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Due anni fa è uscito un libro molto interessante che segnalo solo oggi con consapevole ritardo ma nella certezza della sua attualità. Si tratta di una biografia dell’imperatrice Cixi la quale di fatto ha governato la Cina nel fondamentale periodo della tormentata transizione dalla tradizione secolare che teneva immobile il grande paese asiatico alla modernità che irrompeva attraverso la politica aggressiva delle potenze occidentali.
Il libro, piuttosto ponderoso, si legge tuttavia come un romanzo e immerge il lettore nell’atmosfera straordinaria della corte imperiale, nei suoi riti, nelle congiure di palazzo, e fa capire perché in Cina è fallito il tentativo – che pure vi fu – di un innesto democratico secondo modelli occidentali (Sun Yat-sen) e come fosse inevitabile una soluzione di potere autoritaria impersonata prima dal nazionalismo di Ciang Kai Scek e poi dal comunismo totalitario di Mao Ze Dong.
L’autrice Jung Chang non riesce a nascondere la sua simpatia per la protagonista della storia, l’imperatrice Cixi, e ne mette in risalto la forza di carattere che ha accompagnato le complesse vicissitudini della sua esistenza, anche quando emergono dalla narrazione stessa i gravi errori compiuti da questa donna che ha avuto in mano i destini della Cina ma, per i condizionamenti culturali che il libro descrive bene, non ha saputo tempestivamente indirizzare nella giusta direzione i destini del suo grande impero.
Come sempre la conoscenza della storia aiuta a comprendere il presente; leggendo questa affascinante biografia si capisce qualcosa di più della Cina di oggi.

 

Franco Chiarenza
30 novembre 2017

 

Jung Chang – L’imperatrice Cixi – Longanesi, Milano 2015 – (pag. 440 – euro 20)

L’idea era buona, la realizzazione un po’ meno. Sintetizzare alcuni momenti fondamentali della nostra storia attraverso cento fotografie commentate da storici illustri è l’idea alla base di questo libro recentemente apparso in libreria; ma il risultato appare per molti versi un’occasione perduta.
Non tanto per il comprensibile sconcerto che si prova con la prima fotografia che ritrae i famosi nudi taorminesi di Von Gloeden, i quali peraltro rappresentano l’occasione per raccontare l’immagine che dell’Italia si aveva nella borghesia nord europea ancora condizionata da stereotipi estetizzanti e vagamente sociologici che appartenevano alle esperienze del grantour, ma perché simboleggia una scelta delle immagini che per non volere essere banale e prevedibile cade tuttavia spesso nell’insignificanza.
I testi di commento, necessariamente sintetici (ottima scelta quella di ridurli allo spazio quasi giornalistico di una sola pagina a fronte delle foto), sono improntati a chiarezza e attenzione ai fatti, come si conviene a storici seri e consapevoli della dimensione sostanzialmente divulgativa del libro, con la sola eccezione dell’ultima parte (1980-2017) affidata purtroppo a Giovanni De Luna il quale ha trasformato la narrazione dei fatti in un comizio ideologico appena dissimulato. Non per nulla De Luna proviene dalla cultura comunista di “Potere Operaio” e si capisce quindi quanto distorta possa essere la sua lettura di fatti che ha vissuto come testimone in causa. Ma poiché l’interpretazione della realtà contemporanea può avere letture diverse e contrastanti sarebbe stato forse meglio affidarne la scrittura a uno storico personalmente meno coinvolto e in grado di astenersi da parzialità così evidenti. Non ne mancano, a cominciare dagli altri che sono stati utilizzati nel libro per la stesura dei testi precedenti: Vittorio Vidotto, Emilio Gentile e Simona Colarizi.

 

Franco Chiarenza
29 novembre 2017

 

Vittorio Vidotto, Emilio Gentile, Simona Colarizi, Giovanni De Luna – Storia d’Italia in 100 foto – immagini a cura di Manuela Fugenzi – Laterza (Bari-Roma 2017) – pag.224, euro 22 

Leggo sempre con interesse i libri di Massimo Teodori con il quale – non da oggi – trovo significative contiguità culturali e politiche: “Il vizietto cattocomunista” pubblicato due anni fa ma che ho finito di leggere solo da pochi giorni non fa eccezione.
Teodori ripercorre in questo suo scritto il filo rosso di continuità che nella politica italiana ha sempre tenuto insieme i cattolici di sinistra e i comunisti, anche quando erano costretti a interpretare parti in conflitto quasi sempre determinate da vincoli internazionali che condizionavano le scelte dei governi e dell’opposizione della prima repubblica. E identifica questo “comune sentire” in due filoni principali, quello della prevalenza dell’interesse collettivo sui diritti individuali e l’altro – ad esso conseguente – del dirigismo economico. Una convergenza che univa le due “chiese”, la cattolica e la comunista, in una comune concezione del potere sostanzialmente paternalistica tendente per sua stessa natura ad escludere il dissenso, mentre le società liberali si caratterizzano al contrario per avere istituzionalizzato il dissenso e con ciò il pluralismo politico e l’alternanza del potere.
Il libro serve a noi che abbiamo vissuto quegli anni come utile pro-memoria di fatti che col tempo sembrano avere perduto di attualità mentre – come dimostra l’autore – riemergono come una costante che, nonostante le camaleontiche trasformazioni, può essere ancora proposta come chiave di interpretazione di avvenimenti contemporanei; e serve ai giovani per comprendere meglio la logica sottesa di alcune pagine di storia altrimenti incomprensibili.
Certo, avrei preferito che le tesi contenute nel libro di Teodori fossero espresse in toni più distaccati; in alcuni punti lo scritto somiglia più a un polemico pamphlet che non a un contributo storiografico, non senza qualche forzatura interpretativa che ho trovato “esuberante”.
In ogni caso il libro nella sua consecutio, seppure talvolta un po’ sommaria, rappresenta un utile contributo alla comprensione della “vera anomalia italiana” che consiste in quell’intreccio di culture profondamente illiberali che hanno segnato tanta parte della nostra storia più recente e che ancora oggi impedisce al nostro Paese di allinearsi in modo convinto ai parametri culturali liberali che costituiscono la base delle democrazie occidentali.

 

Franco Chiarenza
28 novembre 2017

 

Massimo Teodori – Il vizietto cattocomunista – Marsilio, Venezia 2015 – (pag. 164, euro 14)

Pensavo si trattasse di una riedizione, seppure rivista e aggiornata, di un testo che già avevo letto per essere stato pubblicato dalla Fondazione Einaudi di Roma nel 1995, ho dovuto invece constatare che il libro di Ernesto Paolozzi è qualcosa di diverso, molto di più. In esso infatti emergono le inquietudini del presente, le incertezze (molto liberali) della validità delle ricette in cui abbiamo sempre creduto.
In questa raccolta di saggi (in qualche momento un po’ disomogenea) emerge infatti con chiarezza la difficoltà – in qualche momento angosciosa – di mettere in qualche modo d’accordo i vecchi canoni del liberalismo (e nel caso specifico di quello crociano, di cui Paolozzi è sempre stato attento conoscitore) che la nostra generazione riteneva in certa misura inviolabili, con le nuove trasformazioni sociali indotte dalla globalizzazione (mondializzazione preferisce chiamarla l’autore, dandogli un significato differente) che con fatica si adattano alle procedure delle democrazie liberali.
Il testo è molto contenuto, considerata la difficoltà dei temi trattati, ma non è di facile lettura e non appartiene alla letteratura politica divulgativa di cui sono inutilmente pieni gli scaffali delle nostre librerie. Ogni riga presuppone conoscenze basilari, ogni capitolo induce a riflessioni profonde e propone dubbi non risolti nella più pura tradizione popperiana (che ne è stato della feroce avversione a Popper che ricordo nelle nostre conversazioni di tanti anni fa?).

Molte cose che Paolozzi descrive e commenta sono ampiamente condivisibili, almeno nel contesto culturale liberale in cui ci riconosciamo. Anche se avrei alcune obiezioni sull’utilizzo di certe affermazioni di Tocqueville che non corrispondono affatto alla realtà americana di oggi ancora basata, come ai tempi in cui il visconte Alexis de Clérel andava scoprendola, su un’etica civile diffusa e condivisa che rappresenta il cemento capace di tenere insieme le sue contraddizioni laceranti; non ho conosciuto critici più feroci della società statunitense degli americani stessi, ma al contempo sono loro che ancora ci indicano in una costruzione politica e sociale come quella che hanno eretto e consolidato in oltre due secoli l’unica strada percorribile per salvare il liberalismo, e con esso la libertà “tout court”: quella “balance of powers” che resiste a tutte le spinte omogeneizzanti, anche le più recenti indotte dalla globalizzazione dell’economia e dalla diffusione planetaria delle nuove tecnologie digitali (su cui Paolozzi esprime condivisibili preoccupazioni).

Ma altro è a mio avviso il punto fondamentale che emerge dalla lettura dei diversi saggi contenuti nel libro di Paolozzi: il rapporto tra liberalismo e relativismo e quindi l’inevitabile riflessione sui limiti del principio di tolleranza che di ogni concezione liberale rappresenta un evidente presupposto, quel rispetto del pensare e dell’agire di ogni individuo altro da sé, senza il quale il liberalismo perde ogni significato; e come mettere d’accordo questa esigenza – tanto più importante in un’epoca come la nostra in cui le intolleranze e i settarismi sembrano segnare una nuova preoccupante emersione – con l’idealismo crociano tanto avverso ad ogni forma di relativismo e sempre alla ricerca di principi assoluti su cui connotare la “religione della libertà”.
La risposta Paolozzi la trova in una lettura originale delle ultime opere del filosofo napoletano rilanciando un’evoluzione “movimentista” del suo pensiero, distante ma componibile con il liberalismo della “Critica”, ancora influenzato dall’idealismo hegeliano anche quando ne prendeva le distanze (“Ciò che è vivo e ciò che è morto…..”). E dunque Paolozzi dedica al principio di “vitalità”, incardinato nella categoria dell’utile, alcuni spunti molto stimolanti restituendoci un’immagine di don Benedetto diversamente “vitale” (mi si perdoni il gioco di parole) e imprevedibilmente moderna.

Naturalmente non è questa la sede per approfondire il tema e per condividerne o contestarne alcuni passaggi ma in ogni caso va riconosciuto al libro di Paolozzi il merito di cercare di mettere insieme in una piattaforma costruita su fondamenti comuni quel che resta valido del pensiero liberale contemporaneo. Tentativo tanto più apprezzabile in quanto si misura con la questione davvero dirimente del nostro tempo che è quella della complessità, e della domanda che ne scaturisce logicamente: se gli strumenti offerti dalla democrazia liberale sono ancora in grado – anche con gli inevitabili adattamenti – di governarne i tanti aspetti di un mondo in transizione di cui sappiamo da dove viene ma non riusciamo a capire dove va.
C’ è nel libro un passaggio molto bello, quando Paolozzi scrive: “Il liberale può e deve svolgere un ruolo che potremmo definire di movimento, che non è l’incoerenza o l’opportunismo, ma l’intelligenza di chi sa che il bene non è un feticcio da adorare. Il bene si conquista giorno dopo giorno solo nella concreta azione politica la quale si trova a fronteggiare problemi sempre nuovi e quindi a proporre soluzioni sempre nuove, di ripensare e rimodulare il rapporto tra lo Stato e l’individuo nello svolgimento della storia.”

 

Franco Chiarenza
5 maggio 2017

 

Ernesto Paolozzi – Il liberalismo come metodo – Kairos edizioni – Napoli 2015 – pag. 126

La democrazia è un sistema di governo irreversibile ma continuamente modificabile in relazione ai diversi modi di aggregare il consenso e di indirizzarlo a finalità di interesse comune; per questo essa deve prevedere al suo interno meccanismi di auto-limitazione che le impediscano di degenerare in forme di populismo plebiscitario, anticamera di ogni autoritarismo. E’ questa in qualche modo la conclusione che ho tratto dalla lettura dell’ultimo saggio di Sabino Cassese, giunto in libreria proprio mentre la crescita di movimenti populisti anti-sistema pone al centro del dibattito pubblico la crisi della democrazia.
La democrazia in realtà non è in crisi ma in espansione, sostiene Cassese; il populismo riflette una domanda di maggiore partecipazione di base che si esprime in una crescente domanda di partecipazione diretta (cosiddetta democrazia deliberativa) finendo per mettere in difficoltà lo stato liberale fondato su un equilibrio di poteri non tutti di origine democratica, ma essenziale per assicurare un governo che possa unire alla legittimazione elettorale le necessarie visioni strategiche e l’efficienza della pubblica amministrazione in tutte le sue componenti. La democrazia liberale pone un limite invalicabile alle maggioranze elettorali che è costituito dai diritti personali irrinunciabili e il costituzionalismo liberale lo garantisce attraverso un sistema di check and balance che presuppone l’esistenza di corpi autonomi intermedi in grado di esercitare funzioni di controllo e di intermediazione anche attraverso i mezzi di comunicazione (il che rende essenziale e non comprimibile la libertà di informazione e di comunicazione in generale). Al di là di ogni altra considerazione il modello “Cinque Stelle” applicato alla Costituzione produrrebbe un sistema di governo fondato su una serie continua di plebisciti (più o meno manovrati) attraverso i quali una ristretta oligarchia in grado di regolarne i flussi (la democrazia elettronica aiuta) farebbe le sue scelte senza condizionamenti intermedi in base soltanto alle indicazioni indiscutibili di un capo carismatico (eletto o no poco cambia; Grillo comunque non lo è). Per chi conosce la storia un modello che potremmo definire “giacobinismo elettronico”; e non a caso forse il motore digitale che ne regola il funzionamento è stato intitolato a Rousseau (per il quale – ricordiamo – la “volontà generale” espressa da una èlite di illuminati prevale sui diritti individuali).

Il libro di Cassese peraltro è molto interessante anche nelle parti in cui affronta altre tematiche di grande rilievo come i rapporti con le istituzioni “non democratiche” (magistratura soprattutto) il che lo rende particolarmente attuale. I riferimenti bibliografici, esposti con rara chiarezza e secondo linee guida indispensabili in una materia così ampiamente trattata, ne accrescono il valore.
Ne consiglio vivamente la lettura: serve a schiarirsi le idee anche per chi crede di sapere tutto sull’argomento. Come è stato per me.

 

Franco Chiarenza
30 aprile 2017

Sabino Cassese – La democrazia e i suoi limiti – Mondadori (Milano 2017) – pag. 120, euro 17

Mai come in questo momento Erasmo da Rotterdam torna d’attualità, mentre l’Europa è squassata da ondate populistiche e minacce esterne che ne mettono in pericolo la stessa esistenza. Non so quanti degli studenti che hanno usufruito in questi anni delle borse Erasmus hanno avuto la curiosità di conoscere il pensiero di questo grande personaggio il quale, come loro, ha in qualche modo rappresentato l’unità dell’Europa. La quale, ieri come oggi, non era priva di confini e parlava linguaggi diversi, ma era una nel dibattito religioso e filosofico, una nello scambio di esperienze e nella riscoperta del suo passato nella lettura dei classici, una nella ricerca di una difficile compatibilità tra l’eredità cristiana, portatrice di valori assoluti, e la libertà di coscienza, avanguardia obbligata della libertà di ricerca e di espressione. Hanno fatto bene i governi europei, nell’istituire questa rete di scambi che ha consentito a migliaia di studenti di mescolare esperienze di studio e di relazioni in tutto il continente, a intitolare il progetto a Erasmo; nessuno meglio di lui poteva simboleggiare l’unità profonda che lega nella sua molteplicità di forme la cultura europea.
Dobbiamo a Carlo Ossola, studioso profondo del pensiero letterario, la pubblicazione di un bel libro che ripercorre la storia d’Europa in un momento essenziale della sua trasformazione attraverso l’opera tormentata di Erasmo. Con una scrittura scorrevole l’autore ripercorre i fondamenti del pensiero di Erasmo, l’importanza che ebbe in un periodo cruciale quando l’Europa si confrontò con la scissione cristiana, quando si posero le fondamenta della legittimità del dissenso da cui doveva scaturire l’essenza di quella filosofia che più tardi sarà chiamata liberalismo.
Ossola spiega molto bene la contrapposizione tra Erasmo e l’altro gigante della filosofia politica rinascimentale, Machiavelli; che rappresentano anche in qualche misura le differenze culturali tra l’Europa del nord e quella mediterranea. Ripercorrere le ragioni di questa dialettica tra due personaggi che non si conobbero mai ma che sono stati entrambi fondamentali è molto istruttivo anche per capire le trasformazioni che stiamo vivendo.
Il “Principe” di Machiavelli vide la luce nel 1513, l’”Institutio principis christiani” di Erasmo due anni più tardi; Ossola li contrappone polemicamente ed è chiaro che la sua simpatia va al secondo. E non c’è dubbio che, trattando entrambi il problema dell’esercizio del potere, anche la nostra simpatia va a chi – come l’olandese – lo fonda sulla ricerca del consenso piuttosto che al fiorentino che ne ricerca i rapporti di forza. Ma si tratta di semplificazioni che non rendono conto della complessità degli scritti dell’uno e dell’altro e delle contraddizioni che in entrambi sono frequenti, a cominciare – per quanto riguarda Erasmo – dalla compatibilità tra il suo pensiero e la tradizione cattolica alla quale fino alla fine rimase fedele.
Certo, con la scissione luterana Erasmo è costretto a confrontarsi per ragioni geografiche ma anche perché di Martin Lutero egli conosce bene le ragioni e il pensiero; ed è sul problema del libero arbitrio e della sua compatibilità col principio imperscrutabile della grazia divina che avviene la rottura. Tema complesso che si allarga alle concezioni calviniste che tanto inchiostro hanno fatto scorrere per comprenderne le relazioni con la libertà dei moderni ma che richiederebbe ben altro spazio di quello di una recensione.
Un libro quindi da leggere anche nella sua parte in cui Ossola si sofferma sull’influenza che gli scritti di Erasmo hanno avuto nei secoli successivi, sulle interpretazioni del suo pensiero, sulle manipolazioni ideologiche di cui è stato oggetto.

 

Franco Chiarenza
14 aprile 2017

Carlo Ossola – Erasmo nel notturno d’Europa – Vita e Pensiero editore (Milano 2015) – pag. 134, euro 13,00

Ho finito faticosamente di leggere “il regno” di Emmanuel Carrère. Faticosamente perché si tratta di un viaggio nei tormenti spirituali dell’autore che si contorce per 428 pagine in cerca di una risposta al fondamentale quesito se essere un cattolico credente o no. Le ultime parole del libro sono: “non lo so”. C’è tempo per un altro libro.
Potrò sembrare eccessivamente caustico, ma devo ammettere che gli esami di coscienza hanno sempre avuto per me scarsa attrazione, sin da quando adolescente in un collegio di Barnabiti mi toccava farli ogni quaresima; non mi interessavano i miei, figurarsi quelli degli altri.
Naturalmente il libro di Carrère, scrittore e autore di testi cinematografici e televisivi, è scritto bene, in alcune parti riesce a catturare l’attenzione sul protagonista che, come in tutte le autobiografie (perché di questo essenzialmente si tratta), è l’autore stesso.
Le parti più interessanti di questo testo sono però a mio avviso quelle che ricostruiscono la genesi dei Vangeli (in particolare quelli di Luca e Matteo) e la ricostruzione della figura di Paolo di Tarso che incombe nel lungo viaggio che l’autore compie alla ricerca di se stesso. Quando emerge lo storico il racconto prende quota e l’enigma del successo bimillenario del cristianesimo appare in tutte le sue contraddizioni. In queste parti ci sono pagine straordinarie che valgono tutto il libro e che hanno il pregio per un liberale appassionato di storia come me di semplificare senza distorcere il grande affresco che nei secoli – nel bene e nel male – il messaggio evangelico, rilanciato e “organizzato” da Paolo, ha avvolto la cultura europea. Alcune ricostruzioni sono parto della fantasia accattivante di Carrère, il quale non esita a immaginarsi come un Luca narrante, ma anche in questi casi l’umanizzazione dei comportamenti resta correttamente separata dal rigore storico documentato. Un libro dunque che il “liberale qualunque” consiglia a chi ha un po’ di tempo e altrettanta pazienza.

 

Franco Chiarenza
20 marzo 2017

 

Emmanuel Carrère – Il Regno – Adelphi (Milano 2015) – pag. 428, euro 22

Ho la brutta abitudine di leggere sempre in ritardo i nuovi libri; così ho finito soltanto adesso la lettura di questo scritto di Luigi Compagna pubblicato nel 2015. Un bel libro in cui l’autore ricostruisce con intelligenza le vicende dell’”Italietta” post-risorgimentale, con particolare attenzione al decennio giolittiano, sfociate poi nello scontro tra neutralisti e interventisti che portò l’Italia a partecipare alla prima guerra mondiale sul fronte opposto alle alleanze in cui fino a quel momento si era riconosciuta.
Compagna giustamente, nel ricostruire con grande attenzione le vicende delle “radiose giornate” del maggio 1915, colloca la decisione del governo italiano in un ambito esclusivamente circoscritto alla politica interna, a sua volta condizionata dallo scontro, politico e culturale, tra l’empirismo giolittiano e le diverse componenti che convergevano soltanto nell’avversione a Giolitti e al suo sistema di governo. L’entrata in guerra con l’Intesa fu sostanzialmente un modo per eliminare Giolitti dalla scena politica, obiettivo su cui con diverse motivazioni e assai differenti obiettivi, si ritrovarono insieme il nazionalismo sentimentale e irrazionale di D’Annunzio (ma anche di Prezzolini, Marinetti e di altri precursori del fascismo), l’opposizione democratica degli “onesti” che denunciavano come criminali i sistemi di governo di Giolitti (come Salvemini e Albertini), e le ambizioni di Vittorio Emanuele III che forse voleva passare alla storia come il re che aveva completato l’unità d’Italia perseguita dai suoi avi (o forse soltanto già stanco dei vuoti riti parlamentari e preoccupato delle incognite politiche e sociali che l’allargamento del suffragio stava determinando).
Compagna riprende bene il filo rosso che attraversa il liberalismo italiano di quegli anni con una particolare attenzione a Croce il quale proprio alla vigilia della “grande guerra” diventa più attento alla politica contingente e salda quel rapporto con Giolitti che lo porterà al ministero della pubblica istruzione nel breve governo che lo statista di Dronero presiedette nel 1920. Nella spaccatura che attraversa il liberalismo italiano passa la linea di frontiera tra le due concezioni politiche e ideologiche che si confrontano in quegli anni; e si tratta di divisioni talmente profonde che anche a fronte di fenomeni nuovi che irrompono sulla scena politica come gli sviluppi del partito socialista e l’emergere di un partito di massa di ispirazione cattolica non cessano di combattersi e facilitano in tal modo la presa del potere da parte del fanatismo nazionalista che trova in Mussolini il suo interprete.

Col fascismo, nella fase iniziale, tutti i liberali svolgono un ruolo ambiguo. Quelli che si rifacevano all’empirismo giolittiano (e tra essi Croce) pensavano a un possibile riassorbimento del fascismo nell’ordine costituzionale dopo avergli lasciato il “lavoro sporco” di restaurare l’autorità dello Stato fortemente compromessa dal “biennio rosso” e dalle velleità rivoluzionarie che l’avevano accompagnato. I liberali democratici duri e puri come Gobetti e Salvemini da parte loro dicevano apertamente di preferire Mussolini (visto come un rivoluzionario “riassorbibile” nella prassi democratica) al corrotto notabilato parlamentare del giolittismo. Quando fu chiaro che il fascismo era cosa diversa, assai più strutturato (anche culturalmente) di quanto essi ritenessero e che non era possibile utilizzarlo per poi disfarsene ma, al contrario, erano i liberali che erano stati utilizzati dal fascismo nascente per legittimarsi di fronte a quei “poteri forti” (monarchia, grande industria, esercito) che sarebbero ancora stati in grado di arrestarne l’avanzata, il dietro-front fu rapido e unanime ma tardivo; la saldatura tra lo Stato borghese monarchico e la dittatura fascista era ormai avvenuta e solo l’ingenuità di Giovanni Amendola poteva immaginare che la Corona sarebbe intervenuta a impedirla.

Nonostante gli errori certamente imputabili a Giolitti e ai suoi metodi di governo (peraltro non molto diversi da quelli utilizzati dai suoi oppositori) la simpatia dell’autore va senza dubbio allo statista piemontese; partendo da una riflessione di Rosario Romeo sulla sostanziale delegittimazione dei parlamenti post-unitari egemonizzati da una borghesia che non riconosceva neanche indirettamente diritti di rappresentanza ai nuovi ceti sociali cittadini e rurali emergenti, Compagna osserva giustamente che questa appunto era la preoccupazione di Giolitti e che si deve al suo pragmatismo e alla sua sottile “dittatura” se tramite un parlamento così poco rappresentativo egli sia riuscito ad allargare progressivamente il suffragio, consentendo così a socialisti e cattolici di entrare nel gioco politico attraverso le istituzioni e non fuori di esse. Così, senza interrompere un processo graduale ma la cui direzione era chiara (e dichiarata) Giolitti poté svolgere un’azione riformatrice profonda anche se silenziosa, fondata su un corretto funzionamento delle strutture ordinarie dello Stato, che portò a grandi miglioramenti nella salute della popolazione, nella lotta all’analfabetismo, nei diritti sindacali, nel tenore di vita delle plebi meridionali, come ebbe a ricordare Benedetto Croce in un famoso discorso alla Consulta nel 1945 (opportunamente riproposto nel libro di Compagna) e in cui – finalmente – il filosofo napoletano accoglie definitivamente il principio che nella realtà delle cose concrete il liberalismo non era possibile senza democrazia (non meno di quanto la democrazia abbia bisogno di fondamenti liberali per sopravvivere alle tentazioni totalitarie).

Molto interessante, anche se suscettibile di ulteriori approfondimenti, il capitolo in cui si analizza il rapporto intercorso in sede di giudizio storico tra i leader comunisti italiani e l’esperienza giolittiana; problematico ma sostanzialmente positivo in Togliatti, negativo invece per Gramsci ma con motivazioni che, da un punto di vista liberale portano invece a riconoscere la funzione stabilizzatrice ma non inerte dei governi di Giolitti.
Corre in tutto il libro il confronto tra i diversi modi – non solo astrattamente culturali – di praticare il liberalismo nel lungo periodo in cui i liberali hanno governato l’Italia: dall’idealismo crociano che gradualmente si incrocia e si incontra col pragmatismo della borghesia piemontese (di cui Giolitti rappresenta la più completa espressione) all’insofferenza morale (che diventa moralistica) per la mancata rivoluzione delle coscienze che è l’essenza del giacobinismo mazziniano di Salvemini (e del suo odio per Croce oltreché naturalmente per Giolitti) fatalmente destinato ad incrociarsi col fanatismo nazionalista e con le forme più estreme dell’irrazionalismo che ha accompagnato la crisi dei valori borghesi all’inizio del XX secolo. Il drammatico risultato che ne è conseguito è consistito in due conflitti mondiali che hanno distrutto l’Europa non soltanto materialmente ma anche facendo venir meno l’egemonia culturale che nel bene e nel male essa aveva esercitato nei secoli precedenti.

Un bel libro dunque che consiglio agli amici di leggere anche per la sua imprevedibile attualità. Arrivati alla fine ci si chiede: non avremmo bisogno di un nuovo Giolitti non solo per la sua intelligenza strategica ma anche e forse soprattutto per la capacità di tradurre i grandi obiettivi nella politica quotidiana, quella che arriva in tutte le case, “senza più riscontro nella legislazione attuale (farraginosa e irta di piccole misure inutili e dannose) dove si riconosceva una formazione svoltasi alla scuola di una magistratura e di una burocrazia intelligenti, ordinate”. Parole di Togliatti in una conferenza su Giolitti negli anni ’50. Il quale così concludeva: “La chiara legislazione e la ordinaria amministrazione giolittiana sono l’ultimo bagliore di un passato”.

 

Franco Chiarenza

 

Luigi Compagna – Italia 1915. In guerra contro Giolitti. – Rubbettino (Soveria Mannelli, 2015) Pag. 187 – euro 14,00