre anche uscire dal generico: proporre per esempio che la futura assemblea abbia funzioni costituenti e sia in grado di disegnare le linee guida su cui l’Unione politica dovrà costruirsi. A Macron non basterà contrapporre “sovranisti” a “europeisti”; dovrà dire qualcosa di più se vorrà davvero mettersi alla testa dei sentimenti europei, anche a costo di perdere qualche voto in Francia.

 

Franco Chiarenza
20 novembre 2018

Mentre Salvini e Di Maio si contendono una coperta troppo corta per coprire tutti gli impegni di spesa necessari per soddisfare tutte le promesse contenute nel “contratto” di governo e il povero Tria tenta disperatamente di tenere insieme un bilancio che non aggravi ulteriormente il debito pubblico, una cosa almeno appare chiara: sia la Lega che i Cinque Stelle sembrano pronti a scontrarsi con la Commissione di Bruxelles pur di non perdere la faccia (e forse qualche voto).   Una strada pericolosa che potrebbe avviare, al di là delle intenzioni, un processo di allontanamento dall’Europa dagli esiti imprevedibili (anche a prescindere dagli scenari apocalittici disegnati da Sergio Rizzo nel suo ultimo libro) che dovrebbero preoccupare non poco gli imprenditori del nord (anche quelli che hanno votato Lega).   Pure il sud avrebbe probabilmente molto da perdere per gli effetti inflazionistici che deriverebbero dalla perdita della stabilità monetaria.   Sembra davvero una gara tra dilettanti allo sbaraglio: Masaniello Di Maio da una parte, Buttafuoco Salvini dall’altra.

Ma alla fine, al di là di ogni retorica e di ogni considerazione geo-politica (che evidentemente poco interessano il “popolo” dei Cinque Stelle e, almeno in parte, gli elettori di Salvini)  la questione di fondo è se conviene restare nell’Unione Europea e cosa ci perderemmo a uscirne.  Nessuno lo spiega, men che meno gli impazienti demagoghi che vorrebbero liberarsi dei suoi vincoli.   Proviamo a ricordarlo, limitandoci agli aspetti economici e prescindendo da quelli legati al rispetto dei principi dello stato di diritto e all’armonizzazione delle legislazioni in settori fondamentali (lavoro, previdenza, ecc.):

  • verrebbe meno la libera circolazione di persone e merci all’interno dell’Unione.
  • sarebbe compromessa la stabilità dei prezzi che l’euro ha garantito (anche nei paesi che non hanno aderito alla moneta unica ma di fatto hanno allineato ad essa i cambi).
  • diminuirebbe la solvibilità degli istituti di credito favorendo indebitamenti sconsiderati che hanno in passato provocato danni pagati dai risparmiatori e dall’intera collettività.   I vincoli di patrimonializzazione e il “bail in” servono appunto a impedire che ciò si ripeta.
  • verrebbe meno quel tanto di protezione delle produzioni nazionali che viene garantita nell’ambito di trattati internazionali tra l’Unione e altri paesi con dimensioni di mercato comparabili (Stati Uniti, Cina, Canadà, India, Giappone).
  • diminuirebbe molto la capacità negoziale in ambito internazionale nei confronti dei grandi “players” della comunicazione e dei servizi commerciali, sia dal punto di vista fiscale che per ciò che attiene i contenuti diffusi dalla rete.
  • diminuirebbero le risorse disponibili per la ricerca per il venir meno delle economie di scala che derivano dalla messa in comune dei dati e dei brevetti.
  • cesserebbero i finanziamenti comunitari, molto importanti non soltanto dal punto di vista quantitativo ma anche perché consentono un parziale riequilibrio tra le condizioni economiche esistenti all’interno dell’Unione e una modesta ma significativa sottrazione di risorse ai consumi individuali per concentrarli su investimenti strutturali.
  • diminuirebbe sensibilmente la possibilità per i nostri giovani di andare all’estero per ragioni di studio (borse Erasmus) e di lavoro.

La Gran Bretagna, che sta molto meglio di noi come pil, debito pubblico, infrastrutture, peso finanziario, si sta accorgendo del prezzo pesantissimo che rischia di pagare per un’uscita dall’Unione deliberata da un referendum dominato dalla demagogia e dall’ignoranza; tanto che, secondo molti osservatori, se oggi venisse ripetuto le probabilità di vittoria degli europeisti sarebbero prevalenti.   La nostra economia, fondata in gran parte sulle esportazioni dell’industria manifatturiera, pagherebbe per un’eventuale Italexit prezzi ancor più salati.

A fronte di questi svantaggi i fautori dell’Italexit sostengono:

  • che la possibilità di riprendere le svalutazioni competitive (come si faceva prima dell’euro) darebbe fiato alle esportazioni italiane.    Forse, ma a quale prezzo?   Ci siamo dimenticati l’inflazione a due cifre e la continua diminuzione del potere d’acquisto della moneta nazionale?
  • che la contribuzione netta dell’Italia all’Unione Europea è superiore ai vantaggi che ne ricaviamo.  Vero, anche perché nello stabilire le contribuzioni si tiene conto delle condizioni economiche complessive e l’Italia resta tra i paesi europei più ricchi (anche se tale ricchezza è squilibrata; la Lombardia ha un pil equivalente a quello della Baviera, alcune regioni del sud non raggiungono quello della Grecia).   Ma questo è affar nostro e i finanziamenti europei per progetti strutturali nelle zone sottosviluppate, largamente utilizzati dagli altri paesi europei mediterranei, da noi sono stati lasciati cadere per inerzia e incapacità progettuale.
  • che l’Italia potrebbe operare più liberamente scambi vantaggiosi tramite accordi bilaterali (per esempio con la Russia) non essendo vincolati dalle sanzioni imposte dall’Unione Europea.    Forse sì, ma si dimentica che le sanzioni (Russia e Iran) sono state imposte dagli Stati Uniti prima che dall’Unione Europea; violarle significa precludersi il mercato americano (oltre quelli europei), essenziali per le nostre esportazioni.   Negli accordi bilaterali inoltre l’Italia farebbe fatica da sola a imporre condizioni vantaggiose; il rischio è che andremmo a perdere molto più di quanto guadagneremmo.
  • che finalmente “saremo padroni a casa nostra”.    Purtroppo sì.   Ma sarebbe bene ricordare che quando lo siamo stati davvero abbiamo prodotto un regime autoritario (fascismo) che ci ha portato a una guerra disastrosa senza chiedere il permesso ai cittadini, un sistema economico dirigistico (protezionismo) che ha impedito l’espansione degli scambi a cui dobbiamo l’aumento del nostro tenore di vita dopo la seconda guerra mondiale, uno stato di diritto ridotto ai minimi termini.   Non solo: anche quando la democrazia è stata restaurata tutto ciò che potevamo decidere liberamente lo abbiamo fatto con superficialità e senza valutarne a pieno le conseguenze.   Se abbiamo i costi energetici più elevati, il debito pubblico più alto, il sommerso più diffuso, un sistema scolastico mediamente scadente, le tasse più pesanti, le infrastrutture che crollano, ecc.  la colpa non è dell’Europa ma di come abbiamo esercitato i nostri poteri “sovrani”.   Al contrario: quando abbiamo accettato col trattato di Maastricht alcuni vincoli europei siamo diventati più “virtuosi” e la nostra credibilità sui mercati è migliorata.

Ci fermiamo qui, scusandoci per l’approssimazione con cui abbiamo dovuto sintetizzare questioni altrimenti complesse.   Ma resta indelebile l’impressione che la strada su cui vogliono portarci Di Maio e Salvini, sia sostanzialmente quella che ci riporta indietro nell’illusoria speranza che chiuderci nei nostri confini risolva i nostri problemi.  La storia dimostra che è una strategia sbagliata, ma nessuno più legge la storia (una volta ingenuamente ritenuta magistra vitae).

Resta da capire una cosa: come fanno i Cinque Stelle a prendere in considerazione una possibile alleanza alternativa con il partito democratico (col quale potrebbe trovare maggiore sintonia l’ala “socialista” del movimento) quando sull’Europa le posizioni sono tanto diverse?   E lo stesso va chiesto alla Lega: come fa ad allearsi con Forza Italia negli enti locali anche in vista di una possibile maggioranza alternativa (come lascia intendere Berlusconi) se sull’Europa la pensano tanto diversamente?

 

Franco Chiarenza

24 settembre 2018

L’Unione Europea naviga ormai allo sbando senza una rotta sicura, con un equipaggio diviso sulle scelte e spaventato dai cambiamenti climatici, con un capitano giunto al comando da poco – tale Emmanuel Macron – il quale sta dimostrandosi inesperto e inaffidabile. Le difficoltà, i contrasti, le diverse strategie di navigazione non erano mancati neanche in passato ma la volontà di raggiungere, prima o poi, il traguardo dell’unità politica non pareva in discussione. Adesso sembra che non sia più così. L’Unione si chiama così ma in realtà è un apparato burocratico che gestisce alcuni trattati i quali regolano in qualche modo e con diverse applicazioni quanto basta per fare funzionare un mercato comune. Ogni passo successivo è rimesso alla volontà di tutti i ventisette governi e parlamenti nazionali, che è come dire che passi avanti non se ne fanno mai. Al traguardo stabilito dai “padri” dell’Europa non pensa più nessuno.

La sala macchine
Nessuna nave può navigare se non funzionano le macchine che devono spingerla. Ciò che spinge l’Europa è il suo apparato produttivo, secondo al mondo dopo quello americano; di esso la “locomotiva” tedesca costituisce la parte più importante. Se si ferma la Germania si ferma l’Europa, piaccia o no. E in Germania, modello di stabilità anche politica e di ferme convinzioni europeistiche da settant’anni a questa parte, si respira un’aria di rivolta che rischia di bloccare la “sala macchine”. Bisogna dare atto a Angela Merkel di avere fatto il possibile per mantenere la rotta; le rigidità che tanti suoi critici le rimproverano servivano a mantenere la disciplina in un equipaggio che scalpitava chiedendo politiche ancor più rigorose nei confronti delle ciurme meno disciplinate (soprattutto quelle mediterranee).

Il ponte di comando
Quando Macron, appena eletto, ha fatto suonare l’inno europeo di Beethoven prima della Marsigliese, tutti capirono che il nuovo presidente francese si candidava autorevolmente al ruolo di comandante della nave europea. Gli altri partner per motivi diversi erano disposti a riconoscerlo; anche perché nessuna Europa è possibile senza la Francia, per ragioni geografiche, storiche, culturali e anche economiche che nessuno poteva disconoscere. Ma anche il nuovo comandante si è impantanato; un po’ perché la sua salda alleanza con la sala macchine della Merkel ha dovuto tener conto della crisi politica tedesca, molto anche perché pure la sua ciurma sente la sirena del nazionalismo ed è sempre pronta a sventolare il tricolore francese piuttosto che la bandiera stellata dell’Europa. Entrambi, Macron e Merkel, hanno gestito male gli abbordaggi dei disperati che fuggono dalle guerre, dalla fame, dall’intolleranza e che chiedono di salire a bordo, lasciando che si arrampicassero nella parte meno difendibile, l’Italia.

Il gruppo di Visegrad
Oggi in Europa si profilano tre linee di tendenza, molto diverse tra loro. La prima fa capo a un gruppo di paesi che hanno assunto la denominazione di “gruppo di Visegard”: comprende la Polonia, l’Ungheria, la Cechia e la Slovacchia, ma gode di crescenti simpatie in Slovenia e in Austria. In esso prevale la cultura nazionalista su quella democratica e liberale che ha caratterizzato fino ad oggi la costruzione dell’Europa. Non si tratta soltanto di mantenere una linea di chiusura all’immigrazione ma anche di mettere in discussione lo stato di diritto fondato sull’indipendenza della magistratura, sulla libertà di informazione, sul pluralismo politico. Si sta in Europa soprattutto per quattro ragioni che con il traguardo dell’unità politica non hanno nulla a che fare: la paura della Russia, nella cui sfera di influenza non si vuole ricadere; i vantaggi economici del mercato comune che si sono tradotti in massicci investimenti ai quali si deve l’innalzamento del loro tenore di vita; le politiche di sostegno economico di cui hanno potuto usufruire; infine l’emigrazione che con l’apertura delle frontiere ha consentito a centinaia di migliaia di emigrati polacchi di finanziare con le loro rimesse dalla Germania e dalla Gran Bretagna lo sviluppo economico del loro paese. Il gruppo di Visegrad quindi non è contro l’Europa; vuole prendere da essa quanto le conviene e non concedere nulla che possa mettere in discussione il modello nazionalistico e intollerante che sta realizzando.

L’Europa del nord
I paesi del nord (Benelux, Scandinavia, repubbliche baltiche) sono quelli che hanno guardato alla Brexit con maggiore preoccupazione per ovvie ragioni geopolitiche ma anche culturali ed economiche. Essi non intendono approfondire il solco con la Gran Bretagna come forse avverrebbe realizzando un’Europa a due velocità, preferiscono mantenere le cose come stanno e in ciò finiscono per condividere la posizione del gruppo di Visegard. Un’Europa in sostanza ridotta a poco più di una grande zona di libero scambio con poche regole finalizzate essenzialmente alla libera circolazione (come Schengen), politicamente integrata alla NATO (e quindi agli Stati Uniti) in funzione anti-russa (aspetto particolarmente importante per i paesi che si affacciano sul Baltico) è per essi, almeno per il momento, il massimo. I problemi del Mediterraneo appaiono lontani e comunque non intendono farsene carico.

L’Europa mediterranea
Naturalmente del tutto diversi sono gli interessi dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Per essi la questione dell’immigrazione dall’Africa non è un problema contingente ma un movimento inarrestabile che occorre regolare per evitare che si trasformi in un incubo. La solidarietà europea, e quindi una seria condivisione dei rischi, è per l’Italia, la Spagna e la Grecia, questione di fondamentale importanza. Trattandosi oltre tutto del “ventre molle” dell’Unione sia dal punto di vista economico che per stabilità politica, ignorare ciò che avviene nel Mediterraneo rappresenta una pericolosa sottovalutazione della reciprocità delle interferenze ampiamente dimostrata dalla lunga storia dell’Europa. Pensare che le guerre che insanguinano il Vicino Oriente e l’Africa non influiscano sul futuro di tutto il continente europeo e non soltanto dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo costituisce un’ingenuità imperdonabile.
Vi è poi il problema del debito pubblico, meno grave di quanto si creda generalmente, ma che rappresenta per certa opinione pubblica del nord-Europa la certificazione di una incapacità di gestione della “cosa pubblica”, incompatibile con i parametri di efficienza scandinavi o tedeschi. In Germania c’è chi non aspetta altro per avere il pretesto per “commissariare” l’Italia come è stato fatto per la Grecia.

L’asse incrinato. Guai se si spezza
Per concludere. L’Europa ha fondato le sue prime strutture dopo la seconda guerra mondiale su un’idea forte che leader di grande prestigio imposero ai loro paesi: il superamento delle rivalità che avevano insanguinato il continente nei secoli precedenti attraverso la costituzione di un involucro istituzionale al cui interno le inevitabili controversie potevano essere composte senza più ricorrere alle armi. Per ottenere questo risultato, mutuato dal successo del modello americano che era sotto gli occhi di tutti, occorrevano due condizioni: la convinzione che i valori politici e morali occidentali usciti vincenti dal conflitto con il nazi-fascismo rappresentassero il fondamento culturale di questa nuova identità, e l’accantonamento degli interessi più conflittuali, a partire dalla messa in comune delle materie prime essenziali come il carbone e l’acciaio (da cui nacque la CECA), dal superamento delle frontiere interne, dalla creazione di una forza militare di difesa comune (che venne meno col fallimento del progetto CED). L’asse fondamentale su cui questa idea poteva essere realizzata era quello che univa Parigi a Bonn (prima che Berlino tornasse ad essere la capitale della Germania); ne furono convinti assertori Schuman, Monnet, Adenauer e i loro successori. De Gasperi intuì l’importanza politica e ideale di questo progetto e subito vi si associò portando l’Italia nel gruppo dei paesi fondatori.
Su queste basi, malgrado le difficoltà e gli ostacoli che hanno spesso costretto a deviare dal progetto originario, è stata costruita l’Unione Europea; un edificio ancora incompleto, privo di un tetto comune, ma che comunque ha consentito a tutti i popoli europei una crescita senza precedenti e una qualità della vita unica al mondo. Ma se l’asse su cui è stato fondato si spezza l’intera costruzione rischia davvero di crollare; per ora regge ma è fortemente incrinato.
E non lo è per gli interessi contrastanti che scuotono l’Unione, ma perché sembra venuta meno l’idea forte per la quale era stata concepita, che non era una somma algebrica degli interessi nazionali ma il riconoscimento di valori comuni che ci facevano stare insieme; come appunto è stato negli Stati Uniti dove “essere americani” non significa essere in grado di comporre gli interessi della California con quelli dell’Alaska ma qualcosa di più, di molto di più.

 

Franco Chiarenza
1 luglio 2018