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L’estate si avvicina e tutto sembra immobile; una lunga sosta in una congiuntura mondiale che non potrebbe permetterselo. L’Unione Europea è in attesa del suo prossimo Esecutivo; dopo avere approvato la nomina di Ursula Von Der Leyden alla presidenza della Commissione il Parlamento dovrà esprimersi sulla composizione della Commissione stessa secondo le indicazioni che verranno dalla nuova presidente e dal Consiglio. Nel frattempo bisognerà attendere gli sviluppi della Brexit che dipenderanno in gran parte dalla nuova leadership del partito conservatore che sostituirà Theresa May. Incombe poi la “questione italiana” che non è riducibile a un problema interno di casa nostra per le conseguenze che essa può avere sugli equilibri europei: non si tratta soltanto del deficit per eccesso di debito o del blocco dei porti alle ONG, ma in generale di una politica estera ondivaga che sembra mettere in discussione le alleanze tradizionali a cominciare dalla stessa NATO. Che il governo Conte riesca a sopravvivere o meno poco cambia se nuove elezioni dovessero confermare il risultato elettorale conseguito da Salvini. Vi sono poi altre due incognite: quale sarà la linea politica del nuovo governo greco guidato dal conservatore Mitsotakis e cosa accadrà in Spagna dove il governo socialista di Sanchez soffre della mancanza di una maggioranza sicura. Nè gli stati europei possono ignorare la guerra civile in Libia che rischia di destabilizzare ulteriormente l’intero bacino del Mediterraneo; una questione che dovrebbe interessare tutti i partner dell’Unione e non soltanto i paesi che vi si affacciano. Sarebbe auspicabile – almeno in questo caso – evitare che i paesi europei procedano in ordine sparso pestandosi i piedi.

L’Italia sospesa
Anche in Italia la stabilità del governo è messa a dura prova dalle continue diffide che si lanciano i due partiti della maggioranza; l’imperturbabile presidente Conte continua a dire che “tutto va bene” e che si tratta di “normale dialettica”. Ma non è molto normale l’infinita serie di dichiarazioni ostili che si scambiano i due vice presidenti.
La verità è che entrambi i partiti della maggioranza si trovano in difficoltà: la popolarità della Lega è messa a rischio non certo dalle sfide un po’ donchisciottesche delle ONG (puntualmente esaltate dalla Francia) ma piuttosto dalla vicenda dei finanziamenti russi scoppiata proprio mentre Putin veniva accolto trionfalmente a Roma (sarà un caso?). Anche il contrasto con i Cinque Stelle sulle prossime misure economiche (salario minimo o flat tax?) diventa in questo contesto cruciale per recuperare il consenso degli imprenditori del centro-nord messo duramente alla prova dalle priorità fissate dai Cinque Stelle (e dalla stessa Lega), cioè reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni.
Ma il movimento di Di Maio sta peggio: perde pezzi, è fortemente contestato da molti militanti, è diviso su questioni importanti come quelle esplose a Torino sul salone dell’auto (emigrato a Milano), rischia di rimettere in discussione il salvataggio dell’ex-ILVA di Taranto, è costretto per salvare l’Alitalia a chiedere aiuto all’odiata Atlantia (la holding che controlla la società Autostrade nel mirino dei Cinque Stelle dopo il crollo del ponte Morandi); persino sulla TAV Torino-Lione arrivano segnali di cedimento. La Capitale, vetrina obbligata dell’intero Paese, affoga tra i rifiuti non raccolti mentre gli autobus prendono fuoco, le strade sono rimaste groviere impercorribili e tutti i progetti di rilancio, a cominciare dal discusso stadio della Roma, restano nei cassetti; dopo tre anni di amministrazione Raggi è impossibile dare la colpa ai predecessori e la sindaca ricorre all’aiuto di Stato, seguendo appunto la prassi di alcuni suoi predecessori (Alemanno).

 

Franco Chiarenza
16 luglio 2019

In tempi relativamente brevi l’Unione Europea ha deciso i nuovi vertici istituzionali dopo le elezioni del 26 maggio. L’asse franco-tedesco è riuscito a imporre ancora una volta le proprie scelte giocando la partita anche sulla scadenza del governatore della Banca Centrale: alla presidenza della Commissione è stata designata Ursula Von Der Leyen, democristiana tedesca molto legata alla cancelliera Merkel mentre il posto di Draghi alla presidenza della BCE verrà occupato da Christine Lagarde, centrista francese in totale sintonia col presidente Macron e direttore uscente del Fondo Monetario Internazionale. Sono le due cariche che contano: le altre sono di contorno. La presidenza del Consiglio Europeo, che si limita a coordinare i lavori del massimo organo decisionale dell’Unione, è andata a Charles Michel, liberale belga, alla presidenza del Parlamento, puramente rappresentativa, è stato eletto un italiano, David Sassoli, esponente socialista in opposizione all’attuale maggioranza che governa in Italia, mentre il coordinamento dell’inesistente politica estera europea, dove Renzi aveva confinato l’ineffabile Federica Mogherini, è stato affidato al socialista spagnolo Josep Borrell. Scelte che hanno suscitato qualche malumore nel parlamento di Strasburgo più per ragioni di metodo che di sostanza.
In questo modo Macron e la Merkel hanno chiuso una trattativa che ribadisce il loro ruolo direttivo e prende atto dell’esistenza di una maggioranza nel parlamento di Strasburgo composta dai tre partiti tradizionali dell’Unione: popolari (democristiani), socialisti e liberali, con la probabile aggiunta dei verdi. Le minoranze sovraniste e nazionaliste, uscite molto rafforzate dal voto di maggio, sono riuscite soltanto a bloccare l’elezione del socialista Leo Tindemans alla presidenza della Commissione avvalendosi anche del contributo di undici governi (tra cui l’Italia), ma hanno dovuto poi subire il diktat franco-tedesco che ha portato al vertice della Commissione un’esponente del partito popolare che, contrariamente a Tindemans e Warner, non si era esposta in campagna elettorale come candidata: in pratica il “corridoio” ha prevalso sulla trasparenza e questo non è un buon inizio per la nuova governance europea.

La vera posta in gioco era in realtà la presidenza della Banca Centrale di Francoforte. La successione di Draghi era cruciale: una politica monetaria restrittiva che rimettesse in discussione le scelte coraggiose del banchiere italiano, come forse volevano parti importanti dell’establishment tedesco, proprio nel momento in cui si stanno realizzando passaggi importanti verso l’unione bancaria, era considerata con preoccupazione da Macron (e forse anche da Merkel). Concedendo però alla Francia la guida della regolazione monetaria e bancaria diventava impossibile per la Germania non tornare a casa senza la presidenza della Commissione che, peraltro, non dispiaceva a Macron probabilmente preoccupato delle aperture “sociali” di Tindemans. La sorpresa, un vero coniglio tirato fuori dal cappello all’ultimo momento, è stata la scelta della candidata, Van Der Leyen invece di Weber che era stato designato dal partito. Una donna energica, attualmente ministro della difesa, considerata europeista convinta e lontana da quegli imbarazzanti cedimenti nei confronti della “democrazia illiberale” di Orban di cui invece Weber era stato accusato. Se quindi Van der Leyen supererà il voto dell’assemblea di Strasburgo (meno scontato di quanto si pensi) avremo probabilmente una presidenza forte in grado di guidare con fermezza una commissione molto frammentata in cui la distribuzione delle competenze sarà fondamentale.

La difficile partita di Conte.
La posizione dell’Italia si presentava molto difficile e il presidente Conte (probabilmente con la regia occulta del Quirinale) l’ha giocata meglio che poteva. Di fatto era evidente che il nostro Paese non poteva ambire alle posizioni più importanti, però era possibile contrattare il voto italiano nel Consiglio in cambio di una sospensione della procedura d’infrazione (una patata bollente che peraltro la vecchia Commissione già intendeva trasferire ai suoi successori) e un posto nella Commissione di sufficiente prestigio. Ottenuto il primo risultato – peraltro con impegni di riduzione del debito pubblico che appaiono poco realistici – ora si deve decidere sul commissario; scelta non facile che Conte si è affrettato a “girare” a Salvini, riconoscendolo come rappresentante di una maggioranza di fatto. Il rischio è che una candidatura troppo esposta sulle idee sovraniste rischia di non ottenere il necessario placet dell’assemblea di Strasburgo: per questo motivo probabilmente Giorgetti non vorrà correre il rischio di una bocciatura e circolano nomi più digeribili come quello dell’illustre revenant Giulio Tremonti.
Staremo a vedere. Quello che è certo è che l’Italia esce molto indebolita dai nuovi assetti europei: sostanzialmente isolata sul problema dei migranti, in bilico per una possibile procedura d’infrazione per eccesso di deficit, esclusa definitivamente dalle “intese rafforzate” tra Francia e Germania, ininfluente nella guerra civile che sta devastando la Libia. Nè va meglio fuori dall’Europa: le carezze di Di Maio a Xi Jinpeng come gli abbracci di Salvini a Putin nascondono il vuoto ma suscitano ulteriori diffidenze a Washington. Perché finché i nostri sovranisti operano per deligittimare l’Europa Trump non ha nulla da obiettare (anzi!) ma aprire le danze con la Cina e la Russia significa giocare col fuoco. Col rischio di bruciare non soltanto Di Maio e Salvini ma anche l’Italia nel suo complesso.

 

Franco Chiarenza
7 luglio 2019

Le previsioni più o meno sono state rispettate. Poche sorprese quindi dai risultati delle elezioni per il rinnovo del Parlamento dell’Unione Europea. Ora che il temporale è passato mostrandosi meno devastante dello tsunami che alcuni avevano a più riprese preannunciato, cerchiamo di capire quali sono le conseguenze che dovremo trarne: in Europa e in Italia. Naturalmente dal nostro punto di vista, quello del “liberale qualunque”.

In Europa

  1. I “sovranisti” sono cresciuti (come previsto), ma non fino al punto di rovesciare l’ampia maggioranza europeista. Essendo molto divisi tra loro potranno costituire un blocco frenante ma non ispirare un progetto alternativo, come dicono di voler fare.
  2. I popolari (democratici cristiani) sono diminuiti (come previsto) ma restano il primo partito in Europa. Sono però deboli perchè riflettono le difficoltà del paese in cui hanno maggior peso, la Germania. Il loro candidato alla presidenza della Commissione (Manfred Weber) potrebbe non farcela.
  3. La vera (e unica) sorpresa è costituita dai Verdi che sono cresciuti ovunque e potrebbero essere determinanti per le future maggioranze parlamentari. Hanno le idee chiare, una leadership credibile (sia in Germania che in Francia), inseriscono perfettamente la loro sensibilità ambientale nelle istituzioni dell’Unione che difendono senza riserve (euro compreso).
  4. I liberaldemocratici hanno consolidato la loro terza posizione. Purtroppo in gran parte per l’apporto dei liberali inglesi (che hanno raccolto molti voti anti-Brexit) che verrà meno quando l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione giungerà a compimento, probabilmente in ottobre.
  5. Il sorpasso dei sovranisti francesi sul partito di Macron non è una sorpresa. I candidati “europeisti” hanno sempre prevalso sulla destra soltanto al ballottaggio; il voto europeo conferma che la Francia è purtroppo spaccata in due e lo resterà per molto tempo, come la Gran Bretagna. Sarà un caso che entrambe siano ex-imperi coloniali che scontano resistenze nazionaliste, certamente irrazionali ma in grado di aggregare i tanti motivi di protesta che inevitabilmente si formano in una società democratica? Comunque non vi saranno conseguenze a breve termine per Macron; la sua debolezza non deriva dall’incalzare di Marina Le Pen ma dal venir meno (per diverse ragioni) di interlocutori credibili in Germania e in Italia con cui fare blocco in Europa.
  6. In Gran Bretagna le elezioni hanno assunto inevitabilmente il carattere di un secondo referendum sulla Brexit. Non stupisce quindi il successo dell’anti-europeista Farange, peraltro compensato dall’avanzata dei liberal-democratici (europeisti) e dalla tenuta dei laburisti (molti dei quali europeisti). Ne esce, ancora una volta, un paese diviso a metà che la nuova leadership conservatrice non potrà facilmente governare. Nuove elezioni saranno inevitabili, salvo un improbabile accordo tra conservatori e laburisti per una soft Brexit. Ma nel frattempo cosa sarà successo in Europa?

In Italia

A giudicare dal comportamento elettorale degli italiani sembra quasi che il loro Paese non si trovi in Europa. La dinamica e le ragioni del voto italiano non corrispondono infatti a quelle degli altri grandi paesi europei.

  1. La Lega cresce anche oltre il 30% già previsto. Ma il consenso trasversale che raccoglie dovrebbe preoccupare Salvini per le contraddizioni interne che lo caratterizzano. Buona parte del nord (compreso il Piemonte strappato al PD) che ha votato la Lega con percentuali “bulgare” non condivide posizioni estremistiche contro l’Unione europea e non metterebbe mai a rischio i vantaggi che gli sono derivati dall’apertura dei mercati; anche perché si tratta spesso di elettori che provengono da settori moderati che in passato avevano votato Forza Italia o Cinque Stelle. Mettere insieme tante diversità per una proposta credibile, al di là degli slogan, sarà difficile: in Italia e in Europa.
  2. Il crollo dei Cinque Stelle (ampiamente preannunciato dai sondaggi) è andato oltre le più fosche previsioni, soprattutto al centro-nord. Ma non bisogna credere che il movimento di Grillo e Casaleggio stia per scomparire dalla scena: perderà ancora qualche pezzo (tra cui probabilmente Roma e Torino dove i risultati elettorali sono suonati come mozioni di sfiducia per le relative sindache pentastellate) ma, riordinate le idee, manterranno un forte potere di condizionamento, soprattutto nel sud. Se risolvessero alcuni problemi di democrazia interna e orientassero la loro immagine più sull’ambientalismo (sviluppo sostenibile) e meno sul giustizialismo e su misure assistenziali che hanno alimentato un consenso sostanzialmente clientelare, la loro collocazione europea potrebbe avvicinarsi ai Verdi.
  3. Il partito democratico ha mostrato segni di ripresa, soprattutto in alcune elezioni amministrative. Tuttavia il tentativo di Calenda di raccogliere attorno al PD tutte le forze europeiste e anti-salviniane, a prescindere dagli orientamenti socialisti o liberal-democratici, è fallito, anche perchè si risolveva in una confluenza confusa nel partito socialista europeo. L’elettorato liberale si è diviso tra +Europa (ALDE), PD (PSE), e FI (PP), ritrovandosi nella penosa situazione di non essere rappresentato in Europa da nessuno.
  4. Emma Bonino non è riuscita a superare la soglia del 4%. Le ragioni sono sostanzialmente tre: la sfiducia nella possibilità di raggiungere il quorum che ha indotto molti a votare Calenda (e anche Berlusconi), veti e obiezioni di carattere personale soprattutto nei confronti di Tabacci e Della Vedova, la mancanza di una proposta programmatica più visibile e originale di quanto non sia stata. Il risultato raggiunto in condizioni così difficili è comunque positivo e induce noi liberali a sperare che possa costituire in futuro il nocciolo duro su cui costruire una partito di centro, laico e liberale, integrato in Europa a pieno titolo nella nuova alleanza tra Macron e l’ALDE.
  5. I risultati della giornata elettorale del 26 maggio complessivamente considerati (con le elezioni regionali e in molte città) fanno fare oggettivamente un passo avanti al progetto berlusconiano di una “grande destra” a guida moderata perché dimostrano che Salvini non può fare a meno dell’appoggio di Forza Italia per conquistare la maggioranza (come infatti è avvenuto in Piemonte). Salvini e Meloni però, pur temendo l’isolamento (soprattutto in Europa dove la mediazione “popolare” di Berlusconi sarà necessaria per non restare esclusi dai giochi), non vogliono d’altra parte avere “nemici a destra”. Ricordate il vecchio slogan della sinistra “nessun nemico a sinistra”? Ora lo praticano anche le destre per non lasciare a Casa Pound il monopolio del nostalgismo, che qualche peso, soprattutto in termini di militanza, pure lo dà. A questo pasticciato intrigo tutto è consentito tranne l’uso del termine “liberale”.

Qualcuno chiederà: e il governo Conte che fine farà? Non lo sa nessuno perché nessuno vuole assumersi la responsabilità di farlo cadere. E’ condannato a morte dai risultati elettorali del 26 maggio ma – come il Bertoldo della seicentesca novella – ha chiesto la grazia di scegliere l’albero a cui essere impiccato. Potrebbe passare ancora un bel po’ di tempo. Resto comunque convinto che la spina la staccheranno i Cinque Stelle anche a costo di elezioni anticipate che li vedrebbero fortemente ridimensionati. Salvini infatti appena chiuse le urne si è affrettato a dichiarare che il governo potrà continuare ma ha invertito l’ordine delle priorità mettendo subito in difficoltà Di Maio. Il quale si trova anche a fronteggiare un visibile disagio dei gruppi parlamentari destinati alla decimazione un po’ per il calo del consenso elettorale ma anche per l’assurda regola dell’”inesperienza al potere” in base alla quale i pentastellati non possono avere più di due mandati. Altrimenti si corrompono.

 

Franco Chiarenza
28 maggio 2019

Il 26 maggio si voterà per il nuovo parlamento europeo. E’ un appuntamento importante per diverse ragioni:

  1. perché il parlamento europeo svolge un ruolo fondamentale in molte materie ma soprattutto nella elezione della Commissione e nell’approvazione del bilancio comunitario. Un cambiamento di maggioranza avrebbe ripercussioni dirette su tutti i paesi dell’Unione.
  2. perché l’Unione sta attraversando un momento cruciale della sua esistenza. Attaccata all’interno da chi vuole farla regredire a una zona di libero scambio, all’esterno da chi ne teme le potenzialità se procedesse nell’integrazione (Russia, Cina ma anche Stati Uniti da quando Trump ha rilanciato uno sbilenco isolazionismo), essa si trova in mezzo a un guado dove rischia di marcire.
  3. perché l’Europa deve affrontare alle sue frontiere crisi difficili e sfide decisive: a) i flussi migratori dal Medio Oriente e dall’Africa. b) il conflitto armato in Ucraina. c) la Brexit, con i problemi di assestamento che comunque comporterà. d) la guerra civile in Libia.
  4. perché al suo interno e nelle immediate vicinanze stanno affermandosi sistemi di governo illiberali e obiettivamente in contrasto con i principi di diritto su cui l’Unione è stata fondata (per esempio l’Ungheria di Orban o la Turchia di Erdogan).

Tutte ragioni che dovrebbero fare riflettere coloro che pensano che il parlamento europeo sia un organismo inutile e che le cose che contano siano soltanto quelle di casa nostra. Infatti non è così: dalle istituzioni europee dipendono molte regole, vincoli, finanziamenti che riguardano anche noi. Inutile lamentarsi di ciò che l’Unione Europea fa o non fa se poi non si va a votare per i nostri rappresentanti al parlamento europeo, quasi che la loro scelta sia sostanzialmente indifferente. Il tempo in cui i partiti mandavano a Strasburgo personaggi espulsi dai circuiti del potere nazionali, come compenso per i servizi resi, è finito per sempre. Oggi è in Europa che si giocano le partite decisive e bisognerebbe fare attenzione a chi ci mandiamo.

Tutto ciò premesso; votare per chi?
Un liberale non dovrebbe avere dubbi: per chi rappresenta nella dimensione europea i valori liberali. Quindi per l’alleanza dei liberal-democratici europei, rappresentata in Italia dalla lista + Europa di Emma Bonino.
Sento molti liberali, o comunque vicini al liberalismo democratico, tentati di votare per il partito democratico o per il partito di Berlusconi, con la motivazione di evitare di disperdere il voto (perché + Europa potrebbe non raggiungere la soglia del 4%). E’ un grave errore, compiuto anche in passato quando è servito a convogliare voti di minoranza in grandi aggregazioni partitiche dove sono annegati senza lasciare traccia.
Se + Europa avesse accettato l’offerta di Zingaretti di confluire in una lista unica (naturalmente egemonizzata dal partito democratico) come avrebbe voluto Calenda, l’unico risultato concreto sarebbe stato di perdere i voti di chi – europeista e liberal-democratico – non intendeva confondersi con i socialisti europei. Perché deve essere chiaro che il partito democratico è per origini, per scelta (soprattutto dopo l’elezione di Zingaretti alla segreteria), per affinità politiche e culturali, una componente importante del partito socialista europeo affiliato all’Internazionale socialista. Mentre Forza Italia, malgrado le rivendicazioni “liberali” del suo leader, è in realtà un partito conservatore che aderisce al partito popolare europeo dove affluiscono tutte le componenti politiche moderate di ispirazione cristiana.
Naturalmente si può discutere se tali distinzioni, ereditate dal secolo scorso, abbiano ancora un fondamento; non vi è dubbio infatti che le differenze siano diventate nel tempo molto sottili con il tramonto delle ideologie totalizzanti e delle alternative di sistema, ma forse qualche diversità ancora esiste, e comunque esistono elettorati che ritengono che ci siano ancora.

Non vi è dubbio che nel futuro parlamento europeo il problema di fondo da risolvere sarà un altro, e qui la divisione sarà netta. Da una parte chi ritiene che di fronte al cambiamento degli scenari geopolitici l’Europa debba serrare le fila e presentarsi più unita possibile, il che significa, in pratica, rinunciare almeno in parte alle sovranità nazionali nella politica estera e in quella della difesa comune, dall’altra coloro che, al contrario, pensano che la crisi europea possa essere meglio affrontata restituendo piena libertà di manovra ai singoli stati, riducendo la Comunità alla semplice gestione di un’area di libero scambio o poco più. E’chiaro che la maggioranza che dovrà esprimere la nuova Commissione non potrà eludere questo fondamentale dilemma: da una parte quindi ci saranno popolari, socialisti, liberali (e probabilmente ambientalisti verdi), dall’altra “sovranisti” variamente raccolti su una prospettiva riduzionista.
In tale contesto è facile prevedere dove si collocheranno la Lega, Fratelli d’Italia e i movimenti di estrema destra, e in contrapposizione democratici, radicali e berlusconiani; la domanda è, dove andranno i Cinque Stelle? Non lo sanno nemmeno loro, il loro movimento è un “ircocervo” (come lo avrebbe definito Benedetto Croce) sovranista per certi aspetti, europeista per altri. Si attendono istruzioni da Grillo e Casaleggio.

Noi liberali intanto votiamo + Europa.

 

Franco Chiarenza
6 maggio 2019

 

Nella difficile partita che il governo italiano sta giocando a Bruxelles stanno venendo a galla alcuni nodi che, in modo un po’ superficiale, si riteneva di potere eludere: il primo di essi è che il tentativo di isolare la Commissione nel suo rigorismo formale delegittimandola in una dimensione meramente burocratica si è risolto nel suo contrario. Isolata è rimasta l’Italia nei confronti di tutti i partner europei i quali spingendo verso misure punitive severe (come si configura la procedura d’infrazione) hanno restituito alla Commissione Juncker un ruolo di mediazione a cui il governo Conte ha dovuto precipitosamente aggrapparsi. Mediazione peraltro che ha limiti molto stretti per la ferma intenzione degli altri paesi di non creare precedenti che potrebbero ripetersi generando seri problemi alla tenuta dell’Unione (e soprattutto dell’Eurozona). Il secondo nodo da sciogliere è la credibilità dei mercati che, contrariamente a quel che pensano i “dioscuri” del governo, non sono governati da oscuri complotti tramite “bottoncini” che si spingono in una o altra direzione; sono invece misuratori della domanda e dell’offerta che, in campo finanziario, si riflettono sulla maggiore o minore fiducia dei titoli di credito. Se lo spread, già molto elevato, non è ulteriormente salito (con gravi conseguenze sul sistema creditizio e quindi sulla produzione) è soltanto perché i mercati (come tutti noi) non hanno ancora capito come uscirà nella sua versione definitiva la manovra di bilancio.

Le regole
Le regole si possono cambiare ma non si devono violare. E’ questo il punto fondamentale di qualsiasi accordo perché altrimenti ne va di mezzo la credibilità di tutti i contraenti. Quando Di Maio e Salvini evocano violazioni compiute in passato da Francia e Germania dimenticano di aggiungere che anche in quei casi furono avviate procedure di infrazione, poi rientrate in base ad accordi che furono facilitati dal fatto che si trattava di paesi con un debito pubblico molto minore del nostro e tassi di crescita superiori.
Ciò infatti che ci viene contestato non è tanto l’eccesso della spesa in deficit ma la destinazione delle risorse aggiuntive che, nella previsione della Commissione ma anche della maggior parte degli economisti di casa nostra, non sono in grado di creare crescita e occupazione, essendo considerate spese assistenziali con una scarsa ricaduta sui problemi strutturali che sempre più impediscono al nostro sistema produttivo di esprimere tutte le sue potenzialità.
Che poi le regole di Maastricht non siano più compatibili con una situazione che vede l’Europa arretrare a fronte della crescita degli altri grandi colossi mondiali (a cominciare da Stati Uniti e Cina) sarà sicuramente al primo punto dell’ordine del giorno della nuova Commissione che scaturirà dalle elezioni europee di maggio. Ma si tratta di una questione dove l’Italia potrà svolgere un ruolo attivo soltanto se mantiene il prestigio di socio fondatore del club che non ne mette in discussione unilateralmente le regole; e se in questa nuova partita Salvini pensa di coalizzare le spinte “sovraniste” fino a diventare condizionanti per una futura maggioranza nel parlamento europeo, ritengo che si faccia delle illusioni. I partiti “sovranisti” arriveranno probabilmente ad aumentare considerevolmente la loro presenza ma si presenteranno per ovvie ragioni divisi e confliggenti, senza una chiara strategia comune; in grado di distruggere ciò che si è costruito, non di proporre qualcosa di nuovo e diverso. Come dimostrano i risultati elettorali in Germania e in Scandinavia i movimenti emergenti che davvero condizioneranno le possibili maggioranze in Europa saranno i Verdi nella loro nuova veste profondamente europeista, nei cui confronti i Cinque Stelle non faticheranno a rintracciare evidenti “affinità elettive”.

Mercati globali
La partita che l’Europa dovrà giocare nel prossimo decennio si svolgerà al tavolo delle potenze globali: sarà soprattutto con Stati Uniti e Cina che ci si dovrà confrontare. Altri paesi di media importanza come alcuni europei (Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Giappone, ma anche India, Indonesia, Canadà) dovranno integrarsi in sistemi multinazionali che in qualche modo consentano di esercitare un potere contrattuale adeguato. Il sistema multilaterale (inventato dagli americani ma oggi in via di demolizione con l’amministrazione Trump) garantiva almeno in parte il rispetto di alcune regole comuni e consentiva agli Stati Uniti di mantenere una sostanziale egemonia pagando qualche prezzo in termini di sbilanciamento commerciale. I paesi europei traevano innegabili vantaggi da questo sistema e potevano permettersi persino di restare disuniti e concorrenziali nelle politiche commerciali. Ma Trump ha rotto il giocattolo e temo che sarà difficile ripararlo.
In tale prospettiva l’unità europea non è più soltanto un’opportunità è ormai una necessità; neanche la Germania potrà essere da sola, con tutto il suo peso, un interlocutore paragonabile a coloro che dispongono di punti forza difficilmente raggiungibili (dimensioni del mercato interno attuale e potenziale, aggiornamento tecnologico, potenza militare da impiegare nelle situazioni di crisi, ecc.).
Il “sovranismo” politico ed economico è in realtà la strada più breve per raggiungere una situazione di subordinazione irreversibile; resteremo alla mercé di chi è disposto a pagare i nostri prodotti più cari, saremo esclusi dalla scrittura delle regole del gioco, correremo da Mosca a Pechino a chiedere aiuto (senza dimenticare una visita alla Casa Bianca). Il sovranismo ha già mostrato i suoi effetti in campo energetico: siamo il Paese che ha i costi più elevati, i “buoni rapporti” tra Putin e Berlusconi ci hanno regalato un contratto di fornitura di gas che ci costringe ad acquistarlo a un prezzo superiore a quello di mercato e che i russi non intendono modificare. Salvini sembra avviarsi sulla stessa strada. Ma quando l’Europa si muove – naturalmente nelle materie di sua competenza – ha ben altro peso: l’abbiamo visto nelle trattative nello scontro con le multinazionali del commercio e della comunicazione che finalmente cominciano a pagare le tasse, e in molte altre occasioni. Una delle ragioni per cui Putin vuole impadronirsi dell’Ucraina è per contestare la sua volontà di entrare a far parte dell’Unione Europea; perché, difettosa com’è, essa rappresenta comunque una garanzia di libertà politica ed economica nei confronti di chi a questi principi certamente non si ispira. Ogni riferimento a Vladimir Putin è puramente casuale.

 

Franco Chiarenza
30 novembre 2018

Con la vittoria di Macron in Francia gli europeisti di ogni tendenza avevano pensato che un rilancio del processo unitario europeo fosse diventato possibile e forse imminente. Ma non è stato così: al contrario le elezioni tedesche hanno indebolito Angela Merkel, il governo spagnolo è sempre a rischio di sopravvivenza, il gruppo di Visegrad (e soprattutto l’Ungheria) continua a differenziarsi dalla tradizione liberal-democratica dell’Europa occidentale, e infine anche l’Italia con il nuovo governo si sta collocando decisamente su un orizzonte “sovranista” certamente non favorevole all’integrazione europea. Le imminenti elezioni per il parlamento di Strasburgo si presentano di esito incerto e tutto contribuisce ad isolare il presidente francese nel suo progetto di rilancio, se mai ci sia stato.

La burocrazia di Bruxelles
Ma chi pensa che l’Unione sia ormai irrimediabilmente destinata a dissolversi o che comunque dovrà ridursi a un club nazioni completamente sovrane che di volta in volta potranno stipulare accordi a geometria variabile, non conosce la realtà che in questi anni è venuta consolidandosi intorno alle istituzioni comunitarie. Il corpo massiccio dell’Unione, tenuto insieme da una burocrazia che si è consolidata in decenni di potere regolamentare, è divenuto troppo ingombrante per essere facilmente eliminato senza creare più danni di quelli che gli vengono contestati. Non soltanto la moneta comune ha sottratto agli stati nazionali il potere essenziale della politica dei cambi e la vigilanza sugli istituti di credito, il trattato di Schengen ha aperto le frontiere, le borse Erasmus hanno consentito a centinaia di migliaia di studenti di mescolarsi tra loro, ma non c’è aspetto della vita civile in Europa che non sia condizionata dai trattati; la minuzia di certe regolamentazioni possono legittimamente infastidire, ma tutto il sistema produttivo europeo si è ormai conformato alle direttive della Commissione, il sistema giudiziario è reso sempre più omogeneo dalle pronunce della corte del Lussemburgo, non vi è settore che non sia coinvolto in una rete di accordi anche parziali ma comunque indicativi per tutti.
Piaccia o no in assenza di una spinta politica i burocrati hanno steso una rete che adesso è assai difficile da smontare; soprattutto per questo l’Europa è in mezzo al guado, conta a livello delle trattative dove si presenta con un’unica voce (quella della Commissione), viene ignorata quando le nuove grandi potenze stabiliscono i nuovi equilibri internazionali (il che vale anche per paesi che vantano un passato glorioso come Francia, Gran Bretagna e la stessa Germania). I dossier che contano a livello mondiale sono preparati a Bruxelles e a Francoforte.
E cresciuto così un mostro. Una burocrazia tanto più onnipotente in quanto priva di un reale controllo politico. Esattamente come è successo con la creazione dell’euro. Ma (tanto per imitare la formula che usano i Cinque Stelle quando si apprestano a fare marcia indietro) un’analisi dei costi e benefici non consente altra soluzione di quella proposta da Macron: andare avanti, cominciando a farlo con chi ci sta. Purtroppo però al momento attuale non ci sta nessuno.

Le elezioni europee
Per queste ragioni le prossime elezioni europee rappresenteranno una sorta di referendum: non pro o contro l’Europa, perché sarà troppo facile per tutti – anche per Orban e Salvini – dire che sono a favore di una “diversa” Europa, ma per una maggiore integrazione politica laddove ancora le sovranità nazionali hanno mantenuto i loro poteri esclusivi, per esempio in materia di politica estera, difesa e bilancio. Ma per rendere chiaro l’obiettivo all’opinione pubblica occorre anche uscire dal generico: proporre per esempio che la futura assemblea abbia funzioni costituenti e sia in grado di disegnare le linee guida su cui l’Unione politica dovrà costruirsi. A Macron non basterà contrapporre “sovranisti” a “europeisti”; dovrà dire qualcosa di più se vorrà davvero mettersi alla testa dei sentimenti europei, anche a costo di perdere qualche voto in Francia.

 

Franco Chiarenza
20 novembre 2018

Mentre Salvini e Di Maio si contendono una coperta troppo corta per coprire tutti gli impegni di spesa necessari per soddisfare tutte le promesse contenute nel “contratto” di governo e il povero Tria tenta disperatamente di tenere insieme un bilancio che non aggravi ulteriormente il debito pubblico, una cosa almeno appare chiara: sia la Lega che i Cinque Stelle sembrano pronti a scontrarsi con la Commissione di Bruxelles pur di non perdere la faccia (e forse qualche voto).   Una strada pericolosa che potrebbe avviare, al di là delle intenzioni, un processo di allontanamento dall’Europa dagli esiti imprevedibili (anche a prescindere dagli scenari apocalittici disegnati da Sergio Rizzo nel suo ultimo libro) che dovrebbero preoccupare non poco gli imprenditori del nord (anche quelli che hanno votato Lega).   Pure il sud avrebbe probabilmente molto da perdere per gli effetti inflazionistici che deriverebbero dalla perdita della stabilità monetaria.   Sembra davvero una gara tra dilettanti allo sbaraglio: Masaniello Di Maio da una parte, Buttafuoco Salvini dall’altra.

Ma alla fine, al di là di ogni retorica e di ogni considerazione geo-politica (che evidentemente poco interessano il “popolo” dei Cinque Stelle e, almeno in parte, gli elettori di Salvini)  la questione di fondo è se conviene restare nell’Unione Europea e cosa ci perderemmo a uscirne.  Nessuno lo spiega, men che meno gli impazienti demagoghi che vorrebbero liberarsi dei suoi vincoli.   Proviamo a ricordarlo, limitandoci agli aspetti economici e prescindendo da quelli legati al rispetto dei principi dello stato di diritto e all’armonizzazione delle legislazioni in settori fondamentali (lavoro, previdenza, ecc.):

  • verrebbe meno la libera circolazione di persone e merci all’interno dell’Unione.
  • sarebbe compromessa la stabilità dei prezzi che l’euro ha garantito (anche nei paesi che non hanno aderito alla moneta unica ma di fatto hanno allineato ad essa i cambi).
  • diminuirebbe la solvibilità degli istituti di credito favorendo indebitamenti sconsiderati che hanno in passato provocato danni pagati dai risparmiatori e dall’intera collettività.   I vincoli di patrimonializzazione e il “bail in” servono appunto a impedire che ciò si ripeta.
  • verrebbe meno quel tanto di protezione delle produzioni nazionali che viene garantita nell’ambito di trattati internazionali tra l’Unione e altri paesi con dimensioni di mercato comparabili (Stati Uniti, Cina, Canadà, India, Giappone).
  • diminuirebbe molto la capacità negoziale in ambito internazionale nei confronti dei grandi “players” della comunicazione e dei servizi commerciali, sia dal punto di vista fiscale che per ciò che attiene i contenuti diffusi dalla rete.
  • diminuirebbero le risorse disponibili per la ricerca per il venir meno delle economie di scala che derivano dalla messa in comune dei dati e dei brevetti.
  • cesserebbero i finanziamenti comunitari, molto importanti non soltanto dal punto di vista quantitativo ma anche perché consentono un parziale riequilibrio tra le condizioni economiche esistenti all’interno dell’Unione e una modesta ma significativa sottrazione di risorse ai consumi individuali per concentrarli su investimenti strutturali.
  • diminuirebbe sensibilmente la possibilità per i nostri giovani di andare all’estero per ragioni di studio (borse Erasmus) e di lavoro.

La Gran Bretagna, che sta molto meglio di noi come pil, debito pubblico, infrastrutture, peso finanziario, si sta accorgendo del prezzo pesantissimo che rischia di pagare per un’uscita dall’Unione deliberata da un referendum dominato dalla demagogia e dall’ignoranza; tanto che, secondo molti osservatori, se oggi venisse ripetuto le probabilità di vittoria degli europeisti sarebbero prevalenti.   La nostra economia, fondata in gran parte sulle esportazioni dell’industria manifatturiera, pagherebbe per un’eventuale Italexit prezzi ancor più salati.

A fronte di questi svantaggi i fautori dell’Italexit sostengono:

  • che la possibilità di riprendere le svalutazioni competitive (come si faceva prima dell’euro) darebbe fiato alle esportazioni italiane.    Forse, ma a quale prezzo?   Ci siamo dimenticati l’inflazione a due cifre e la continua diminuzione del potere d’acquisto della moneta nazionale?
  • che la contribuzione netta dell’Italia all’Unione Europea è superiore ai vantaggi che ne ricaviamo.  Vero, anche perché nello stabilire le contribuzioni si tiene conto delle condizioni economiche complessive e l’Italia resta tra i paesi europei più ricchi (anche se tale ricchezza è squilibrata; la Lombardia ha un pil equivalente a quello della Baviera, alcune regioni del sud non raggiungono quello della Grecia).   Ma questo è affar nostro e i finanziamenti europei per progetti strutturali nelle zone sottosviluppate, largamente utilizzati dagli altri paesi europei mediterranei, da noi sono stati lasciati cadere per inerzia e incapacità progettuale.
  • che l’Italia potrebbe operare più liberamente scambi vantaggiosi tramite accordi bilaterali (per esempio con la Russia) non essendo vincolati dalle sanzioni imposte dall’Unione Europea.    Forse sì, ma si dimentica che le sanzioni (Russia e Iran) sono state imposte dagli Stati Uniti prima che dall’Unione Europea; violarle significa precludersi il mercato americano (oltre quelli europei), essenziali per le nostre esportazioni.   Negli accordi bilaterali inoltre l’Italia farebbe fatica da sola a imporre condizioni vantaggiose; il rischio è che andremmo a perdere molto più di quanto guadagneremmo.
  • che finalmente “saremo padroni a casa nostra”.    Purtroppo sì.   Ma sarebbe bene ricordare che quando lo siamo stati davvero abbiamo prodotto un regime autoritario (fascismo) che ci ha portato a una guerra disastrosa senza chiedere il permesso ai cittadini, un sistema economico dirigistico (protezionismo) che ha impedito l’espansione degli scambi a cui dobbiamo l’aumento del nostro tenore di vita dopo la seconda guerra mondiale, uno stato di diritto ridotto ai minimi termini.   Non solo: anche quando la democrazia è stata restaurata tutto ciò che potevamo decidere liberamente lo abbiamo fatto con superficialità e senza valutarne a pieno le conseguenze.   Se abbiamo i costi energetici più elevati, il debito pubblico più alto, il sommerso più diffuso, un sistema scolastico mediamente scadente, le tasse più pesanti, le infrastrutture che crollano, ecc.  la colpa non è dell’Europa ma di come abbiamo esercitato i nostri poteri “sovrani”.   Al contrario: quando abbiamo accettato col trattato di Maastricht alcuni vincoli europei siamo diventati più “virtuosi” e la nostra credibilità sui mercati è migliorata.

Ci fermiamo qui, scusandoci per l’approssimazione con cui abbiamo dovuto sintetizzare questioni altrimenti complesse.   Ma resta indelebile l’impressione che la strada su cui vogliono portarci Di Maio e Salvini, sia sostanzialmente quella che ci riporta indietro nell’illusoria speranza che chiuderci nei nostri confini risolva i nostri problemi.  La storia dimostra che è una strategia sbagliata, ma nessuno più legge la storia (una volta ingenuamente ritenuta magistra vitae).

Resta da capire una cosa: come fanno i Cinque Stelle a prendere in considerazione una possibile alleanza alternativa con il partito democratico (col quale potrebbe trovare maggiore sintonia l’ala “socialista” del movimento) quando sull’Europa le posizioni sono tanto diverse?   E lo stesso va chiesto alla Lega: come fa ad allearsi con Forza Italia negli enti locali anche in vista di una possibile maggioranza alternativa (come lascia intendere Berlusconi) se sull’Europa la pensano tanto diversamente?

 

Franco Chiarenza

24 settembre 2018

L’Unione Europea naviga ormai allo sbando senza una rotta sicura, con un equipaggio diviso sulle scelte e spaventato dai cambiamenti climatici, con un capitano giunto al comando da poco – tale Emmanuel Macron – il quale sta dimostrandosi inesperto e inaffidabile. Le difficoltà, i contrasti, le diverse strategie di navigazione non erano mancati neanche in passato ma la volontà di raggiungere, prima o poi, il traguardo dell’unità politica non pareva in discussione. Adesso sembra che non sia più così. L’Unione si chiama così ma in realtà è un apparato burocratico che gestisce alcuni trattati i quali regolano in qualche modo e con diverse applicazioni quanto basta per fare funzionare un mercato comune. Ogni passo successivo è rimesso alla volontà di tutti i ventisette governi e parlamenti nazionali, che è come dire che passi avanti non se ne fanno mai. Al traguardo stabilito dai “padri” dell’Europa non pensa più nessuno.

La sala macchine
Nessuna nave può navigare se non funzionano le macchine che devono spingerla. Ciò che spinge l’Europa è il suo apparato produttivo, secondo al mondo dopo quello americano; di esso la “locomotiva” tedesca costituisce la parte più importante. Se si ferma la Germania si ferma l’Europa, piaccia o no. E in Germania, modello di stabilità anche politica e di ferme convinzioni europeistiche da settant’anni a questa parte, si respira un’aria di rivolta che rischia di bloccare la “sala macchine”. Bisogna dare atto a Angela Merkel di avere fatto il possibile per mantenere la rotta; le rigidità che tanti suoi critici le rimproverano servivano a mantenere la disciplina in un equipaggio che scalpitava chiedendo politiche ancor più rigorose nei confronti delle ciurme meno disciplinate (soprattutto quelle mediterranee).

Il ponte di comando
Quando Macron, appena eletto, ha fatto suonare l’inno europeo di Beethoven prima della Marsigliese, tutti capirono che il nuovo presidente francese si candidava autorevolmente al ruolo di comandante della nave europea. Gli altri partner per motivi diversi erano disposti a riconoscerlo; anche perché nessuna Europa è possibile senza la Francia, per ragioni geografiche, storiche, culturali e anche economiche che nessuno poteva disconoscere. Ma anche il nuovo comandante si è impantanato; un po’ perché la sua salda alleanza con la sala macchine della Merkel ha dovuto tener conto della crisi politica tedesca, molto anche perché pure la sua ciurma sente la sirena del nazionalismo ed è sempre pronta a sventolare il tricolore francese piuttosto che la bandiera stellata dell’Europa. Entrambi, Macron e Merkel, hanno gestito male gli abbordaggi dei disperati che fuggono dalle guerre, dalla fame, dall’intolleranza e che chiedono di salire a bordo, lasciando che si arrampicassero nella parte meno difendibile, l’Italia.

Il gruppo di Visegrad
Oggi in Europa si profilano tre linee di tendenza, molto diverse tra loro. La prima fa capo a un gruppo di paesi che hanno assunto la denominazione di “gruppo di Visegard”: comprende la Polonia, l’Ungheria, la Cechia e la Slovacchia, ma gode di crescenti simpatie in Slovenia e in Austria. In esso prevale la cultura nazionalista su quella democratica e liberale che ha caratterizzato fino ad oggi la costruzione dell’Europa. Non si tratta soltanto di mantenere una linea di chiusura all’immigrazione ma anche di mettere in discussione lo stato di diritto fondato sull’indipendenza della magistratura, sulla libertà di informazione, sul pluralismo politico. Si sta in Europa soprattutto per quattro ragioni che con il traguardo dell’unità politica non hanno nulla a che fare: la paura della Russia, nella cui sfera di influenza non si vuole ricadere; i vantaggi economici del mercato comune che si sono tradotti in massicci investimenti ai quali si deve l’innalzamento del loro tenore di vita; le politiche di sostegno economico di cui hanno potuto usufruire; infine l’emigrazione che con l’apertura delle frontiere ha consentito a centinaia di migliaia di emigrati polacchi di finanziare con le loro rimesse dalla Germania e dalla Gran Bretagna lo sviluppo economico del loro paese. Il gruppo di Visegrad quindi non è contro l’Europa; vuole prendere da essa quanto le conviene e non concedere nulla che possa mettere in discussione il modello nazionalistico e intollerante che sta realizzando.

L’Europa del nord
I paesi del nord (Benelux, Scandinavia, repubbliche baltiche) sono quelli che hanno guardato alla Brexit con maggiore preoccupazione per ovvie ragioni geopolitiche ma anche culturali ed economiche. Essi non intendono approfondire il solco con la Gran Bretagna come forse avverrebbe realizzando un’Europa a due velocità, preferiscono mantenere le cose come stanno e in ciò finiscono per condividere la posizione del gruppo di Visegard. Un’Europa in sostanza ridotta a poco più di una grande zona di libero scambio con poche regole finalizzate essenzialmente alla libera circolazione (come Schengen), politicamente integrata alla NATO (e quindi agli Stati Uniti) in funzione anti-russa (aspetto particolarmente importante per i paesi che si affacciano sul Baltico) è per essi, almeno per il momento, il massimo. I problemi del Mediterraneo appaiono lontani e comunque non intendono farsene carico.

L’Europa mediterranea
Naturalmente del tutto diversi sono gli interessi dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Per essi la questione dell’immigrazione dall’Africa non è un problema contingente ma un movimento inarrestabile che occorre regolare per evitare che si trasformi in un incubo. La solidarietà europea, e quindi una seria condivisione dei rischi, è per l’Italia, la Spagna e la Grecia, questione di fondamentale importanza. Trattandosi oltre tutto del “ventre molle” dell’Unione sia dal punto di vista economico che per stabilità politica, ignorare ciò che avviene nel Mediterraneo rappresenta una pericolosa sottovalutazione della reciprocità delle interferenze ampiamente dimostrata dalla lunga storia dell’Europa. Pensare che le guerre che insanguinano il Vicino Oriente e l’Africa non influiscano sul futuro di tutto il continente europeo e non soltanto dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo costituisce un’ingenuità imperdonabile.
Vi è poi il problema del debito pubblico, meno grave di quanto si creda generalmente, ma che rappresenta per certa opinione pubblica del nord-Europa la certificazione di una incapacità di gestione della “cosa pubblica”, incompatibile con i parametri di efficienza scandinavi o tedeschi. In Germania c’è chi non aspetta altro per avere il pretesto per “commissariare” l’Italia come è stato fatto per la Grecia.

L’asse incrinato. Guai se si spezza
Per concludere. L’Europa ha fondato le sue prime strutture dopo la seconda guerra mondiale su un’idea forte che leader di grande prestigio imposero ai loro paesi: il superamento delle rivalità che avevano insanguinato il continente nei secoli precedenti attraverso la costituzione di un involucro istituzionale al cui interno le inevitabili controversie potevano essere composte senza più ricorrere alle armi. Per ottenere questo risultato, mutuato dal successo del modello americano che era sotto gli occhi di tutti, occorrevano due condizioni: la convinzione che i valori politici e morali occidentali usciti vincenti dal conflitto con il nazi-fascismo rappresentassero il fondamento culturale di questa nuova identità, e l’accantonamento degli interessi più conflittuali, a partire dalla messa in comune delle materie prime essenziali come il carbone e l’acciaio (da cui nacque la CECA), dal superamento delle frontiere interne, dalla creazione di una forza militare di difesa comune (che venne meno col fallimento del progetto CED). L’asse fondamentale su cui questa idea poteva essere realizzata era quello che univa Parigi a Bonn (prima che Berlino tornasse ad essere la capitale della Germania); ne furono convinti assertori Schuman, Monnet, Adenauer e i loro successori. De Gasperi intuì l’importanza politica e ideale di questo progetto e subito vi si associò portando l’Italia nel gruppo dei paesi fondatori.
Su queste basi, malgrado le difficoltà e gli ostacoli che hanno spesso costretto a deviare dal progetto originario, è stata costruita l’Unione Europea; un edificio ancora incompleto, privo di un tetto comune, ma che comunque ha consentito a tutti i popoli europei una crescita senza precedenti e una qualità della vita unica al mondo. Ma se l’asse su cui è stato fondato si spezza l’intera costruzione rischia davvero di crollare; per ora regge ma è fortemente incrinato.
E non lo è per gli interessi contrastanti che scuotono l’Unione, ma perché sembra venuta meno l’idea forte per la quale era stata concepita, che non era una somma algebrica degli interessi nazionali ma il riconoscimento di valori comuni che ci facevano stare insieme; come appunto è stato negli Stati Uniti dove “essere americani” non significa essere in grado di comporre gli interessi della California con quelli dell’Alaska ma qualcosa di più, di molto di più.

 

Franco Chiarenza
1 luglio 2018

La crisi in Catalogna ha riacceso l’attenzione su un vecchio tema, già sollevato a suo tempo da Altiero Spinelli, poi riproposto sempre più debolmente in diverse occasioni, fino a scomparire dall’agenda europea negli ultimi anni: quello della cosiddetta Europa delle Regioni. L’idea su cui si fonda la proposta nasceva – non a caso subito dopo la seconda guerra mondiale – partendo dalla constatazione dei danni prodotti dall’esasperazione dei nazionalismi sfociata in due conflitti che avevano sostanzialmente emarginato l’Europa rispetto alle nuove egemonie mondiali. Ci si chiedeva se l’Europa da rifondare non dovesse articolarsi in forme diverse dagli antichi stati nazionali che in fondo altro non erano che costruzioni, talvolta arbitrarie, prodotte dalla cultura statocentrica che il Vecchio Continente aveva ereditato dalla rivoluzione francese. Una nuova Europa quindi formata da grandi entità regionali omogenee per storia, cultura, condizioni economiche, unite tra loro da una federazione modellata sostanzialmente sull’esempio americano. Il tutto però – come appunto negli Stati Uniti – accompagnato da un potere federale forte espresso da un presidente eletto direttamente dal popolo e da un parlamento strutturato in una camera che rappresenti l’elettorato e una seconda costituita dagli stati federati. Un’idea che privilegia le autonomie e che trovò accoglienza nella costituzione che gli anglo-americani imposero alla Germania (per l’evidente preoccupazione che rinascesse il nazionalismo) con la quale vennero di fatto ricostituite entità regionali (lander) in gran parte corrispondenti agli antichi stati esistenti prima dell’unificazione realizzata nel XIX secolo dalla monarchia prussiana, dotate di poteri di governo che trovano il loro limite soltanto in quelli esplicitamente attribuiti al parlamento e al governo federali.
La tendenza a trasformarsi in stati indipendenti è emersa negli anni successivi in diverse parti d’Europa: non soltanto in Spagna (Catalogna e Paesi Baschi), ma anche in Francia (Corsica), in Belgio (Fiandra), in Gran Bretagna (Scozia, Galles e Ulster). Alcuni stati come la Jugoslavia creati – per la verità un po’ artificialmente – dopo la prima guerra mondiale, sono implosi scatenando sanguinose guerre civili e dando luogo a una frammentazione che ha trovato la conclusione di secolari conflitti inter-etnici rendendo indipendenti Slovenia, Croazia, Serbia, Kossovo, Bosnia, Macedonia, Montenegro. Anche la Cecoslovacchia ha visto separarsi (per fortuna consensualmente) la Repubblica Ceca e la Slovacchia. Pure l’Italia non è stata risparmiata, cominciando dai tentativi separatistici della Sicilia e dell’Alto Adige fino alle fantasiose creazioni “padane” della Lega di Bossi.
La crisi catalana sembra dimostrare che l’argomento è ancora attuale. Ma lo è davvero?

Stati-nazione, realtà ineliminabili
In realtà, malgrado le spinte separatiste, quasi ovunque (almeno in Europa occidentale) gli stati nazionali hanno risolto i problemi delle minoranze ricorrendo ad autonomie anche molto accentuate ma senza mai compromettere le competenze nazionali in politica estera, militare e di controllo sull’economia e la finanza (che, semmai, sono state devolute in parte a strutture sovra-nazionali come l’Unione Europea); anche regioni di comprovate tradizioni storiche, linguistiche, religiose, giunte molto vicine dalla secessione dagli stati in cui la storia li aveva collocati, hanno, alla fine, fatto un passo indietro.
Perché le cose sono andate così? (e andranno così probabilmente anche in Catalogna?)
Perché le motivazioni di orgoglio identitario diventano prevalenti solo quando si associano a meno nobili ragioni economiche, soprattutto quando queste ultime sono manipolate da pochi o molti demagoghi scaltri; non a caso le regioni con velleità secessioniste sono quasi sempre le più ricche. Basta far credere che chiudersi nei propri confini significhi disporre liberamente delle risorse prodotte in loco evitando che vengano utilizzate altrove o per finalità non immediatamente corrispondenti agli interessi della propria comunità. Il che è palesemente falso perché in tempi di globalizzazione non conta soltanto la ricchezza prodotta, ma anche – e forse di più – le norme che regolano gli scambi commerciali e la certezza del diritto per gli attori (sempre più mobili) dell’economia e della finanza internazionale. Nella partita che si gioca per stabilire le regole conta molto la dimensione (fisica, economica, politica, militare) dei soggetti che vi partecipano ed è inevitabile che gli equilibri vengano misurati sulla forza complessiva degli stati, formalmente tutti uguali ma dove qualcuno è più uguale degli altri. Potrebbe – per esempio – la Germania svolgere il suo ruolo egemonico in Europa se ai tavoli che contano invece della Repubblica federale sedessero come entità indipendenti la Sassonia, la Baviera, e gli altri 14 lander che la costituiscono? Qualcuno può pensare che nel direttorio della BCE il governatore della banca centrale slovacca conti quanto quello della Francia? Quanto potrebbe fare la Catalogna indipendente per difendere da sola la propria agricoltura rispetto alle possibilità di essere parte importante di un paese come la Spagna senza il cui accordo nessuna decisione può essere presa? Il mondo degli affari, la finanza, gli imprenditori, l’hanno capito da un pezzo: meglio contare all’interno di uno stato forte e autorevole che non rischiare di restare isolati e impotenti per un riguardo a tradizioni localistiche rispettabili ma oggi politicamente insignificanti ed economicamente motivate soltanto da un egoismo sociale tanto immorale quanto impraticabile. Fiscalità di vantaggio? E’ un’arma a doppio taglio se praticata in paesi che devono investire molte risorse in infrastrutture e deve fare i conti con l’Unione Europea (salvo chiamarsene fuori con tutti i problemi che ciò comporta).

Decidere da sé
A queste obiezioni gli “indipendentisti” rispondono che vogliono decidere da sé il loro destino pur ammettendo che i poteri nazionali sono ormai alquanto diluiti per effetto della globalizzazione e del decentramento, e (almeno in Catalogna), anche per questo, dicono di volere in ogni caso restare in Europa e continuare a far parte dell’Eurozona. Doversi far carico delle funzioni nazionali più impegnative e costose (politica estera, rete diplomatica, spese militari) renderebbe assai meno conveniente l’indipendenza; ignorarle contando sulla propria marginalità nella certezza che altri comunque provvederanno alla loro sicurezza toglierebbe a questi nuovi mini-stati qualsiasi credibilità (e possibilità di contare nelle sedi dove si decidono le strategie internazionali). Se, alla fin dei conti, ciò che dovrebbe cambiare riguarda l’istruzione, la giustizia, la sicurezza interna, l’ordinaria amministrazione, si tratta di materie che possono essere regolate nell’ambito di statuti regionali (come oggi già avviene).
A questo punto l’indipendenza diventa poco più che una soddisfazione sentimentale, perseguita in maniera convinta soltanto da gruppi (minoritari spesso anche all’interno degli schieramenti indipendentisti) che ritengono in una dimensione più ridotta di potere più facilmente effettuare esperimenti istituzionalmente innovativi, in senso autoritario o “socialmente avanzati”; premessa inevitabile di conflitti che possono rapidamente precipitare in un caos di cui le guerre balcaniche ci hanno dato un terrificante esempio.

Catalogna divisa
Un’ultima osservazione. I referendum hanno sempre dimostrato che le secessioni spaccano i paesi pressappoco a metà: creare un’indipendenza condivisa è in tali condizioni un’impresa assai ardua. Decenni (e qualche volta secoli) di unità statuale hanno prodotto inevitabilmente mescolanze, interessi, contaminazioni, strutture burocratiche, legislazioni comuni che è molto difficile dissolvere; il che, se l’indipendenza va in porto, determina tensioni, complicazioni, creazione di nuove minoranze dissenzienti. Lo dimostra quanto sta avvenendo in Catalogna, ma anche le vicende della Brexit; dove lo scioglimento di legami assai meno forti rispetto a quelli consolidati all’interno di stati nazionali secolari, si sta dimostrando difficile e pieno di incognite. Gli osservatori politici sono in proposito concordi: alla fine del percorso ne usciranno tutti più deboli, il Regno Unito ma anche le istituzioni di Bruxelles.

 

Franco Chiarenza
25 ottobre 2017

Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli Esteri, insieme ad altri (tra i quali spiccano Mario Monti, Francesco Rutelli ed Emma Bonino), hanno lanciato un appello per il rafforzamento dell’unità europea, denominato “Forza Europa”. A parte il dubbio gusto di scegliere uno slogan che ricorda troppo da vicino il berlusconiano “Forza Italia”, l’appello giunge in un momento in cui la popolarità dell’Unione Europea è scesa a livelli preoccupanti. In poco più di dieci anni l’Europa è passata nell’immaginario collettivo da un’aspirazione salvifica che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi a un’attribuzione di responsabilità per la crisi che stiamo vivendo, altrettanto irrazionale. Leggere su face-book le proteste, le dichiarazioni contrarie, e talvolta purtroppo anche gli insulti contro l’appello di Della Vedova suscita stupore prima che indignazione per l’inconsistenza degli argomenti addotti e per la percezione sbagliata che si ha dell’Unione Europea anche negli interventi più equilibrati.

Perché no
Le ragioni di tanta avversione possono essere riassunte in alcuni slogan ricorrenti:

  • “L’Europa salva le banche e i banchieri invece di occuparsi delle reali emergenze”. Si continua a pensare alle banche come istituti che fanno soltanto gli interessi dei banchieri (visti come orribili sfruttatori) e si dimentica che un sistema bancario efficiente e sicuro rappresenta una garanzia per i risparmiatori, per gli investitori e quindi per la creazione di posti di lavoro. Se il nostro sistema bancario, in alcune sue parti, non corrispondeva a questi criteri, la colpa è nostra non dell’Europa.
  • “L’Europa fa solo gli interessi della Germania”. Il che in parte può essere vero ma si dimentica che la Germania già da anni ha fatto quei “compiti a casa” che le hanno consentito di crescere e di guadagnare credibilità mentre noi ci siamo fermati ogni qualvolta si trattava di fare riforme incisive, continuando così ad aumentare il debito pubblico che è tra i più elevati del mondo. In queste condizioni sono i tedeschi che vogliono liberarsi della nostra zavorra e se ce ne andassimo molti a Berlino accenderebbero fuochi d’artificio per festeggiare. Dopodiché i conti con la Germania dovremo continuare a farli ma in condizioni molto più deboli che non all’interno di un partenariato europeo dove, almeno formalmente, il nostro voto conta quanto quello tedesco.
  • “L’Europa ci toglie la sovranità”. Come dire che da soli risolveremmo meglio i nostri problemi. A prescindere dal fatto che l’Europa toglie sovranità a noi nella stessa misura in cui la toglie agli altri e che i trattati che lo prevedono li abbiamo sottoscritti perché far parte di un mercato ampio e senza dogane era molto conveniente per un paese come il nostro fondamentalmente esportatore, quello che è criticabile (ed è largamente condiviso) è il fatto che la perdita di sovranità sia avvenuta a vantaggio di organismi sostanzialmente intergovernativi (come la Commissione e il Consiglio) senza un significativo controllo democratico (affidato soltanto in parte al Parlamento Europeo). Il che dovrebbe spingere a completare la costruzione dell’unità europea, non a smantellarla. Ma poi: vogliamo tornare al protezionismo? Non conviene a nessuno, men che meno all’Italia.
  • “Bisogna uscire dall’euro e tornare alla lira manovrando sul cambio per facilitare le esportazioni”.
    Restare o uscire dall’Eurozona è motivo di dibattito, ma è cosa diversa dall’uscita dall’Unione. Tuttavia sono abbastanza vecchio per ricordare cosa significavano le “svalutazioni competitive”: necessità di confrontarsi con altre monete anch’esse soggette a variazioni di cambio, tornare alle transazioni in dollari americani, e, soprattutto, alimentare l’inflazione (che infatti, negli anni “felici” delle svalutazioni arrivava a superare il 10% l’anno). L’adozione dell’euro ci ha consentito un decennio di stabilità dei prezzi, ci ha obbligato a contenere la spesa pubblica, ha costretto l’industria a puntare sull’innovazione di prodotto, ha facilitato gli scambi internazionali. Ci sono delle criticità? Certamente sì, lo riconoscono anche i banchieri centrali. Ma anche in questo caso si tratta di andare avanti, per esempio armonizzando i sistemi fiscali. Il che significa che il nostro Paese, allineandosi alla media europea degli oneri fiscali, avrà meno gettito disponibile da spendere e il nodo delle mancate riforme di struttura (che ci fanno perdere decine di miliardi l’anno) tornerebbe ad essere fondamentale. Perché le riforme vanno fatte e non è colpa dell’Europa se non le abbiamo fatte; al contrario, è l’Europa che ce le chiede da molti anni.

Conclusioni amare
L’ondata di fango sull’Europa, ampiamente alimentata dai mass-media (penso soprattutto ad alcuni talk-show superficiali e demagogici), non è giustificata. Capisco che dipende in gran parte da pulsioni incontrollabili che riflettono la preoccupazione di una crisi che non finisce mai e che produce disoccupazione, compressione dei ceti medi, aumento della povertà. Molti pensano che la strada imboccata sessant’anni fa con l’apertura dei mercati, la globalizzazione, le istituzioni sovranazionali, fosse sbagliata. I liberali degni di questo nome sono convinti del contrario: se non avessimo scelto quella strada staremmo molto peggio. I non liberali, liberi cittadini comunque, hanno il diritto di pensare diversamente, ma quel che emerge dalle reazioni all’appello di Della Vedova è ben altro, molto più preoccupante:

  • ignoranza diffusa sull’Unione Europea: come funziona, quali sono i suoi organismi, qual è il livello di partecipazione italiana.
  • scarsa conoscenza delle più elementari leggi dell’economia e anche della reale composizione della struttura sociale del nostro Paese.
  • completa disinformazione sui benefici che provengono dall’Europa (libertà di circolazione, sovvenzioni di progetti, scambi culturali, coordinamento delle politiche commerciali, ecc.)
  • nostalgia del passato (peraltro ignorato nella sua realtà) e ritorno al protezionismo, anche quando (o soprattutto perché) esso protegge l’inefficienza, la mediocrità, la corruzione.
  • rifiuto della globalizzazione immaginata come causa dell’immigrazione incontrollata, della disoccupazione e dei cambiamenti sociali che hanno modificato il tenore di vita di parti consistenti della popolazione.

Al netto degli insulti, che servono soltanto a mascherare l’incompetenza e l’ignoranza, c’è davvero da preoccuparsi. Conoscere per deliberare, diceva Luigi Einaudi. Non è che la scuola, estraniandosi da qualsiasi insegnamento di educazione civica, ha per caso qualche responsabilità?

 

Franco Chiarenza
21 marzo 2017